Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
"Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore, se uno mangia di questo pane vivrà in eterno". Così cantiamo al Vangelo... così viene proclamato alla fine del vangelo. E' la domenica del pane vivo.
In queste domeniche, come stiamo vedendo, abbiamo un Vangelo continuativo che parla di Gesù pane di vita e nel Vangelo odierno, Gesù è impegnato a fare capire alla gente la sua vera identità e la sua precisa missione nel mondo. Egli è pane della vita, egli è l’atteso messia, egli è il salvatore, egli è colui che il popolo attende, egli, nonostante che sia il figlio del carpentiere, è il Figlio di Dio venuto nella storia dell’umanità perché questa umanità si riscattasse dalla sua condizione di peccato.
Nel vangelo come del resto, anche nella prima lettura abbiamo un mormorio: l'incredulità. Abbiamo spesso dentro e fuori di noi il mormorare, una pretesa di aggrapparci alle sicurezze terrene (anche se in certi casi necessitiamo veramente), ma dimentichiamo che siamo battezzati, e in quanto battezzati, siamo stati fatti per la vita eterna: ed è quella che dobbiamo cercare.
La realtà è che tutto inizia e che tutto finisce perché tutto evolve. Noi vorremmo che le cose non avessero mai fine: il divertimento non dovrebbe finire mai; i momenti di serenità dovrebbero durare in eterno; la gioia dell’amore dovrebbe durare notti e giorni senza fine; la vita dovrebbe non finire mai. E, invece, no, tutto finisce e tutto passa. Ed è necessario che sia così che tutto passi, che tutto divenga, che tutto fluisca, che tutto abbia il suo corso.I figli crescono e se ne vanno; ci si invecchia e non si è più guardati per il nostro fascino; gli amori si concludono e ciò che prima avremmo giurato “eterno” adesso non lo è più, quello che prima avremmo giurato di non diventare, adesso, invece, lo siamo diventati. Intanto continuiamo mentre continuiamo a mormorare: “Questa proprio no! Questa cosa non mi doveva succedere! Questa Dio non me la doveva mandare!”... il proseguo dei giorni, della vita, va avanti.
In questo proseguo della vita, Gesù continua a dirci che Lui è il pane della vita eterna,. Egli non sta ad ascoltare le mormorazioni. Gesù pone la fede, il credere in Lui trasparenza del Padre, trascrizione del Suo volto d’amore, come fondamento della vita eterna. Ma quello che di interessante dice è il verbo che troviamo nella dichiarazione di Gesù: “Chi crede ha la vita eterna”. Attenzione! Gesù non dice "avrà" ma "ha" la vita eterna. Non si parla di futuro, ma di presente! Quindi non pensiamo alla vita eterna ad una specie di liquidazione celeste che conquistiamo a punti di santità e che ci verrà consegnata dopo la morte.
E’ la fede che fa eterna la vita già ora, adesso, perché la riempie dell’eternità stessa di Dio, del Suo amore che è l’unica forza immortale. Un amore da accogliere, a cui arrendersi. Un amore che nutre con il Pane della vita, che è la vita stessa di Dio in noi. Assimilati a Lui. Nutriti da quell’unico amore che non chiede nulla se non di essere accolto, di trovare un varco, una fessura, per donarsi e portare vita nuova.
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Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Ritorna ancora una volta per noi il tema della fede. Oggi ricordiamo uno dei patriarchi della santità cristiana suscitati dallo Spirito in un tempo di grandi mutamenti storici: San Domenico.
Il brano del Vangelo odierno narra la guarigione di un epilettico (vedi Mt 17,14-20) e mette in luce la mancata capacità di azione dei discepoli, in particolare durante l'assenza di Gesù, nonostante i poteri che Egli conferì loro (cfr. Mt 10).
