sabato 20 ottobre 2007

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Questa domenica ti invito a riflettere sulla preghiera, anche perché il Vangelo inizia con quest'aspetto della preghiera (vedi Lc 18,1-8), poi la riflessione, come possiamo notare dalle diaposite, può andare oltre.
La preghiera è un cammino di trasformazione interiore ed esteriore, per avvicinarci a Dio.
Ma quale coscienza deve avvicinarci a Lui? Se prendiamo in mano un dizionario etimologico troveremo che la parola “pregare” deriva dal latino “precari”, ovvero “essere carenti”.
Chi fa questo cammino di trasformazione, deve avere la coscienza del limite della propria condizione umana. Infatti, chi non è “carente” di qualcosa?
Allora è importante intrattenersi con Lui per ascoltarlo, perché la cima della preghiera è l’ascolto della voce di Dio. Il salmista prega così: “A te grido, Signore; non restare in silenzio, mio Dio, perché, se tu non mi parli, io sono come chi scende nella fossa” (Sal 28,1).
Questo è il punto di partenza ogni volta che ci mettiamo in relazione di ascolto (in preghiera) della sua voce, della sua Parola.
Il cammino deve portarci a questa fame, questo desiderio di nutrirci della Parola del Signore, di ascoltare la Sua parola ciò a cui dovremmo arrivare. Non tanto capire, conoscere, cose tutte importanti, ma soprattutto far nascere in noi questa fame e sete della Parola (cfr. la seconda lettura 2 Tm 3,14-4,2)
L’esperienza citata dal Salmista è esperienza di ieri e di oggi. La convinzione che nonostante i momenti dolorosi in cui Dio sembra tacere e dimenticarsi di noi, nonostante questo fondamentalmente il Dio di Israele, il Dio dei Cristiani è un Dio che parla al suo popolo, dialoga con lui attraverso la Sua Parola, parola che è vita, luce e ci illumina.
Ma è importante capire che la nostra preghiera sarà tale soltanto quando avremo imparato ad ascoltare Dio. Per entrare in questa dimensione abbiamo bisogno di purificare l’immagine che abbiamo di Dio. Una volta fatto questo avviene il cambiamento della vita, perché capaci di interiorizzare Dio che ci parla, che si fa presenza, fratello e sorella negli ultimi.


LA TESTIMONIANZA SINCERA

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Il Vangelo di oggi (vedi Lc 12, 8-12), ci richiama ad essere testimoni credibili del Cristo. Spesso la nostra fede si ferma davanti alle difficoltà, davanti a chi vuol farci del male. Gesù si rivolge ancora una volta a tutti per infondere coraggio e fiducia nei cuori che vacillano di fronte alle difficoltà.
A partire dalle prime comunità cristiane abbiamo molti esempi di testimonianze vere e coraggiose, alle volte con la stessa propria vita. Forse, possiamo pensare che non tutti siamo indirizzati al martirio, forse non tutti pensiamo che la via della santità ha molte strade e che è un privilegio per qualcuno.
Il testimoniare Cristo, rimanda sempre più alla vita quotidiana, sempre uguale a se stessa, nella quale possiamo solo sperare nella misericordia di Dio. La fede in Dio misericordioso è l'anima della vera speranza cristiana che guarda in Cristo la salvezza incarnata e realizzata nel Mistero Pasquale. La nostra vita deve essere gettata in questa realtà, nelle sue difficoltà quotidiane, per trovare una via di riscatto che ci faccia avanzare verso l'amore di Cristo. Quante volte mi capita sentirmi dire perché Dio mi fa soffrire...? forse è il caso di cominciare ad usare altre parole. Perché devo affrontare questa via dolorosa per arrivare al volto di Dio?
Allora ci si scopre di essere amati, ma sopratutto scopriamo che la via alla santità non è per una piccola schiera di eletti ma per tutti noi, scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al cospetto di Dio nella carità.
Viviamo allora nell'amore e nella carità dove possiamo dare la vera testimonianza di essere figli di Dio e sopratutto scoprirsi amati dall'eternità. La vera testimonianza di Gesù è nella nostra vita; così come rinneghiamo Gesù quando non lo poniamo al centro della nostra esistenza.
Preghiamo così: Signore, molte molte mi sento solo e abbandonato, non sento la tua presenza. Libera il mio cuore dalle sue inquietitudini e fa che io mi abbandoni fiduciosamente a te, perché possa scoprire ogni giorno della mia vita il tuo Volto di amore di Padre.

