sabato 2 maggio 2009

IV DOMENICA DI PASQUA

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo la domenica del Buon Pastore e la liturgia è ricca di spunti per delineare questo grande amore di Dio per ciascuno di noi.
Nell'Antico Testamento Dio venne in mezzo al popolo e si presentò con questo nome IO SONO. Ma non diede una definizione di Sé; disse: Io sono quel che mi vedrete ora fare per voi. Vi libererò dall'Egitto. Israele ha riconosciuto così il suo Dio dai fatti, dai gesti di salvezza compiuti per lui.
Anche Gesù, nel Vangelo, ripete IO SONO, quasi a spiegarci la sua identità, a dirci l'identità di Dio e il suo rapporto con Lui, traducendo poi in gesti precisi e significativi le varie immagini di questo Dio che si china a interessarsi degli uomini. Io sono la luce, io sono la vita, io sono l'acqua, io sono il pane vivo... Oggi ci dice: "Io sono il buon pastore che offre la vita per le sue pecore".
Dio non ci ama a mucchio, ma personalmente. Oggi Gesù usa parole delicatissime: "Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me". V'è una reciproca comunione di conoscenza e d'amore. "Dio ama ciascuno come fosse l'unico", dice sant'Agostino. Ogni singolo individuo Dio chiama ad essere "figlio nel Figlio", a entrare in quel giro singolarissimo di rapporti che intercorrono tra il Padre e il Figlio Unigenito in seno alla Trinità:
appunto "come il Padre conosce me e io conosco il Padre". Il rapporto è diretto, da persona a persona, carico dell'affettività sincera e totalizzante che deriva dal sentirsi amato con totalità.

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Ogni anno per la domenica del Buon Pastore, IV domenica di Pasqua, si celebra la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Quest'anno che ricorre la 46^ giornata, lo slogan scelto è: "so a chi ho dato la mia fiducia" (2Tim 1,12). E' un invito perchè ciascun cristiano senta questa risposta nel cuore e possa proclamarla con le labbra e la propria vita, per essere in questa nostra cultura spesso narcotizzata e satura, frenetica e stanca, "testimoni e profeti di fiducia".

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venerdì 1 maggio 2009

2 Maggio: Sant'Atanasio

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


In questi giorni le letture del giorno sono state tratte dal cap. 6 del Vangelo di Giovanni. Oggi, nella ricorrenza di sant'Atanasio, vescovo e dottore della Chiesa, il Vangelo ci presenta un capitolo particolare, tosto, tanto da far dire ai discepoli di Gesù: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?” (vedi Gv 6,60-69). Alcuni hanno trovato molto duro il discorso di Gesù e hanno preferito andarsene. Allora Gesù si rivolge agli apostoli e dice: "Volete andarvene anche voi?".
L'esperienza insegna che non è gratificante essere un oratore o un insegnante di successo che, a un certo punto, perde il favore del pubblico e vede allontanarsi tutti, anche i seguaci più vicini.
Pietro, a nome dei Dodici, risponde con bellissime parole, spiegando, con l'adesione di fede e di amore, la motivazione della loro decisione di rimanere: "Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" Possiamo dire così che da quel momento, pur non mancando altri momenti di difficoltà, i discepoli optano definitivamente per Gesù.
L'apostolo, in quel momento sotto la forza dello Spirito, attestava che Gesù era venuto a dire tutte le cose che noi non sappiamo e che abbiamo assolutamente bisogno di sapere. Andarsene via da Gesù, lasciare il Maestro, vorrebbe dire separarsi dal solo che può indicare loro la via, da colui che hanno amato e conosciuto, perché li ha amati per primo e, nel cammino della loro vita, li ha chiamati, con una parola calda ed efficace, a seguirlo.
Noi, quindi facciamo nostra la professione di fede dell'apostolo Pietro, pregando il Padre che ci mantenga sempre uniti al Figlio suo. Siamo posti non più davanti ai miracoli, alle tante meraviglie di Dio, ma posti davanti al mistero di Cristo, pane necessario e unico per la nostra vita. Ma se non si è profondamente persuasi che solo Cristo ha parole di vita eterna, è evidente che le ascolteremo da altre parti, ma non saranno mai parole di vita eterna.
"Cari amici, non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà e ai dubbi; fidatevi di Dio e seguite fedelmente Gesù e sarete i testimoni della gioia. Ad imitazione della Vergine Maria impegnatevi con ogni energia spirituale a realizzare il progetto salvifico del Padre, coltivando nel vostro cuore la capacità di stupirvi e di adorare Colui che ha il potere di fare "grandi cose" perché Santo è il suo nome" (Benedetto XVI).
Oggi Gesù chiede agli apostoli, e anche a noi, di confrontarci con la sua Parola, "forse volete andarvene anche voi?".
Nell'ordito del nostro quotidiano di cristiani che cercano di vivere alla luce della Parola, lasciamoci sfidare da questa domanda e preghiamo con le parole di Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna".

