sabato 14 giugno 2008

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!




La Parola di questa domenica ci invita a prendere coscienza di quello che siamo: un popolo di “missionari di Cristo” e di “annunciatori del Vangelo”. Cristo comincia la sua azione apostolica raccogliendo attorno a sé dei discepoli, che diventeranno i diffusori del suo insegnamento.
“La mèsse è molta - dice Gesù nel Vangelo - ma gli operai sono pochi” (vedi Mt 9,36-10,8). Di conseguenza siamo particolarmente invitati a riflettere sul dovere che ogni cristiano ha come operaio del Regno di Dio.
Il nostro riflettere ci deve portare oltre il servizio pastorale e apostolico nella Chiesa: ci deve portare a passare dal punto di vista di Dio.
Gesù, davanti all’enormità del compito e l’esiguo numero di coloro che sono chiamati a svolgerlo, si impietosisce delle folle che sono “come pecore senza pastore” e dona poteri ai suoi apostoli e li manda per il mondo. È lo sguardo di Dio che si posa sulla nostra miseria. Su quella di ieri, delle "pecore sperdute della casa di Israele". Su quella di oggi, dal volto non meno drammatico. "Pecore" stanche di vagare dietro "pastori di turno" che poi si rivelano mercenari o volgari predatori, capaci solo di seminare delusione e vuoto. È il fremito delle viscere materne di questo Dio che nel male, da noi stessi introdotto nella storia, coglie soprattutto quello che ci ferisce. È da quel "fremito" che sgorga questo grande imperativo: "Pregate il Padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe". Laici impegnati, sacerdoti, religiosi che condividano la sua "compassione" e la sua "passione" per l'umanità. Pastori che non si lascino catturare dalle logiche del mondo, sia pure con il pretesto di svolgere meglio la propria missione. Uomini e donne il cui sguardo sappia posarsi con "compassione" sulle ferite di chi vive loro accanto, che si lascino interpellare dal muto richiamo di chi "dentro" sta agonizzando o già non vive più. Cristiani che ricalchino le orme di Cristo e, sul suo esempio, si prendano cura del gregge, precedendolo in un cammino di autenticità.
Preghiamo perché questa preghiera si realizzi ogni giorno. Preghiamo perché questo accada nella nostra vita personale e nella vita di ogni uomo e donna di buona volontà.



lectio divina-----> LA MISSIONE DEI DODICI








slideshows------> LA MISSIONE DEI DODICI

venerdì 13 giugno 2008

"SIATE SEMPLICI E TRASPARENTI"

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

La prima lettura (vedi 1Re 19,19-21) di questo sabato della X settimana del tempo Ordinario ci ricorda un profeta che, in questa giornata, il calendario carmelitano riporta: sant'Eliseo, profeta.
La Parola di Dio ci richiama secondo le parole del Salmista: "Crea in me, o Dio, un cuore trasparente e puro" (vedi Sal 50). Sì, abbiamo un linguaggio che non è mai chiaro, abbiamo un cuore che è indurito incapace di ascoltare (vedi Mt 5,33-37).
Un'eremita del secolo XX dice "Cos'è la chiarezza? E' pura semplicità, è sincerità, è intransigenza con se stessi nella via retta. L'acqua è chiara. Occorre uno sforzo continuo per vincere ciò che, nel fondo dell'anima, rinasce di torbido, ciò che è tendenza all'ambiguità. Ci conceda il Signore il dono della continua trasparenza!" (Sorella Maria).
Gesù mette in guardia dal nostro modo di essere, dal nostro spergiurare ma anche dalla facilità a giurare: "Non giurate affatto – dice – né per il cielo, né per la terra".
Il giurare non è di un cuore sincero, ma di un cuore pauroso, di un cuore che fallisce a priori, di un cuore che teme di non essere creduto; quindi cerca appoggio all'autorità di Dio che invece vuole sincerità e trasparenza di vita e di parole. Lo spergiuro, da cui mette in guardia il Signore, avviene quando l'uomo è talmente egocentrico da sentirsi onnipotente fino a piegare ai suoi interessi Dio e gli altri.
Una qualità umana irrinunciabile è questa trasparenza che è sincerità di parola saldata alla verità del proprio essere e alla lealtà di tutto il proprio agire. Coincide, in fondo, con quella semplicità e autenticità che è una cosa sola con una vita bella, un'esistenza riuscita. L'uomo, mentendo, finisce così col diventare estraneo anche a se stesso. Non sa più chi è. Non è più in grado di "dirsi" e quindi di entrare in comunione. La parola, quando fiorisce sul labbro, deve essere vera, cioè deve coincidere con ciò che penso e che sono.
Nella preghiera, chiediamo allo Spirito Santo rispetto profondo per Dio e per tutte le sue creature, noi compresi. Chiediamo di essere "veri" nel nostro essere, sinceri nel nostro parlare, leali nel nostro agire.

