giovedì 28 maggio 2009

Venerdì della VII settimana di Pasqua

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Siamo arrivati agli sgoccioli, domenica è Pentecoste. In questi giorni stiamo ascoltando e leggendo il vangelo di Giovanni. Sia oggi che domani il Vangelo ci parlerà dell'ultimo incontro di Gesù con i suoi discepoli. Fu un incontro celebrativo, marcato dalla tenerezza e dall'affetto.
Questa manifestazione di Gesù ai discepoli sul mare di Tiberiade è l'ultima che il quarto vangelo ci narra. Anch'essa, oltre ad essere prova del fatto della risurrezione, è anche "segno" tangibile della presenza e dell'azione permanente di Cristo Risorto nella comunità dei suoi discepoli, nella Chiesa.
Il Vangelo odierno ci narra del riscatto e della riabilitazione di Pietro (vedi Gv 21,15-19). Conosciamo già il triplice rinnegamento di Pietro quando Gesù venne arrestato. Ora si ripete per lui, su esplicita richiesta del Signore, - "mi ami tu più di costoro?" - una triplice ed umile affermazione di fede e di amore.
Non so quale tensione ha provato il cuore di Pietro, ma credo che il suo cuore fu molto scosso da questa domanda, anche perché la sua triplice ripetizione deve avergli fatto tornare alla mente quei tristi momenti della passione del Maestro e la sua incapacità a rimanergli fedele.
In questo dialogo, Gesù "marca la mano" aggiungendo:
"più di costoro", proprio a lui che non ha saputo amare correttamente. Adesso nell'amore e con amore Gesù entra nell'abisso del cuore di Pietro e purifica ciò che di timore, di incertezza, di vergogna gli è rimasto nell'angolo più oscuro della sua anima donandogli e chiedendogli il coraggio di una bellissima professione di fede amorosa: "Signore tu sai tutto; tu sai che ti amo". Con questa affermazione, Pietro ora ha messo a nudo tutto di sé: la sua colpa e il suo amore, la sua debolezza e la potenza della vita di Gesù in lui.
Su questa debolezza e su questa potenza, gratuitamente donata, Gesù radica il ministero che affida a Pietro: "Pasci le mie pecorelle". Il sigillo del suo servizio tra i fratelli e le sorelle nella fede in Cristo è l'amore che tutto perdona; non solo, è l'amore che cura e guarisce le ferite dell'anima mettendo più amore lì dove ce n'è poco o è debole e fragile. E' così che è riaffermato e conferito in pienezza a Pietro e ai suoi successori, il primato nella chiesa. E' così che quel dono, senza perdere il suo aspetto giuridico, si adorna delle doti migliori, quelle della incondizionata fedeltà e dell'amore profondo a Cristo. E' su questa scia che si sta movendo l'attuale Pontefice, il successore di Pietro. Questa è la via che potrà fare della chiesa un solo ovile sotto un solo pastore nella perfetta unità, per cui lo stesso Gesù ha pregato.
L'investitura di Pietro a pastore supremo del gregge di Cristo è seguita dalla profezia del suo martirio. Questa però è fatta in forma di metafora e tertulliano dice di lui: "Pietro viene cinto da un altro allorquando vien legato alla croce" (Tertulliano, Scorpiace, 15). L'invito a seguire Gesù, in queste parole non un semplice andare dietro a Lui, ma più profondamente, un invito a seguirlo nella morte (cfr. Gv 13,36).
Anche a noi viene rivolta la stessa domanda di Pietro, forse non siamo chiamati al martirio, ma sicuramente ad essergli testimoni del suo amore.
Vieni, Santo Spirito e insegnami la via dell'amore. Pungolami continuamente perché non mi senta mai un arrivato, ma in te trovi la forza e il coraggio di puntare sempre oltre, verso la pienezza della verità rivelata in Cristo Gesù. Amen.

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