sabato 23 maggio 2009

ASCENSIONE DEL SIGNORE

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Festa dell'Ascensione del Signore! Le letture parlano chiaro, ci descrivono il Cristo che ci lascia, che per noi poveri e fragili creature ci pensiamo abbandonati e restiamo col nasino all'insù, quasi nostalgici della sua assenza perchè pensiamo ai nostri guai.
Troppo comodo carissimi stare a guardare il cielo in attesa di tempi migliori. C'è da fare, non lasciamoci prendere dallo scoraggiamento e smettiamo di essere pavidi. Cristo, ora è presente più che mai! Pensiamo alle molteplici tradizioni del nostro paese in questa festività, forse non ci abbiamo mai fatto caso, ma sono quei momenti, sì che parlano di festa, di gioia ma, sopratutto momenti che tracciano la presenza di Cristo. Oppure pensiamo di essere come gli innamorati del ponte Milvio che chiudono il loro amore con un lucchetto gettando la chiave nel Tevere e tutto rimane statico, chiuso, bloccato e arrugginito dal tempo! Non è questa la vita che ci propone Cristo. Lui intanto ci parla di amore e amore eterno da vivere nella quotidianità. A differenza degli innamorati di ponte Milvio, la sua ascesa sì è una grande promessa d'amore, ma in movimento, dinamico, aperto com'è della natura dell'amore.
Nel brano del Vangelo odierno troviamo un mandato. Ci troviamo al cap. 16 del Vangelo di Marco. Ci troviamo alla fine di tutto il suo vangelo, ma un capitolo che chiude e si apre con la nostra vita. Come ?
Ve lo dico con un racconto rabbinico. Un vecchio rabbino invita i suoi discepoli a spiegare in che modo si possa distinguere il momento esatto in cui finisce la notte e incomincia il giorno. Dicono: Quando sorge il sole? No, rispose il rabbino. Quan­do si può vedere di lontano se una bestia è pecora o cane?
No, rispose il rabbino. Quando si è in grado di distinguere se un albero è un pesco o un fico? No, rispose il rabbino.
Stupiti domandarono: E allora, quando?
Rispose il rabbino: "Quando, guardando il volto di un uomo qualunque, tu vedi che è tuo fratello! Infatti, se non riesci a fare questo, qualunque sia l'ora e la luce, è sempre notte, notte fonda".
Questa è la Festa dell’Ascensione, non stare troppo con il nasino all’insù, incontra Cristo quaggiù nel tuo prossimo! Chiediti se sei in piena notte o in pieno giorno?
Dipende da te se accogli o non accogli… Cristo!


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venerdì 22 maggio 2009

Sabato della VI settimana di Pasqua

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


"Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà". Sono le parole che danno inizio al brano evangelico odierno (vedi dalla liturgia della Parola Gv 16,23-28).
In questi giorni abbiamo visto "a braccetto" gioia e tristezza. Oggi torna, a conclusione di questo stupendo discorso di Gesù, la pienezza della gioia di cui si svela la radice profonda, a legarla all'esaudimento della preghiera.
Dietro queste parole abbiamo un proprio contesto che ci spinge ad andare oltre. La preghiera va fatta "nel nome" di Gesù. Fare la preghiera nel nome di Gesù, non significa affidare a Lui la nostra preghiera, perché Gesù la passi al Padre e risolvi il problema in corso. Tutt'altro discorso! Quel "nel nome" significa: nella potenza della persona di Cristo che, in forza del suo mistero pasquale e del suo "rimanere con noi" vive ed opera dentro chi pienamente lo accoglie. Infatti, biblicamente il t
ermine indica la persona nel suo essere profondo, nella sua totalità.
Il brano che abbiamo ascoltato, è inserito nel contesto del discorso sulla vite e i tralci. Quindi c'è una preghiera che è "innesto" fecondo in Cristo. La preghiera del brano odierno richiama ad essere "uno" in Cristo e con Cristo, è in questa partecipazione di vita che comporta il fluire dello Spirito in noi, la ragione profonda della "pienezza" della gioia.
Perché questo? Spesso pensiamo che sia inutile pregare, "tanto Dio non mi ascolta!". Il nostro pregare carissimi, non vuole e non è una bacchetta magica che appena si scuote ecco la magia sotto i nostri occhi. Non è un qualcosa di artificioso, uno sforzo volontaristico, una consegna a Lui come a un ambasciatore del padre. Gesù dice che dal profondo del suo cuore desidera che la nostra "gioia sia piena". Questo significa entrare in rapporto di figliolanza con il Padre, in questo abbraccio amoroso tra il Padre e il Figlio così come lo Spirito ci suggerisce.
Il Padre nulla può negare al Figlio e per questo il Padre risponderà alla nostra preghiera se fatta nel nome del Figlio. Questo rapporto significa sentirsi sotto la sua mano potente che ci sorregge e ci guida. È la certezza che "se Dio è per noi chi sarà contro di noi?" (Rm 8,31). E più la nostra preghiera entra in quel circolo ardente e vivificante che è l'amore, tanto più si dilata a misura.
Non c'è che da adorare lasciando che lo stupore, la riconoscenza, la gioia trabocchino in noi e si effondano su quanti ci avvicinano.
Quindi impariamo a mettere fiducia nella preghiera e ad abbandonarci a questa corrente di amore che è dal Padre e dal Figlio.
Signore Gesù, non solo ti guardi bene dal disprezzare le mie preghiere di domanda, ma m'incoraggi tu stesso a chiedere. Ebbene, ti chiedo la gioia: una sorsata di gioia al giorno, perché nella fatica dell'esistenza, io possa respirare la certezza del tuo amore e comunicare, irradiare la gioia che ne deriva agli altri.