giovedì 12 giugno 2008

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Il 13 giugno tutti ricordiamo un grande santo: Antonio di Lisbona, comunemente detto da Padova. Sì, cari miei sant'Antonio da Padova. Chissà quanti devoti questo santo, la sua fama di santità ha raggiunto un po' i cuori di tutti.
In questo giorno caro a quest'uomo di Dio la liturgia ci fa riflettere su qualcosa di particolare che la stessa Parola di Dio ci suggerisce (vedi Mt 5,27-32). Pur l'uso paradossale di certe espressioni, qui Gesù è di una forza tagliente che sembra smentire il suo dirsi "umile e mite di cuore". Lui che ci ha detto: "Il mio giogo è soave, il mio peso è leggero" qui sembra esigere troppo.
Si parla di una fedeltà tra coniugi, un impegno che non deve essere scavalcato dall'amore per se stessi e dalla schiavitù delle proprie soddisfazioni. Ma allargandoci oltre, perché non tutti siamo sposati, si parla di una fedeltà al Vangelo, cioé di una serietà nel seguire Cristo Gesù a qualunque stato di vita apparteniamo e non possiamo essere pietra di inciampo (scandalo usa dire il Vangelo). Ecco perché troviamo scritto: "Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te". Il parlare quindi non deve essere ambiguo; la parola del discepolo deve rispecchiare la forza e la chiarezza della parola di Dio.
Il Signore non fa altro che metterci sempre in guardia dal nostro egocentrismo. In genere siamo egocentrici da sentirci onnipotenti fino a far fare a Dio quello che vorremmo che Lui facesse per noi.
Ma la Parola di Gesù ci dice che non abbiamo nessun potere. Per vivere bene i rapporti con gli altri bisogna essere umili, che è a fondamento di tutto e che ci rapporta con gli altri. E all'umiltà segue la verità e la franchezza. Per questo Gesù dice: "Sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il superfluo procede dal maligno".
Penso che in questa festa odierna di questo grande uomo di Dio abbiamo da chiedere il dono dell'umiltà, di saper usare le nostre parole. "Impariamo a vivere bene il nostro cristianesimo. Gettate via il cattivo fermento, vecchio e acido, e trasformatevi nel nuovo lievito che è Gesù Cristo" (S. Ignazio di Antiochia).

mercoledì 11 giugno 2008

QUALE CAMMINO SPIRITUALE DOBBBIAMO FARE?

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

La parola ci mette sempre in discussione e ci rigetta verso nuove mete, nuove strade. Ma alle volte ci fermiamo perché non riusciamo a capire. Meglio, vogliamo prima capire e poi incamminarci. Ho l'impressione che un po' tutti dobbiamo abituarci a pensare diversamente, secondo Dio. Certo non è facile, ma dobbiamo provare a fare qualche passetto.
Anzitutto per un cammino spirituale serio si tratta anzitutto di fare i conti con questo esplicito comando di Gesù (vedi Mt 5,20-26). Se andiamo a consultare meglio i testi evangelici ci accorgeremo che un attimo prima Gesù aveva detto che la legge antica esigeva di non uccidere, ma ora nemmeno l'adirarsi è consentito! C'è un andare oltre e non un fermarsi tra litigi ed alterchi. Il balzo in avanti sta nel fatto che Gesù insiste nell'invitare a vivere (non solo a memorizzare) quell'unico comandamento in cui c'è tutto: la legge e i profeti. E l'unico comandamento è quello dell'amare Dio e il prossimo; anzi dell'esprimere l'amore di Dio amando il prossimo; mai disattendendolo neppure nel caso che ci sia di mezzo l'offesa. Il cristiano è invitato a fare sempre il primo passo, quando c'è qualche "ruggine" da parte di qualcuno verso di lui, c'è l'esigenza di eliminarla non si può stare tranquilli tra pie pratiche devozionali. Non solo amare ma prendere l'iniziativa concreta di demolire qualsiasi impedimento a quella concordia che non sopporta di crogiolarsi nelle ferite delle offese e coltivare divisioni a base di apparenti ragionevoli motivi. Gesù non è solo contro l'odio ma è per il sovrappiù dell'amore. Anzi, la radicalità di Gesù giunge a dirmi: se stai per pregare e ti viene in mente che una certa persona è rimasta ferita in cuore a causa tua, non pensar di poter "snocciolare preghiere". Esse rimbalzerebbero contro di te, se non vai prima a riconciliarti con quella persona "che ha qualcosa contro di te".
Nella nostra preghiera dobbiamo scoprire oltre a chiedere che la ragione del perdono e dell'amore supera qualsiasi altra regione. Invochiamo lo Spirito Santo, perché ci purifichi con il suo fuoco d'amore in maniera da "Non abbiate nemici (...). Non odiare nessuno: qualcuno dovrai correggerlo, qualcuno compatirlo e qualche altro dovrai amarlo più della tua stessa vita" (Dalla Didachè, sec. II).