In questo episodio sembra di vedere un Gesù "stanco" dell'incredulità che trova, in particolare in mezzo ai discepoli. Infatti per l'evangelista Matteo, il ragazzo epilettico è simbolo dell'Israele incredulo. Essi sono come gli ebrei nel deserto che non hanno percepito la presenza di Dio in mezzo a loro (cfr. Dt 32,5).
Anche qui Gesù, l'Emmanuele, il Dio-con-noi, non è stato riconosciuto. Certo i discepoli hanno percepito qualcosa ma il capire qualcosa di Gesù non è sufficiente, è necessaria la vera fede.
Gesù, dopo aver rimproverato la folla, si fa condurre il ragazzo: «Portatemelo qui»; lo guarisce e lo libera nel momento in cui sgrida il demonio. Non basta il miracolo della guarigione di una singola persona è necessario anche guarire la fede incerta e debole dei discepoli. Gesù si avvicina a loro che sono confusi o storditi per la loro impotenza: «Perché non abbiamo potuto gettarlo fuori?». La risposta di Gesù è chiara: «Per la vostra vacillante fede». Questa risposta la troviamo solo nell'evangelista Matteo in Marco 9,29 viene riportato che un genere di demonio viene scacciato col digiuno e la preghiera.
Gesù chiede una fede capace di spostare le montagne del proprio cuore per identificarsi con la sua persona, la sua missione, la sua forza divina.
Ancora oggi l'impegno della fede è un'invito per tutti, ma sopratutto è un esortazione a lasciarsi guidare nelle azioni dalla potenza della fede, che diventa forte soprattutto nei momenti di prova e di sofferenza e raggiunge la maturità quando non si scandalizza più dello scandalo della croce. Questo scandalo si concretizza nel rifiutare, nel ribellarsi all'idea che la nostra salvezza passi attraverso una apparente sconfitta quale può essere la sofferenza e le tribolazioni della vita, con le quali siamo chiamati a seguire il Signore sulla via che porta sì alla risurrezione, ma che prima passa inevitabilmente attraverso la croce. Allora diventa facile «annacquare» la croce di Cristo, riducendola a mera poesia, sentimento, emozione, simbolo, senza prenderla sul serio per quello che è stata veramente, così da sentirci poi autorizzati ad annacquare anche le nostre croci, autorizzati ad evitarle a tutti i costi, se è possibile, a scaricarle sugli altri. E quando inevitabilmente la vita ce ne mette una sulle spalle, invece di seguire Cristo sul suo stesso cammino, come gli antichi Giudei anche noi rischiamo lo scandalo: «Se sei Figlio di Dio, fammi scendere dalla croce, e ti crederemo».
Questa espressione non fa parte della fede. La vera fede può tutto, anche spostare le montagne, purché si rinunci a fare affidamento alle proprie capacità umane.
I discepoli, la comunità primitiva hanno sperimentato che l’incredulità non si vince con la preghiera e il digiuno ma è necessario unirsi alla morte e resurrezione di Gesù. A noi il compito di unirsi a questo grande mistero!
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
In questo venerdì della XVIII settimana del Tempo Ordinario, il calendario carmelitano ricorda un grande santo: Sant'Alberto degli Abbati. E' il primo Santo che l'Ordine del Carmelo ricorda come modello di purezza e di preghiera.
Il Vangelo odierno ci dice come accogliere la propria croce e seguire Gesù. Penso che non sia facile per nessuno accoglierla, anche perchè oggi più che mai si fa più fatica ad accogliere la propria croce. Ma Gesù rinnova le sue parole e ci fa capire che significa essere cristiani, che significa essere suoi discepoli (vedi Mt 16,24-28).
Il punto centrale del brano è questo: ogni atteggiamento deve porsi in riferimento a Gesù. I tre verbi (rinunciare a se stessi, prendere la croce e seguire Gesù) indicano in che cosa consiste essere discepoli di Gesù.