giovedì 30 aprile 2009

1 Maggio: San Giuseppe Lavoratore

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il vangelo di oggi (vedi Mt 13,54-58), nella memoria di san Giuseppe lavoratore, descrive la visita di Gesù a Nazaret, sua città natale, dove lui visse 30 anni e dove imparò da Giuseppe, suo padre, il mestiere di falegname. Il passaggio da Nazaret fu doloroso per Gesù. La sua comunità non era più come quella di prima. Qualcosa era cambiata. La gente si stupisce del figlio del carpentiere divenuto ad un tratto maestro e taumaturgo: «Da donde gli vengono tutte queste cose?». Una domanda piena di rifiuto. Infatti, non accettavano il mistero di Dio presente in un uomo comune come loro! Per poter parlare di Dio, Gesù doveva essere diverso da loro!
Ma niente di nuovo sotto il sole! Lo si sperimenta ancora oggi: le persone che dovevano essere le prime ad accettare la Buona Novella di Dio, queste erano le persone meno disposte ad accettarla. Il conflitto non era solo con quelli di fuori di casa, ma anche e sopratutto con i propri parenti e con tutta la gente di Nazaret.
Gesù sa molto bene che "nessuno è profeta nella sua patria". Infatti, lì dove non c'è apertura né fede, nessuno può fare nulla. E Gesù stesso, pur volendo, non poteva fare nulla. Il vangelo di Marco lo dice chiaramente: "E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità" (Mc 6,5-6).
Con questa celebrazione, l'attenzione la posiamo anche sul campo del lavoro. Parlare di lavoro oggi è un grosso problema e i motivi, purtroppo ce ne stanno diversi per parlarne. Il lavoro costituisce da sempre un elemento fondamentale della vocazione umana e cristiana. Esso si configura come la possibilità di partecipare all'opera divina della creazione e di prolungare, con la propria attività, l'opera del Redentore. Concreatori e corredentori ci rende dunque il lavoro. Qui cogliamo l'occasione per contemplare l'icona di san Giuseppe riconoscendo il lavoro come vocazione e ne cogliamo la dignità ritenendolo al contempo «affermazione di libertà e di trascendenza rispetto alla natura». Il fascino di un Dio che lavora e suda come noi edificando il regno di Dio attraverso una laboriosità ritmata nell'alternarsi armonioso di preghiera, relazioni comunitarie e lavoro c'interpella. Direi che scardina il nostro disordine strutturale che, oggi più che mai, tende a ridurci a "forza lavoro" corrompendo il nostro desiderio d'infinito con i traguardi ambiziosi dell'avere, dell'avere subito, sempre di più e a tutti i costi.
Il cristiano, però, è uno che si prende carico di qualsiasi lavoro possa risultare utile all'edificazione materiale e spirituale dell'individuo e della comunità. Quello che conta, nel lavoro, dunque è l'intenzione, l'interiorità. Non esiste lavoro più meritevole dell'altro. Qualsiasi cosa, ammonisce san Paolo, sia fatta di cuore, cioè con passione, con attenzione, con intelligenza, dato che il cuore, nella cultura biblica, è la sede e il centro di tutte le facoltà umane.
Farsi servi del Signore nel proprio lavoro: questo ci permette davvero di fare delle nostre occupazioni il luogo di una sempre maggiore configurazione a Cristo, di una sempre più continua presenza a Lui. Verifichiamo la nostra scala di valori, per renderla sempre più aderente al volere di Dio.
Invochiamo l'intercessione di san giuseppe, perché il lavoro non manchi mai dalla nostra vita e ci aiuti a viverlo secondo Dio.

