Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Siamo arrivati, dopo 9 giorni di preparazione, anche accompagnati dalla Vergine Maria, alla grande Festa di tutta la Chiesa: Domenica di Pentecoste.
La solennità della Pentecoste, almeno per quanti vivono la vita di fede come cammino verso la felicità, è l'immenso Dono dello Spirito Santo, che ispira, sorregge, conforta, si fa forza...
Il centro delle letture non è, come al solito, il vangelo, ma la prima lettura presa dagli Atti degli Apostoli, in cui si racconta l’evento della Pentecoste.
Pentecoste è una parola greca e significa cinquantesimo giorno; si celebra cinquanta giorni dopo Pasqua. Pasqua era anticamente la festa di primavera, Pentecoste l’inizio della raccolta del grano. Per gli ebrei Pasqua ricorda il passaggio del mar Rosso e Pentecoste i comandamenti sul Sinai. Per i cristiani, Pasqua è la resurrezione di Gesù, Pentecoste l’effusione dello spirito. Gesù a Pasqua se ne va al cielo, ma a Pentecoste ritorna sotto un’altra forma: lo Spirito.
Per gli antichi cinquanta era il numero della pienezza di un tempo. A cinquant’anni anni a Roma, si era dispensati dal servizio militare. Per gli ebrei il cinquantesimo anno era l’anno del giubileo, della riflessione, dove uno si fermava per riflettere su quanto c’era stato di corretto e di scorretto nella propria vita. Allora la Pentecoste, i cinquanta giorni, indicano che un tempo è finito. E’ giunto a compimento il tempo del Gesù terreno e delle sue apparizioni e si apre un nuovo tempo: il tempo dell’uomo, della chiesa e dello spirito.
Ma la Pentecoste non è solo questo, Essa esprime la verità che Dio abita dentro di noi. Dio non è più presente fisicamente in mezzo a noi, ma è presente con il suo Spirito.
Nelle letture odierne, troviamo anche un mandato particolare, non solo quello di essere testimoni e basta, ma quello di essere testimoni camminando secondo lo Spirito!
Che significa "camminare secondo lo Spirito"? Non certo fare gli spiritualisti, sradicati dalla realtà, dal nostro quotidiano. Neppure significa "affogare" dentro le realtà contingenti fino a non sapere perché viviamo, dove stiamo andando e quale grande valore può avere ogni momento se "viviamo secondo lo Spirito", ossia in conformità al precetto dell'amore.
Lo Spirito Santo è proprio l’amore in persona! È lui che ti abilita ad amare bene ta partire dalla propria persona per amare bene Dio, gli altri e ogni creatura. Senza lo Spirito Santo il nostro amore è fragile e malato. Con lo Spirito Santo il nostro amore si purifica, si vivifica, si rinvigorisce e diventa quello di cui abbiamo bisogno per essere autenticamente ‘persona’ cioè liberi da individualismo e propensi a incontrare l’altro in profondità e a far comunione.
Vieni Spirito Santo, oggi e sempre nella nostra vita, plasmala con la forza vivificante per essere testimoni dell'Amore sulle strade dell'oggi.per scaricare i testi della Messa
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Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Siamo nella conclusione del Vangelo di Giovanni. Gesù aveva appena annunziato a Pietro «con quale morte avrebbe glorificato Dio». Ora, voltandosi verso l'apostolo Giovanni, Pietro chiede quale sarebbe stata la sorte del discepolo amato. Ma Gesù taglia corto e risponde: «che importa a te se voglio che egli rimanga finché io venga? Tu seguimi» (vedi Gv 21,20-25).
Gesù non si mette a discutere sul futuro di Giovanni; potrebbe lasciarlo in vita fino al suo ritorno nella parusia, che probabilmente non era ritenuta lontana (cfr. 1Cor 4,5; 11,26; 1Ts 4,15ss; Ap 3,11; 22,7.12.20), ma utilizza l'episodio per chiarire a Pietro, e oggi anche a noi, che ciò che conta per ciascuno è la testimonianza di vita personale e intima con Lui, il vivere il messaggio evangelico, il fare la volontà di Dio con l'aiuto dello Spirito Santo.
