sabato 9 febbraio 2008

NELLE TENTAZIONI DI GESU' LE NOSTRE TENTAZIONI

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!




L'episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto che leggiamo questa prima Domenica di Quaresima (vedi Mt 4,1-11), ci aiuta a fare un po' di chiarezza su questo tema e in particolare sul nostro essere figli di Dio. Forse non ci crediamo o forse sì. Tanti anche tra il clero non credono a questa presenza. A tutti questi faccio notare che grandi scrittori e pensatori, come Goethe, Dostoevskij hanno preso assai sul serio l'esistenza di satana. Baudelaire, che non era certo uno stinco di santo, ha detto che "la più grande astuzia del demonio è far credere che egli non esiste".
La prova nei vangeli che esista il demonio non è i vari brani che raccontano di possessione diabolica o simile, ma che Gesù è stato tentato nel deserto dal demonio.
Il diavolo mette davanti a Gesù il modo giusto, secondo lui, di essere Figlio di Dio. E il modo giusto, per il diavolo, è quello di essere padrone: “Se sei Figlio di Dio” devi essere padrone delle cose, quindi non devi avere bisogno di niente... “di’ che queste pietre diventino pane”; tu non puoi avere fame, non è possibile che il Figlio di Dio abbia fame, sei padrone delle cose. Anzi, sei padrone della potenza di Dio stesso, per cui ti puoi buttare giù dal pinnacolo del tempio e non morire, perché la potenza di Dio che salva è tua. È la tentazione più subdola, formulata quasi con gli stessi termini di una antica promessa messianica (cfr. Sal 2,7-8). Ebbene, Gesù ha contrapposto a questo progetto di satana la sua decisione: di obbedienza a Dio, di amore al Padre, di distacco e libertà nei confronti delle cose e del mondo. Questo vuole dire in concreto che Gesù passerà in mezzo al mondo come un bisognoso, che conoscerà l’angoscia e la paura della morte. Significa che Gesù rispetterà la condizione dell’uomo senza terrorizzare o spaventare nessuno, e per questo potrà patire e soffrire. Questo è il modo con cui intende il suo essere Figlio di Dio.
Questa tentazione che il diavolo fa a Gesù, gli sarà rivolta dai sommi sacerdoti, dagli scribi, dagli anziani e da tutto il popolo, sulla croce: “Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!” (Mt 27,40). Questo tipo di tentazione subiamo anche noi, ma non dobbiamo temere, Gesù ha già incatenato Satana e lui non può farci nulla a meno che non ci avviciniamo a lui per farci mordere, come alle volte rischiamo di farci mordere da un cane in catene.
Con la gioia nel cuore vi auguro una buona quaresima!



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giovedì 7 febbraio 2008

GESU' BENE SUPREMO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Nella parola che ascoltiamo, osserviamo che a Gesù viene fatta una domanda: “Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?” (vedi Mt 9,14-15).
Il digiuno, in tutte le religioni, ha un valore profondo, valore di rimando all'essenziale oltre che – come hanno scoperto in questi ultimi anni le scienze mediche – di purificazione dell'organismo e di alleggerimento della mente. Il vangelo ci richiama al senso cristiano del digiuno che è quello dell'attesa dello sposo, di una visione nuziale della quaresima, come tensione al ritorno nella gloria del Signore Risorto.
Quando Gesù si dona a noi nella preghiera, non è il momento di digiunare. Bisogna ricevere appieno il suo amore, lasciargli una libertà completa, sapendo che il regno di Dio può realizzarsi molto bene in noi in quel momento. Non ci lasceremo mai colmare troppo da una gioia che viene direttamente dalla presenza di Gesù. Perché colui che entra nell’intimità del cuore di Gesù conosce sofferenze interiori molto profonde: sofferenze per il suo peccato e per il peccato del mondo, prove, assilli, tentazioni e dolorosissimi digiuni spirituali nel momento in cui Gesù si nasconde, e non fa più percepire la propria presenza...
La Chiesa sa che le nostre forze sono limitate, e che noi dobbiamo essere disponibili alle sofferenze più intime, più profonde, che vengono direttamente da Gesù. È questo il motivo per cui essa ha ridotto i digiuni che un tempo erano d’obbligo. Essa ne dispensa i vecchi, i malati: se il digiuno impedisce loro di pregare, se essi hanno appena la forza per restare vicino a Dio, che restino con lo Sposo: è questo l’importante!
Preghiamo così: Signore, noi oggi digiuneremo per ricordarci che ci stiamo preparando ad una festa di nozze. Rendi autentico e solidale il nostro digiuno, senza ipocrisia ed esteriorità.