giovedì 21 maggio 2009

Venerdì della VI settimana di Pasqua

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Continua il discorso evangelico sulla sofferenza che oggi si conclude con l'immagine delle doglie del parto (vedi Gv 16,20-23).
Le parole di Gesù insistono nel far capire che chi ha assimilato superficialmente le sue parole, si è fatta l'idea rassegnata di un'identità cristiana connotata da un persistente trascinare l'esistenza nella rinuncia ai beni, e alle gioie della vita. Invece no! L'immagine usata da Gesù, impedisce al vero seguace del Signore di dar corda a una simile interpretazione. Niente infatti come l'immagine della donna che sta per partorire esprime un'intensità e profondità di vita e di gioia che è sconfitta di ogni tristezza. Una madre sa che dare alla luce un figlio comporta dapprima dolore, ma la sua sofferenza è in funzione di un gaudio che la supera e che ad essa dà pienamente significato. Proprio la stessa cosa avviene nella vita spirituale. Vi è un cambiamento interiore, trasformante.
Nella preghiera eucaristica per i defunti I ricordiamo queste parole: "Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo".
Anche per i discepoli, per quanti vogliono seguire Gesù viene ricordato che la sofferenza non è tolta ma trasformata, non evitata ma riempita di speranza.
Le sofferenze di oggi, ci dice anche San Paolo, saranno niente rispetto alla promessa futura. Le gioie che possiamo avere nel soddisfare le nostre preoccupazioni temporali svaniranno.
Con queste parole, Gesù ci invita ad un agire diverso e più responsabile. Per rispondere a quest'invito, urge il bisogno di stare con Lui, nel suo insegnamento; nel solco del suo Amore. La gioia che ci è promessa è senz'altro molto più grande delle difficoltà che incontriamo o che stiamo subendo. Qui è la conversione che si fa giorno dopo giorno purificazione del cuore!
Con il brano odierno, la donna partoriente è simbolo del dolore che si tramuta in gioia. E' quel simbolo che ci comunica che la nostra sofferenza dia alla luce qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso. La gioia che viene dal vedere il Signore, la gioia che viene dal sentirsi amati sarà una gioia che nessuno mai ci potrà togliere.
Guardiamo, puntiamo allora il nostro sguardo a Gesù, agiamo come Lui vuole è sarà gioia piena, gioia immensa!
Apriamo i nostri cuori allo Spirito Santo per riconoscere dove cercare la gioia in Cristo e saperla riconoscerla per impossessarcene in modo definitivo!
Signore, aiutami a vivere la sofferenza come le doglie di un parto. Fa' che in esso riconosca e dia la luce di una nuova vita, diversa. Donami Signore quella gioia senza fine che solo tu mi sai dare. Amen.


