sabato 25 luglio 2009

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il Vangelo di questa domenica (ma vedremo lo si seguirà anche nelle prossime) non è più quello di Marco. Il ciclo B prevede dopo la XVI domenica del t.o. quest’interruzione, dovuta alla lettura del capitolo VI di Giovanni, che riguarda la catechesi eucaristica di Gesù.
Possiamo chiederci prima di continuare la riflessione: chi seguiamo? Gesù o i segni che lui fa?
La folla segue Gesù poiché osserva i segni che Egli compie sugli infermi (v. 2): non c’è ancora il ricorso alla fede per riferirsi a Lui, piuttosto si segue il proprio bisogno di vivere bene, nella speranza che qualcuno sia garante della propria vita. È l’istinto di conservazione che crea per ora il legame. Attraverso questo segno, il Figlio di Dio farà capire che il fine ultimo dell’esistenza si lega all’eternità, che solo Dio può offrire a chi si riconosce come suo figlio, e come tale gli si affida.
Lungo questo percorso troviamo un segnale che indica pericolo: il problema di noi adulti è smarrire il sogno, essere talmente realisti da diventare aridi. Smettiamola di recitare le litanie delle nostre fragilità e delle nostre incapacità di fronte alle tragedie del mondo, piantiamola di inanellare pessimistiche analisi sul destino del mondo e della Chiesa, finiamola di gufare all’inizio dell’anno pastorale quando vediamo il nostro quartiere crescere e la nostra parrocchia arrendersi!
Il Vangelo porta i segni della povertà 5 pani e 2 pesci la merenda del povero adolescente che si trovava in mezzo alla folla. Ma in quei segni di povertà, Gesù compie per tutti il grande sogno e ci dice: “Davanti alla difficoltà, anche se non hai le forze, mettiti in gioco, dona quel poco che hai e diventerà un miracolo di condivisione”.
In quei poveri segni che si fanno pienezza, il numero 7 indica proprio questo, Gesù sfama la folla. La moltiplicazione dei pani e dei pesci può risultare ingannevole, in tal senso, perché sembra andare nella direzione delle attese, mentre – come si vedrà le prossime domeniche – Gesù ne fa la premessa per annunciare altro. Tuttavia, anche con questo miracolo Gesù dimostra di usare la sua potenza sempre e solo a beneficio degli uomini, invitando i suoi seguaci ad operare in modo conforme, vale a dire a impegnare le loro capacità e possibilità a beneficio del prossimo.
Qui ricordiamo anche un'altro tipo di fame, che solo chi ha moltiplicato i pani e i pesci è in grado di soddisfare: la fame di vita e di felicità, di fronte alla quale non ci sono differenze tra primo, secondo e terzo mondo. Lui solo è in grado di saziarla: e lo fa di buon grado, anzi non chiede altro. Lo fa', a una condizione: che riconosciamo davanti a lui la nostra povertà interiore; in altre parole che non ricorriamo a lui da più o meno consapevoli presuntuosi, i quali hanno già le loro idee e le loro strade, e da lui pretendono conferme e approvazioni, non la verità.