venerdì 19 ottobre 2007

LA FEDE TI RENDE SANTO DAVANTI A DIO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

La Parola di questo giorno ci richiama fin dalla prima lettura all'obbedienza della fede (vedi Rm 4,1-8). Come esempio ci riporta Abramo, l'uomo giusto per eccellenza, poiché non aveva esitato ad offrire a Dio il sacrificio dell'unico figlio.
La Parola di Dio ci vuole far penetrare questo mistero insondabile della fede per farci capire dobbiamo essere concretamente convinti che non le nostre opere valgono, ma la sua santità, accolta in noi con la fede. Questo è un atteggiamento fondamentale della nostra vita. Solo la fede giustifica, rende cioè santi davanti a Dio, sorgente di ogni santità e giustizia.Scrive san Paolo: "Che cosa dice la Scrittura? "Abramo ebbe fede in Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia"".
Il rapporto con Dio sta proprio in questa continua accoglienza del suo dono di "giustizia", che egli ci elargisce per la nostra fede. Di conseguenza verranno anche le opere, ma saranno allora "opere della fede", opere che per la sua grazia noi possiamo compiere, perché egli le ha preparate per noi.
Anche Gesù con altre parole, con un paragone suggestivo, ci consola e ci incoraggia (vedi Lc 12,1-7). Certo ha tolto dal nostro volto quella maschera che ci dava sicurezza, ma che ci allontanava dalla giustizia, dalla vera fede.
Oggi, chiediamo al Signore di liberarci da ogni smania di "apparire" per imparare a "essere" semplicemente quello che realmente siamo: creature infinitamente amate, a cui l'Amore del Padre Celeste tiene a tal punto che siamo dentro la rete della sua Provvidenza e niente mai, niente assolutamente può farci del male: né oggi né mai!
Preghiamo così: Signore, tutto tu guardi con tenero interesse. Fa che io viva nella semplicità, nella sincerità, nella lealtà e aumenta la mia fede!

giovedì 18 ottobre 2007

ANCHE TU SULLA STRADA DELL'EVANGELIZZAZIONE

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Questa mattina ricordiamo un Evangelizzatore: san Luca, autore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli.
In questo giorno in cui ricordiamo la sua nascita al cielo, siamo chiamati ad in missione per annunziare e sanare.
Il Vangelo di oggi (vedi Lc 10, 1-9), infatti, non fa altro che parlare di questo mandato ai settantadue discepoli. Attenzione, non parliamo dei Dodici, cioé degli Apostoli coloro che saranno per i secoli la colonna della Chiesa, ma dei discepoli, di noi che non siamo classe separata, ma unico corpo formato da diversa membra. Questo significa che le differenze non sono mica tante, perché l'obbiettivo è uno: amore per Dio e amore per il prossimo. Ecco perché li mandò a due a due, commenta san Gregorio Magno.
Questo brano di vangelo ci vuole ricordare che anche i discepoli sono stati incaricati e inviati dal Signore ad annunciare il regno di Dio. Il numero settantadue ricorda i popoli della "tavola delle nazioni" nel libro della Genesi; capitolo 10, in pratica tutti gli uomini della terra. I missionari di Cristo vanno a due a due per dare maggior credito alla loro predicazione, perché nella testimonianza di due o tre c'è la garanzia di ogni verità (cfr. Dt 17,6; 19,15).
Oggi più che mai rispetto all'estensione del campo e del raccolto che si annuncia, il numero degli operai del vangelo è sempre esiguo. Per questo in tante Diocesi, vengono istituite (da tempo) le Unità Pastorali perché la Parola di Dio possa arrivare con più forza a tutti. Certo questo significa dei cambiamenti, abolimenti di campanilismo, ma non certo amore per Dio e amore per il prossimo.
Il Vangelo ci invita ad andare con urgenza e andare tutti. I verbi sono imperativi: "pregate" e "andate" (v.3). La missione degli inviati non è facile, come non è stata facile per Gesù.
I messaggeri del vangelo sono per definizione portatori di buone notizie (cfr Is 52,7-9). Gesù li paragona agli agnelli, simbolo di mansuetudine, che devono andare in mezzo ai lupi, cioè in mezzo agli uomini violenti e assassini. Il loro compito è quello di portare a tutti, casa per casa, la benedizione e la pace. Gesù manda i suoi discepoli come il Padre ha mandato lui (cfr. Gv 20,21).
L'inizio di questo brano di vangelo ci invita a grandi cose: "La messe è molta" (v.2), cioè tutta l'umanità attende da noi il gioioso annuncio che Dio è Padre e vuole che tutti gli uomini siano salvati. Chi conosce il cuore del Padre è sollecito verso tutti i fratelli.
Oggi possiamo pregare ringraziando Dio per quante volte ha sparso i tesori di sapienza in mezzo a noi e continua ancora a farlo: Chiederemo, per l'intercessione di San Luca, un cuore capace di accettare pienamente l' "altro" che mi sta accanto o che lavora con me o che è con me sulla strada dell'evangelizzazione perché insieme possiamo portare il frutto dello Spirito: la pace, la gioia, la benevolenza.

