sabato 13 settembre 2008

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo con questa XXIV domenica del Tempo Ordinario, l'esaltazione della Santa Croce. Quindi in questa domenica festeggiamo la Croce. Festeggiare un dolore? direste voi! Un argomento decisamente fuori moda anzi, fuori luogo per questo mondo: festeggiare la Croce! Il fare festa ci porta anzitutto a ritrovare il coraggio non solo di dirlo al mondo ma anche a noi stessi. Che i cristiani professano la fede verso un Dio il cui Figlio, vero Dio e vero Uomo, è morto soffrendo in Croce. Che dramma per noi cristiani!
L’esaltazione della santa Croce ci fa conoscere un aspetto del suo cuore che solo Dio stesso poteva rivelarci: la ferita provocata dal peccato e dall’ingratitudine dell’uomo diventa fonte, non solo di una sovrabbondanza d’amore, ma anche di una nuova creazione nella gloria. Attraverso la follia della Croce, lo scandalo della sofferenza può diventare sapienza, e la gloria promessa a Gesù può essere condivisa da tutti coloro che desideravano seguirlo. La morte, la malattia, le molteplici ferite che l’uomo riceve nella carne e nel cuore, tutto questo diventa, per la piccola creatura, un’occasione per lasciarsi prendere più intensamente dalla vita stessa di Dio. Con questa festa la Chiesa ci invita a ricevere questa sapienza divina, che Maria ha vissuto pienamente presso la Croce: la sofferenza del mondo, follia e scandalo, diventa, nel sangue di Cristo, grido d’amore e seme di gloria per ciascuno di noi.
Preghiamo con san Paolino da Nola: O Croce, ineffabile amore di Dio e gloria del cielo!Croce, salvezza eterna. O Croce, sostegno dei giusti, luce dei cristiani, per te, sulla terra, Dio si è fatto schiavo nella carne; per mezzo tuo, l’uomo in Dio, in cielo è stato fatto re, da te la luce vera è sorta, sei tu l’anima della pace, che unisce gli uomini a Cristo mediatore. Sei la scala su cui l’uomo sale al cielo. Sii sempre per noi tuoi fedeli colonna e àncora; dirigi il corso della nostra storia. Nella Croce sia salda la nostra fede, in essa si prepari la nostra corona”. Amen.


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venerdì 12 settembre 2008

A QUALE ALBERO APPARTENGO?

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

La Parola di Dio, nella celebrazione di san Giovanni Crisostomo, ci ammonisce per la maniera di vivere che abbiamo (vedi Lc 6,43-49). Infatti, abbiamo un invito alla concretezza. Una differenza sostanziale tra il parlare e l'agire, tra il credere di credere e la casa costruita sulla roccia; Gesù non ama gli atteggiamenti sterili. Non ama né i salamelecchi, non la pompa magna né la ritualità che non sia piena di desiderio e di verità e che non porti alla conversione della vita. Nei versetti precedenti a questo brano (38-42) erano state elencate le caratteristiche dei falsi cristiani: ciechi, pretenziosi, severi verso gli altri e benevoli verso di sé e, soprattutto, illusi di non aver bisogno di perdono. Nei vv. 43-45 di questo brano ci viene presentato il nostro problema più serio: siamo piante cattive che producono frutti cattivi. Per guarire da questo inconveniente esiste un solo rimedio: dobbiamo accettare l'innesto nell'unico albero buono che produce frutti buoni: l'albero della misericordia di Dio, l'albero della croce di Cristo. E' inutile sforzarsi di fare frutti buoni fino a quando restiamo alberi cattivi. E restiamo alberi cattivi fino a quando non ci decidiamo ad essere totalmente di Cristo. Una fede che – almeno un poco – non inquieta, non smuove, non mette in discussione la quotidianità è sospetta. L'albero della vita produce frutti di grazia e di misericordia, i frutti dello Spirito. "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22). Questa lista fornitaci dall'apostolo Paolo è sufficiente per capire se siamo cristiani buoni o cattivi. Guardiamo allora ai frutti, guardiamo alla concretezza delle nostre scelte. Una fede che resta chiusa in chiesa, che smette di esistere al lunedì mattina non cambierà mai né la nostra vita né la Storia. Arriva la domenica, nel pomeriggio inizieremo a celebrare la croce, poi lunedì inizierà la nostra Messa, ognuno nel proprio campo di lavoro. Preghiamo così: Noi ti amiamo Signore, converti la nostra quotidianità in gesti che siano frutto della tua presenza.

giovedì 11 settembre 2008

APRI SIGNORE I NOSTRI OCCHI!