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venerdì 24 luglio 2009

25 LUGLIO: SAN GIACOMO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo la festa di san Giacomo apostolo e il vangelo che ci viene presentato in questa occasione, vuole indicare lo spirito con cui dedicarsi a servizio del Vangelo (vedi Mt 20,20-28).
Il "servizio" è un concetto teologico prima ancora di essere un atteggiamento pratico. Non riguarda prima di tutto un modo umile di esercitare il potere, ma di concepirlo.
Il servo non è il responsabile della casa, non ha nessun potere, tanto meno quello di sostituirsi al padrone, prendendo decisioni al suo posto, prendendosi la responsabilità degli altri. Egli è solo un inserviente che coopera al buon andamento della casa. Ecco perché il brano messo alla nostra riflessione è un contrappunto tra due glorie: quella del Figlio dell'uomo e quella degli uomini.
La prima consiste nel consegnarsi, nel servire e dare la vita; la seconda consiste nel possedere, nell'asservire e dare la morte. E' una lotta tra l'egoismo e l'amore, dove l'amore vince con la propria sconfitta, e l'egoismo perde con la propria vittoria.
Nel brano c'è un desiderio della madre dei figli di Zebedeo. Tutti sappiamo come una madre o i genitori possa desiderare sempre il meglio per i suoi figli. Qui ha trovato occasione grande: quella di chiedere di far sedere i propri figli accanto a Gesù quando Lui sarà nella sua gloria. In altre parole, questa donna non chiede la Gloria (in pratica Dio) per i propri figli, ma la vanagloria cioè l'avere, il potere e l'apparire.
Quante volte nel nostro modo di pensare e di agire non corrisponde a quello di Gesù e ci sobbarchiamo dai mille perchè?
Gesù ci invita a cambiare mentalità. L'atteggiamento richiesto da Gesù non nasce spontaneo, non è congeniale all'uomo: richiede una conversione. "Non hai la minima partecipazione a lui (a Cristo), né la più lontana comunione con lui, se non ti sei posto in sintonia con lui nel suo abbassamento" (
S. Kierkegaard). E' la via della piccolezza, dell'umiltà quella che ci chiede di affrontare Gesù. Infatti questa è contraria al nostro modo di pensare e di agire. Gesù si è fatto piccolo fino alla morte di croce (cfr .Fil 2, 5-11).
Proviamo allora a scoprire i nostri punti deboli (sarebbe un piccolo passo), rileggendo la nostra vita cristiana alla luce di questa parola di salvezza e vedere quanto incide nei nostri comportamenti quotidiani: nel rapporto con la mia comunità parrocchiale, con la mia famiglia, nell'ambito del mio lavoro e in fondo con me stesso.
San Giacomo interceda in questo nostro cammino.

giovedì 23 luglio 2009

Venerdì della XVI settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Tante volte abbiamo avuto occasione di ascoltare la parabola del seminatore. Il brano di Matteo non allude ad un seminatore ma a il Seminatore: il Figlio di Dio, Gesù. Come pure nella parabola non parla di un seme qualsiasi ma di quel seme che ha solo la funzione di generare nuovi semi, produrli in abbondanza (cfr. Gv 12,24).
Con il brano odierno ne ascoltiamo la sua spiegazione (vedi Mt 13,18-23). Sembra che non sia stata chiara la parabola dettata da Gesù, ma non è così. La tradizione non si è accontentata di trasmettere la parabola, ma vi ha aggiunto una spiegazione (vv.18-23), meglio un’attualizzazione, che trasforma la parabola (in origine rivolta ai predicatori) in una catechesi per i convertiti. La spiegazione si rivolge ai fedeli e insiste sulla necessità di alcune disposizioni interiori e personali perché la Parola ascoltata venga capita e cresca. Ecco le principali disposizioni: apertura ai valori del Regno, coraggio di fronte alle persecuzioni, costanza, resistenza allo spirito mondano e libertà interiore.
Questa interpretazione della comunità primitiva non annulla il primo livello di interpretazione, al contrario, lo utilizza come suo fondamento: la fede non sempre è perseverante neanche tra i vari membri della Chiesa, cioè i predicatori.
Un monaco certosino del XII secolo, Guigo, nella sua opera "Scala claustralium", indica quattro movimenti per la "comprensione" della parola: lectio, meditatio, oratio e contemplatio che chiamiamo tutt'oggi lectio divina. Che cosa è la lectio divina? In una sola espressione diciamo che la lectio divina è l'esercizio ordinato dell'ascolto orante personale della Parola di Dio.
Se Dio ti ha chiamato alla solitudine silenziosa, in un tempo di dialogo, è per parlare al tuo cuore, punto centrale del brano evangelico. Il cuore biblico è il centro, la sede delle facoltà intellettive dell'uomo, è l'intimo più profondo della tua persona. È dunque il cuore l'organo principale della lectio divina, perché è quel nucleo centrale in cui ogni uomo vive ed esprime la sua irripetibilità personale. Ma tu sai che questo cuore può essere non circonciso (Dt 30,6 e Rm 2,29), di pietra (Ez 11,19), diviso (Sal 119,113 e Ger 32,29), cieco (Lam 3,65); tutte espressioní queste per indicare il cuore dell'uomo lontano da Dio, non toccato dalla fede, tanto è vero che il Salmista dice: "Un baratro è l'uomo e il suo cuore un abisso" (Sal 64), volendo intendere con ciò che a causa della scissione che l'uomo porta in sé, il suo cuore non è unificato, non è indiviso, non persegue sempre uno scopo.
Il brano di oggi ci dice che nessun uomo è mai terra fertile perchè è "appesantito da dissipazioni, ubriachezze, affanni della vita" (Lc 21,34), succhia la sua linfa dalla carne, dalle ideologie dominanti, dall'orgoglio che è il grande peccato. Quindi, chi si mette in ascolto della Parola deve vivere unito a Cristo, prendere sul serio la propria vita e vivere in semplicità, perché la vita sia feconda per tutto il mondo.
Oggi, tu che ti appresti all'ascolto di Dio prendi questo tuo cuore in mano, innalzalo a Dio, perché lui lo renda cuore di carne, lo unifichi, lo renda saldo e lo purifichi.