Oggi il calendario Carmelitano ricorda: SANTA GIOACCHINA DE VEDRUNA

Oggi il calendario universale ricorda: SANTA RITA DA CASCIA

mercoledì 20 maggio 2009

Giovedì della VI settimana di Pasqua

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Continua il discorso di Gesù. Ai discepoli turbati dall'approssimarsi della sua "ora", rende noto la sua via di ritorno al Padre.
Questa "novità" nelle parole di Gesù, condurranno i discepoli a disperdersi. Ma Gesù pensando ai discepoli che saranno come "pecore senza pastore" li rincuora e insegna loro a guardare oltre (vedi Gv 16,16-20).
"Guardare oltre"... mi capita spesso dire alle persone turbate di guardare oltre, di puntare lo sguardo oltre l'orizzonte. Non voglio indicare loro una via di fuga dalla realtà, ma di una sua assunzione nell'ottica del realismo cristiano.
Entrare in quest'ottica nuova cristiana non consiste in un puro sguardo interiore, ma in un cogliere la realtà soprannaturale del Verbo da divenire contemplazione, come si espresse Stefano davanti al sinedrio: "Contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio" (At 7,56). Nel Vangelo l'evangelista sottolinea: "Gesù conobbe che volevano interrogarlo e disse loro: in verità vi dico: voi piangerete e il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia". Viene qui enunciato l'evento della risurrezione che costituisce la vera e sconvolgente novità del cristiano, che tuttavia si deve riportare continuamente la fede della Chiesa.
"Io ho vinto il mondo", continua a ripeterci Gesù nei nostri smarrimenti. Non abbiate paura! Se sembra che le ombre debbano oscurare definitivamente l'orizzonte, così da impedirci di riconoscere i suoi lineamenti, aprite il cuore all'ascolto. Diceva la beata Carmelitana Madre Maria Candida dell'Eucaristia: "Quando tutto sembra oscuro, Gesù può far guizzar la luce! E quando tutto sembra insormontabile Gesù può appianare! Una sola cosa è necessaria: fidarsi di Gesù-Amore, che non lascia mai di soccorrere anche quando sembra tutto perduto".
Lasciamo sì che la sua Parola penetri il nostro cuore nonostante camminiamo su acque minacciose e torbide della storia personale e collettiva. Lasciamo che Gesù salga sulla nostra fragile barca, allora ci accorgeremo che l'aurora non è lontana e la sponda, appena lambita dalle onde, ti accoglie ridente di vita. Il traguardo, però, è nella pienezza della luce che via via si fa più abbagliante per chi accetta di calcare le orme del Crocifisso, affidandosi totalmente alla sua Parola che è Vita. Ci si accorgerà allora che non la tristezza, ma la gioia sta ritmando i passi e trasfigurando l’esistenza.
Vieni Signore Gesù nel mio cuore, salì pure sulla mia fragile barca. Dammi il tuo amore che procura solo gioia al mio cuore. Fin da questo momento mi abbandono a te e ti ringrazio per ogni dono che mi fai, anche se in questo momento non sono capace di scorgerlo ma so che dietro le nubi il sole splende ancora.

