Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Con questa domenica noi lasciamo il vangelo di Marco e per tre domeniche seguiremo quello di Giovanni. Questa domenica, dopo il silenzio del deserto e la lucentezza del Tabor, siamo invitati ad addentrarci nel Tempio di Gerusalemme.
In questo luogo sacro, c'è tanta gente che si ritrova e come spesso accade in tali circostanze, fiorisce il commercio. La scena è movimentata e ll'Evangelista Giovanni, sapientemente intreccia un racconto ricco di richiami e riferimenti alla Sacra Scrittura, presentando un Gesù un po’ diverso dal nostro modo di pensare.
Leggendo con un po’ di attenzione il brano, viene spontaneo farsi una domanda: perché Gesù se la prende così tanto con i cambia valute e i venditori di animali per i sacrifici? Dopo tutto il loro era un servizio prezioso: cambiavano le monete agli stranieri permettendogli di acquistare gli animali per il sacrificio e impedendo di introdurre nel tempio monete con l’immagine dell’imperatore. Allora: cosa fa arrabbiare così tanto Gesù da spingerlo a fabbricarsi una frusta e cacciare fuori questi commercianti?
C’era una legge del Deuteronomio dove Dio diceva agli Israeliti, riferendosi ai loro pellegrinaggi al tempio di Gerusalemme: “Non comparirete davanti a me con le mani vuote”, come a dire che dovevano portarGli, sacrificarGli qualcosa.
Il termine sacrificio vuol dire, ed è un’idea di tutte le religioni: “Mi tolgo qualcosa e lo offro a Dio”. Talvolta lo si brucia, talvolta lo si dona come offerta in denaro, talvolta se è un animale lo si uccide. Lo sottraggo alla mia attività, al mio benessere al mio utilizzo e lo dono a Dio come segno del mio amore, della mia gratitudine; segno che per me Lui è l’Assoluto, il Grande e che tutto viene da Lui.
Ecco allora che capiamo questo giro di animali e di persone, che era legale, naturale, necessario. Il senso, allora, è molto profondo. Ma il rischio è che diventi un semplice gesto formale. Un’azione che uno compie ma che non ha nessun coinvolgimento interno, dell’individuo, dell’anima.
Il Rabbì di Nazareth non vuole che la casa del Padre diventi un luogo di mercato, un bazar del sacro, un tavolo di scambi tra domanda e offerta. C'è un “rimpicciolimento” del volto di Dio che ha mandato su tutte le furie Gesù: con Dio non si può mercanteggiare, non è un funzionario da corrompere o un venditore con cui trattare il prezzo. Se voglio fare l’offerta benissimo! Ma non lo faccio affinché il “dio-ragioniere” si segni sulla sua agenda che è in debito con me, ma per condividere il desiderio e la necessità della mia comunità di avere una chiesa agibile, bella e accogliente per tutti!
Il tempo della Quaresima ci chiama a questo lavoro di martello e scalpello per ripulire la nostra immagine deformata di Dio. E' il tempo della purificazione. Purificare, vuol dire fare puro, nuovo, vero, scacciare gli impostori. Se il tempio non si purificherà verrà distrutto. Sia la mia vita, sia la mia anima, sia questo mio mondo, sia il mio matrimonio, sia quel che sia, ciò che non riceve purificazione, verità, verrà inesorabilmente distrutto.
Impariamo ad abbandonare tutte le zavorre e le inutilità, per salire più leggeri al monte della Trasfigurazione.per scaricare i testi della Messa
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Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Oggi la liturgia ci presenta la parabola del Padre Misericordioso (vedi Lc 15,1-3.11-32). È la parabola conclusiva, è la più ricca delle cosiddette tre parabole della gioia che formano la bellissima collana del cap. 15 del Vangelo di san Luca. Questa è la parabola che rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di misericordia. Egli prova una gioia infinita quando vede tornare a casa il figlio da lontano, e invita tutti a gioire con lui.
I destinatari della parabola sono gli scribi e i farisei, che si credono giusti. Gesù li invita a convertirsi dalla propria giustizia che condanna i peccatori, alla misericordia del Padre che li giustifica. Mentre il peccatore sente il bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per sé né per gli altri, anzi, come Giona (4,9), si irrita grandemente con Dio perché usa misericordia. La conversione è scoprire il volto di tenerezza del Padre, che Gesù ci rivela, volgersi dall'io a Dio, passare dalla delusione del proprio peccato, o dalla presunzione della propria giustizia, alla gioia di esser figli del Padre.
