sabato 21 febbraio 2009

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo la VII domenica del tempo Ordinario. In questa domenica la liturgia sembra anticiparci quanto mercoledì faremo con l'inizio della quaresima. Infatti il Salmo responsoriale ci fa pregare così: Rinnòvaci, Signore, col tuo perdono. Parole che non incontriamo solamente in quaresima, ma come è evidente anche durante il corso dell'anno liturgico.
Queste parole le incontriamo durante la nostra vita ordinaria, una vita ammalata, paralizzata. Ed è proprio in questa situazione di vita che Gesù continua a passare in mezzo a noi, nonostante l'atteggiamento diffidente che spesso usiamo, critico e ostile degli esponenti del giudaismo locale, ma che si rinnova ancora tutt'oggi.
Il tema centrale del racconto odierno è il perdono dei peccati. Nella mentalità corrente, tale perdono era condizionato ad una serie di purificazioni rituali, o alla riparazione di un danno arrecato ad altri, o ad un intervento distruttore di un Dio ormai stanco dei malvagi... In questo contesto, risulta scandalosa la posizione di Gesù: chiama quell’uomo “figlio” (v. 5), a significare che per Dio anche il peccatore non pentito è sempre un figlio amato; gli offre un perdono incondizionato, senza esserne neppure richiesto, senza esigere alcun rito di purificazione; agisce con una gratuità che scandalizza chi pensava che l’uomo, compiendo certe opere o riti, poteva meritare il perdono di Dio. Al contrario, neppure il pentimento del peccatore è capace di produrre il perdono, che invece è dono gratuito di Dio, segno del rinnovamento interiore operato dalla grazia.
Ancora oggi abbiamo bisogno di essere perdonati. Gesù nel Vangelo dice: "Figlio". Sì, perché anche se eravamo smarriti, se siamo fuggiti di casa come il "figlio prodigo", siamo sempre nel cuore del Padre e Gesù è venuto a rincuorararci e a sanare la nostra paralisi, che non è altro che
paralisi d'amore.
Affidiamoci alla misericordia del Signore. Il paralitico si rimise nelle mani dei quattro barellieri. Chiese aiuto agli amici perché potessero condurlo a Gesù. Anche noi abbiamo bisogno di essere condotti da Gesù. Anche noi possiamo avere qualcuno che ci guidi la strada per poter arrivare alla liberazione dal nostro male, che non significa stendere un velo per coprire una realtà negativa, una piaga, che permane, ma è la creazione di una realtà nuova. Dio trasforma dal di dentro, rinnova il cuore e la vita; non ricicla, ma ri-crea. Dio sorpassa i restauri, perché fa cose nuove. In tempi di esilio, Isaia (I lettura), per superare un passato negativo, annuncia la sorpresa di Dio: “Ecco, io faccio una cosa nuova”. E presenta tre simboli di novità: un germoglio, una strada nel deserto, fiumi nella steppa (v. 19). La novità di Dio, Padre fedele, si è manifestata in Cristo (II lettura), nel quale “tutte le promesse di Dio sono sì” (v. 20): si sono compiute a nostro favore.
Il lettuccio che ci portiamo dietro adesso non è più ristretto ma si è ingrandito. Esso è una nuova casa, la casa di tutti i figli dell’unico Padre, la comunità credente. Il miracolo ebbe luogo “sotto gli occhi di tutti”, e tutti lodavano il Dio che salva (v. 12). A tale obiettivo -il perdono dei peccati e la vita del nuovo popolo di Dio- tende la missione, come nota Luca nel mandato missionario alla fine del suo Vangelo: “Nel suo nome (di Cristo) saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47). È questa la bella notizia missionaria, che la prossima Quaresima ci invita a riscoprire ed annunciare.
“Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della Quaresima. Ci accompagni la Beata Vergine Maria e ci sostenga nello sforzo di liberare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più tabernacolo vivente di Dio” (Benedetto XVI, dal Messaggio per la Quaresima 2009).