Primo verbo: "rinunciare a se stessi". Non affermare se stessi mettendosi davanti a Gesù (come ha fatto Pietro). Non pensare alla maniera umana, ma secondo Dio. E’ prima di tutto un problema di verità, non di virtù. Nessuna rinuncia è chiesta per se stessa, ma solo per il Cristo. Importante è il motivo che sottolinea l'evangelista: "per causa mia", o come dice Marco: "per causa del Vangelo" (Mc 8,35). E termina dicendo: "Che giova, infatti, all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima?". Questa ultima frase evoca il salmo dove si dice che nessuno è capace di pagare il prezzo di riscatto della vita: "Nessuno può riscattare se stesso, o dare a Dio il suo prezzo. Per quanto si paghi il riscatto di una vita, non potrà mai bastare per vivere senza fine, e non vedere la tomba" (Sal 49,8-10).
Secondo verbo: "Prendere la propria croce". Quante volte mormoriamo per dire che la croce ci è pesante! La testimonianza di Paolo nella lettera ai Galati indica la portata concreta della Croce: "Quanto a me invece, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo" (Gal 6,14). E termina alludendo alle cicatrici delle torture da lui sofferte: "D'ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo" (Gal 6,17).
Il prendere la croce significa accettare di essere rifiutati, condannati, derisi e questo a motivo della volontà di Dio che facciamo e non per i nostri errori (cfr. 1Pt 3,13-17).
Terzo verbo: "Seguire Gesù". Accogliere tutto questo con mitezza, come Gesù e in comunione a Gesù. La rinuncia a se stessi esige che il discepolo non cerchi più se stesso, ma viva per Cristo e per i fratelli. Prendere la propria croce significa andare fino alle estreme conseguenze della vita cristiana. Seguire Cristo non è un fatto puramente esteriore, ma un'adesione del cuore e della mente.
Cristo ci chiede di non anteporre nulla al suo amore, soprattutto, di non anteporre il nostro egoismo e amore proprio. Cercare Dio e cercarlo attraverso Gesù Cristo che lo ha rivelato, cercarlo fissando lo sguardo sulle realtà invisibili che sono eterne, nell'attesa della manifestazione gloriosa del Salvatore.
Ci aiuti in questo l'intercessione di Sant'Alberto degli Abbati.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Contempliamo il mistero della Trasfigurazione del Signore alla luce di del Vangelo secondo Marco (vedi Mc 9,2-10). La Parola di Dio continua a farci uscire dalla prigionia dell'amore per noi stessi per condurci più in alto, molto più in alto delle nostre banalità. La montagna della trasfigurazione, che la tradizione successiva identificherà con il Tabor, si pone come immagine del nostro itinerario spirituale.
L'evangelista Marco racconta l'episodio della trasfigurazione subito dopo il primo annuncio della Croce (8,31).
Il Vangelo inizia col dire che "Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli", “per preparare il cuore dei discepoli a superare lo scandalo della croce” (Leone Magno, Serm. 51, 3). Ed è il mistero della nostra vita nuova in Cristo.
Gesù sale sul monte, ne sente il bisogno. Egli fa questo cammino come Abramo, Mosé, Elia e ogni credente. Gesù aveva bisogno di momenti in cui questo rapporto intimo col Padre emergesse nella sua pienezza. In questo monte Gesù si trasfigura, evocando il Figlio dell'uomo del profeta Daniele (Dn 7,9.13) e anticipando per i discepoli e per noi la gloria della risurrezione (Mc 16,5).
Anche qui, come nel battesimo, la voce del Padre parla dalla nube. Ma questa volta non si rivolge solo a Gesù (cfr. 1,11), ma ai tre discepoli. Il titolo di "Figlio mio prediletto" che richiama allo stesso tempo la regalità del Messia (cfr. Sal 2,7) e il destino del Servo di Dio (cfr. Is 42,1), conferma la verità di ciò che Pietro non ha ancora accettato: che la glorificazione del Messia si realizza attraverso la sofferenza. La trasfigurazione, infatti, è la rivelazione del significato profondo che la Croce nasconde. I segni che incontriamo: la nube, la voce celeste, la presenza di Elia e Mosè, evocano la teofania sul Sinai: Gesù è il nuovo Mosè e in lui giungono a compimento le attese, la legge e la profezia.