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Abbiamo appena celebrato la natività della beata sempre Vergine Maria, che ci ritroviamo a celebrare il suo SS. Nome.
Il Vangelo a cui facciamo riferimento in questo post, è quello del giorno (vedi Lc 6,39-42). Questa paraboletta del cieco segue immediatamente l'insegnamento "vertice" di Gesù all'interno del discorso della montagna. "Siate misericordiosi come il Padre vostro celeste. Non giudicate e non sarete giudicati, date e vi sarà dato, con la misura con cui date sarà dato a voi". Si tratta dunque di cogliere che la cecità consiste non solo nel non vivere questi precetti dell'amore ma per di più non riconoscerne l'inadempienza. Infatti, chi non medita e non pratica questi precetti evangelici vive nella più cieca presunzione di sé. Quante volte, estrema facilità, lanciamo giudizi negativi sugli altri e ci poniamo spesso come termine di paragone? Io faccio bene questo e quest'altro e quest'altro ancora. Dal credere gli altri nel torto e se stessi a posto al pretendere di insegnare agli altri la buona strada il passo è breve. Gesù ha proprio ragione: siamo ciechi che pretendono di guidare altri ciechi! Quale terapia al riguardo? Gesù la indica, in molta positività. Anzitutto perseverare nell'ascolto e nella pratica della Parola di Dio, allora sì che diventiamo quel "discepolo ben preparato" che irradia la luce di Lui.
Pensando che anche noi siamo ciechi e che abbiamo la presunzione di guidarne altri, rivolgiamo la nostra preghiera al Signore perché apra i nostri occhi e ci faccia comprendere il senso della Sua Parola. Signore, Tu sei il Maestro. Fa' che io ti sia discepolo con cuore umile e docile. Mai io pretenda di guidare altri senza essere impregnato della tua Parola, senza impegnarmi a viverla in prima persona.

mercoledì 10 settembre 2008

UNA PAROLA PROFETICA E SCANDALOSA

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Continua il brano evangelico preso dal capitolo 6 del Vangelo di Luca (vedi Lc 6,27-38) e se fino adesso abbiamo sentito "beati" e "guai", questa volta l'invito è la misericordia.
Gesù è crudo ma vero, ci ama ma ci spinge al meglio. Da dove notiamo che siamo discepoli? Certo non dalla croce che teniamo al collo (spesso andiamo a cercarci i modelli di croce anche dagli orafi), ma dalla croce appesa alle scelte familiari e lavorative. Anche in queste scelte, Gesù ci guarda e ci chiede il coraggio del paradosso, il brivido della santità, il coraggio della logica evangelica: perdona i nemici, ama senza contraccambio, sii trasparenza....
Gesù, in pratica, alza il tiro, chiedendo di essere come lui, fino in fondo. Gesù per primo ha amato i nemici, lui per primo non ha detto il male, lui per primo si è donato fino al brivido della morte. Egli ci vuole testimoni, non cristiani part-time. Vuole che ognuno di noi sia un incendiario d'amore, non un adolescente cresciuto che si specchia nei propri limiti. Gesù vuole discepoli che diventino riflesso della vera condizione dell'uomo, che in qualche modo illustrino con la loro vita che è possibile credere, che è possibile amare. Che il contributo dell'esperienza di Dio per "un altro mondo" è possibile.
Nel settembre del 2001, una follia omicida uccideva migliaia di persone nelle torri gemelle di New York; quante cose sono cambiate, in questi anni eppure si è risposto alla violenza con la violenza e non si è avuto il coraggio della profezia. Se cancelliamo la violenza con la violenza che facciamo di straordinario? Niente! Anzi facciamo in modo che aumenti sempre più la desertificazione interiore
che nelle nostre società convive con la “prosperità materiale”, con “un vuoto interiore, una paura indefinibile, un nascosto senso di disperazione”; agli uomini che sono “come cisterne screpolate e vuote” (cfr. Ger 2,13).