mercoledì 6 febbraio 2008

SEI CAPACE DI SEGUIRE GESU'?

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Carissimi, entriamo in Quaresima, e la Chiesa vuole spiegarcene subito lo scopo. La vita di Gesù ha il suo compimento sulla croce, ma al tempo stesso nella risurrezione, che dalla croce è inseparabile.
Quante volte ci siamo sentiti dire queste cose! Eppure se vogliamo seguire Gesù e intraprendere questo grande cammino che deve condurci al Padre, la prima cosa da fare è rinunciare a noi stessi. Gesù non ci dice subito di prendere la nostra croce, perché se noi prendessimo la nostra croce stando in noi stessi, questa sarebbe insopportabile. Gesù ci domanda di rinunciare innanzi tutto a noi stessi, cioè al nostro io. Poi iniziare a prendere la nostra croce ed immedesimarsi nella croce di Cristo. Ecco perché durante la Messa, preghiamo con queste parole: "Ispira le nostre azioni, Signore, e accompagnale con il tuo aiuto, perché ogni nostra attività abbia sempre da te il suo inizio e in te il suo compimento"
Il Vangelo di oggi ci richiama proprio a questo (vedi Lc 9,22-25). Nel cammino verso Gerusalemme, verso la croce e la Pasqua, Gesù prepara i suoi discepoli, ricordando loro che per essere discepoli, per andare cioè dietro di lui, è necessario percorrere la sua stessa strada.
Che fatica a comprenderlo!!! Forse perché gli diamo a Gesù di tanto in tanto la "zolletta di zucchero". Siamo in errore, perché andare dietro a Gesù non è la scelta di un momento, di un atto eroico, ma di ogni giorno capace di coinvolgere tutta la vita.
Questa è la sequela, l'essere discepoli del Figlio dell'uomo. La croce è, allora, prima di tutto, l'adesione obbediente al progetto del Padre, il dono della propria vita ai fratelli, scegliendo la logica del servo e rinunciando ad ogni sogno di conquista ... per trovare vita.
Allora, "Abbi il coraggio di osare con Dio! Provaci! Non avere paura di Lui. Abbi il coraggio di rischiare con la fede! Abbi il coraggio di rischiare con la bontà! Abbi il coraggio di rischiare con il cuore puro! Compromettiti con Dio, e vedrai che la tua vita diventa ampia e illuminata, non noiosa, ma piena di infinite sorprese, perchè la bontà di Dio non si esaurisce mai!" (Benedetto XVI).

martedì 5 febbraio 2008

RENDIAMOCI CONTO DEL NOSTRO PECCATO!