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venerdì 20 febbraio 2009

ASCOLTIAMO OGGI LA SUA VOCE

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


In questo sabato, l'evangelista Marco ci presenta l'evento della Trasfigurazione e lo colloca al centro della sua narrazione evangelica, quasi a sottolinearne la centralità sia nella vita di Gesù che in quella della comunità cristiana che i tre discepoli rappresentano (vedi Marco 9,2-7).
Davanti abbiamo una scena straordinaria che mostra alla comunità cristiana chi è veramente Gesù: il Messia che avevano preannunciato le Scritture (Mosé ed Elia, i due profeti che colloquiano con Gesù).
Gesù dopo aver predicato il vangelo dell'Amore per tutta la Palestina e scelto i dodici, sa che la Buona notizia non è ancora stata compresa che in piccola parte: vede i discepoli ancora dubbiosi e tiepidi, soprattutto hanno un'idea diversa della messianità di Gesù.
Per confermare nella fede almeno i più intimi, dopo aver istruito tutti sulla sua futura passione e sul rinnegamento del mondo, "Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E si trasfigurò davanti a loro: il suo volto risplendette come il sole e le sue vesti divennero candide come luce".
Sia Marco, che Matteo e Luca situano la vicenda nei giorni immediatamente successivi alla confessione di Pietro avvenuta a Cesarea di Filippi. Si tratta, quindi, di un momento decisivo della vita di Gesù. Un momento segnato dal progressivo allontanamento delle folle di Galilea, il cui motivo è causato, forse, da una visione messianica contraria alla prospettiva della Passione.
In questa luminosissima scena, Gesù, trasfigurandosi, anticipa per un momento quel mistero ineffabile che è la sua e che sarà la nostra Resurrezione. Anzi attraverso il mistero della sofferenza che conduce alla Resurrezione, l'intento di Gesù sarà quello di rafforzare e incoraggiare per seguirLo nel suo cammino di sofferenza. Inoltre, assicurerà che tale cammino di sofferenza e di morte sfocerà nella vita e nella gloria del regno di Dio.
L'imperativo del Padre: "Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo" vuole essere il documento di una identità divina, Colui che vale la pena, in assoluto, di ascoltare e, nello stesso tempo, della necessità di un ascolto profondo e radicale della parola del Cristo, che passa dalla croce per giungere alla risurrezione.
Risuona forte per noi allora l'invito di oggi e di sempre da parte di quella voce "alta", dal cielo: «Ascoltatelo!". La parola umana può e deve divenire parola di benedizione, di gioia, di pace, e lo è solo in quanto parola ricevuta, generata a partire da un profondo ascolto del Verbo di Dio, della sua Parola fatta carne in Gesù.
Fermiamoci a contemplare l'icona della trasfigurazione e contempliamo Gesù come luce del nostro esistere, come Parola che illumina e salva.
Preghiamo così: Ti amo Gesù anche senza averti visto e perciò il mio cuore esulta di gioia indicibile. Donami un cuore attento alla tua voce e amoroso della tua Parola. Che io ti ascolti e viva per le strade di ogni giorno testimoniando l'Amore.