Gesù dice: «Tu segui me»: un imperativo ben lontano dal vincolo. Si tratta piuttosto di una chiamata alla libera e gratuita sponsalità con Dio che si percepisce nella misura in cui maturiamo dentro la consapevolezza del dono ricevuto: il suo amore redentivo «che è stato riversato nei nostri cuori» (Rm 5,5). "La vera sequela nasce non quando si dice "devi" seguire il Cristo, ma quando si proclama ciò che Cristo ha fatto per me" (S. Kierkegaard).
Solo se i nostri passi ricalcheranno i Suoi, solo se sapremo seguirlo veramente sulla strada del calvario, solo se saremo autentici testimoni del suo amore, solo se la nostra sequela sarà gratuita e disinteressata, allora la preoccupazione degli altri sarà vera, essi troveranno in noi il volto del Gesù da amare e seguire.
In queste parole troviamo il cammino in cui è diretto il Principe degli Apostoli: l'alleanza nuziale, che sgorga dalla contemplazione del mistero dell'amore di Cristo.
Nel Vangelo di oggi, vigilia di Pentecoste, non so se ci avete fatto caso, il Vangelo non parla dello Spirito Santo, ma della testimonianza da rendere.
In realtà, come leggeremo nei testi di domani, il coraggio di annunciare e testimoniare "le meraviglie di Dio, insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù, con tutta franchezza e senza impedimento" viene dalla forza dello Spirito Santo.
In un mondo sempre più pagano, è urgente essere autentici testimoni del Signore, così come ci ricordava papa Paolo VI.
Vieni Spirito Consolatore, Spirito di forza e di luce, invadi nell'intimo il mio cuore e suscita in me gli atteggiamenti e le parole del testimone.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Siamo arrivati agli sgoccioli, domenica è Pentecoste. In questi giorni stiamo ascoltando e leggendo il vangelo di Giovanni. Sia oggi che domani il Vangelo ci parlerà dell'ultimo incontro di Gesù con i suoi discepoli. Fu un incontro celebrativo, marcato dalla tenerezza e dall'affetto.
Questa manifestazione di Gesù ai discepoli sul mare di Tiberiade è l'ultima che il quarto vangelo ci narra. Anch'essa, oltre ad essere prova del fatto della risurrezione, è anche "segno" tangibile della presenza e dell'azione permanente di Cristo Risorto nella comunità dei suoi discepoli, nella Chiesa.
Il Vangelo odierno ci narra del riscatto e della riabilitazione di Pietro (vedi Gv 21,15-19). Conosciamo già il triplice rinnegamento di Pietro quando Gesù venne arrestato. Ora si ripete per lui, su esplicita richiesta del Signore, - "mi ami tu più di costoro?" - una triplice ed umile affermazione di fede e di amore.
Non so quale tensione ha provato il cuore di Pietro, ma credo che il suo cuore fu molto scosso da questa domanda, anche perché la sua triplice ripetizione deve avergli fatto tornare alla mente quei tristi momenti della passione del Maestro e la sua incapacità a rimanergli fedele.
In questo dialogo, Gesù "marca la mano" aggiungendo: "più di costoro", proprio a lui che non ha saputo amare correttamente. Adesso nell'amore e con amore Gesù entra nell'abisso del cuore di Pietro e purifica ciò che di timore, di incertezza, di vergogna gli è rimasto nell'angolo più oscuro della sua anima donandogli e chiedendogli il coraggio di una bellissima professione di fede amorosa: "Signore tu sai tutto; tu sai che ti amo". Con questa affermazione, Pietro ora ha messo a nudo tutto di sé: la sua colpa e il suo amore, la sua debolezza e la potenza della vita di Gesù in lui.
Su questa debolezza e su questa potenza, gratuitamente donata, Gesù radica il ministero che affida a Pietro: "Pasci le mie pecorelle". Il sigillo del suo servizio tra i fratelli e le sorelle nella fede in Cristo è l'amore che tutto perdona; non solo, è l'amore che cura e guarisce le ferite dell'anima mettendo più amore lì dove ce n'è poco o è debole e fragile. E' così che è riaffermato e conferito in pienezza a Pietro e ai suoi successori, il primato nella chiesa. E' così che quel dono, senza perdere il suo aspetto giuridico, si adorna delle doti migliori, quelle della incondizionata fedeltà e dell'amore profondo a Cristo. E' su questa scia che si sta movendo l'attuale Pontefice, il successore di Pietro. Questa è la via che potrà fare della chiesa un solo ovile sotto un solo pastore nella perfetta unità, per cui lo stesso Gesù ha pregato.