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Siamo arrivati alla quaresima! Siamo arrivati ad un momento di grazia della nostra vita. Sì, perché la quaresima non è solo il periodo del digiuno e dell'astinenza (ricordatevelo per il Mercoledì delle ceneri e per il venerdì santo, nei venerdì solo astinenza), ma una opportunità che il Signore ci da' per stare più vicino a Lui per ascoltare la Sua Parola.
Il Vangelo (vedi Mt 6,1-6.16-18), ci insegna a vestire di festa l'astinenza, non solo, quella dal cibo, ma da qualsiasi superfluità, dal superamento dei bisogni indotti della civiltà dei consumi. Non è un digiuno fine a se stesso, con mire masochistiche, ma un limitarsi, un lasciare spazio nel cuore e nella vita, per intessere un rapporto più intimo col Padre, che il Vangelo ci presenta come partecipe della parte più segreta di noi stessi. Per un'attenzione concreta verso chi soffre.
Oggi sono di moda le diete per sentirsi più agili e leggeri, per conservare la linea. Non è questo il digiuno evangelico, anche se spesso produce lo stesso effetto di dinamicità e leggerezza a livello spirituale. Quando si riesce a limitarsi al necessario nel cibo, a pesare le parole, a comandare agli occhi, allo sguardo perché rimanga pulito, ai sentimenti di insofferenza, si prova davvero un senso profondo di benessere, la mente e più agile e i pensieri più sereni.
Preghiamo allora perché sappiamo accogliere questa grazia che il Signore in questo 2008 ci concede: "Abbi pietà di me, Signore. e fa' che mi renda conto del mio peccato e insieme della tua grande misericordia".
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lunedì 4 febbraio 2008

ANCHE TU, NON SEI MORTO, MA DORMI!

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Abbiamo tutti bisogno della misericordia del Signore. Il 5 febbraio che ricorre la festa di sant'Agata (auguri a quanti portano questo glorioso nome), la preghiera di colletta chiede la misericordia del Signore "per intercessione di sant'Agata che risplende nella Chiesa per la gloria della verginità e del martirio". Il martire si dona a Cristo per giungere a Dio mediante il sacrificio della vita; la verginità non ha senso se non nel dono. Senza questo potrebbe essere una specie di egoismo: volersi tenere per sé. Si incontrano molte ragazze che non vogliono donarsi, vogliono mantenere tutta la loro indipendenza per organizzarsi la vita secondo le loro idee e magari secondo i loro capricci: fisicamente sono vergini ma di una verginità che non ha senso ed è semplicemente una manifestazione di egoismo. La verginità cristiana è un'altra cosa: è donarsi al Signore, rinunciare a se stessi per vivere unicamente per lui.
La Parola in questa ricorrenza ci fa soffermare a contemplare la scena di Mc 5,21-43, dove avviene la resurrezione della figlia di Giairo, una ragazza che “aveva dodici anni” (v. 42).
Gesù, come in tante altre circostanze, stava lungo il mare, circondato dalla folla. Dalla moltitudine esce Giairo, che con franchezza espone al Maestro la sua pena, l’infermità di sua figlia e con insistenza supplica la sua guarigione: “La mia figlioletta è agli estremi: vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva” (v. 23).
“Gesù andò con lui” (v. 24). Il cuore di Cristo, che si commuove di fronte al dolore umano di quest’uomo e della sua giovane figlia, non resta indifferente di fronte alle nostre sofferenze. Cristo ci ascolta sempre, ma ci chiede che ricorriamo a lui con fede.
Poco più tardi vennero a dire a Giairo che sua figlia era morta. Umanamente non vi era più rimedio. “Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?” (v. 36).
Ma la misericordia del Signore non ha limiti. L’amore che Gesù sente per tutti indistintamente, lo spinge ad entrare nella casa del capo della sinagoga. Tutti i gesti e le parole del Signore esprimono questo amore: “La bambina non è morta, ma dorme”. Sono parole rivelatrici della misteriosa presenza del Signore della vita in un mondo che sembra soccombere all’impulso distruttore dell’odio, della violenza e dell’ingiustizia, forse. Anche questo nostro mondo, non è morto, ma dorme.
Nei nostri cuori, carissimi, vi è il palpito della vita, dell'amore di Dio. Non siamo morti se siamo vicini al Signore. E quando siamo vicini a Lui? Quando ascoltiamo le sue parole, quando amiamo Gesù, quando cerchiamo Gesù, quando ci incontriamo con Gesù.
Successivamente Cristo entrò nell’abitazione dove ella giaceva, le prese la mano e le disse: “Fanciulla, io ti dico, alzati!” (v. 41). Tutto l’amore e tutta la potenza di Cristo - la potenza del suo amore - ci si rivelano in questa delicatezza e in questa autorità con cui Gesù ridà la vita a questa bambina e le ordina di alzarsi. Ci commuove il constatare l’efficacia della parola di Cristo: “Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare” (v. 42). In quest’ultima disposizione di Gesù, prima di congedarsi - “di darle da mangiare” (v. 43) - scopriamo fino a che punto Cristo, vero Dio e vero uomo, conosce e si preoccupa di tutte le nostre necessità spirituali e materiali.
Tuttavia non possiamo dimenticare che, secondo quanto ci insegna la fede, la causa prima del male, dell’infermità, della stessa morte, è il peccato sotto le sue diverse forme.
Nel cuore di ciascuno e di ciascuna sta questa infermità che ci colpisce tutti: il peccato personale, sempre più radicato nelle coscienze, nella misura in cui si perde il senso di Dio; nella misura in cui si perde il senso di Dio! Non si può vincere il male con il bene se non si ha questo senso di Dio, della sua azione, della sua presenza che ci invita a scommettere sempre per la grazia, per la vita, contro il peccato, contro la morte. È in gioco la sorte dell’umanità: “L’uomo può costruire un mondo senza Dio, ma questo mondo finirà per ritorcersi contro l’uomo” (Giovanni Paolo II,
Reconciliatio et Paenitentia, 18). Sant'Agata questo l'ha capito, ed ha lottato fino a dare la sua stessa vita "che sparse per Cristo il suo sangue; non temette le minacce dei giudicie raggiunse il regno dei cieli" (Antifona d'ingresso alla Messa).