Se prima i discepoli avevano sentito parlare della via della croce (8,31), ora viene svelato loro che la Croce porta alla risurrezione e alla gloria.
Pietro però non comprende ed è richiamato (8,33), qui sembra essere rimproverata anche la sua reazione di fronte alla trasfigurazione. Anche noi, oggi, non comprendiamo, per questo il Tabor si presenta sempre per noi itinerario spirituale guidato da Gesù in persona. Questo itinerario che Gesù fa fare ai discepoli è solo un anticipo, una prefigurazione e che intanto la via da percorrere continua ad essere per il discepolo la croce. E questo, probabilmente, Pietro non l'ha capito. Gli veniva più facile dire: "è bello stare qui". Troppo comodo! Il Padre invece ribadisce: "Ascoltatelo!".
Il Vangelo presenta a noi due movimenti da fare: salire e scendere. Il primo indica "le cose di lassù" (Col 3,1-4), la purezza assoluta del cuore, dell'anima e della mente (Sal 24), tendendo all'ideale dell'uomo veritiero, per essere trasformati e trasfigurati energeticamente.
Il secondo invece è la condizione per incarnare lo stile evangelico nella quotidianità, dove si incontra il limite umano, ma anche i sentimenti dell'anima.
E' un esercizio da fare perchè ci fa scoprire la nostra identità che ogni giorno è chiamata a rinnovarsi, a rischiararsi e a rendersi più brillante.
La trasfigurazione corrisponde alla vita nuova che il battesimo ci conferisce attraverso la croce: un'esistenza pasquale, passata dall'egoismo all'amore, dalla tristezza alla gioia, dall'inquietudine alla pace. Sul nostro volto deve brillare il riflesso del volto del Risorto, che è il volto stesso del Padre.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Gesù, scrive Matteo, dalla regione della Galilea "si ritirò" verso le parti di Tiro e di Sidone (l'attuale Libano), antiche città fenicie, marinare e mercantili, ricche e floride, ma anche segnate da egoismi e ingiustizie soprattutto verso i poveri. Lo sconfinamento di Gesù in territorio pagano prefigura e quasi anticipa la missione universale che il Risorto affiderà ai discepoli (Mt 28,16-20).
In questo luogo, Gesù ha un incontro con una donna (vedi Mt 15,21-28), la quale viene presentata da Matteo con l’appellativo di «cananea». Nel libro del Deuteronomio gli abitanti di Canaan sono ritenuti gente piena di peccato per antonomasia, popolo cattivo e idolatrico. L'evangelista, interessato a narrare l'incontro, presenta la donna, angustiata ai piedi di Gesù, iche nvoca l'aiuto per la figlia "tormentata da un demonio".
La donna, che probabilmente sentii parlare di Gesù, trovò l'occasione della sua vita per risolvere il suo problema. Osserviamo attentamente. La donna poteva ricorrere a qualche pratica della sua religione, ma quello che vuole e che cerca è il rapporto personale con Gesù. Lo invoca a distanza, gridando: "Pietà di me, Signore, figlio di Davide". La donna riconosce in Gesù attraverso i due titoli che gli attribuisce il Messia, cioè il liberatore promesso da Dio al suo popolo.
Gesù rimane freddo e in atteggiamento di rifiuto. La sua missione è "per la casa di Israele". Anche nel discorso missionario ritroviamo questa consegna ai discepoli: "Non andate tra i pagani... rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele" (Mt 10,5-6).