mercoledì 29 aprile 2009

Giovedì della III settimana di Pasqua

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il vangelo odierno tocca occupa ancora il discorso di Gesù è quella della fede e della incredulità a proposito della sua persona, per poi tornare a rivolgere con insistenza l'invito alla fede in lui, pane della vita disceso dal cielo (vedi Gv 6,44-51).
E' il cammino della fede che non è altro che un "venire a me" dice Gesù, per una attrazione interiore, esercitata dal Padre in concomitanza con l'ascolto interiore di una parola che pure viene da lui: “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato". L’espressione, presa così alla lettera, lascia alquanto perplessi: dunque c’è una sorta di predestinazione, quasi che Dio abbia delle preferenze e ad alcuni faccia il dono di credere e ad altri no?
Non si tratta di un rapporto immediato con Dio, come anche Gesù subito precisa, ma a tale realtà ci si arriva un po' alla volta, ispirandosi alla Sacra Scrittura. Subito dopo, infatti, Gesù dice: “Tutti saranno ammaestrati da Dio”. Tutti, quindi, nessuno escluso.
Gesù, con la sua citazione del testo di Isaia, accende in noi il desiderio di essere docili a Dio e di essere istruiti da lui. Un desiderio già suscitato pure nei testi di Geremia (31,34) e di Ezechiele (36,27), nei quali si legge che tutti sarebbero stati discepoli di Dio e che il Signore stesso avrebbe scritto la sua legge nel loro cuore. Purtroppo, molti non capiscono quando si parla di docilità a Dio, perché pensano che Dio li alienerà, li priverà della loro libertà, quando invece Dio rende liberi. Dio ci rende discepoli della voce interiore che testimonia la Parola, la luce vera che illumina ogni uomo (cfr. Gv 1,9). Egli scrive in noi la sua parola: «noi siamo una lettera di Cristo [...], scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei nostri cuori» (2Cor 3,3).
La voce che Dio fa risuonare nel nostro intimo è quotidiana. Il salmo 94,8 dice: «ascoltate oggi la sua voce: "non indurite il cuore"». I maestri spirituali insegnano che, a volte, un pensiero arriva all'improvviso, senza motivo, riempie l'anima di consolazione e di pace, e dolcemente porta con sé una nuova luce in cui guardare se stessi oppure una nuova capacità di decidere, di fare una scelta di vita. Se ci lasciamo istruire da Dio, i suoi pensieri diventeranno i nostri pensieri.
Il dono della vita ora è legato, non solo al fatto di venire a Gesù e credere in lui, ma al mangiare del pane. L'azione del mangiare indica l'interiorizzazione della parola del Figlio di Dio e l'assimilazione della sua persona con una vita di fede profondissima. Il mangiare il pane vivente che è Gesù, significa far propria la verità del Cristo, anzi la persona del Cristo che è la verità, ossia la rivelazione piena e perfetta del Padre.
In questo modo il Signore rivela che l'uomo ha un solo destino, immergersi nel Dio che lo ha creato e che lo attende dopo l'esodo dalla vita terrena.
Ringraziamo il Signore per tutti i doni che ci fa. Chiediamogli di essere docili all'ascolto della sua Parola e di lasciarci coinvolgere.
Preghiamo così: O Padre, attirami fortemente a Gesù! Attirami con la forza del tuo Spirito Santo, perché il mio cuore e la mia vita si unifichino nell'unico desiderio di piacere a te, compiendo la tua volontà. Fa' ch'io cerchi non tanto di essere attirato da gratificazioni passeggere quanto dal tuo Amore. Fa' che anche io possa andare incontro a quanti cercano amore. Che nessuno si allontani da me senza sperimentare la gioia di sentirsi amato.

