Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Il Vangelo di questa domenica ci riporta degli elementi essenziali per la riflessione e la preghiera. Possiamo definire questa domenica: la domenica del lebbroso.
L'evangelista presenta un lebbroso che va verso Gesù. C'è un movimento da parte dell'uomo verso Colui che può fare qualcosa per lui. Un movimento che chiamiamo fiducia, perché vede in Gesù colui che può sanarlo, purificarlo.
Questa fiducia è testimoniata dai gesti che lo stesso lebbroso usa fare: "lo supplicava in ginocchio". La supplica è un atto di implorazione, è ciò significa che il lebbroso riconosce in Gesù non il guaritore di turno, ma il Signore della vita, Colui che gli può restituire la salute del corpo e dello spirito.
Incontrare Gesù carissimi, è riconoscere che Lui può guarirci, che può sanare le nostre ferite, che può reintegrarci. Il lebbroso è anche l'escluso dalla società.
Quanti lebbrosi nella nostra società? Forse non lo sappiamo, proprio perché li abbiamo esclusi, gli abbiamo tolto la parola, la vita magari nascondendoci dietro a una legge. Il Vangelo non porta il nome del lebbroso, è anonimo… potrebbe rappresentare tutti gli uomini in difficoltà…forse anche noi. Anche Gesù ha un suo movimento qui, dei suoi gesti: "si commuove" "si agita a compassione". Il termine in ebraico indica le viscere materne. Con ciò l'evangelista dice che Gesù dimostra che prima di tutto bisogna mettere attenzione all'uomo e alle sue difficoltà e ai suoi mali. La persona anche se sta in condizioni pietose ha una sua dignità.
L'altro movimento di Gesù è quello di "stendere la mano". Lo stendere la mano è il segno di umanità e di amore. E' il gesto in cui si fa sentire il calore umano al sofferente, all'emarginato. Anche se qui la legge viene infranta. il lebbroso non solo viene sanato, purificato, ma riacquista la vita, quella stessa vita che aveva perduto.
Il brano ci pone delle domande di vita, ci chiede: quale rapporto abbiamo con le persone sofferenti, ammalate. Le emarginiamo? magari perché non sono i nostri malati?
Anche noi siamo stati bravi a istituzionalizzare il dolore, la malattia, la derisione, l'emarginazione… siamo esperti solo a "celebrare le ricorrenze" e poi l'indomani dimenticarsi per darci appuntamento al prossimo anno. E tutto il resto dell'anno cosa facciamo?.Il vangelo ci ricorda che il nostro comportamento deve essere quello di persone credenti che "vanno" a Gesù e apprendono da lui come vivere nella società e contemporaneamente come distinguersi dalla e nella stessa società.
Allora diamo alle persone bisognose ciò che pretenderemmo fosse dato a noi. Gesù non cerca successo per i suoi seguaci, ma pretende i risultati.scarica i testi della Messa
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Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Con la liturgia odierna, mentre gli innamorati festeggeranno san Valentino, la Chiesa celebra la festa dei santi Cirillo e Metodio.
I santi Cirillo e Metodio sono stati mirabili messaggeri di pace, di bene e di salvezza presso i popoli slavi.
Siamo alla fine del Vangelo di Marco. Una finale, che pur essendo canonica, non è redatta dal noto Evangelista. E' una "reliquia" della prima generazione cristiana, che contiene un riassunto delle apparizioni del risorto e una sintesi dell'annuncio (Mc 16,9-20). Però ci fanno riflettere ugualmente sul kerygma cristiano. Qui, infatti, si insiste sulla missione di portare il vangelo in tutto il mondo, unendo strettamente la testimonianza della parola a quella delle opere, dei segni (vedi Mc 16,15-20).
Nel testo torna ripetutamente il verbo "credere" come condizione essenziale per "essere salvi". Ricordiamo qui un oracolo del profeta Isaia: Dice il Signore Dio: "Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non fugga" (Is 28,16).
La nostra vita è come un bivio ove non sai quale strada prendere: o credere in Dio cercando in Lui il senso del nostro essere ed agire, pur nella fatica di "seguire, umilmente e ogni giorno, le tracce della sua grazia che ci attira" (Cassiano), o fuggire da Dio e da se stessi disgregandosi interiormente fino ad autocondannarsi alienandosi in eterno dall'Amore trinitario.
Certo, non è scontato riuscire ad entrare nella dinamica della redenzione, anche perché essa richiede ai suoi seguaci un identico dono di sé: ad ogni credente, incorporato in Cristo, viene concesso il dono e la responsabilità di condividere questa stessa donazione, diventando nella comunione con Cristo sacramento dell’amore di Dio; per dirla con le parole di Isaia, i credenti sono chiamati ad essere pietre in un edificio spirituale che ha alla base la roccia di Cristo, come si legge nell’esortazione della prima lettera di Pietro: Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso. Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, sasso d'inciampo e pietra di scandalo. Loro v'inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati. (1 Pt 2,4-8).