La parabola del figliol prodigo è certo la storia di tutti. E' molto facile ritrovarci nei pensieri, nelle scelte, nell'esperienza di questo giovane. Ci sono i passi che lo allontanano dalla casa paterna, metaforicamente da Dio, senza rimpianti, perché ha un forte desiderio di libertà, di essere veramente se stesso, libero da ogni legame. Però, quando un uomo vuole gestirsi la vita a modo suo, secondo le proprie sensibilità, pensa sempre che la vicinanza di Dio gli impedisca di vivere tutta la sua libertà; vede Dio come qualcuno che gli toglie ingiustamente qualcosa (così come si sente dire dai cosiddetti "sbattezzati"). Il peccatore, infatti, ha un'altra logica che il Vangelo descrive così: "Radunò ogni cosa e partì per un paese lontano". I suoi passi sono passi di fuga incosciente. Porta via tutto, ma non l'amore del padre, che gli appariva in quel momento ingombrante. Può vivere di quanto ha, ma non per tanto tempo. Si fa estraneo perfino a se stesso.
Il figlio però fa ritorno dalla terra della solitudine, dell'abbandono dove si sperimenta, in nome di una libertà illusoria, il male in tutte le sue forme. La casa che accoglie il figlio è invece la casa aperta alla gioia ed alla condivisione dove tutti possono partecipare agli stessi beni. Con questa parabola Gesù vuole togliere quella patina di ipocrisia e gelosia che talvolta ci impedisce di vivere il nostro essere cristiani nella fiducia di un Padre che ci ama sopra ogni altra cosa (vedi il fratello maggiore). Nella vera condivisione le gioie di uno solo – anche del più piccolo – sono le gioie di tutti. Entriamo anche noi nella casa del Padre e partecipiamo con gioia al banchetto, sicuri che anche per noi, nella vera conversione di cuore, vi sarà un banchetto da condividere.
Durante la nostra preghiera scopriamoci peccatori e condividiamo la gioia di un Padre che sempre ci accoglie a braccia aperte. Preghiamo così: Converti il mio cuore a Te, Signore.Che io mi percepisca amato da Te e ami tutti in Te.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Il testo del vangelo di oggi (vedi Mt 21,33-43.45) forma parte di un insieme più vasto che include Mt 21,23-46. Esso è un bel riassunto della storia di Israele, tratto dal profeta Isaia (Is 5,1-7).
Con questa parabola, l'evangelista traccia tutta la storia della salvezza e la pone davanti ai capi di Israele passati e presenti, che hanno il privilegio di coltivare la vigna del Signore. Ci fa comprendere una particolare sofferenza del cuore di Gesù, e al tempo stesso ci fa penetrare nel mistero della sua Chiesa. Gesù ha sofferto per tutti i nostri peccati, ma in particolar modo ha sofferto per essere stato ripudiato e infine ucciso dai pastori del popolo eletto.
Dice il Vangelo: "Il padrone mandò il proprio Figlio dicendo: Avranno rispetto di mio Figlio!. Ma i vignaioli, visto il Figlio, dissero tra sé: Costui è l'erede: uccidiamolo".
In queste parole abbiamo la parte centrale di una drammatica parabola in cui Gesù chiaramente allude alla consapevolezza ch'Egli dovrà presto essere ucciso. Il motivo? L'invidia che nutrono verso di Lui i detentori del potere religioso.
Il cuore di questa pagina evangelica è la storia di un amore senza limiti; quella di Dio per la sua terra, per la nostra vita. Infatti l'Evangelista sottolinea che l'amore non si arrende. "Da ultimo mandò loro il proprio figlio, avranno sicuramente riguardo". Un amore grande, sconfinato, che non teme neppure l'ingratitudine e l'inaccoglienza degli uomini, di quei "vignaioli ribelli" a cui egli ha affidato la terra. Tanto cresce l'amore di Dio tanto aumenta l'inaccoglienza, o anche l'inverso, quanto più cresce l'inaccoglienza degli uomini, tanto più aumenta l'amore di Dio per loro. Gesù, molto lucidamente e coraggiosamente denuncia l'infedeltà e l'inaccoglienza dei servi che giungono ad uccidere lo stesso figlio del padrone. Dio si attende i frutti. Sono i frutti di giustizia, di pietà, di misericordia, di amore, non altro, che ci rendono partecipi del popolo di Dio.