Oggi, 24 luglio, l'Ordine Carmelitano ricorda un suo grande riformatore: il beato Giovanni Soreth. Affidiamoci all'intercessione del beato Carmelitano, perché anche noi possiamo come lui, incontrare Dio.

mercoledì 22 luglio 2009

23 LUGLIO: SANTA BRIGIDA DI SVEZIA

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo la festa di santa Brigida di Svezia, patrona di Europa. Il vangelo odierno ci fa riflettere su "essere sale"; "essere luce" (vedi Mt 5,13-16).
Chissà quante volte abbiamo ascoltato questo brano e chissà se siamo stanchi di riascoltarlo. Eppure la parola di Dio è sempre viva (Eb 4,12), anzi «vivente» (zôn), perché non è un testo (il cristianesimo non è “religione del Libro”!), ma la persona viva del Verbo, per cui l’ascolto della Parola non si concepisce al di fuori di un’esperienza orante di relazione con Cristo.
Il contesto letterario del brano evangelico, si trova tra le otto beatitudini (Mt 5,1-12) e la spiegazione di come bisogna capire la Legge che fu trasmessa da Mosé (Mt 5,17-19). Poi viene la nuova lettura che Gesù fa dei comandamenti della Legge di Dio (Mt 5,20-48). Gesù chiede di considerare lo scopo della Legge che secondo lui è racchiuso nelle parole: "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli!" (Mt 5,48).
Gesù ci chiede di imitare Dio!
Alla radice di questo nuovo insegnamento di Gesù, si trova la nuova esperienza che lui ha di Dio Padre. Osservando così la Legge, saremo Sale della terra e Luce del mondo.
In queste parole, Gesù vuole descrivere la missione della comunità. La comunità deve essere sale della terra e luce del mondo. Il sale non esiste per sé, ma per dare sapore al cibo. La luce non esiste per sé, ma per illuminare il cammino. Noi, la nostra comunità, non esistiamo per noi stessi, ma per gli altri e per Dio (cfr. Rm 14,7). Infatti, la pericope evangelica ha una dimensione universalistica, espressa in "la terra" e "il mondo", sono l'intera umanità.
E' un messaggio importante quello di oggi, come del resto ogni messaggio di Gesù. Una parabola che è tratta dall'esperienza umana adesso si trasforma in provocazione. Gesù provoca gli uditori ad usare la propria esperienza personale per capire il messaggio che lui vuole comunicare.
Forse è il caso che mentre leggi queste parole, ti fermi per capire, attraverso l'elemento del sale e della luce, la missione di noi cristiani. Ci sarà forse qualcuno in questo mondo che non sa cosa è il sale o cosa è la luce? Gesù parte da due cose molto comuni ed universali per comunicare il suo messaggio.
In due elementi molto comuni ci dice che la nostra è una grandissima missione, essere uomini e donne che danno sapore e senso alla vita, che danno luce e convinzioni agli altri. Con altrettanta evidenza tuttavia c'è il rischio di essere insipidi, di perdere quella novità a cui tutti dovrebbero poter guardare per imparare a sperare in Dio. Ma nonostante questo Gesù ha fiducia in noi. Infatti continua ancora oggi a dirci: "voi siete..." e in queste parole vi è racchiusa una grande responsabilità. Il dovere di essere sale e luce, deve condurre l'umanità a riconoscere la fonte luminosa e sapienziale: il Padre che è nei cieli.
Oggi nella festa della patrona d'Europa queste parole risuonano più che mai.
Di fronte al "mondo" che vede nelle cose materiali il valore supremo, l'Europa deve dare il sapore giusto all'umanità. Siano le parole del vangelo odierno per tutti noi una missione da compiere.