E’ ancora una volta la fede ciò che fa la differenza: fede che non significa tanto aderire ad una verità quanto aderire ad una persona. E’ la fede che, nata dall’esperienza della propria fragilità assunta e redenta da Cristo, diventa annuncio della salvezza per ogni uomo che si affida all’amore di Dio.
Oggi fermandoci a pregare, poniamoci di fronte alla realtà dell'esistere: credere o fuggire; e aderendo certamente alla fedeltà di Dio disponiamoci ad essere "segno" perché a sua volta il mondo creda. Preghiamo così: Donami, Signore, di poter raccontare la mia fede con la lingua nuova dell'amore perché tutti attorno a me possano riconoscere in Te la sorgente della vita.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Gesù continua a comunicare il Vangelo in territorio pagano, continua il suo cammino missionario, dopo aver guarito la figlioletta della donna cananea tormentata da uno spirito immondo, Gesù giunge nella Decapoli, l'odierna Giordania, ancora tra i pagani (vedi Mc 7, 31-37). Il Vangelo infatti è per tutti, non è una Lieta Notizia per un gruppo elitario. Potremmo dire, anzi, che è atteso da tutti i popoli, da tutte le culture, da tutti gli uomini.
In questo suo viaggio missionario, Gesù continua a guarire i malati. A Sidone gli portano un sordomuto.
In tutto il Vangelo odierno la parola chiave è infatti "aprire". Secondo il tentatore Dio ha paura che si aprano gli occhi dell'uomo e della donna. Gesù al contrario "apre" questo sordomuto, lo apre alla conoscenza: "Effatà! Apriti ! ". E la parola che è stata detta a ciascuno di noi nel giorno del Battesimo: Dio ci libera, permette alla nostra vita di svilupparsi, di essere in comunicazione con lui. Il Vangelo continua a sottolineare che la guarigione, qualunque essa sia, nel corpo o nel cuore, avviene sempre in un rapporto diretto con Gesù, non nella confusione del mondo. C'è bisogno di un rapporto personale con lui, di vederlo negli occhi, di sentire la sua parola, anche una sola parola (il centurione chiese a Gesù: "di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito"). Anche in questo caso Gesù, dopo aver rivolto al cielo i suoi occhi, dice solo una parola a quel sordomuto: "Apriti!" ed egli guarisce dalla sua chiusura.
"Apri, Signore, il nostro cuore" si prega con il versetto prima del Vangelo, perché proprio questo è il desiderio di Dio. "Apriti!". E una gioia per noi sentire questa parola del Signore: aprirci è la nostra vocazione, aprirci al mondo, aprirci all'amore, aprirci alla vera conoscenza di Dio che è amore, che è luce in cui non c'è tenebra.
Nella nostra preghiera, riconosciamo la nostra sordità muta che talvolta ci allontana dalla familiarità con Dio.
Preghiamo così: Toccami Signore, gli orecchi, fammi ascoltare la tua Parola. Toccami con la saliva la lingua, donami il tuo Spirito, perché io sappia ascoltare e rispondere a te. Vinci in me tutte le resistenze che mi rendono sordo alla tua chiamata.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Continua il cammino. Gesù lascia Genesaret torna in terra pagana e vi resta per qualche tempo per compiervi una vera e propria missione di evangelizzazione (vedi Mc 7,24-30). Questo significa che il Vangelo non è riservato solo ad alcuni popoli o solo ad alcune persone. Gesù si rivela mandato a raccogliere tutti i figli di Dio, ovunque si trovino, anche i pagani, in un solo ovile sotto un solo pastore. È aperto a tutti e vuole accogliere tutti. Non c'è nessuno al mondo che sia estraneo al Vangelo; nessuno che non possa essere toccato dalla misericordia del Signore. Simbolo di tutto questo è la donna siro-fenicia che, in qualche maniera, "costringe" Gesù ad allargare i confini della sua missione. Si potrebbe dire che il Vangelo conduce Gesù sempre oltre, a non fermarsi dentro i confini abituali, neanche quelli della propria cultura e neppure quelli della propria religione.
Ma in questa donna troviamo anche un modello di vita di orazione. L'uso dell'imperfetto sottolinea l'insistenza tenace di questa madre angosciata che "gettandosi ai suoi piedi", con un gesto carico di dolore ma anche di fiducia e speranza, manifesta una fede grande, come rivela il testo parallelo di Matteo: «Gesù le replicò: "Donna, davvero grande è la tua fede!"» (15,28), che Marco invece riferisce così: «Per questa tua parola, va', il demonio è uscito da tua figlia». La donna, è esempio della preghiera della comunità cristiana e di ogni discepolo.