domenica 3 febbraio 2008

ANCHE TU TRA QUELLI CHE RIFIUTANO GESU'?

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

La Parola ci presenta un episodio misterioso della liberazione di un posseduto (vedi Mc 5,1-20). E' una parabola movimentata con punte drammatiche che ci porta a riflettere sul posto che diamo ai beni materiali nella nostra vita.
In questo passo del Vangelo, per tre volte, incontriamo il verbo “supplicare” usato nel rivolgersi a Gesù. In primo luogo sono gli spiriti malvagi - essi sono molte legioni - a supplicare Gesù di non cacciarli via da quella regione. In effetti, nel paese dei Geraseni, paese pagano, essi regnano padroni. Supplicano dunque Gesù di mandarli via sotto le sembianze di un branco di porci. E Cristo li esaudisce, perché per lui la liberazione di una persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio, è molto più preziosa dell’eventuale perdita di un branco. Quando Gesù interviene, è la liberazione dell'uomo quella che immette respiro e luce divina nel racconto. Duemila porci si precipitano nel mare: una tragedia per i Geraseni. Essi inviano dunque una delegazione a supplicare Gesù di andarsene dalla loro regione. Essi non sono disposti a sacrificare i loro beni materiali come riscatto per la liberazione di un uomo. Gesù, che predica che non si possono servire due padroni - Dio e il denaro -, è per loro un guastafeste. Essi preferiscono i loro beni a Gesù: lo supplicano di lasciare il loro paese. È triste vedere Gesù messo alla porta. Molto educatamente, ma messo alla porta. È vero che essi hanno una scusa: non sanno ciò che fanno, poiché sono pagani. È ancora più triste vedere oggi Gesù messo alla porta in un paese “cristiano”, da famiglie “cristiane”, da persone che si dicono cristiane, ma che non sono disposte ad amare Dio più delle ricchezze.
Chiediamoci: noi siamo tra queste? Alla fine è il posseduto, una volta guarito, a supplicare: egli chiede a Gesù di poterlo seguire. Ma il Signore non accetta; lo manda in missione, a casa sua. Poiché non tutti coloro che hanno incontrato Cristo hanno la stessa vocazione. Ma tutti devono annunciare la misericordia del Signore.
Interroghiamoci: M'importano più le persone e la comunione o il guadagno e gl'interessi comunque materiali? Più la libertà del Regno di Dio o tutto il raggomitolarsi delle tante faccende attorno al mio "ego"?
Preghiamo così: Crea in me o Dio, un cuore puro.