Chiediamo al Signore che ci conceda di essere costruttori di bene, ingegneri del dialogo, impresari della tolleranza: Noi ascoltiamo, Signore, anche se la tua parola è tagliente, oggi. Aiutaci a fare la tua volontà di bene, anche quando è profetica e scandalosa!

martedì 9 settembre 2008

BEATI VOI, POVERI. GUAI A VOI, RICCHI

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

In questo testo del vangelo (vedi Lc 6,20-26), Gesù annuncia l'arrivo della salvezza promessa da Dio invitando alla gioia e alla speranza. Egli lo fa proclamando il mondo dei valori di Dio, capovolge la scala dei valori dell'uomo e annuncia il modo con il quale Dio salva. Alcuni chiamano questo discorso il “Discorso della Pianura", perché secondo Luca, Gesù scese dal monte e si fermò in un luogo in pianura dove pronunciò il suo discorso. In Luca, il sermone è più breve e più radicale. Contiene solo quattro beatitudini e quattro maledizioni, indirizzate alle comunità ellenistiche, costituite da ricchi e da poveri. Le beatitudini per i poveri e le lamentazioni per i ricchi non vanno lette in chiave moralistica, cioè non dicono che cosa deve fare l'uomo. C’è una rivelazione progressiva nel modo in cui Luca presenta l’insegnamento di Gesù, manifestando cosa fa Dio in Gesù e rivelano come agisce Dio nella storia umana. L'idea di fondo è rivelare il volto di Dio in Cristo. In lui vediamo come Dio dona a noi il suo regno. Qui possiamo interrogarci per capire: quale volto di Dio conosciamo nella vita di tutti i giorni?
La storia e la cronaca del mondo attuale, piena di miserie, di fame, di pianto e di ogni genere di mali è lo spazio d'azione del credente, se vuole essere anche credibile. I discepoli sono beati anche perché partecipando al mistero di persecuzione e di morte del Cristo sono associati più profondamente alla sua missione di salvezza. In questa circostanza non devono accontentarsi di avere pazienza o di attendere che passi al più presto il momento della prova, ma devono vivere intensamente in sé quanto dice il Maestro:" Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli" (Lc 6,23). Le felicitazioni e le congratulazioni per i poveri si fanno lamentazioni e condoglianze per i ricchi. Il "guai a voi" non è un grido di vendetta o di minaccia, ma un estremo grido di compianto, di compassione e di lamento che Gesù rivolge ai ricchi perché mettono le cose al posto di Dio e non hanno ancora sperimentato la gioia di colui che vende tutto per acquistare il tesoro che è Cristo (cfr. Mt 13,44). Il regno di Dio progredisce là dove il male e la miseria di ogni genere regrediscono e scompaiono. La comunità cristiana è sulla strada di Cristo solo quando si prende cura dei poveri, degli affamati, degli afflitti, e lotta contro le persone o le situazioni che sono la causa di questi squilibri. L'ingordigia di alcuni è la causa della miseria di molti. E quel che è peggio è che i ricchi hanno sempre ragione. Per questo la Chiesa deve stare molto attenta a non "benedire" i tiranni, i malfattori, gli affamatori di popoli..., o a tacere, a fin di bene, lì dove Cristo avrebbe alzato solennemente la sua voce senza paura di andare alla morte di croce. Una Chiesa che non è osteggiata e perseguitata dai potenti di questo mondo può essere veramente la Chiesa di Cristo? Il messaggio cristiano ha pure una prospettiva oltre la morte: la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Ma prima bisogna giocare tutte le carte che la situazione presente ci fornisce. E' vero costruttore del regno di Dio chi si impegna con tutte le sue possibilità a rendere più abitabile la terra. La risurrezione non cancella la storia, ma divinizza tutto ciò che noi stiamo umanizzando.
Le beatitudini si possono comprendere solo conoscendo che Dio è amore per tutti.
Preghiamo così: "Giusto è il Signore in tutte le sue vie, santo in tutte le sue opere. Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto" (Sal 114).