giovedì 19 febbraio 2009

CON UMILTA', FIDUCIA E AMORE ANDIAMO VERSO LUI

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Nella riflessione del Vangelo di questo venerdì (vedi Mc 8,34-9,1), non abbiamo solamente un invito a seguire così come possiamo intendere, ma anche un invito a capire se abbiamo voglia di salvare la nostra anima. Voler salvare la propria anima, cioè la propria vita, non è una preoccupazione egoistica, proprio perché è fondata sull'abnegazione, al seguito di Gesù: "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua".
Gesù ci ha dato l'esempio: non ha conquistato orgogliosamente il cielo
("Facciamoci un nome!" dicevano gli uomini a Babele), ma si è abbassato; non ha innalzato se stesso, ma si è umiliato: "Spogliò se stesso" scrive san Paolo ai Filippesi, "umiliò se stesso. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome". Così Gesù ci ha insegnato la via del perdersi per amore, l'unica via per salvare la nostra vita.
Con chiarezza vengono affermate le condizioni per poter seguire Cristo o meglio per potersi ritenere legittimamente suoi discepoli: rinnegare se stesso, prender la sua propria croce e camminare dietro al Maestro, ripercorrendone le sue orme. Il rinnegamento di se stesso è indispensabile per credere a Dio ed assegnargli il primo posto nel governo dell’uomo, che diversamente si autogestisce avviandosi un po’ per volta verso la rovina. Prendere poi la propria croce equivale ad accettare la condizione umana che è fatta di esperienza del dolore e dei tanti limiti; camminare dietro a Gesù significa seguirlo umilmente, fidandosi di lui in ogni circostanza della vita. Le virtù che ci aiutano ad assumere il retto comportamento nei confronti del Cristo sono l’umiltà, la fiducia e l’amore verso di Lui. Virtù che alimentiamo ogni giorno con la forza della preghiera e con l’esercizio delle buone opere. E' la via dell'amore che ci conduce verso la salvezza dell'anima e Gesù indica la strada dell’amore: perdere sé, la propria vita ma in quello che ha di inautentico; trovare il cuore del proprio esistere: quel sé profondo amato dal Signore, a sua immagine e somiglianza, perché capace di mettere a morte la propria istintività egoistica, pur di amare.
Lasciamoci allora interpellare a fondo da Gesù che c’indica la qualità di vita che conta. Preghiamo così: Donami un cuore capace di amare, Signore, capace di donare tutto purché l’Amore che sei Tu entri nel cuore di ogni fratello e sorella.

mercoledì 18 febbraio 2009

CHI E' GESU'?

