venerdì 26 dicembre 2008

ENTRARE, VEDERE, CREDERE

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Siamo nell'ottava di Natale, nel clima pieno delle feste. Dopo la totalità del martirio, proclamata ieri attraverso il diacono Stefano, contempliamo oggi la totalità dell'amore, nato dalla quotidiana familiarità con Cristo. La liturgia, infatti, ci presenta uno degli apostoli ed Evangelista che ha colto il mistero dell'umanità e divinità di Cristo: Giovanni, descritto anche come il discepolo amato. Il vangelo è quello della Resurrezione (vedi Gv 20,2-8) dove vi è l'accenno al discepolo amato. Ma la cosa strana è che in nessun brano del vangelo di Giovanni viene detto che il discepolo amato è Giovanni. Il motivo è che fin dai più remoti tempi della Chiesa, si è insistito sempre nell'identificazione dei due. Per questo, nell'insistere sulla somiglianza tra i due, corriamo il rischio di perdere un aspetto molto importante del messaggio del Vangelo riguardo al discepolo amato. Il Vangelo ce lo presenta al mattino presto del giorno di Pasqua mentre correva con Pietro verso il sepolcro. Più giovane di Pietro, giunse prima, vide le bende per terra, ma non entrò. Aspettò Pietro. I Padri commentano: l'amore corre più in fretta e arriva prima. Ed è sempre l'amore che è capace di aspettare, così Giovanni sa attendere che giunga anche Pietro per entrare insieme a lui. E appena entrò "vide e credette". Attenzione, tutti e due videro la stessa cosa, ma L'Evangelista sottolinea che solo il Discepolo Amato credette: "Allora entrò anche l'altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette" Perché Pietro non credette?
Il brano ci porta alla scuola dell'amore più a capire se uno crede oppure no. Infatti, discepolo amato è colui che ha uno sguardo diverso, che percepisce più degli altri. Ha uno sguardo d'amore che percepisce la presenza della novità di Gesù. Al mattino, dopo quella notte di ricerca e dopo la pesca miracolosa, è lui, il discepolo amato a percepire la presenza di Gesù e dice: "E' il Signore!" (Gv 21,7). In quella occasione, Pietro avvisato dall'affermazione del discepolo amato, riconosce anche lui e comincia a capire. Pietro è un discepolo alla scuola dell'amore, impara dal discepolo amato. Poi Gesù chiede tre volte: "Pietro, mi ami?" (Gv 21,15.16.17). Per tre volte, Pietro rispose: "Tu sai che io ti amo!" Dopo la terza volta, Gesù affida le pecore alle cure di Pietro, ed in questo momento anche Pietro diventa "Discepolo Amato".
Per essere discepolo amato abbiamo bisogno di entrare e credere anche a noi. In queste parole abbiamo un riferimento che riscontriamo in questo periodo natalizio: quando i magi entrarono nel "luogo dove si trovava il bambino... Entrati nella casa, videro il bambino... si prostrarono e lo adorarono (Mt 2,9-10).
Ora questo vedere e credere ci porta a vivere testimoniando l'amore. Infatti Giovanni non fa altro che parlare dell'amore di Dio e dei fratelli inteso come il cuore del messaggio del suo Maestro. La festa che celebriamo ci ricorda l'aspetto tragico del Natale, la sua profonda valenza teologica, che troppe volte viene anestetizzata dal più rassicurante Natale consumistico. I fratelli ortodossi hanno esplicitato questa verità con un'icona molto diversa dalle nostre immagini tradizionali del Natale (icona che voluto inserire in questo post): al centro del dipinto Maria medita distesa, senza neppure guardare il neonato il quale, credetemi, non vagisce adagiato in una mangiatoia, ma resta disteso in un sepolcro. Un segno forte, quasi macabro, per ricordarci che quel bambino è già il crocifisso, il segno di contraddizione delle nazioni. Dio viene tra i suoi, dice Giovanni, ma i suoi non l'hanno accolto; la luce viene ma le tenebre non l'hanno accolta.
Per capire il senso profondo del Natale abbiamo bisogno della Pasqua: celebriamo solennemente quel bambino perché già lo riconosciamo il crocifisso e il risorto, festeggiamo la nostra salvezza non perché emotivamente inteneriti dal vagito di un bambino, ma perché profondamente scossi dalla notizia di un Dio che – per amore – diventa uomo e – sempre per amore – morirà per ognuno di noi.
Signore Gesù, segno di contraddizione, ci obblighi a riconoscerti, a scegliere, nella tua innocenza e fragilità ci costringi a uscire dal sentimento: chi sei davvero Gesù di Nazareth? Con Giovanni l'evangelista ti riconosciamo, da ora come nostro Maestro, Dio risorto nei secoli dei secoli!

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