mercoledì 17 ottobre 2007

"SEI INESCUSABILE, CHIUNQUE TU SIA"

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Quest'oggi celebriamo un grande testimone della fede: Sant'Ignazio di Antiochia. Stamattina voglio cogliere un pensiero sulla prima lettura del ciclo feriale (vedi Rm 2,1-11), motivo per cui trovato questo post titolato così.
Quante volte nella nostra vita ci sentiamo giusti davanti a tutti e in tutto? Forse non tutti i giorni, forse non ce ne accorgiamo, ma succede spesso. Ebbene, la Parola di questa mattina ci richiama a rivedere cosa significa veramente, "giustizia e amore". Ci richiama perché siamo persone che non pensano di aver realmente bisogno, ogni giorno, della misericordia di Dio.
Anche se non sono sacerdote, nella mia vita mi è capitato di sentire persone che vivono l'illusione di "sentirsi a posto". E' proprio qui che scatta quella molla di giudizio negativo circa il modo di essere e di comportarsi degli altri. Si guarda "la pagliuzza" che è nell'occhio del fratello e se ne ingigantisce la portata, senza osare di scorgere "la trave" che è nel proprio occhio. S.Paolo scrivendo ai Romani denuncia con verità. Cosa significa?
Si tratta di capire bene che, anche se non riscontro in me certo genere di vizi e di difetti (e questo spesso accade dirlo al confessore), devo pur ammettere di averne altri, lontano come sono dalla perfezione! Il cristiano non è chiamato ad accusare o puntare il dito, ma ad amare. Se ogni giorno la nostra vita è un puntare il dito, manco gravemente alla giustizia, perché, come dice Gesù, vedo negli altri le cose secondarie e trascuro ciò che è di primaria importanza: la giustizia e l'amore. Non possiamo avere gli atteggiamenti dei farisei e dei dottori della legge (vedi Lc 11,42-46) che nonostante le conoscenze trascurano ciò che è primario: l'amore e la giustizia. Ricordiamoci: la Legge di Dio è sempre per il bene dell'uomo che si trova nell'amore e nella giustizia. Non possiamo continuare a tacitare la nostra coscienza con un semplice andare a Messa la domenica, ci vuole qualcosa di più concreto.
Preghiamo allora perché possiamo capire bene che, facessimo tutto il bene possibile,
"se non ho la carità niente mi giova, anzi non sono niente" (1Cor 13,1). Chiediamo di uscire dalla nostra situazione di egoismo e di orgoglio, facendoci guarire da Gesù: "Gesù, mite e umile di cuore rendi il mio cuore come il tuo".

martedì 16 ottobre 2007

NON L'APPARIRE, MA UN CUORE CHE AMA!

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!