L'investitura di Pietro a pastore supremo del gregge di Cristo è seguita dalla profezia del suo martirio. Questa però è fatta in forma di metafora e tertulliano dice di lui: "Pietro viene cinto da un altro allorquando vien legato alla croce" (Tertulliano, Scorpiace, 15). L'invito a seguire Gesù, in queste parole non un semplice andare dietro a Lui, ma più profondamente, un invito a seguirlo nella morte (cfr. Gv 13,36).
Anche a noi viene rivolta la stessa domanda di Pietro, forse non siamo chiamati al martirio, ma sicuramente ad essergli testimoni del suo amore.
Vieni, Santo Spirito e insegnami la via dell'amore. Pungolami continuamente perché non mi senta mai un arrivato, ma in te trovi la forza e il coraggio di puntare sempre oltre, verso la pienezza della verità rivelata in Cristo Gesù. Amen.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Il vangelo di oggi ci presenta la terza ed ultima parte della Preghiera Sacerdotale, in cui Gesù guarda verso il futuro e manifesta il suo grande desiderio di unità tra di noi, suoi discepoli, e per la permanenza di tutti nell'amore che unifica, poiché senza amore e senza unità non meritiamo credibilità (vedi Gv 17,20-26). Questo è il cuore della Preghiera di Gesù al Padre: "Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me".
Gesù prega per questo vasto popolo e chiede al Padre che "siano perfetti nell'unità". Sa bene che lo spirito della divisione li annienterebbe. L'unità, quel bisogno di sentirsi in comunione con l'altro, in pace con l'altro, in armonia, non è solo un ideale, ma è già compimento.
La preghiera di Gesù è una preghiera che è già stata esaudita dal Padre. La più grande ed efficace evangelizzazione è l'unità tra i discepoli di Gesù. Oggi si inventano tanti progetti pastorali, tante tecniche di evangelizzazione e a volte ci si scorda che Gesù ci ha già indicato il suo mandato di evangelizzazione: "Essere una cosa sola tra noi, con Gesù, nel Padre perché il mondo creda".
Quello che chiede Gesù è il sogno impossibile: l'unione dei cuori, l'unità come c'è tra Lui e il Padre. Nella storia della Chiesa e nella concretezza della nostra vita parrocchiale, sociale verifichiamo come quest'unità per cui Gesù prega è molto difficile. Unità non significa omologazione, né obbedienza alle direttive del partito, ma accettazione della diversità, uniti nell'unico vangelo. Ed è bello che nelle nostre comunità ci siano tante differenze perché, come ricordava Papa Giovanni XXIII, la Chiesa è come la fontana del villaggio cui tutti si possono abbeverare.
Possiamo così cogliere non solo il nostro primario impegno di credenti, ma anche l'inevitabile responsabilità che incombe su ciascuno di noi. Siamo ornati di gloria per questo e la nostra gloria consiste nell'essere, perché redenti, figli di Dio, "abbeverati ad un solo Spirito" (1Cor 12,13), resi quindi capaci di amore autentico verso Dio e verso il nostro prossimo, con la perfezione che Egli stesso ci dona. Questa è la via per testimoniare l'amore del Padre per il Figlio e l'amore che Cristo ci ha donato. Il mondo è rimasto ignaro di questa meravigliosa esperienza, ma gli apostoli e tutti coloro che per mezzo loro aderiranno al vangelo, hanno il compito di farla conoscere nel corso dei secoli. È un compito arduo da cui però non possiamo esimerci. E' sicuramente una grande sfida.
Vieni Santo Spirito, Lode a te, dona alla Chiesa e a tutti noi di essere uniti per diventare credibili nell'annunciare il tuo vangelo, Dio benedetto nei secoli!
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Continua la riflessione sulla preghiera sacerdotale. Il brano odierno prende in considerazione la situazione dei discepoli nel mondo, dopo la sua definitiva partenza. "Padre santo, custodisci nel tuo nome, coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola come noi" (vedi Gv 17,11-19).
Nell'offrire la propria vita, Gesù affida i suoi discepoli al Padre; prega per loro chiedendo che siano uno come egli e lo Spirito Santo lo sono col Padre. In pratica, siano immagine e somiglianza della Trinità!