martedì 10 giugno 2008

UNA VITA DI DONAZIONE

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Ricordiamo tra queste righe un apostolo di Gesù: san Barnaba. Il vangelo di questa celebrazione ci richiamo alla donazione di sè, motivata dalla donazione in sè (vedi Mt 10,7-13). Coloro che, come l'apostolo Barnaba, spendono la vita in nome del vangelo, diffondendo gioia, pace e speranza, sono testimoni eloquenti della provvidenza divina. Nella storia di san Barnaba vediamo realizzata questa pagina. Un altro passo degli Atti degli Apostoli racconta che egli, possedendo un campo, lo vendette per darne il ricavato agli Apostoli, mettendo in pratica alla lettera la richiesta di Gesù al giovane ricco: "Vendi quello che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi". La fiducia in Dio che lo spinge a questo gesto si accompagna in lui alla fiducia negli altri. Arrivato ad Antiochia, invece di angustiarsi e preoccuparsi per questi "pagani" appena convertiti al Vangelo, Barnaba ha una reazione aperta, piena di fiducia: "Quando giunse e vide la grazia del Signore, si rallegrò". Non è un uomo che spegne gli slanci altrui con preoccupazioni di osservanze mmuziose, è "virtuoso, pieno di Spirito Santo e di fede" e esorta tutti "a perseverare con cuore risoluto nel Signore": importante è soprattutto aderire a Cristo. E così "una folla considerevole fu condotta al Signore".
Andare in missione è ancora oggi il grande ideale della Chiesa, un ideale che coinvolge tutti, chi va e chi resta. Matteo elenca alcune norme che costituiscono lo stile missionario. La prima di esse è la povertà. Il discepolo di Cristo dona se stesso gratuitamente: è la povertà più vera e più profonda. Questa povertà si esprime nell'accontentarsi dello stretto necessario (v.9) e nel coraggio (che è fede) di affidare anche il problema di quel poco alla provvidenza di Dio.
Le azioni raccomandate da Gesù per l'annuncio del Regno sono queste: accogliere gli esclusi, fidarsi dell'ospitalità, spingere alla condivisione, vivere stabilmente e in modo pacifico. Se questo avviene, allora possiamo e dobbiamo gridare ai quattro venti: Il Regno è tra di noi! Annunciare il Regno non consiste in primo luogo nell'insegnare verità e dottrine, catechismo o diritto canonico, ma portare le persone ad una nuova maniera di vivere e convivere, una nuova maniera di pensare e di agire partendo dalla Buona Novella, portata da Gesù: Dio è Padre e Madre, e quindi tutti siamo fratelli e sorelle.
Preghiamo in questa celebrazione nel ricordare quest'uomo, che anche noi siamo chiamati ad essere missionari anche nel nostro piccolo. Qualcuno pensa che non è dato a tutti, forse è vero. Ma non si deve pensare per il semplice fatto "ho altro a cui pensare!", quello sarebbe egoismo, cuore che non è capace di amare. Chiediamo il dono dell'amore che ci porta oltre i confini del nostro io. Affidiamoci a santa Teresa di Lisieux, monaca di clausura che nel suo cuore è stata una grande missionaria, ed oggi la veneriamo come patrona delle missioni.