Questo episodio aiuta a capire qualcosa del mistero che avvolgeva la persona di Gesù e la sua vita con il Padre. L’atteggiamento della donna apre un nuovo orizzonte nella vita di Gesù. Grazie a lei, il progetto del Padre è per tutti. La donna pagana, serve a suscitare la gelosia dei figli, perché apprezzino il dono che a loro per primi è stato offerto (Rm 11,11). E Marco lungo le pagine del vangelo, ha un’ apertura crescente in direzione degli altri popoli.
In questo modo, Marco porta i lettori ad aprirsi nei confronti della realtà del mondo che li circonda, ed a superare i preconcetti che impedivano la convivenza pacifica tra la gente. Questa apertura verso i pagani appare in modo molto chiaro nell’ordine finale dato da Gesù ai discepoli, dopo la sua risurrezione: ”Andate per il mondo intero e proclamate il Vangelo a tutte le genti” (Mc 16,15).
Riconoscendo umilmente come l'apostolo Tommaso Gesù "Mio Signore e mio Dio", preghiamo così: Signore, rendimi "nuovo" nel tuo amore. Abilitami dunque a vedere l'altro complementare a me nelle sue diversità. Liberami da stolte rivalità, fammi camminare nell'amore che è sempre un uscire da me per farmi dono.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Carissimi, col vangelo odierno, Gesù indica la vera via della libertà che nasce dal cuore purificato e docile allo Spirito Santo (vedi Mc 7,14-23)
Nella religione ebraica, ai tempi di Gesù, si cavillava su quello che davanti a Dio era puro o impuro. Ma anche noi abbiamo oggi i nostri cavilli da fare presa di rivoluzione, senza guardare in faccia nessuno.
Non stiamo a difendere o andare contro l'igiene. Ma credo che nella vita abbiamo ben altro da purificare: la nostra stessa vita. Una vita che non sa più dove arrampicarsi, che appena succede qualcosa impazzisce e non sa più cosa dire e cosa sia giusto fare. Quale amore dobbiamo chiederci? Quale amore... quello delle sottigliezze? quello di togliere una vita? L'amore carissimi unisce a Dio in un rapporto che è il senso profondo del mio vivere. Non abbiamo bisogno di sacralizzare le cose esterne. Dobbiamo andare al cuore, all'interiorità, alle intenzioni del cuore: è lì che quanto io compio ha senso, acquista valore positivo o negativo, è gradito o no a Dio. Sant'Agostino diceva: "Beati coloro che si allietano quando, entrando nel loro cuore, non vi trovano niente di male. Per poter rientrare così nel tuo cuore, purificalo! Spazza via dal tuo cuore i sordidi desideri, l'avarizia, getta via i risentimenti... verso l'amico e anche verso il nemico. Togli via tutto questo e ritorna al tuo cuore: vi troverai la gioia".
Istintivamente il nostro cuore, malato di egoismo, non cerca il Regno di Dio e il trionfo del suo Amore, ma l'interesse personale. Eppure la promessa è consolante: "Vi purificherò ..... Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo" (Ez. 36,26).
E' quello che in realtà avviene se lasciamo che la grazia di Gesù morto e risorto ci penetri e ci converta ottenendoci le energie del suo Spirito che ci guarisce e vivifica.
Preghiamo sostando prendendo consapevolezza di quanto coltivare l'interiorità sia importante sempre, ma molto più oggi, in cui questo tipo di società stimola a "giocare" tutto sull'"apparire". E' da questa corsa al "sembrare" che derivano spesso le più grandi ingiustizie sociali di oggi.
Oggi che ricordiamo la Vergine di Lourdes, affidiamoci a lei perchè ci aiuti a gettare il nostro cuore nel cuore di Dio.
Preghiamo il Signore così: Dammi un cuore puro, Signore, che cerchi Te e quanto a Te piace.
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Nel leggere il brano di oggi (vedi Mc 7,1-13), che la liturgia ci propone nella memoria di santa Scolastica, può apparire un pò ridicolo sentire certe questioni. Ma rimane qualcosa per noi, popolo di questo secolo. C'è un cuore che si è allontanato dal cuore di Dio.
Questo lungo brano evangelico riporta una discussione tra Gesù e i farisei sull'osservanza di alcune prescrizioni riguardanti la purificazione. I discepoli di Gesù si sentivano "liberi" da queste norme rituali che poi non erano dettate dalla Scrittura ma aggiunte dalla "tradizione degli antichi".