martedì 19 maggio 2009

Mercoledì della VI settimana di Pasqua

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Continuiamo il discorso di addio dell'ultima cena, ove emozione e paura si intrecciano sempre più forte.
Diceva lo scrittore Antoine de Saint Exupéry: "Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi." Con queste parole entriamo nel cuore della pericope evangelica
(vedi Gv 16,12-15).
Le parole del Vangelo che abbiamo ascoltato fino ad oggi, mettevano in luce la difficoltà degli apostoli ad entrare nelle vedute di Gesù. Le sue parole erano state accolte con profonda e muta tristezza.
Le parole dello scrittore francese e in particolare quelle di Gesù, restano incomprensibili se affidate alla sola fredda razionalità: è l’amore che ne svela il senso profondo, l’intima e vivificante verità. E di questo amore l’espressione più piena è proprio la croce. Qui si rivela il volto di un Dio che è Amore. Di qui lo Spirito Santo che è Amore, prende ad effondersi sopra ciascuno (cfr. Gl 3,1-2), facendo sì che gli occhi del cuore si aprano alla verità.
Abbiamo bisogno di questa azione divina, per cogliere il frammento di verità che si nasconde in ogni uomo, per stupirci dell’intima bellezza di chi ci vive accanto, al di là di quelle scorie superficiali che fanno inevitabilmente scivolare nel giudizio severo. Questa è la sete di verità che parte costitutiva del nostro essere umano.
Gesù avverte quest'esigenza e vuole dire ancora molte cose ai suoi discepoli, ma sa che, per ora, non sono in grado di capirle . Tutte queste cose, infatti, riguardano la Verità, che è lui stesso, la sua vita di Figlio di Dio. Il traguardo è lontano e difficile. Lo stesso Consolatore, che il Maestro promette ai discepoli, procederà per gradi e soltanto " a poco a poco" li farà pervenire alla " verità tutta intera".
In queste parole non appare un rimprovero all'incapacità, sa benissimo i loro limiti. Però occorrerà una pedagogia attenta e paziente, che ripeterà lo stesso annunzio di Gesù e lo illuminerà di fronte a sguardi divenuti più acuti e capaci di sopportarne la luce. Infatti, Gesù non ha bisogno di sapienti, nè di potenti e di forti a cui affidare la sua missione. La sua Parola non è una dottrina alta o un'ideologia complessa che solo pochi sono in grado di comprendere e di approfondire. La sua "dottrina" è un'energia che riempie il cuore e trasforma la vita, e che tutti possono accogliere e vivere. Quest'azione divina è duplice: ci illumina sulla verità stessa e poi, con tratti di vigore e insieme di soavità, ci aiuta a vivere quella verità che crediamo. certamente notiamo spesso una fatica nella ricerca. E' normale! Ma è proprio una fatica e lotta quella del cristiano, perché possa agire l'azione dello Spirito Santo, lo Spirito di verità che nutre e rasserena la coscienza circa la possibilità data all'uomo di trovare e di possedere la verità, come bene fondamentale e necessario per i suoi giudizi e le sue scelte di vita.
Proprio perché la verità della nostra fede, quella verità che la Parola ci fa conoscere, s'illumina si approfondisce in noi a misura che invochiamo lo Spirito Santo e che, dentro una delicatezza di coscienza da coltivare sempre, siamo docili alla sua azione. Facciamolo con le parole del cardinale Newman: Conducimi tu, luce gentile nel buio che mi stringe, la notte è scura, la casa lontana, conducimi tu, luce gentile. Tu guida i miei passi. Non chiedo di vedere assai lontano, mi basta un passo, solo il primo passo, conducimi avanti, luce gentile.

lunedì 18 maggio 2009

Martedì della VI settimana di Pasqua

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Continua il discorso sulla preparazione all'ascensione di Gesù, e il Vangelo di Giovanni parla di una dimora.
Se apriamo il Vangelo di Giovanni al capitolo 1 dove inizia la'attività pubblica di Gesù, troviamo la domanda dei due primi discepoli: “Maestro, dove abiti?” (1,38). La risposta di Gesù è un invito rivolto a quanti vogliono conoscerlo più profondamente: “Venite e vedete” (1,39).
Nel periodo trascorso insieme a Lui, i discepoli e anche quelli più intimi hanno visto, osservato, ascoltato, però quel “dove abiti?” non ha ancora trovato risposta in loro. In tali circostanze dolorose i discepoli sperimenteranno angoscia e sofferenza, simili alle doglie del parto, ma la loro tristezza si trasformerà in gioia quando Gesù tornerà a prenderli con sé (Gv 16, 21-22). Questa felicità sarà pregustata parzialmente in occasione dell'apparizione del Risorto ai Dodici (Gv 20,20).
Il cuore dei discepoli non deve turbarsi per l'annuncio della partenza di Gesù perché egli farà ritorno ad essi mediante il suo Spirito (vedi Gv 16,5-11). Ma queste parole non bastano per dare pace ai cuori. Infatti Gesù, che non nasconde nulla ai suoi discepoli, ha previsto e comunicato anche eventi dolorosi "sarete odiati e perseguitati per causa mia....vi cacceranno dalla sinagoga e sarete uccisi".
Un futuro tragico, che fa cadere nell'incertezza e nel dubbio chi sa di non avere più un punto di riferimento. Allora Gesù afferma: "E' bene per voi che io me ne vada". Infatti soltanto dopo essere tornato al Padre potrà inviare il Consolatore, il Difensore, l'Avvocato: lo Spirito Santo. E' questa la promessa che non viene mai meno, che percorre i secoli della storia e invade il cuore, lo rafforza, gli dà coraggio e pace.
Lo Spirito Santo sarà il Consolatore, Colui che vincerà la tristezza nel cuore dei discepoli, instaurando un rapporto nuovo tra i discepoli e Gesù, un rapporto tutto giocato nella fede in lui ormai invisibile ai loro occhi, un rapporto che anche noi siamo chiamati a vivere.
Si tratta di una fede resa convinta e forte dallo Spirito che il Padre manderà; una fede che vada a braccetto con la speranza e la carità.
Ma è necessario invocare lo Spirito Santo per vivere una fede così forte. Anche perchè anche noi, come e forse più degli Apostoli, siamo paurosi, fragili. Siamo tentati dalla tristezza della solitudine, dalla paura di essere abbandonati a noi stessi, di non farcela di fronte alla prova della sofferenza fisica, dell'emarginazione sociale, dell'apparente insignificanza delle nostre vite. Solo il pensiero e la fiducia in questa promessa della presenza dello Spirito può ridarci coraggio, forza, consolazione.
Con la speranza donataci dal Risorto, liberiamo il nostro cuore da ciò che impedisce l'accoglienza dello Spirito Santo e preghiamo così: Signore Gesù, effondi in me e attorno a me il tuo Spirito Consolatore. Che nel suo lume e con la sua forza io cresca in una fede sempre più vigorosa che dissolve dubbi e paure, respiri una speranza colma di gioia e operi il bene, persuaso che là dove sembra prevalere il male, niente è irreparabile. Satana ha già perduto la guerra. Signore, fa' che non abbia a vincere qualche battaglia nel mio cuore. Sostienimi nelle tentazioni!