Da queste parole, la donna sembra rimanere esclusa dal raggio dell'attività salvifica di Gesù. Ma Ella non demorde "si avvicinò e si prostrò dinanzi a Lui dicendo: Signore, aiutami!". Il termine "Signore", come già nella precedente invocazione, esprime la dignità e la potenza benevola di colui che è associato al "Signore Dio". Sulla bocca della donna suona in qualche modo come una confessione di fede, confermata anche dal gesto della prostrazione. Anche Pietro, mentre stava affondando nel lago, aveva gridato in modo simile: "Signore, salvami!" (Mt, 14,30).
Gesù risponde con una espressione dura e urtante. Il pane, il banchetto del Regno è riservato ai figli (Israele). Gli altri sono esclusi.
La donna pagana riconosce questo privilegio. Sa però che la salvezza, offerta da Dio attraverso Gesù e presente in Gesù, è una mensa talmente ricca e sovrabbondante che ce n'è anche per i pagani. Sa che la misericordia di Dio, quale si manifesta in Gesù, è così traboccante e illimitata da non trascurare il bisogno di una povera pagana. Riconosce, in definitiva, che la salvezza, di cui tutti gli uomini hanno bisogno, si trova in Gesù soltanto ed Egli la porta agli Ebrei, ma anche ai pagani.
A questa insistenza e fede profonda, Gesù dice a lei e ai presenti: questa è "grande fede", non "poca fede". Lo stesso elogio Gesù lo fece al centurione pagano (Mt 8,8-10).
In tutto l'episodio evangelico, scorre per noi, come di esempio, l'essenzialità della fiducia in Dio che libera dall'angoscia di confidare solo in se stessi e negli uomini. La fede della cananea convinse Gesù ad operare la guarigione. Ad una fede come questa neppure Dio può resistere. Qui, fanno al caso nostro le parole di San Paolo: "figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede" (Gal 3,7) e "non tutti i discendenti di Israele sono Israele" (Rom 9,6).
La fede fa sì che la donna sia anch'essa "della casa di Israele", ormai però non più "pecora perduta", ma ritrovata ed è accolta nella comunità messianica. Infatti, l'appartenenza a Cristo, a Dio, non si fonda sull'identità razziale, o culturale o sociologica, ma unicamente sulla fede.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Celebriamo oggi, 4 agosto, la festa di San Jean-Marie Vianney conosciuto da tutti noi come il santo curato d'Ars. Quest'anno in occasione del 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, il Santo Padre Benedetto XVI ha annunciato, durante l'udienza del 16 marzo 2009, concessa alla Plenaria della Congregazione per il Clero, che dal 19 giugno 2009 al 19 giugno del 2010, si terrà uno speciale Anno Sacerdotale, che avrà come tema: "Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote".
Il vangelo odierno segue il discorso della moltiplicazione dei pani (vedi Mt 14,22-36).
Si era creato un certo clima che Gesù senti il bisogno di ritirarsi in preghiera, sul monte. Il monte è il luogo dell'incontro con Dio. Gesù è il Figlio e quindi ha un'esigenza infinita di stare col Padre. Gesù è uomo e nel confronto con il Padre trova costantemente la chiarezza e il coraggio per compiere la sua missione.
Anche a noi viene detto di ritirarci sul monte a pregare. Ciò non significa una evasione, ma trovare il tempo per la preghiera personale. Il versetto iniziale dice che Gesù invita a salire su una fragile barca e a fare la difficile e stancante traversata del mare di Galilea in , spinta da un vento contrario.
Ma perché i discepoli possano giungere “all’altra riva e precederlo” non basta l’esercizio della loro fatica, occorre la loro fede. Anche noi oggi siamo in una traversata difficile verso un nuovo tempo ed un nuovo modo di essere Chiesa. Traversata difficile, però necessaria. Ci sono momenti nella vita in cui siamo assaliti dalla paura. La buona volontà non manca, ma non basta. Siamo come una barca che affronta il vento contrario.
Punto centrale di tutto il brano odierno è la fede e l'Evangelista mostra alcune immagini di come la fede è messa alla prova.