Inizialmente le disposizioni ricordate erano riservate ai sacerdoti; solo successivamente vennero estese a tutto il popolo. La disputa che nasce tra Gesù e i farisei si sposta subito su ciò che è puro e ciò che non lo è.
Il brano presenta una religiosità delle labbra e una religiosità del cuore. La prima è di facciata, fatta di parole, intrisa di doppiezza, che fa di te un sepolcro imbiancato, bello fuori e marcio dentro.
La seconda invece è pura manifestazione d'amore e l'amore sgorga solo da un cuore semplice che accoglie la Parola di Dio e la mette in pratica. Chi vive sinceramente della Parola non dice: "Signore, Signore..." rimanendo chiuso nel proprio egoismo, ma cerca e compie sempre in tutto la volontà di Dio.
Gesù riporta il problema dell'osservanza delle norme sul suo punto nodale: il cuore. Il cuore, infatti, è la fonte dell'impurità. Dal cuore nascono i pensieri malvagi, le intenzioni impure, le decisioni cattive. È il cuore perciò che bisogna curare; è dal cuore che deve essere sradicata la gramigna ed è nel cuore che va accolta e custodita la Parola di Dio. Maria, la prima dei credenti, ce lo insegna fin dall'inizio. Essa, scrive il Vangelo, "custodiva nel cuore tutte queste cose", tutto ciò che vedeva accadere a Gesù.
Nella preghiera personale cominciamo a respirare lentamente come se dovessimo respirare ossigeno. Proviamo a volgere il nostro sguardo verso Gesù "respirandolo" custodendo nel cuore la Sua Parola per sottrarci con volontà decisa da quella sottile ambiguità che talvolta affiora dal nostro ego inautentico. Preghiamo così:
Donami di custodire con ogni cura il mio cuore, Signore, perché non mi accada d'essere un sepolcro imbiancato e d'infrangere con fantasmi di cose vané il ricordo puro e incessante della tua legge d'amore.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Continua il cammino del Verbo del Padre per risanare le nostre infermità (vedi Mc 6,53-56).
La malattia è oggi un tema dimenticato, riservato agli addetti del settore e a chi – sfortunatamente – ne fa esperienza sulla propria pelle. D'altronde nel mondo super-efficiente come il nostro, la malattia è discrepanza, fastidio, dimensione che intristisce, quindi meglio non parlarne o, al limite, parlarne quando roboanti proclami dei successi della ricerca suscitano improbabili speranze in un futuro che, comunque, non potremo vedere (vedi il caso di Eluana Englaro e tanti casi simili).
Chi andiamo cercando oggi? Abbiamo visto nel Vangelo che la gente cerca Gesù come salvatore del popolo e operatore di prodigi: per ora non sembra che germogli in essa una fede più profonda. Noi, lettori del vangelo dobbiamo convincerci che bisogna "toccare" Gesù in un senso più vero di quanto non abbiano fatto i galilei; si deve credere in lui come nel Messia promesso, che raduna il popolo di Dio e che è veramente il Figlio di Dio.
'Toccare': per ben 30 volte nei vangeli sinottici è utilizzato questo verbo nei racconti di guarigione. Ed è un gesto quasi all'insegna della reciprocità: se spesso infatti è Gesù che tocca i malati, talvolta sono loro che gli si gettano addosso per toccarlo, quasi a volerne carpire la guarigione. E' vero che tutti vengono sanati, ma il vangelo ci rende avvertiti anche della sciagurata eventualità che il nostro toccare Gesù non ci salvi veramente perché è solo un gesto esteriore. L'evangelista Marco infatti annota che una folla 'si stringeva attorno' a Gesù, ma soltanto l'emorroissa, per l'audacia della sua fede, ottiene di essere guarita.
Per dono, anche a noi è dato di 'toccare' Gesù e di essere toccati da Lui: nella Sua Parola, nel Suo silenzio Eucaristico, nella bellezza del cosmo e nella gratuità dell'amore, offerto e ricevuto. Quando allora questo gesto si svuota? Quando ad esso non corrisponde la luminosità di una fede solare. Ed è così ogni qualvolta non ci lasciamo interpellare nel profondo dalla Parola e il Sole eucaristico non ci raggiunge più, né ci riscalda il cuore l'amore per gli altri e lo sguardo stupito sul cosmo.
La nostra preghiera sia un farsi toccare da Gesù perché il suo amore mi guarisca. Soprattutto cercherò di aggrapparmi alla frangia della sua veste i cui fiocchi, com'è prescritto nella legge ebraica (cfr. Nm 15,37-39), mi ricorderanno tutti i comandamenti del Signore. Farò mia questa preghiera di sant'Agostino:
Tu mi hai chiamato, Signore, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.