Il Vangelo di oggi (vedi Lc 11, 37-41) in qualche modo, risveglia il nostro modo di essere sopratutto quando ci sentiamo superiori all'altro.
Nel brano evangelico Gesù è invitato a pranzo nella casa di un fariseo, ma non compie le prescrizioni rituali prima del pasto. Questo comportamento gli procura severi giudizi. Gesù, accortosene, risponde al fariseo spostando la questione rituale su un altro piano, quello del cuore. Gesù infatti, è Colui che sovverte sempre le nostre domande. Quante volte facciamo il contrario di come dovremmo fare? Quante volte inchiodiamo il Cristo alla croce delle nostre domande, delle nostre attese e di quanto ci passa dalla testa, invece di inchiodare il tutto nella Croce di Cristo?
Gesù qui vuole chiarire che nella vita non conta l'apparire, fosse anche corretto, ma l'essere un uomo e una donna con il cuore misericordioso, capace di amare. Se il cuore è pieno di cattiveria anche l'agire sarà conseguente. Per questo, senza condannare l'agire, Gesù vuole ricondurre al cuore. Quello che conta è ciò che si ha nel cuore. A nulla vale osservare l'esteriore se poi si trasgredisce la giustizia e si è lontani dall'amore. Gesù esorta a "dare in elemosina quel che c'è dentro", ossia a dare la nostra vita in dono, a dare al mondo l'amore che è stato riversato nei nostri cuori. La ricchezza del discepolo non è la molteplicità delle preghiere o di quante volte andiamo a Messa, bensì avere un cuore misericordioso e pronto all'amore. Questo lo libera dai "guai" che si abbattono su coloro che amano solo se stessi e il proprio protagonismo.
In questo giorno, chiediamo al Signore quella purezza di cuore sempre tanto insidiata dalla "predicazione" di questa società che "vaneggia" a caccia di sempre più "avere," e "idolatra" le realtà passeggere.
Preghiamo così: O Signore, dammi un cuore limpido che sappia ammirare ogni realtà creata come specchio della tua stupenda, infinita bellezza. Dammi un cuore sgombro perché accolga tutto come dono tuo e lungi dall'impossessarsene lo gestisca nella lode.

lunedì 15 ottobre 2007

STARE CON DIO PER ANNUNCIARLO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

La giornata di oggi è coronata dalla celebrazione di una grande donna: Santa Teresa di Gesù. La parola di Dio di questo giorno, ci richiama a vivere meglio quanto apprendiamo dalla Parola e a saperla "gettare" nel nostro quotidiano, in quanto Parola di Dio e non una semplice parola che tutti i giorni possiamo ascoltare.
Il Vangelo che vi propongo (vedi Gv 7,14-18.37-39a), è tratto dalla Liturgia Carmelitana, quindi diverso da quello che ascolterete nella vostra comunità.
In questo Vangelo ci viene raccontato con quale saggezza Gesù insegnava nel Tempio. E' una saggezza che viene dall'Alto. E' un dono del Padre, perché possiamo apprenderla e senza invidia donarla (vedi Sap 7,7-14). La Parola che ogni volta ascoltiamo, infatti, ci rimanda nel quotidiano, ci rimanda ad evangelizzare e non a conservare come spesso facciamo. La santa che oggi ricordiamo, si mise a girare la sua Spagna per poter rinnovare il cuore di tutti nelle vie del Signore. Penso che Santa Teresa non fece altro che ricercare, con la sua stessa vita, come lei era capace di fare questo "tesoro inesauribile per gli uomini" e raccontarlo a tutti. Ella stessa sperimentò la sete di Dio che incontrò in un "stare da sola con Lui", come l'intrattenersi con l'amico per conoscerlo meglio.
Celebrare questa grande santa è proprio un imparare a sostare con Dio, a sostare e seguirlo con coraggio fino al Calvario per dissetarsi alla fonte della vita. Ma non è solo un fatto intimistico, per sé, dobbiamo metterci in strada e annunciare questo amore, e lo dobbiamo fare con coraggio, con quella stessa forza che il Signore ci dona "poiché sole e scudo è il Signore Dio; egli concede grazia e gloria, non rifiuta il bene a chi cammina con rettitudine" (Dal Salmo 83).
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