Con questa pagina odierna, Gesù insegna a vincere l'invidia accettando, come Lui, di essere ultimo. Egli vinse l’invidia accettando di essere l’ultimo di tutti. Veramente quando guardiamo il Signore sulla croce non possiamo dire che provochi l’invidia di qualcuno! Mettendosi all’ultimo posto Gesù ha dimostrato che la sua potenza, il dominio che gli è promesso dal Padre è dominio di amore, al servizio di tutti. Ma essendo l’ultimo, Gesù diventa il primo, la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d’angolo, come dice il salmo. Così si realizza il piano di Dio, nonostante la cattiveria e le invidie umane. Ed anche se il Signore riesce a costruire anche sui nostri peccati chiediàmolo oggi perché tolga dal nostro cuore ogni sentimento di invidia e di gelosia e ci stabilisca nella mitezza e nell’umiltà del cuore, perché siamo con lui a servizio di tutti i fratelli.
Nel fermarci a pregare, contempliamo il Crocifisso facendo silenzio (un silenzio interiore il più possibile profondo) e poi, in questo silenzio adorante, chiediamogli di vedere eventuali sentimenti d'invidia e di gelosia che possono allignare in noi, nascosti ai nostri stessi occhi. Sarà la potenza del suo amore crocifisso a snidarli e a dissolverli.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!La liturgia odierna ci presenta un episodio drammatico del ricco epulone e Lazzaro, il povero (vedi Lc 16,19-31). Due persone, due situazioni. Lazzaro con gli occhi attento al ricco in attesa di qualche briciola, e il ricco, invece, che fa tutto come se Lazzaro non esistesse, neppure lo vede. Era accecato dalla ricchezza, una cecità che continua ancora oggi nelle nostre città e nel nostro mondo: un popolo di poveri sta alla porta dei ricchi, alla porta della vita, in attesa delle briciole che cadono dalla tavola di chi banchetta lautamente. Infatti, l'uomo ricco che banchetta lautamente non è relegato al passato, e anche Lazzaro non è una figura scomparsa.La pagina evangelica presenta un incontro che tocca la nostra coscienza, soprattutto nella nostra vita o esperienza quotidiana e, quindi, ci proietta nel nostro domani. La parabola evangelica ascoltata, rivela il tragico inganno di chi confida solo in se stesso e nei suoi beni.La tentazione di allontanare il nostro cuore da Dio presumendo di poterci gestire e salvare in autonomia è una tentazione sottile e sempre presente. Anche per quelli che conducono una vita buona, dentro i parametri della legge di Dio. Sì, si fanno le cose che si devono fare, travolti dalla corsa assillante del tempo. La preghiera, se c'è, è affrettata e priva di quella partecipazione consapevole che viene dal pregare non solo con le labbra ma col cuore. Ricordiamo che la Parola di Dio è una Parola feconda, capace sempre di generare buoni frutti.
In questo tempo quaresimale possiamo leggere questa parabola interrogandoci sui beni veri della nostra vita. Infatti, siamo tutti assai preoccupati di noi stessi, del nostro agio, dei nostri interessi... ma “Quant’è difficile, per coloro che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!” (Lc 18,24). La vera privazione, la più importante agli occhi di Dio, è quella che libera il nostro cuore dal suo egoismo e che lo apre agli altri. Il Vangelo ci dà modo di conquistare veri tesori che nulla può intaccare: mettendo al servizio dei poveri, con umiltà, tutto ciò che abbiamo in beni materiali, talento, potere, qualità. Allora, coloro che avremo soccorso verranno da questa terra in nostro aiuto: non solamente faranno scaturire ciò che vi è di migliore in noi, la gioia del dare, ma ci faranno ottenere per noi un posto nel regno di Dio, che non appartiene che ai poveri. Perciò è necessario, dice Gesù, un cambiamento radicale del nostro atteggiamento. È necessario liberarci di tutte le ricchezze che appesantiscono il nostro cuore, è necessario staccarsene, perché esse ci impediscono di vedere il povero che “giace alla nostra porta”. Sia oggi la nostra preghiera un "mettere radici" nel terreno fertile della fiducia. E' fiducia nel suo amore provvido sempre, anche quando le apparenze non ce lo confermano. Non guardiamo dunque a noi, ma contempliamo Lui, il Signore Crocifisso e Risorto consegnandogli anche la volontà di piccole realizzazioni concrete per aiutare i vari "Lazzaro" che attraversano la nostra giornata: fosse anche solo il sorriso, l'ascolto, un piccolo aiuto.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Il vangelo di oggi ci propone l'atteggiamento di Gesù, deciso e sereno, mentre annuncia di nuovo (per la terza volta) ai discepoli la sorte dolorosa e gloriosa che lo attenderà a Gerusalemme (vedi Mt 20,17-28). È il terzo annuncio della passione. E ancora una volta i discepoli non capiscono, prendono le distanze da una prospettiva che gli fa paura. Non sono riusciti ad entrare nella mentalità del loro Maestro, continuano a ragionare con le categorie mondane.