In questa sua preghiera, Gesù desidera veramente qualcosa di speciale per i suoi discepoli e per tutti noi, per questo raccomanda al Padre e invoca per i discepoli e per noi la stessa vita che è nella Trinità. E cosa chiede se non essere immagine di Dio Uno e Trino non solo come singoli, ma anche come comunità, come Chiesa.
In questa preghiera vi è il desiderio più profondo di Gesù: ristabilire l'equilibrio d'amore del progetto originario, quando Dio passeggiava con l'uomo nell'Eden alla brezza del giorno, quando l'uomo non aveva paura di Dio, quando l'immagine e somiglianza brillava pura e limpida e faceva esultare di lode tutto il creato.
Gesù ha cura e premura per i suoi discepoli ed invoca la potenza divina, affinché "li custodisca dal maligno", dal divisore, dal menzognero, da colui che fin dall'inizio ha attentato a questa unità, da colui per il quale l'immagine e somiglianza dell'uomo col suo Dio è gelosia che divora e distrugge. Solo la Verità può custodire l'Unità. Per restare costantemente orientati al Signore, dobbiamo fare spazio in noi alla Verità, all'autenticità che deriva dall'accogliere la Parola di Dio. Facciamo in modo, che la Parola di Dio dimori abbondantemente tra noi (cfr. Col 3,16), affinché possiamo restare nel mondo con semplicità dando testimonianza al Vangelo.
Poi la richiesta di Gesù per noi, raggiunge il culmine; egli implora che tutti noi siamo "consacrati nella verità". Anche Gesù ha "consacrato se stesso", facendosi obbediente al Padre sino a offrire la sua vita in sacrificio. Egli vuole ottenerci questo dono, questa consacrazione per renderci concretamente capaci di mettere tutta la nostra vita a servizio esclusivo della verità: questo significa essere consacrati, questo è l'impegno del cristiano, quello appunto di fare della propria esistenza una testimonianza viva di Cristo.
Per essere testimoni di Cristo, abbiamo bisogno dello Spirito Santo che irrompa nella nostra vita e ci sostenga. Ci immetta nel suo mistero di morte e di resurrezione, ci consacri: ci assuma e ci formi, bruci in noi ogni resistenza e pretesa egotica di identità e di verità e ci conduca ad essere testimoni in ufficio, in casa, a scuola, perché il mondo creda e credendo, abbia la vita.
Vieni, Spirito Santo, Spirito di Consiglio. Fammi comprendere momento per momento ciò che Dio vuole da me. Toglimi la bramosia di conoscere tutta la strada e sostituiscila con la serena fiducia che la meta verso cui sto procedendo tu la conosci ed è una meta fissata dall'amore.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Nella ricorrenza di san Filippo Neri, il Vangelo odierno ci parla del "discorso sacerdotale", nel quale Gesù ci lascia vedere la profondità del suo cuore e ci svela quali sono le ansie e i sentimenti di questo cuore (vedi Gv 17, 1-11).
Il capitolo 17 del Vangelo di Giovanni è la parte finale di un lungo discorso iniziato nel capitolo 15. Qui, troviamo una lunga preghiera di Gesù per le comunità, prima di avviarsi all'orto degli ulivi dove cominciò la sua passione. In essa spuntano i sentimenti e le preoccupazioni che, secondo l'evangelista, abitavano Gesù in quel momento in cui stava uscendo da questo mondo e andando verso il Padre. Il genere letterario di questa preghiera rientra negli schemi dei testamenti o discorsi di addio dei patriarchi (Dt 32 e 33, ecc.). In questo capitolo Gesù esprime le sue ultime volontà in forma di preghiera al Padre. L'uso del verbo "voglio" (v.24) conferma il valore di testamento spirituale di questo capitolo.
Due osservazioni possono accompagnare la nostra riflessione. Anzitutto Gesù inizia la sua preghiera alzando gli occhi al cielo. Il Cristo prega il Padre elevando gli occhi al cielo come aveva fatto prima di risuscitare Lazzaro (Gv 11,41); il cielo, nel linguaggio degli antichi, è considerato il luogo della dimora di Dio. Anche noi abbiamo bisogno di alzare gli occhi al cielo, da noi stessi, perché usciamo dalla nostra autosufficienza e dal nostro egocentrismo, e dirigiamo la voce, il cuore e i pensieri in alto, appunto, verso Dio. Nella preghiera, infatti, troviamo quella forza necessaria alla nostra debolezza.