martedì 21 luglio 2009

22 luglio: Santa Maria Maddalena

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Oggi, la liturgia ci presenta nella scena del "giorno dopo il sabato", tratteggiata nel vangelo di Giovanni, Maria Maddalena (vedi Gv 20,1.11-18). Ella si reca al sepolcro per rimanere presso la tomba di Gesù, come una persona che non vuole separarsi da colui che ama intensamente neppure dopo la morte.
L'evangelista annota che la Maddalena andò al sepolcro "mentre era ancora buio". E' un'annotazione che troviamo in contrasto con quella di Mc che dice "era di buon mattino". Forse si può pensare che ancora non era giorno, il sole non si era levato. Però possiamo cogliere un valore spirituale, un modo simbolico per indicare il buio con le tenebre provocate dall'assenza di Gesù (cfr. Mc 15.33; Mt 27.45; Lc 23.44): spaventoso simbolo di ciò che avvenne e continua ad avvenire spiritualmente dovunque l'incredulità, cieca e orgogliosa di sé, ha di fatto escluso Cristo dalla vita moderna, specialmente dalla vita pubblica, e con la fede in Cristo ha scosso anche la fede in Dio.
Nel brano evangelico, Maria maddalena è triste. «La tristezza di Maria per la perdita del Signore, anche solo del suo corpo morto – scrive monsignor Vincenzo Paglia –, è uno schiaffo alla nostra freddezza e alla nostra dimenticanza di Gesù anche da vivo». Però il Cristo alla tristezza della donna si fa consolazione viene come Cristo-luce che illumina il mondo e sarà contemplato per prima da Maria Maddalena. Ma tutto sembra procedere a rilento come spesso accade nei ritmi della vita. La ricerca parte da lontano, nell’incertezza delle tenebre che ancora non cedono il passo alla luce. «Donna, perché piangi?», le chiedono gli angeli presso il sepolcro, e un misterioso giardiniere le ripete la stessa domanda aggiungendo: «Chi cerchi?».
Il dolore abbozza una risposta, una risposta piena di aiuto. Lo sguardo è su quella pietra ribaltata che è il simbolo di quella ricerca non solo esteriore ma sopratutto interiore.
In questa pietra ribaltata abbiamo un insegnamento: a non guardare al passato ma proiettarsi verso il futuro. Solo quando Maria smette di guardare al passato, di pensare secondo i criteri di prima, finisce la sua ricerca, può avvenire l’incontro. Solo quando Gesù pronuncia il suo nome avviene il riconoscimento, si placa la tensione della ricerca e si accende il movimento della missione: «Andò subito ad annunziare ai discepoli».
Cosa significa questo per noi? Che chi cerca un Gesù rinchiuso nel passato, ingessato dentro esperienze magari belle ma ormai devitalizzate, seppellito dalla coltre opaca dell’abitudine, non avrà la possibilità di vivere alcun incontro salvifico. Solo facendoci attenti all’oggi e mettendo da parte molte attese anche legittime ma troppo piccole e parziali, potremo fare spazio all’inaudita novità della risurrezione.
L'incontro di Gesù con la Maddalena e l'annuncio fatto dalla donna ai fratelli contengono un grande messaggio per il discepolo di ogni tempo: il Signore è vivo e ognuno deve cercarlo in un cammino di fede, sicuro che se farà la sua parte, il Signore non tarderà a venirgli incontro e a farsi conoscere.
Preghiamo così: O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora, ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua (dal Sal 62).

lunedì 20 luglio 2009

Martedì della XVI settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!



