sabato 15 novembre 2008

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Siamo agli sgoccioli dell'anno liturgico, domenica prossima è la solennità di Cristo Re e la domenica successiva è la prima di Avvento, per cui ci troviamo a fare i conti con l’anno trascorso, come abbiamo camminato, a che punto siamo arrivati e, anche, quante occasioni abbiamo perso. La Chiesa ci offre il Vangelo dei talenti come strumento per rivisitare la nostra vita e guardarci allo specchio in maniera reale.
La pericope evangelica inizia con una partenza e una consegna. Il beneficiario dei beni vive la condizione di servo. Il servizio è la realtà nella quale esprimiamo in modo sommo ciò che Cristo ha compiuto nel suo viaggio verso Gerusalemme. In fondo, rispetto al viaggio che Gesù ha compiuto, la nostra fedeltà per la nostra condizione di servi è ben poca cosa. Ma è una realtà alla quale il Signore affida un valore immenso se vissuto nella consapevolezza che tutto dovrà essere a lui reso.
Dio consegna un patrimonio. Quel patrimonio non ce lo siamo del tutto meritato ed in fondo non appartiene del tutto a noi, perché della vita non possiamo fare ciò che vogliamo; essa appartiene al Signore ed è un dono che il Signore ci fa. La nostra vita è il primo e più prezioso talento che il Signore ci ha dato. La nostra vita è un dono fatto per gli altri. In quest’ ottica metteremo a frutto la nostra esistenza solo in quanto la sapremo spendere per gli altri. A cominciare da coloro che il Signore ci ha messo vicino, come compagni di viaggio. Saremo quindi misurati su quanto la nostra vita avrà arricchito la nostra sposa, i nostri figli, i nostri amici, i nostri compagni di lavoro. Ognuno di loro è una occasione per capitalizzare il nostro talento, ognuno di loro è misura della nostra capacità di donarci. Il nostro tempo, la nostra volontà, la nostra fedeltà, la nostra progettualità, questi i talenti ricevuti e che siamo chiamati a mettere a frutto. La nostra stessa libertà donata per amore.


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venerdì 14 novembre 2008

FIDUCIA NELL'AMORE

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


In questo mese, ognuno di noi ha un ricordo per i suoi cari defunti. Il 2 novembre li abbiamo ricordato insieme a tanti altri. Anche l'Ordine Carmelitano, come ogni famiglia religiosa, ha il suo giorno per ricordare i suoi defunti: il 15 novembre.
Il Vangelo del giorno ci fa riflettere sulla necessità di pregare sempre (vedi Lc 18,1-8). La preghiera non è una opzione della vita ma la vita, ecco perché è necessario pregare sempre, senza stancarsi. Quante volte mi sento dire: "padre, mentre prego mi distraggo, mi perdo d'animo". E' un pericolo ricorrente, quasi inevitabile nella preghiera, perché caschiamo sempre nell'insicurezza visto che Dio è invisibile e incontrollabile e non si può mai essere sicuri del suo ascolto e della sua risposta. A meno che la nostra fede è così salda, sicuri di essere amati da Dio, allora ogni dubbio svanisce. La preghiera è vita perché non si sovrappone alle nostre azioni, ma le illumina e le indirizza al loro fine. Un cuore orante non è altro che un cuore che realizza il più grande dei comandamenti: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente" (Lc 10,27). La preghiera è importante perché è desiderio di Dio. E' dialogo con Dio non è un flusso solo in un senso, ma è uno scambio, proprio come internet. La preghiera può essere il momento della noia o della gioia, del disgusto o dell'appagamento della nostra fame e sete di Dio, ma è anche il luogo dove la notra miseria si rivela nuda e cruda. Per pregare è soprattutto necessario essere umili e sentirsi poveri e bisognosi: "Dio ascolta proprio la preghiera dell'oppresso. Non trascura la supplica dell'orfano né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance e il suo grido non si alza contro chi gliele fa versare? Chi venera Dio sarà accolto con benevolenza, la sua preghiera giungerà fino alle nubi. La preghiera dell'umile penetra le nubi, finché non sia arrivata, non si contenta; non desiste finché l'Altissimo non sia intervenuto, rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l'equità" (Sir 35,13-18). Se un uomo così perverso, come il giudice della parabola, è capace di esaudire le richieste insistenti della vedova, Dio, che è giusto e misericordioso, non esaudirà prontamente le preghiere dei suoi eletti che gridano a lui giorno e notte, ossia "sempre, senza stancarsi"? Certamente! Anzi, l'intervento di Dio, a differenza di quello del giudice, è repentino ed efficace.
Mettiamo più fiducia nella nostra preghiera. Il brano del vangelo non fa altro che invitarci ad avere fiducia, ottimismo. Dio non ci esaudisce per togliersi dai piedi degli scocciatori, ma perché ci ama. L'interrogativo con cui si chiude il vangelo di oggi ci chiede una sempre rinnovata presa di posizione nei confronti di Dio. L'apostolo Paolo attendeva con fiducia la morte e il giudizio, perché aveva conservato la fede (cfr. 2Tim 4,7) e il suo esempio è di auspicio per tutti noi.
Preghiamo allora con le stesse parole del Salmista che troviamo come antifona d'ingresso alla Messa: La mia preghiera giunga fino a te; tendi, o Signore, l’orecchio alla mia preghiera (Sal 88,3).