La seconda osservazione è l'ora di Gesù. Gesù ha ricordato la "sua" ora. E' l'ora lungamente attesa (Gv 2,4; 7,30; 8,20; 12,23.27; 13,1; 16,32). Per un uomo di vaglia la "sua ora" è quella del successo, del riportare vittoria, sgominando difficoltà e nemici. È, insomma, l'ora della sua gloria nel senso solito del termine. Per Gesù è l'opposto: è il momento della glorificazione che si farà mediante la passione, morte e risurrezione. Nel giungere al termine della sua missione, Gesù guarda indietro e procede ad una revisione. In questa preghiera, lui esprime il sentimento più intimo del suo cuore e la scoperta profonda della sua anima: la presenza del Padre nella sua vita.
L'ora di Gesù è anche l'ora della nostra salvezza! Ne sono convinto?
Invochiamo lo Spirito Santo, perché infonda nel nostro cuore quell'amore che spingeva Gesù a cercare la gloria del Padre e la nostra salvezza. Sarà questo amore a purificare le intenzioni del nostro agire perché non battano la strada della gloria vana.
"Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore!".
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!In questo lunedì della VII di Pasqua, in cui ricordiamo nel Calendario Carmelitano Santa Maria Maddalena De' Pazzi, il Vangelo è ancora ambientato nel luogo dell'ultima cena e le parole dei discepoli sembrano piene di fede (vedi Gv 16,29-33). Però Gesù gioca qui un pochetto di dolce e garbata ironia mettendo in dubbio la fede dei discepoli. Quando credono di aver capito, Gesù fa toccare loro con mano che il cammino nella fede passa attraverso il buio e la dispersione e si ricompone solo nell'abbandono fiducioso al Padre.Se ricordate il vangelo di ieri che ci riportava a celebrare l'Ascensione del Signore, nel mandato che Gesù ci faceva si diceva che dovevamo scacciare i demoni e questo perché il dilagare e la spettacolarizzazione del male ci vorrebbero convincere di essere sopraffatti e perdenti! E' il male che continuamente si annida nei nostri cuori rendendo la nostra vita una tomba. Ma ogni volta che succede una cosa del genere noi siamo pronti a proclamare l'assenza o l'impotenza o l'inerzia di Dio. Sono invece poche le persone che riconoscono che la causa vera del male dell'uomo risiede nell'isolarsi da Dio e dalla volontaria rinuncia ai suoi doni. Vi ricordate che Gesù ci aveva ammonito: "Senza di me non potete fare nulla", ma sembrano parole al vento perchè si continua a scegliere la solitudine per autogestire la propria esistenza. E' una fede provata che si smarrisce. Nel suo dubitare l'uomo non è più capace di relazione, non sente più il fascino della casa del Padre e se ne va lontano per la sua strada (cfr. la parabola del padre misericordioso Lc 15,11-32). Gesù stesso dice: "Io non sono solo, perché il Padre è con me". La solitudine fa paura, pesa. L'uomo è essenzialmente un essere in relazione, la sua persona e il suo carattere si sviluppano proprio a contatto con gli altri. Gesù vuole presentarci una solitudine divina da ricercare, la solitudine che ci permette di rimanere da soli con il Padre.Quindi ascoltiamo la sua Parola, ma non tanto per accogliere quanto dice, ma per accogliere tutta la sua Persona e tutta la sua vicenda. Accogliere Gesù significa accogliere il Suo mistero: il suo venire dal Padre e a Lui tornare, il suo consegnarsi agli uomini e il suo morire di una morte ignominiosa, il suo risorgere. Iniziamo da oggi una settimana che dovrebbe essere per tutti noi e per ogni cristiano di intensa preparazione alla discesa dello Spirito Santo che celebreremo domenica prossima, non come un semplice ricordo di un evento passato e straordinario, ma il ripetersi di una nuova pentecoste, che, se ci troverà pronti ed accoglienti, ci consentirà di ricevere ancora in pienezza quel dono.Siamo ancora nel mese di Maggio, preghiamo con Maria l'attesa dello Spirito Santo: "Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore!".