Quindi abbiamo un cammino. Anche la quaresima che stiamo celebrando ricorda chia siamo in cammino come un grande viaggio comunitario verso la Pasqua, festa della vita.
A fronte di questo avvenimento di una morte annunciata, appaiono veramente fuori posto i sentimenti di Giacomo, di Giovanni e della loro madre. Ma il bisogno di successo, l'ambizione di occupare un posto di prestigio esiste in ciascuno di noi. Siamo ammalati di protagonismo e attirati dal desiderio di dominare.
Non si possono mettere sul medesimo piano l'amore di Dio che abbraccia l'universo e i meschini interessi umani. Comunque senza indignarsi, come fa sempre con tutti, Gesù cerca di far sapere che ben altro lo aspetta a Gerusalemme e che essi in tale circostanza saranno messi a dura prova.
Ma il cuore non è pronto per capire che la strada del discepolo è condividere la sorte del Maestro. Anzi insistono che tutto potranno fare, perfino bere il calice. Tutto vedono ora e desiderano con occhio umano. Sono veramente ciechi. Siamo ciechi nelle cose di Dio, che ci riguardano, anche se tante volte ripetiamo con gioia: "Lampada ai miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino".
Gli altri dieci non sono da meno. Si sentono prepotentemente scavalcati da questa temeraria iniziativa. L'indignazione degli apostoli offre a Cristo l'occasione di spiegare ulteriormente il significato dell'apostolato. A imitazione del Maestro, chi nella Chiesa è costituito in autorità deve servire come lui ha servito, dando la vita. Qualunque chiamata di Dio non è mai un privilegio, ma un amore che accetta di farsi servizio per gli altri.
Allora l'avvisso che da Gesù, ieri ai discepoli Giacomo e Giovanni, e oggi a noi: "Potete bere il calice che io sto per bere?", esprime una immagine di sofferenza, di angoscia, ed è come se Gesù volesse fare capire che il trono sul quale sta per salire è la croce, quindi i posti a destra e a sinistra non sono confortevoli.
La prospettiva fondamentale della comunità cristiana è la scienza della croce. Una santa carmelitana diceva così: "Soltanto nella dedizione al Crocifisso, soltanto dopo che avrà battuto l'intera via crucis accanto a Lui, l'anima diventa una cosa sola con Cristo giungendo a vivere della sua vita" (Santa Teresa Benedetta della Croce).
Dunque il cambiamento di mentalità, la conversione circa il modo di considerare il potere o la grandezza. La via ce l'ha indicata più volte il Maestro dicendo e vivendo queste parole: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti".
Sia la nostra preghiera un riscoprire che siamo in cammino verso la patria celeste. Sia la nostra preghiera l'inizio di un cammino nuovo. Sia questa la nostra preghiera: Signore, con il tuo santo aiuto, fa' che rivoluzioni la mia vita. Tu sei per me il centro della mia esistenza. Servirti amandoti nei miei fratelli sia il mio respiro.
Un caro saluto a te leggi quanto scrivo!
Il brano del Vangelo di oggi (vedi Mt 23,1-12) è centrato attorno alla persona di Gesù, il Maestro. E lui non è tale perché insegna una dottrina, ma perché vive un incontro. L'incontro con il Padre, prima di tutto, e l'incontro con la gente, in modo particolare con i suoi discepoli. E' chiamato Maestro appunto perché ci sono uomini che lo seguono, che egli educa, che forma per mandarli a portare la lieta notizia del Vangelo. L'ultimo versetto del brano ascoltato o letto, è quello che dà luce a tutto il discorso: «il più grande tra voi sia vostro servo». Gesù mette in guardia dall'imitare il loro stile perché sono lontani da quanto annunciano. Dimenticando che Dio è il solo Padre, si fanno chiamare "padri"; così come "maestro", ignorando e contrapponendosi all'unico Maestro, Cristo stesso.
Ma cosa spinge Gesù a mettere in guardia? Anzitutto Gesù ama, ama tutti alla stessa misura e si preoccupa per ciascuno di noi. Sa il mondo come cambia da un secondo all'altro, allora vuole lasciare le sue raccomandazioni incoraggiando ciascuno, sopratutto quanti vogliono seguirlo sulla via dell'amore.