domenica 17 maggio 2009

Lunedì della VI settimana di Pasqua

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Iniziamo questa nuova settimana con le parole, "Lo Spirito di verità mi renderà testimonianza" , quasi a respirare il giorno di Pentecoste che celebreremo l'ultima domenica di questo mese. Infatti, il tema del Vangelo odierno è quello della testimonianza dello Spirito Santo e dei discepoli (vedi Gv 15,26-16,4).
Leggendo il brano nel suo contesto, lo troviamo incastonato in un discorso ove si parla dell’odio del mondo per Cristo e per i suoi seguaci e della persecuzione che ne segue. In queste parole troviamo motivo per dar ragione del richiamo allo Spirito Santo quale presenza essenziale, anzi indispensabile, per assolvere al grave compito della testimonianza.
L'evangelista Giovanni ci dice che lo Spirito Santo è il vero testimone, donatoci dal Padre e da Gesù perché consolidi la nostra fede, soprattutto quando la coerenza diventa difficile.
Gesù facendoci questo dono continua a dirci "non abbiate paura!". Ci dilata veramente il cuore alla fiducia perchè a guidarci ci sta lo Spirito Santo.
Questo dono, questa forza divina non è solo una consolazione passeggera, Egli è lo Spirito di verità, ce lo insegna nel profondo; addirittura si rende garante facendosi testimone di Gesù sale della terra e luce del mondo.
E che cosa testimonia, se non del fatto che, in Lui, attraverso il suo mistero pasquale, tutto l'amore del Padre diventa vita e salvezza per noi?
Ciò che manca, a noi oggi, non è tanto la conoscenza teorica di Dio (sia pure più o meno approfondita), ma quella conoscenza, intesa biblicamente, che rimanda a un'esperienza. Dio è persona e la persona non la si conosce sui libri ma nell'incontro frequente, nel dialogo. Lo Spirito ci è dato per questo. La sua "testimonianza" si traduce nel nostro vivere in "esperienza", così che possiamo dire: "Quello che abbiamo contemplato, quello che le nostre mani hanno palpato del Verbo di Vita, noi lo annunciamo a voi".
La testimonianza cristiana, anche senza parole, è impegno di tutti i giorni e fa parte dell'opera di evangelizzazione che ci spetta come membri della Chiesa. Facciamo tutto questo con gioia, sapendo che non siamo mai lasciati nella nostra solitudine, perché nel santuario più inviolabile della nostra intimità, abbiamo la compagnia dello Spirito di Gesù, che è la sua presenza continua tra di noi.
Verifichiamo allora la nostra esperienza di Dio, di Gesù e preghiamo così:
Vieni, Spirito Santo, a rendere testimonianza in me del Risorto, perché la mia fede sia frutto di un incontro, la mia speranza fondata sulla certezza che "Lui ha vinto il mondo", la mia carità diventi il traboccare dell'amore con cui la Trinità mi avvolge.