Il brano evangelico odierno, è un episodio che ritroviamo in tutti i Sinottici. Gesù sta parlando alla folla, quando sua madre e i suoi fratelli arrivano e cercano di parlargli (vedi Mt 12,46-50).
L'evangelista nota e sottolinea per noi che mentre Gesù stava parlando alla folla che gli faceva ressa attorno, i parenti "stavano fuori", non sono tra coloro che ascoltano la sua Parola.
Viene spontaneo pensare alla nostra realtà. Quante Messe, quante preghiere facciamo, però siamo tra coloro che ascoltano la Parola di Gesù? oppure ci definiamo parenti di Gesù per il semplice fatto che siamo stati battezzati?
Penso che dentro di noi ci sia quella stanchezza che ci sussurra "anche se non ascolti non fa nulla!". Forse ci sentiamo "troppo parenti di Gesù" da non sentire più il bisogno di ascoltarlo.
Ritornando al brano, sembra che in quel momento Gesù si dissoci dai familiari, per affermare che la sua vera famiglia sono i suoi discepoli e quanti credono in Lui. Infatti, guardando il gruppo di quelli che gli siedono intorno in ascolto, ossia coloro che stanno "dentro" la predicazione del Vangelo, esclama: “Ecco mia madre e i miei fratelli”. Questi sono i discepoli attenti al suo insegnamento, sono la Chiesa nascente. E Gesù li chiama “fratello”,
“sorella”, “madre”. Affermazione che farà dire di Gesù all’apostolo Paolo: “il primogenito di una moltitudine di fratelli”? (Rm 8,29).
L'uditore dell'epoca, al comportamento di Gesù restava sbalordito (e forse tutt'oggi), non capiva. Infatti nel mondo ebreo, che considerava i rapporti di sangue un fattore determinante per l'appartenenza religiosa, questo misconoscimento dei familiari risulta davvero sconcertante.
Ma fermiamoci un attimo per capire. Che cosa è l'ascolto della Parola se non quella via propedeutica "fare la volontà", anzi questa si manifesta in pienezza quanto più si è capaci di tendere l'orecchio del proprio cuore per scrutare i segni della presenza di Dio. In tal modo, il compiere la volontà divina non è un mero sottomettersi a qualcosa e/o a qualcuno che è più grande e potente di noi, sarebbe una sorta di fatalismo che ci ridurrebbe ad essere degli infelici, ma è un gesto profetico e come tale ci fa cogliere l'essenza stessa della realtà.
Lo stare dentro per ascoltare è per fare la volontà del Padre. E' la realtà della nuova famiglia di Dio: quella composta dai discepoli di Gesù, da coloro che lo seguono, che hanno fiducia in lui. E noi, stiamo "dentro" o "fuori"?
Preghiamo così: Aiutaci, Signore, a vivere ogni giorno nella lode, ad essere fondati sulla parola di Dio, a vivere nella gratitudine per la tua bontà e nella ricerca della tua volontà ed essere per tutti esempio di vita fraterna.