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


"Chi è Gesù?". Questa domanda posta come titolo a questa riflessione ma, presa dal Vangelo di Marco odierno (vedi Mc 8,27-33), occupa il centro fisico della narrazione, tanto è determinante. Potremmo dire che è una domanda centrale.
Fin dagli inizi, nella Chiesa delle origini, il mistero dell'identità del Cristo ha concentrato l'attenzione dei fedeli, degli storici e dei pensatori. Anche Marco insegue nel suo vangelo l'interrogativo che lo intriga: "Chi è Gesù?" L'episodio di Cesarea di Filippi è un po' il fulcro di questa ricerca a cui Pietro sembra rispondere con chiarezza: "Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio".
Allora, come oggi, si parla molto di Gesù, sui giornali, nei dibattiti, tra amici. Chissà perché la fede è quell'argomento che emerge timidamente, quasi con vergogna, alla fine di una cena tra amici. E Gesù ci sta. Chi dice che sia, la gente? Le risposte le sappiamo: "un grand'uomo" ,"un uomo mite", "un messaggero di pace". per non dire di scoprire attraverso i libri dei giornalisti, che non sono testimonianza e tanto meno una vera e profonda conoscenza di Cristo Gesù e del suo messaggio. Ora, quanto può girare attorno alla persona di Cristo lo possiamo riconoscere come vero, ma poi ci si ferma qui. A stento accettiamo la testimonianza della comunità dei suoi discepoli: Gesù è Cristo o, addirittura, Gesù è Dio stesso. Forse per tanti abbiamo un Gesù da ammirare in quanto personaggio del passato, un Gesù di cui prendiamo quel libro chiamato Vangelo e leggerne qualche insegnamento come se fosse un'aforisma. Ma Gesù non ci sta a questo gioco e, a bruciapelo, pone oggi a ciascuno di noi ancora una volta la domanda: "Voi chi dite che io sia?", cui - nel Vangelo - segue la confessione di fede dell'apostolo Pietro: "Tu sei il Cristo". Da questo momento l'insegnamento del Signore si farà più intenso, martellante. Per ben tre volte, come riferiscono tutti e tre i sinottici, Gesù darà l'annuncio della sua passione.
Quale è il senso di questa parola di salvezza? Marco precisa che il dialogo tra Gesù e i discepoli avviene "per via". Credo che per noi è ancora così! Quello che diciamo di Gesù, lo diciamo "cammin facendo", senza presumere di poter giungere a conclusioni affrettate e definitive. Nessuno infatti può dire di aver capito perfettamente chi è Gesù Cristo, nel mistero della sua morte e risurrezione che infinitamente ci supera e ci trascende. Siamo "per via", in ricerca e in attesa. E dunque abbiamo bisogno di essere rafforzati continuamente dalla Parola del Signore. Essere suoi discepoli significa percepirsi nel dinamismo di questo continuo "tendere verso", aperti a capire di più, a vedere meglio, ad andare oltre le affermazioni teoriche, cerebrali, per professare una fede che ci coinvolga esistenzialmente. Una professione che attesti il nostro personale incontro con la persona di Cristo e non semplicemente un'idea, magari anche teologicamente esatta.
L'affermazione di fede di Pietro, a nome di tutti, appare chiara: "Tu sei il Cristo!" che significa il Messia, cioè il consacrato da Dio. E ha fatto bene Pietro a confessare la sua fede. Ma noi siamo sicuri che Gesù è il Cristo?
Forse non abbiamo la minima idea, forse come Pietro siamo di scandalo e anche dentro di noi risuona quella parola: "Va via da me, Satana! Tu non pensi come Dio, ma come gli uomini".
Siamo nel 2009 è abbiamo una fede ancora fragile, bisognosa di essere nutrita dal Vangelo. La vostra vita, purtroppo non è stata arata e scavata dal solco della croce.
Preghiamo così: Tu sei il Cristo! Fa' che sappia dare un significato personale e tangibile a questo tuo Nome. E liberami dalla presunzione di sapere già tutto di Te o di conoscere a perfezione la strada sulla quale mi condurrai. Tu che sei il Cristo, il Maestro, l'Atteso, la presenza stessa di Dio per noi. Amen.

martedì 17 febbraio 2009

SIGNORE, CHE IO VEDA!