martedì 28 aprile 2009

29 APRILE: SANTA CATERINA DA SIENA

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


La liturgia odierna ci propone la grande figura di santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa. Una giovane donna vissuta in un'epoca piuttosto turbolenta. Il Vangelo ci parla di dieci vergini, in attesa dello sposo con la sposa e dell'inizio della festa nuziale (vedi Mt 25,1-13).
L'Antico Testamento contiene una tradizione che identifica Dio con lo sposo di Israele. Per esempio, a Gerusalemme viene detto che «tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome» (Is 54,5) e, al popolo di Dio, che «in quel giorno [...] mi chiamerai Marito mio» (Os 2,18). Nel Nuovo Testamento, lo sposo è Gesù (cfr. ad esempio, Mt 9,15; Gv 3,29). Lo sposo della parabola è, quindi, il Figlio dell'uomo. Le dieci vergini diventano modelli rispettivamente negativi e positivi di comportamento nei confronti della sua venuta.
Le vergini, per andare incontro allo Sposo, devono uscire, devono compiere un esodo. L'esistenza umana è una continua uscita: ha inizio quando si esce dal grembo della madre, prosegue nell'uscire verso ciò che continuamente diventiamo e culmina nell'uscire dalla vita terrena per incontrare la nostra vita, «nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3).
Viene indicata l'ora di quest'esodo: "mezzanotte", mezzanotte per un'umanità che aveva smarrito la via del vangelo. Però le ombre persistenti non erano riuscite a spegnere la certezza della Luce. Le donne sagge, vivevano immersi nell'"ora" di Cristo, un'ora di morte-vita, che ormai attraversa la storia con il suo decisivo trionfo. Per questo la mezzanotte non li trova appesantiti dal sonno e il grido gioioso li fa balzare in piedi, pronti ad "uscire", nel cuore della notte, incontro allo Sposo.
Quante volte carissimi ci annoiamo ad ascoltare la Parola di Dio, a partecipare l'Eucarestia domenicale come se vivessimo quella mezzanotte da stolti e non da saggi? Sì, il vangelo non invita ad un'attesa sonnolenta, segnata da calcoli prudenziali e da inconsistenti paure. Lo Sposo lo si incontra nel vivo delle situazioni, là dove la notte tende a protrarsi. Il cristiano non può essere un rintanato, che vive il più possibile lontano dalla mischia in un intimistico a tu per tu con Dio. Proprio perché figlio della luce è chiamato a immettersi nella notte, tenendo ben alta la lampada accesa, continuamente alimentata dalla preghiera. "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo" ci ricorda il Concilio nella Gaudium et Spes (n° 1). È la notte che dobbiamo condividere con tutti gli uomini, impegnandoci con loro perché presto si annunci l'alba di un nuovo giorno, di cui i nostri occhi hanno già contemplato lo splendore nel volto del Risorto.
Il nostro futuro, quindi, è l'incontro con lo Sposo; ma questo si realizza per chi vive di quell'olio che rimane in eterno. L'olio è simbolo della luce eterna. La vita dell'eterno incontro tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, delle tre Persone nell'unità, è nella luce inaccessibile. In questa vita l'accesso è aperto per chi, istruito dalla grazia, aspetta la beata speranza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo (cfr. Tt 2,12-13).
Oggi, fermiamoci seriamente in preghiera. Lasciamoci scuotere dall'esempio di S.Caterina. Chiediamoci cosa possiamo donare di noi a questo mondo e preghiamo così: Dammi, Signore, il coraggio di immettermi nella notte in cui vivono i miei fratelli, assumendone le ansie, le tristezze, le angosce, anzitutto in preghiera e poi nell'impegno a essere in tutto strumento di pace dove vivo.

lunedì 27 aprile 2009

Martedì della III settimana di Pasqua

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivi!


Continuiamo la lettura del vangelo di Giovanni col pane di vita. Il testo del vangelo odierno si apre con la richiesta di chiarimento dei Giudei alla pretesa, avanzata da Gesù, di essere l'inviato di Dio: per poter credere in lui, chiedono un segno visibile, simile alla manna (vv. 30-31). (vedi Gv 6,30-35).
Gli interlocutori di Gesù riconoscono l'azione di Dio nel passato, nei confronti dei loro padri che, tramite Mosè, hanno ricevuto la manna dal cielo (cfr. Es 16,4; Sal 78,24). Anche Gesù aveva dato e dava tanti segni, ma loro non li vedevano: non vedevano l'azione di Dio nelle azioni di Gesù, la luce di Dio nelle sue parole. I giudei si presentano come dei perenni nostalgici della manna del deserto, quel pane che gl'Israeliti trovavano per terra ogni mattina nel deserto (La manna è un prodotto ottenuto da alcune specie del genere Fraxinus (frassini), in particolare Fraxinus ornus - orniello o frassino da manna -. Secondo un certo numero di studiosi, la manna biblica corrisponde a una sostanza realmente esistente in natura, forse una secrezione di insetti (un po' come il miele) o di piante, ma la sua identificazione è ancora oggi discutibile).
Provvidenziale, certo, ma non vero "Pane del cielo"! Solo una prefigurazione del "vero Pane" che ci nutre della sua Vita.
Gesù non tergiversa. Chiama i suoi interlocutori alla fede, a riconoscere l'azione attuale di Dio, ad andare al di là delle apparenze, per riconoscere che nelle sue parole, nel suo esempio, nel dono che egli fa della sua vita, c'è il "vero pane" dal cielo, il "pane che dona la vita" (cfr. v. 33).Con tutta franchezza dice che il "vero pane che viene dal cielo" è la sua carne, la sua vita immolata per amore. Ce lo evoca il mistero pasquale. E' Lui che, essendo Dio, viene dal cielo. E' Lui che, avendo assunto la natura umana, muore, dando la vita per noi. Il segreto della fame esistenziale più profonda, che è fame d'amore nel cuore dell'uomo, trova la risposta qui.
Il Verbo incarnato è l'unica persona che può spegnere la fame e la sete di vita e di salvezza. Per questo motivo esorta tutti ad andare da lui per appagare il bisogno di felicità (Gv 7,37).
Nel Vangelo, "Chi viene a me" e "Chi crede in me" sono espressioni dell'unico atteggiamento di fede. Questo deve essere il nostro atteggiamento di fede che si fa orientamento della vita verso la persona di Gesù.
Preghiamo così: Signore Gesù, vero pane disceso dal cielo, scuoti il nostro torpore incredulo. Concedici di avere gli occhi aperti sulla tua bontà verso di noi, su ciò che tu ci doni, su di te. Saremo pieni di gioia e avremo la tua pace. Se veniamo a te, infatti, non avremo più fame e non avremo più sete.