domenica 19 luglio 2009

20 LUGLIO: SANT'ELIA PROFETA

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Oggi, 20 luglio, noi Carmelitani celebriamo la solennità di Sant'Elia profeta, pertanto il commento che farò alla Parola riguarderà questa solennità.
La Liturgia della Parola ci mostra il rapporto che instaurò il profeta Elia con Dio. Infatti, Elia appare nella Sacra Scrittura come l'uomo che cammina sempre alla presenza di Dio e combatte, infiammato di zelo, per il culto dell'unico vero Dio minacciato dai culti pagani. Ne rivendica i diritti nella sfida con i sacerdoti del dio Baal sul monte Carmelo; gode sull'Oreb dell'intima esperienza del Dio vivente.
Questo cammino esperienziale di Dio ci conduce sempre a fare esperienza di Lui.
Il brano evangelico è preso da Luca è parla della trasfigurazione di Gesù (vedi Lc 9,28-36). Il racconto lo troviamo in ciascuno dei tre vangeli sinottici in una posizione centrale (cfr. Mc 9,2-10; Mt 17,1-9; Lc 9,28-36), in un punto in cui si registra un tornante decisivo tra il ministero di Gesù in Galilea e la sua salita a Gerusalemme. Per essere ancora più precisi, tale racconto è collocato in una sequenza assolutamente identica nei sinottici: confessione di Pietro (cf. Mc 8,27-30 e par.), primo annuncio della passione e delle condizioni per seguire Gesù (cfr. Mc 8,31-38 e par.), trasfigurazione, secondo annuncio della passione (cfr. Mc 9,30-32 e parallelo).
Il vangelo di questa solennità è il vangelo della luce e del volto. E' il vangelo che tenta di dare una risposta alla domanda su che cosa rende veramente felici nella vita. La trasfigurazione è vedere cose che non si possono vedere con gli occhi fisici e che si possono vedere solo con il cuore. E siccome molti non hanno gli occhi del cuore, non hanno queste visioni.
Questo vangelo descrive come si appare quando ci si sente in cielo, cioè pieni e posseduti dalla felicità, da una presenza, da un’abitazione, da un amore. In altre parole, l'evangelista Luca rivela una caratteristica di Gesù: un innamorato, un passionale, un fuoco che riscaldava, che bruciava, che infuocava chi lo incontrava. Ma anche il profeta Elia era così. Il Siracide lo ricorda con queste parole: "sorse Elia profeta, simile al fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola" (Sir 48.1).
Alcune domande per capire: come fa uno a cambiare d’aspetto? Come fa uno a cambiare il suo volto? Come fa un volto ad essere splendente come il sole? E le vesti candide come la luce? Solo chi è innamorato può dare risposta a queste domande. Solo chi è innamorato può capire quanto era innamorato Elia, quanto era innamorato Gesù.
San Pietro nella sua prima lettera dice: "voi amate Gesù Cristo, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui" (1Pt 1,8). L’evangelista Giovanni dice che “Dio è amore”. Cioè: solo chi sa aprirsi e vivere l’amore può capire Dio. La pista che insegna Gesù insieme all'evangelista Luca è la strada della preghiera. Ed è la preghiera a procurare quella beata visione, ad instaurare poco alla volta il nostro rapporto con Dio. Ed è mediante la vicinanza con Dio nella virtù, tramite l’unione con lui nello spirito, che quello splendore, di cui gode Gesù, si produce e si manifesta, si offre a tutti ed è visto da tutti coloro che incessantemente tendono a Dio, assidui a compiere opere buone e la preghiera pura.
Il segreto di questo lo prendiamo dal significato del nome Tabor che significa sia “ombelico” che “principio di luce”.
La vita ci chiama a tagliare tutti i cordoni ombelicali (dipendenze) per poter nascere e vivere ogni giorno. Se il cordone ombelicale non fosse tagliato, il bambino morirebbe: non tagliare certi legami (cioè cambiarli, renderli più liberi o veri, chiuderli, perdonarli, modificarli, trasformarli) ci fa solo morire. Ma c’è un cordone ombelicale che non si taglia. Il legame con Dio rimane per sempre. Il Tabor, l’ombelico del mondo, ti dice: “Se sei attaccato qui, legato a me (re-ligione: essere legati), allora sei al sicuro. Questo legame rimane in eterno, questo cordone è d’acciaio e non si può troncare. Per quanto in basso tu cada o vada, questa corda ti terrà, e tu non ti perderai”.
Ma Tabor significa anche “principio di luce”. E’ vero che le tenebre contengono la luce ma nessuno può discendere nelle tenebre se prima non ha visto la luce.
Ed è stato così per ogni grande uomo, per il profeta Elia: prima di compiere la sua missione c’è stato un sogno, una rivelazione, un incontro, una illuminazione che è diventata la forza, l’energia, la decisione per il viaggio.
Chiediamo ed invochiamo la forza dello Spirito Santo che ci dia questo grande dono, che ci dia quella bellezza che ci fa gustare Dio, ci dia «la bellezza vera, la meta più alta del desiderio, quella bellezza che abbraccia la natura divina e beata, può essere contemplata soltanto da colui che, con mente purificata, fissa lo sguardo nei suoi bagliori e nelle sue grazie, ne partecipa in certa misura, come se una fioritura di luce avesse dato nuovo colore al suo sguardo» (Basilio di Cesarea) e ripetere sempre come la liturgia odierna insegna: "Ho sempre innanzi a me il Signore".