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Nel Vangelo di oggi (vedi Mc 8,22-26) vediamo la semplicità del Signore Gesù e anche la sua umiltà. Ancora una volta Gesù prende con sé il malato che gli conducono e lo porta in disparte fuori del villaggio. Questa volta è un cieco di Betsàida. Per compiere il miracolo si nasconde, conducendo il cieco fuori del villaggio per non essere visto. Il rapporto con Gesù è sempre personale; non basta incontrarlo fugacemente o in modo rituale. Il brano di Marco sottolinea la necessità di una compagnia amichevole, personale e continuata con il Signore. Il rapporto con Gesù segue la logica dei rapporti tra di noi.
E' interessante notare che, come per il racconto del sordomuto, anche questo del cieco che recupera la vista ha una precisa collocazione. Marco pone tanto l'uno che l'altro al termine di un nucleo narrativo che si era aperto con una moltiplicazione dei pani seguita dall'incomprensione dei discepoli che ricadono nel loro "cuore indurito" per mancanza di fede. L'operato di Gesù riguarda un'apertura dei sensi. Nel primo caso l'udito e la facoltà di parlare, nel secondo la vista. E quel che subito colpisce è che, tanto in un caso come nell'altro, Gesù conduce "in disparte", lontano dalla folla, il sordomuto. Quanto al cieco, Lui stesso lo prende per mano e lo conduce fuori dal villaggio.
L'evangelista annota per noi una domanda di Gesù al cieco, dopo aver messo la saliva sugli occhi del cieco e imposto le mani: "Vedi qualcosa?".
Fa pensare ad un miracolo compiuto a metà: "Vedo gli uomini; infatti vedo come degli alberi che camminano". Di nuovo Gesù gli impone le mani e il miracolo è completo: "Vedeva a distanza ogni cosa".
In tutto questo possiamo leggere benissimo una guarigione a tappe: "Vedere qualcosa", "vedere a distanza" e "vedere chiaramente". Questo capita anche a noi. E fino al compimento dei nostri giorni, quando, conclusa la fatica della fede, saremo, per grazia, abilitati a vedere Dio in pienezza chiaramente e senza opacità. L'insegnamento è quanto mai attuale, oggi, perché la vita è troppo spesso assordante. Ingorgo di rumori che stancano la persona e più facilmente la irretiscono nel dubbio generalizzato.
In questa situazione dubbiosa, la parola oggi sottolinea la necessità che s'aprano gli occhi, ma quelli del cuore. E' un dono da chiedere con pazienza e fiducia.
In questo incontro tra il cieco e Gesù, risulta chiaro che la fede è un essere "toccato" da Gesù che non lo fa però in modo magico. Coinvolge piuttosto il nostro pazientare in un esercizio di fiducia grande.
Attenzione, però: fin da ora ci è dato di "vedere a distanza", cioè in limpida prospettiva evangelica, se veramente accogliamo la terapia di Gesù. Una terapia d'esposizione alla luce-energia dello Spirito, la cui efficacia comunque sempre subordinata ad una condizione: l'onestà di percepirsi miopi, sempre bisognosi di salvezza. Come dire: "Signore, non vedo ancora uomini ma alberi che camminano".
Durante la preghiera, facciamo risuonare dentro il nostro cuore la domanda di Gesù: "Vedi qualcosa?".
Domandiamo al Signore Gesù di aprire i nostri occhi perché possiamo avere di Dio non una idea povera, ma vera, ricca, che metta in noi un senso di adorazione, di ammirazione, di gratitudine. E come il cieco di Betsaida, alzando gli occhi verso Gesù griderò: "Signore, che io veda!".

lunedì 16 febbraio 2009

AVETE IL CUORE INDURITO?

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il Vangelo odierno (vedi Mc 8,14-21) ci dice che le e preoccupazioni terrene spesso ci impediscono di comprendere il messaggio di Cristo. Infatti, se il Vangelo ci ha narrato come la durezza di cuore dei farisei mette alla prova Gesù, ci sta anche un secondo rischio e quello siamo noi che definendoci cristiani, battezzati, etc. siamo tra quelli che non comprendono il Vangelo. Infatti Gesù ci ammonisce: “Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!”. Ma loro non capivano le parole di Gesù. Pensavano che lui parlasse così perché avevano dimenticato di comprare il pane. Gesù dice una cosa e loro ne capiscono un’altra.
Questo ‘scontro’ era il risultato dell’influsso insidioso del “lievito dei farisei” nella testa e nella vita dei discepoli. Il loro cuore è indurito fin dal giorno della moltiplicazione dei pani (6,52); essi non hanno capito nulla dell'opera messianica di Gesù né hanno compreso il mistero della sua personalità mentre egli camminava sulle onde del lago. Tuttavia Gesù non abbandona nemmeno ora i suoi discepoli, ma cerca di portarli a riflettere e a capire.