UNA VITA VIGILANTE E RESPONSABILE

Un caro saluto a voi che leggete quanto scrivo!


Il Vangelo di oggi a primo impatto lo troviamo "apocalittico". Ma attenzione, dietro a quelle parole che magari possono impaurirci c'è una chiave i lettura che lo stesso Gesù dice: Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece l’avrà perduta la salverà (vedi Lc 17.26-37).
Questo brano è inserito nel contesto della fede che Gesù vuol trovare in ognuno di noi. Quello che Lui sta facendo non è altro che dare briciole della sua sapienza, perché noi, a poco a poco, possiamo esserne plasmati. Ma dobiamo occuparci del resto della nostra vita? Certamnte! Non è questo quello che Gesù vuole dirci. Anzi dobbiamo occuparci delle cose normali d'ogni vita. Ma mentre troppa gente lo fa dimenticandosi di Dio, ripiegata su se stessa, i discepoli di Gesù devono attendere a queste cose senza preoccupazione e con uno spirito diverso. "Cercate il regno di Dio e la sua giutizia e il resto vi sarà aggiunto" (Mt 6.33). E' il Regno che noi cerchiamo innanzitutto, nella sicurezza che il resto è donato in aggiunta. E' qui e ora che la salvezza si compie, nel presente quotidiano. Siamo inseriti nella storia profana o in tempi moderni come direbbe qualcuno, ma è queta storia che siamo chiamati a vivere come lievito del Regno e non come quello dei farisei. Gesù ci chiede di abbandonare ogni nostalgia del passato e ogni ansia per il futuro. Vuole che viviamo il presente con vigilanza attenta e fedeltà responsabile. Lui desidera che i nostri cuori siano liberi e pieni di speranza perdendo ciò che in noi è egoismo, negatività. Questo comporta un amore fiducioso per Lui e un amore umile verso tutti.
Allora sto cercando me stesso o Dio? Sono al servizio degli altri o solo del mio ego? Quando perdiamo la nostra vita? Domande che dovrebbero farci riflettere perché noi perdiamo la nostra vita quando rimaniamo chiusi in noi stessi, con cuore indurito, alienato dai fratelli. Invece, la troviamo quando siamo aperti verso gli altri con gesti d'amore, quando i nostri pensieri sono generosi, benevoli. E' nell'amore che troviamo la nostra vita e che siamo pronti a 'perderla' per Gesù e per il prossimo.
Facciamo discernimento della nostra vita, guardiamola fino in fondo e peghiamo così: Signore, tu sai tutto. Aiutami a vedere lo scorrere della mia vita nella Tua Luce e con uno sguardo cui nulla sfugge.

domenica 9 novembre 2008

AMORE E GIOIA: DONO DEL SIGNORE

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Ricordiamo con questo post il papa Leone Magno. Un grande papa venerato sia dalla Chiesa di Roma (il 10 novembre) che da quella d'Oriente (il 18 febbraio), Leone viene ritratto in abiti papali con in testa il triregno, e l'episodio della sua vita più rappresentato nell'arte è l'incontro con Attila.
La parola del giorno (vedi Lc 17,1-6) ci presenta un Gesù severo (tanto per non dimenticare che nella liturgia domenicale l'abbiamo visto adirato). Perché tanta severità di Gesù? Sembra venir in contraddizione quando dice di essere mite e umile di cuore (Mt 11,28-30). Gesù rimane sempre mite ed umile di cuore e tutti possono continuare ad andare a Lui. Ma rimane severissimo con chi, col suo agire contrario alla volontà di Dio, mette un serio inciampo (scandalizza) sulla strada del debole. Eppure lo stesso Gesù esprime fortissimo amore dentro l’imperativo del perdono. Ed è proprio questo contrasto nella pagina evangelica odierna, a parlarci! Nella nostra vita siamo infatti tentati istintivamente di capovolgere questo modo d’essere proclamato dal Signore. Forse il primo scandalo che i discepoli debbono evitare è quello di contraddire, con la loro vita, il Vangelo. A volte il nostro agire è più concentrato sul nostro ego, quindi su quello che interessa noi, senza stare a pensare se quello che stiamo facendo è iusto o sbagliato, se è un inciampo sul cammino dei più deboli che rimangono male impressionati. E per di più ci scusiamo col dire: Non c’è nulla di che scandalizzarsi! Al contrario, se toccano la nostra persona con parole o atteggiamenti offensivi, oh allora sì che facilmente scatta la durezza. “È la mia dignità offesa”. “Me la pagherà!” E la luce del perdono cristiano stenta a farsi strada nell’intimo. Gesù richiama perciò alla dimensione del perdono, una dimensione ineliminabile e quotidiana nella vita della comunità cristiana. Egli conosce bene la debolezza dei discepoli. Per questo aggiunge che la misericordia e il perdono debbono sovrabbondare sul peccato. Perdonare "sette volte", vuol dire sempre. Mai infatti il perdono deve mancare nella vita della famiglia di Dio, è come pegno dell'amore e della gioia che il Signore dona.
Nel nostro fermarci in preghiera spalanchiamo il cuore allo Spirito-Amore. Preghiamo così: Spirito Amore, fammi tu chiarezza interiormente! Dammi di non prendere abbagli, restando imprigionata in una “vita secondo la carne”. Ch’io cerchi te, Signore, e la forza di uscire dal mio ego per vedere, respirare e vivere la verità dell’amore. Amen.