venerdì 3 luglio 2009

Sabato della XIII settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Siamo al primo sabato del mese, un giorno prettamente mariano e in questo giorno il calendario carmelitano ci ricorda la Beata Maria Crocifissa Curcio.
Il Vangelo di questo Sabato della XIII settimana del Tempo Ordinario narra che i discepoli di Giovanni si scandalizzano perché i discepoli di Gesù non digiunano (vedi Mt 9,14-17). Gesù da una risposta significativa: Possono forse digiunare quando lo sposo e' con loro?
In questa risposta è racchiusa tutto il mistero dell'incarnazione. Dio, Sposo di Israele, ha portato a compimento la sua promessa. È finito il tempo dell'attesa, il tempo del fidanzamento annunciato dai profeti. In Cristo, Dio ha sposato l'umanità unendola a sé in modo indissolubile. Un mistero che non può essere circoscritto a un'epoca storica: ogni tempo ne è saturo, ogni uomo può dire: lo Sposo è con noi, con me. Una realtà che ha il potere di trasfigurare la storia, di dare senso e pienezza ai nostri giorni.
Con questa sua risposta, il Signore vuole dare un nuovo significato e valore al digiuno e nel contempo indicarne i momenti più opportuni. Per questo non bada allo scandalo e celebra un banchetto nuovo e tutti gli uomini, i discepoli in prima persona sono gli invitati alle nozze. Quindi lungi dalla testa pensare e proporre il digiuno mentre si celebrano le nozze e si è nel pieno della festa, della gioia.
Solo quando lo sposo non sarà più presente, perché violentemente tolto e condannato alla crudele passione, anche gli apostoli digiuneranno. Allora ecco la nuova concezione del digiuno, è determinato da un'assenza, da un lutto, da un distacco, da una forzata privazione e dall'attesa di un ritorno dello sposo. Qui il senso della gioia cristiana che muore con Cristo e risorge con Lui.
Fare festa è la ricerca di Dio che vuole la relazione con la sua creatura, che la eleva a suo partner, si lega a lei nell'inscindibilità della relazione nuziale, le parla d'amore e chiede una corrispondenza d'amore. Questo significa che vi è una presenza perenne dello Sposo, una presenza che dovrebbe farci trasalire di gioia in ogni istante, che dovrebbe trasformare i nostri giorni in una festa.
Quindi, buttiamo via gli abiti del lutto, il grigiore che sta dentro e fuori di noi, dove l'entusiasmo e la gioia sembrano irrimediabilmente sepolte, la pesantezza di certe "spiritualità" improntate a volontarismo e ascetismo di cattiva lega, dove prevale il dovere per il dovere, il "digiuno" per il digiuno, non permettono davvero, a chi non crede, di vedere e neppure di supporre che siamo incamminati verso il pieno compimento di una festa nuziale già in atto.
Nel frattempo che giunga il compimento, cioé le nozze finali nel banchetto celeste, viviamo nell'attesa della beata speranza e il digiuno diventi l'alimento necessario della fede e la testimonianza doverosa della nostra gratitudine verso Colui che l'ha praticato ininterrottamente, restando tra noi nell'umiliazione della carne.
Certi di questa presenza perenne dello Sposo, possiamo pregare così: Mio Dio, il tuo amore mi raggiunge, mi avvolge, mi invita alla gioia. Come rispondervi adeguatamente? Tu stesso me ne indichi la strada: lasciandomi amare senza inutili e sterili ripiegamenti sulla mia pochezza. Ebbene, Signore, io te la dono.

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