Gesù parla loro del lievito da cui guardarsi, dell'atteggiamento cioè dei farisei che può insinuarsi anche nella comunità e di quello di Erode che vede in Gesù un avversario, in Dio un concorrente; e loro, gli apostoli, in maniera incredibilmente ottusa, cominciano a dissertare sulla loro merenda. I discepoli devono stare attenti a non lasciarsi contagiare dalla mentalità dei farisei e di Erode. Gesù vuole che stiano lontani da questi due partiti: da quello dei farisei, la cui religione è più esteriore che profonda; da quello di Erode che è totalmente preso dalle cose del mondo e della politica.
Succede, alle volte, nelle nostre comunità di ingrandire a dismisura i problemi piccoli e piccolissimi per non vedere invece quelli grandi e ingombranti, chiudere il recinto del piccolo gregge per paura del confronto col mondo esterno.
"Avete il cuore indurito?". La diagnosi di Gesù si concentra essenzialmente su una malattia: la durezza di cuore. Il cuore, nel linguaggio biblico, indica non tanto la sede della vita affettiva, quanto la fonte dei pensieri e della comprensione. Qui viene denunciata la mancanza d'intelligenza, l'incapacità di vedere la portata messianica di ciò che sta accadendo: è l'accecamento dello spirito. I discepoli sono duri di cuore perché non hanno l'intelligenza per capire chi è Gesù: e questa intelligenza si identifica, di fatto, con la fede.
Chiediamo davvero al Signore di renderci liberi dalle incomprensioni, di non ripiegarci su noi stessi, se egli ci chiama a capire in profondità ciò che accade a noi e alla storia, chiediamogli di scuotere e provocare le nostre comunità quando perdono mordente e profezia e chiediamone il perdono.

domenica 15 febbraio 2009

APRIAMO IL NOSTRO CUORE A DIO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il vangelo di oggi (vedi Mc 8,11-13) narra una discussione dei farisei con Gesù. Anche Gesù, come avvenne con Mosè nell’Antico Testamento, aveva alimentato la gente affamata nel deserto, con la moltiplicazione dei pani (Mc 8,1-10). Segno che lui si presentava dinanzi alla gente come un nuovo Mosè. Ma i farisei non furono capaci di percepire il significato della moltiplicazione dei pani. Loro cominciano a discutere con Gesù e chiedono un segno, “venuto dal cielo”. In verità, il segno era lui stesso, la sua parola, la sua misericordia senza limiti, i suoi miracoli verso i deboli e i poveri. Ma essi non accettano questa "normalità" del Vangelo che pure cambia la vita al punto che folle intere si avvicinano a Gesù. I loro occhi sono appagati dalle loro pratiche e dalle loro osservanze e non riescono a vedere i prodigi che l'amore realizza. Non avevano capito nulla di tutto ciò che Gesù aveva fatto.
“Gesù sospira profondamente”, che significa la delusione di fronte al comportamento dei farisei così ciechi. Gesù non da alcun segno, non accetta nessun compromesso, non ci sta, non riconosce questi uomini presuntuosi e infantili come proprio collegio giudicante. Non c'è desiderio in loro, né amore, né curiosità autentica, né, soprattutto, alcuna capacità di mettersi in discussione. E li lasciò e se ne andò verso l’altra riva del lago. Non serve a nulla mostrare un bel quadro a chi non vuole aprire gli occhi. Chi chiude gli occhi non può vedere! Di conseguenza non vede neanche il segno. Gesù è il segno. Ma con quale disposizione interiore lo accogliamo? Con quale apertura del cuore?
Gesù non obbliga nessuno qui, ma si allontana, rispettando la decisione umana; ma fa capire che essa impedisce l'incontro e la salvezza.
La nostra vita di cristiani è un rischio possiamo correre ogni qualvolta ci appaghiamo della nostra condizione e delle nostre pratiche. Il Vangelo, che ogni giorno mette sempre in discussione l' autosufficienza e la sicurezza della nostra generazione, è il segno che ci viene dato della presenza del Signore nella nostra vita.
C'è veramente da fermarsi e capire se anche la nostra generazione è simile a quella degli scribi e dei farisei, facendo silenzio dentro e fuori di noi e pregando così: Signore, Dio nostro, a volte ci sembra che tu abbia disertato la terra e vorremmo che tu ti manifestassi con un segno clamoroso alla gente del nostro tempo. Aiutaci a riconoscere la mancanza di fede che si nasconde in questo desiderio, perché il migliore dei segni tu ce l'hai già dato in Gesù Cristo, che ha donato la sua vita per noi.