domenica 26 aprile 2009

Lunedì della III settimana di Pasqua

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Inizia il discorso del Pane di Vita narrato in Gv 6,22-71. Il nostro brano è racchiuso nei versetti 22-29.
Il brano parla di una ricerca di Gesù da parte delle persone, della folla accorsa. Questa gente che cerca Gesù sembra piena di fede, ma in realtà essa non crede nel Cristo. La loro non è fede, ma solo curiosità e simpatia superficiale, come risulterà nel seguito del racconto o avere semplicemente del cibo gratis!
Gesù denuncia il vero motivo del loro interesse per la sua persona e li invita a una ricerca meno egoistica e più spirituale, richiama all'essenzialità. Egli li rimprovera per la loro superficialità: nella moltiplicazione dei pani non avevano riconosciuto Gesù come Dio. Sembra dire loro: "superate l'angusto orizzonte della sazietà per voi stessi e cercate il cibo che non perisce, ma anzi sfama anche gli altri, oltre se stessi". La fede in lui, ossia il personale coinvolgimento nel seguirlo, è un dono che viene dall'alto, ma nello stesso tempo è anche un'"opera", ossia un "lavoro" affidato alla nostra vita.
Facciamoci qualche domanda, magari di sempre ed inquietante: perché credo in Dio? Per il cibo che mi ha saziato? Per ciò che mi ha donato e che ancora mi aspetto da lui? Può essere una ragione, ma è una ragione fragile e ambigua.
Diventare discepoli di Gesù, coinvolgersi con lui è allora un lavoro impegnativo e lungo; richiede infatti ascolto, decisione, applicazione, continuità, impegno e fatica. Non si è discepoli senza un vero e proprio lavoro di applicazione sul Vangelo e su se stessi.
"Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?" (v. 28). In questa domanda appare chiaramente la mentalità giudaica legata al valore delle opere. Gesù si oppone a questa mentalità e presenta necessaria per il possesso del regno di Dio una sola opera: la fede nella sua persona. Attenzione, fateci caso c'è un passaggio da fare da opere a opera e l'accento sembra non essere messo sull'amore di carità ma sulla fede. Si tratta però di comprendere che la fede è la premessa indispensabile alle buone opere che il Padre ci dà da compiere. E la fede è il dono che Gesù ci ottiene col suo mistero pasquale. E' per la fede, cioè per quel nuovo modo di vedere, di giudicare e di amare che noi ci apriamo a compiere le opere della carità, le opere volute da Dio. In ogni opera che facciamo con il suo aiuto e per Lui, è la fede che opera in noi attraverso, appunto, il nostro impegno ad amare.
Fermiamoci nella nostra preghiera. Ripensiamo a queste parole che tante volte le sentiamo ma non le ascoltiamo. Lasciamo che il Signore accresca in noi la fede come forza che ci stacca dal nostro ego per appoggiarci su Gesù, fidarci di Lui, operare con Lui perché tutte le nostre opere diventino di Dio, in virtù della fede che le orienta e le trasfigura.