martedì 27 gennaio 2009

ESSERE TERRENO PER BUONI FRUTTI

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


La parabola che ascoltiamo quest'oggi, nella festa di san Tommaso d'Aquino, è tra le più note del Vangelo (vedi Mc 4,1-20). Chissà quante volte durante le celebrazioni il nostro sacerdote ne ha delineato i vari punti. Chissà anche noi quante volte ci facciamo delle domande, alle volte non ci sono risposte precise, ma una cosa sicura ci sta: l'avanzare del Regno di Dio non segue le regole del comune buon senso. Va oltre, nella logica di una grazia sovrabbondante che continuamente ci supera e ci trascende. Ecco perché Gesù si sofferma a lungo sulle dinamiche di questo misterioso procedere di Dio nella storia e lo fa ricorrendo a ben quattro immagini, tra cui quella del seminatore. E' il cammino della fede e la fede è iniziativa del seminatore che getta il seme della Parola.
Nella nostra vita interiore è sempre Dio a partire per primo. La nostra fede è risposta a un'iniziativa: è accoglienza, è conversione nel senso di renderci conto di qualcuno che ci guarda. E ci ama. L'iniziativa di Dio è sempre gratuita e abbondante. Nessuno di noi seminerebbe nei posti che il Vangelo indica, però Dio lo fa. Ecco, qui abbiamo un atteggiamento di Dio: sa che alle volte il miracolo accade e che anche il cuore più indurito può aprirsi all'accoglienza della Parola; è un Dio che fa le cose strane ma che ha la pazienza di attendere i frutti. Non è straordinario? Dio ci conosce e ci ama e vuole in ogni modo incontrare ciascuno di noi.
Ma chiediamoci pure: che terreno siamo? Gesù descrive tre situazione di terreno una di questa ci appartiene. Il primo terreno è poco profondo, e rappresenta chi è incostante, chi si entusiasma subito e alla prima difficoltà molla tutto. Il secondo terreno è un terreno più profondo ma che viene soffocato dalle spine. E Gesù si premura di descrivere queste spine nelle preoccupazioni e affanni della vita: quando il vangelo non riesce a riempire il nostro cuore di serenità e ci lasciamo travolgere dalle cose concrete.
Sì, direte voi che non vi conosco, che la realtà è diversa, un conto è il vangelo, un conto è la vita. Avete ragione, però, cari miei, se la fede non cambia la concretezza della nostra vita, il vangelo è solo una pura illusione. Se il Cristo non incide almeno un poco nei nostri giudizi, perché credere? e a chi crediamo?
Infine l'ultimo terreno, quello buono. Siete tra questo? Modestia a parte? Per essere terreno buono cari miei bisogna che prima si sperimenti gli altri terreni. Lo diciamo nella preghiera personale che siamo dal cuore indurito e che siamo presi dalle mille faccende della vita.
Allora? Bisogna darsi e darsi ancora fino a marcire e morire per amore nel silenzio della terra, in attesa che si compia la beata speranza e la manifestazione della gloria di Dio (cfr. 1Tt 2,12). Perché "Chiunque, per amore, si concede e affida pienamente a Dio, è il più libero di tutti gli uomini, vive senza affanno, perché è certo che Dio non vuole, non può tollerare di perdere ciò che è suo" (Giovanni Ruusbroec). Sperimenteremo di essere terreno buono. Ed ecco allora venire i frutti di amore, di bene, di misericordia, di solidarietà. Il Vangelo va ascoltato con il cuore aperto, disponibile, con attenzione. Il seme è sempre una piccola cosa, appunto come il Vangelo, e ha bisogno di disponibilità. Gesù continua a spargerlo ancora oggi. Beati noi se lo accogliamo e lo facciamo crescere. I frutti sono preziosi per noi e per il mondo.
O Signore, sfalda le nostre inutili torri di parole e fa’ risuonare nel nostro cuore la tua unica Parola: Gesù, tuo Figlio e nostro Signore che vive e regna con te nei secoli dei secoli. Amen.

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