lunedì 9 giugno 2008

SIAMO SALE E LUCE PER IL MONDO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Dopo aver ascoltato la Parola di Dio sulle beatitudini, nella liturgia odierna la Parola di Dio ci dice che siamo sale e luce, chiamati a dare sapore e a risplendere come astri (vedi Mt 5,13-16).
Umanamente a queste parole ci fermiamo, magari pensando che il Signore pretende troppo dalla nostra persona: essere sale, luce qualcosa di impossibile!
Ma fermiamoci un attimo, non è una persona qualunque che ci dice così, è Gesù Cristo. Colui del quale professiamo la nostra fede, il nostro credo tutte le domeniche (dovremmo farlo tutti i giorni con la vita pratica).
Sono parole che devono scuotermi dentro e fuori per cercarne di capire il senso. Il sale, una immagine così feriale, così casalinga che fa sentire un certo calore. Questa deve essere l'identità di chi segue Cristo o che si dice cristiano. Il cristiano, come il sale è chiamato a preservare quanto è nel mondo da quelle forze di corruzione che ne sono la minaccia costante. Non solo: è anche suo compito quello di dare sapore di eternità a quanto vive e contatta. Se però il sale e il cristiano perdono queste loro qualità non hanno più senso; sono da gettare.
Questo sapore è il fuoco che portiamo dentro un fuoco che deve infiammare altri cuori. Se siamo veri seguaci di Gesù, saremo consumati da un tal fuoco di amore da sentire l'urgenza di infiammare gli altri: nella famiglia, nel posto di lavoro o di studio, nella parrocchia, in qualsiasi areopago ci troviamo a vivere.È Gesù stesso che ci chiama "sale della terra". Gesù rafforza quest'immagine con un'altra: "Voi siete la luce del mondo... si accende una lucerna per metterla... sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa". Quindi noi siamo chiamati a dare sapore al mondo e così a far risplendere la luce di Dio davanti ai nostri fratelli e sorelle; cioè la nostra vita, con le sue opere buone, deve testimoniare quel rapporto intimo con Dio Padre che è nei cieli, e così attirare tutti verso di Lui.
Preghiamo con queste parole: Tu sei in me e agisci in me e attraverso di me. Vedi con i miei occhi, senti con le mie orecchie, parli con la mia lingua, ami con il mio cuore. Come non essere, allora, il sale e la luce del mondo, dal momento che sono il tuo tabernacolo? Signore, fa’ che io resti sempre fedele alla tua presenza in me, e che le persone che incontro sul mio cammino vedano in me il tuo volto.

domenica 8 giugno 2008

LE BEATITUDINI NELLA VITA

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Torna ancora una volta per noi riflettere sulla carta di identità cristiana: le beatitudini (vedi Mt 5,1-12).
Gesù ci svela il suo più profondo desiderio: quello di vederci beati. Beato chi...! potremmo dire. Oggi la vita è sempre più difficile in tutti i sensi, allora dire beato forse magari un obiezione salterà fuori oppure lo riserveremo a preti, frati, suore, monache, etc. Il mondo dice: beati i ricchi, i potenti e i prepotenti, beati quelli che si fanno avanti con qualsiasi mezzo, beati quelli che spremono piacere a qualsiasi prezzo. Mi chiedo: queste persone che sfruttano ogni cosa e ogni persona se sono veramente beati. Magari qui diremmo a caldo, "sì, lo sono!". Poi se di loro leggessimo un articolo in prima pagina, diremmo diversamente, ma non beati.
Allora è caso di pregare bene la Parola che il Signore ogni giorno ci consegna. Gesù non fa altro che cogliere la nostra attenzione, ma per invitarci a guardare in profondità, dentro noi stessi, per capire ciò che veramente nella vita conta. Ma anche qui, qualcuno potrebbe rispondermi: "basta che ci sia la salute, c'è tutto!". Ed è vero anche questo. E' una frase ancora valida, ma oggi dobbiamo dire incompleta, in quanto solo la salute non basta. Oggi, infatti, assistiamo a una generale, forse eccessiva, preoccupazione per la cura del corpo ma bisogna vedere se lo spirito è malato, perché se questo è malato tutto è ammalato dentro e fuori di noi. Non si tratta di scegliere o il corpo o l'anima, ma di complementare le due realtà, perchè essenziali tutti e due per la vita e lo sviluppo della persona umana. Ciò che dobbiamo temere è la disarmonia tra la dimenzione corporale e quella spirituale.
Allora, la beatitudine di Gesù tratta di quella felicità che sperimentiamo se, con Gesù, lasciamo spazio in noi ai desideri dello Spirito, non a quelli dell'egoismo, nonostante che nella vita possiamo avere delle difficoltà, perfino nel dolore perché crea in noi le condizioni vere, concrete per vivere insieme a Gesù, assumendo i suoi criteri di valutazione e il suo modo di amare.
Preghiamo con queste parole: "Dammi un cuore povero e arricchiscimi del tuo amore".