lunedì 8 settembre 2008

COMUNIONE E CONTEMPLAZIONE

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


“Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione”. Una curiosità che può venire da questo versetto preso dal vangelo odierno (vedi Lc 6, 12-19) è quella di cercare di capire cosa spingeva Gesù a starsene in preghiera, cosa aveva da chiedere a Dio, lui che era il Figlio di Dio, il Figlio dell’uomo, signore del sabato e che poteva perdonare il peccato?
Qualsiasi domanda che possa saltare fuori in questo momento curioso vi è dentro la debolezza della nostra preghiera. In questo momento, Gesù sta per chiamare a sé i suoi più intimi discepoli: i dodici apostoli. È una scelta importante. E ad essa antepone un'intera notte di orazione! Da notare che anche immediatamente prima di altre realizzazioni di grande rilievo, Gesù è colto dagli evangelisti in preghiera. Possiamo dire che da un capo all'altro della sua vita pubblica passa il filo d'oro del suo pregare. Si pensi, all'inizio, il suo lungo pregare nel deserto e, da ultimo, la preghiera nell'orto degli ulivi prima d'iniziare la Passione, vertice supremo del suo "dare la vita".
La preghiera di Gesù è preghiera di comunione e di contemplazione del Padre.
Gesù si ritira: Luca situa spesso quest’atteggiamento prima di un avvenimento importante. Tale atteggiamento è testimonianza della comunione di Gesù col Padre. La preghiera di Gesù è gratuita: è contemplazione, ammirazione del Padre. È espressione del suo slancio d’amore in quanto Figlio. Seguiamo allora i suoi passi e, nonostante la nostra debolezza, impariamo a “ritirarci”, per ascoltarci, per voler essere figli, con Gesù, in uno slancio d’amore per il Padre.
Nella nostra preghiera soffermiamoci a riflettere sulla preghiera del Padre nostro, in particolare qundo diciamo “Padre...”.

domenica 7 settembre 2008

UNA PROSSIMITA' SCANDALOSA

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Settembre ci presenta una festa tenera che riguarda la nostra Mamma celeste: il giorno della sua natività. In questa festività il Vangelo, preso dalla penna dell'Evangelista Matteo, ci presenta la genealogia di Gesù (vedi Mt 1,1-16.18-23).
Il vangelo di Matteo inizia con una lunga serie di nomi, di ritratti non tutti luminosi. Infatti, tra gli antenati di Gesù ci sono dei peccatori. Proviamo ad accostare questo brano di Matteo con un'altra "genealogia" più profonda preso dal Vangelo di Giovanni quando dichiara subito: "Il Verbo di Dio si è fatto carne". Il "Verbo", cioè la Parola sgorgata dal cuore di Dio. In questa parola abbiamo una Parola piena di luce, purissima, limpidissima, rivelatrice della santità stessa di Dio si è immersa nell'inquinata realtà umana. Il "Si è fatto carne", indica la fragilità, il limite. E non ha evitato neppure il limite più umiliante: quello del peccato.
Gesù, pur restando personalmente immune da peccato, si è fatto intimo dei peccatori, fino a condividere, anzi a ricevere da loro la "carne". Abbiamo una prossimità scandalosa, riscattata dal virgulto purissimo: la Vergine Maria, che lo ha immediatamente generato.
Accostando queste due genealogie, possiamo capire come questa prossimità era necessaria, perché solo immergendosi pienamente nella natura umana segnata dalla corruzione, Gesù poteva risanarla portando l'amore del Padre. E noi ancora oggi celebriamo la natività di Maria, sua Madre, perché ella è coinvolta pienamente in quest'opera risanatrice, nel disegno d'amore del Padre. Lei, prima redenta, affianca il Figlio ricalcandone le orme in un'adesione consumata nell'oscurità della fede. Lei, che, fino alla fine dei tempi, con materna premura, ci sollecita a fare "quello che Lui vi dirà" (Gv 2,5). Proprio come ha fatto Lei lungo tutto l'arco della vita. Un "sì" silenziosamente rinnovato ogni volta che il mistero si infittiva, un "sì" che ha spalancato le porte a Cristo salvatore.
Nella nostra preghiera riscopriamo quel dolce invito di Maria: "Fa' tutto quello che Egli ti dirà".