Negli ultimi insegnamenti di Gesù vi è una preoccupazione profonda che è diretta specialmente ai suoi discepoli. Egli è interessa che possano vivere la sua Morte e Passione non secondo le aspettative solo umane, ma li vivano come inscritti nel piano d'amore di Dio. Ciò che ora potrà restare incomprensibile ed oscuro ai suoi discepoli sarà la fonte della vera luce. Gesù ha incontrato molte volte l'ipocrisia di chi lo voleva combattere. Egli ha sempre risposto, nella verità senza adeguarsi alla loro mentalità. Noi abbiamo lo stesso invito, per la nostra vita per allargare i nostri desideri e comprendere l'amore di Dio verso di noi. Troveremo una grande consolazione, nei nostri cuori quando avremo allontanato ogni giudizio e condanna.
Gesù è Colui che crede profondamente alla sua missione di Maestro, cioè di qualcuno che educa con la propria vita prima che con la sua dottrina. I discepoli riconoscono il maestro autorevole perché insegna quello che vive e mediante quello che fa', in forza di quello che è.
Allora le parole riportate dai Vangeli "E non fatevi chiamare maestri". Sono da inquadrarli nell'ottica del servizio. Non significa che in una comunità cristiana non ci siano dei maestri, quelli che insegnano, i catechisti, i preti, e i vescovi. Ci vogliono le persone che, in spirito di servizio diventano mediatori della Parola. Esiste tuttavia il rischio che tali compiti vengano esercitati senza riferimento a Dio.
Allora si valuta la persona per il suo ruolo e non per quello che rappresenta, cioè un sacramento della presenza del Signore fra noi. Non è facile, anche in famiglia, con i figli, sul lavoro, con colleghi o dipendenti, mettersi sempre ai piedi dell'altro, non ritenersi superiori a motivo delle proprie doti, di strumenti culturali più abbondanti, di cariche ricevute. Ognuno di noi, ha una capacità dentro che deve metterla a servizio dell'altro facendo sempre il giusto riferimento a Dio.
Per vivere bene questa capacità carismatica, è necessario tanta preghiera attraverso la quale si può percepire il proprio limite e, confrontandoci con l'unico Maestro, non ritenersi superiori agli altri.
Possiamo allora rivolgerci al nostro grande ed unico Educatore con queste o simili parole: "Signore Gesù, mio unico Maestro, educa il mio cuore e rendilo umile e mite come il tuo".
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Nel cammino quaresimale sono molti i passi evangelici proposti che ci portano dentro noi stessi per scoprivi le zone d'ombra.
I versetti odierni di Luca interpellano la nostra coscienza su temi cardine della vita di fede: misericordia, perdono, gratuità (vedi Lc 6,36-38). Gesù ci chiama di nuovo ad imitare il Padre celeste con l’essere misericordiosi. La misericordia nasce da un cuore "frantumato", "liquefatto", che conosce le sue miserie, che non si sente migliore di altri, che non punta il dito, pensando di essere infallibile.
Questa insistenza è dolcissima, poiché noi tutti abbiamo esperienza della nostra miseria e attraverso questa esperienza possiamo capire cosa sia la misericordia. Ma è anche rigorosissima. Infatti, nonostante l'evidenza ogni giorno ci richiami la nostra debolezza, ci scopriamo spesso duri di cuore, incapaci di aprire gli occhi per metterci nei panni dell'altro, per capirne le difficoltà, le paure. Pronunciamo parole senza speranza, condanniamo senza appello. Eppure è la misericordia che Cristo ci chiede. E il perdono è il volto più bello della misericordia. Istintivamente lo condizioniamo: se l'altro si pente allora posso concederlo, dall'alto della mia magnanimità. Ma Cristo ci ha chiesto un perdono che non aspetta la richiesta, ma si dona senza "se" e senza "ma". È questo il perdono che guarisce, che rigenera i cuori. È un bene offerto nella gratuità, che tocca misteriosamente l'intimo della persona, che crea un'atmosfera di "redenzione" e favorisce a sua volta il pentimento.
Questa misericoridia che ci viene offerta si fa anche dono per l'altro. Infatti, Dio ci ama al punto di mettere nelle nostre mani la “misura” stessa di cui egli si serve per elargire il suo amore. Ma egli vuole che noi ce ne serviamo come lui, per dare senza misura.
Tanti hanno bisogno di sperimentarlo in chi li avvicina per trovare la forza di cambiare, di migliorarsi. Se viviamo da perdonati, e lo siamo in Cristo, allora non possiamo non perdonare, se viviamo come non condannati, non possiamo condannare. Se doniamo allora ci sarà dato in abbondanza, perché il nostro cuore allargato potrà contenere il dono stesso di Dio, la sua vita.
Preghiamo così: Signore, abbi pietà di me. Donami di comprendere che tu per primo mi hai perdonato, perché io abbia la forza di perdonare a mia volta, di non giudicare e di non condannare.