Cos’è la fede? Riconoscere Gesù, non come uno spirito qualsiasi, ma come il Figlio di Dio che è più forte delle onde del mare/male. Soltanto nella fede in lui e nella sua “presa” siamo salvati.
Pietro - che nel brano rappresenta la Chiesa, la comunità dei credenti - grida: “Signore, salvami!” e Gesù lo “afferra con la sua mano”. Le folle “toccano la frangia del suo mantello” e sono salvate. Dall’incontro di fede con Gesù e dalla sua “presa” viene ogni salvezza. Il racconto mette in chiaro che il farsi carico della miseria umana costituisce un presupposto indispensabile per una trasmissione del vangelo degna di fede.
Per superare queste angosce bisogna avere una fede adulta che conduce a una visione fiduciosa della storia che viene portata a compimento da Dio. Solo alla fine la comunità dei discepoli, educata nella fede in mezzo alle sue prove, fa la professione esplicita di fede in Gesù: "Tu sei veramente il Figlio di Dio".
La missione di Gesù viene ribadita e ricordata ai discepoli Egli è un profeta, ma soprattutto è un terapeuta. L'annuncio del vangelo non è solo la presentazione di una dottrina, ma soprattutto un progetto di salvezza in cui si realizza la fine del peccato, delle malattie, della sofferenza, del dolore. La lotta al male è il primo impegno che Gesù si assume e comanda ai suoi discepoli. Dimenticarlo, con la scusa degli impegni superiori dello spirito, è tradire la volontà di Dio.
Gesù, Signore della natura e della storia, libera dal male e dalla morte, paure che attanagliano e bloccano ognuno di noi.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
La liturgia di oggi ci propone ancora una volta il passo del Vangelo di Matteo riguardante il miracolo della moltiplicazione dei pani (vedi Mt 14,13-21). Un brano importante per comprendere la missione di Gesù e il compito dei discepoli.
Il brano della moltiplicazione dei pani comune a tutti e quattro gli evangelisti ricorre per ben sei volte nei vangeli (Mt, 14, 13-21; 15, 32-39; Mc 6, 34-44; 8, 1-10; Lc 9, 10-17; Gv 6, 1-13) con espliciti riferimenti eucaristici.
Il racconto parte dalla notizia della morte di Giovanni Battista per opera di Erode Antipa. La reazione di Gesù rivela il dramma e la tristezza che invadono il suo cuore. Giovanni Battista è il precursore, l’amico dello sposo, l’ultimo dei profeti, ma è anche colui che rivela a Gesù l’epilogo della sua predicazione in quanto profeta. La morte del Battista è preludio del Golgota.
Nei vangeli non abbiamo riferimenti espliciti a rapporti interpersonali tra Gesù e il Battista. Il loro rapporto va oltre le parole. Esso si realizza nel più profondo dell’anima, lì dove le parole diventano “sussulto di gioia” (Lc 1, 41).
Alla notizia della morte del Battista, Gesù ha bisogno di appartarsi. Anche a noi capita che a una notizia simile, che ci rattrista, abbiamo bisogno di appartarci, di cercare un luogo deserto. Ma per Gesù, come del resto per noi, i piani cambiano e devono cambiare. Infatti, nel brano notiamo la folla che capovolge la situazione, segue Gesù perché ha bisogno di lui. Tra quella folla ci siamo anche noi, sfiniti, che cerchiamo non solo il pane quotidiano, del lavoro ma quello della vita e della vita eterna.
Sembra interessante notare, alla nostra lettura spirituale, che la folla segue Gesù in quanto alla predicazione, ma è Gesù a seguire la folla in quanto ai bisogni.
Il Seguire di Gesù è un sentire compassione per tutta quella gente. Questo atteggiamento manifesta la misericordia che nasce da una commozione interna, viscerale.
I discepoli intervengo a questa sua compassione e ponderando l’ora ormai tarda e la folla numerosa proponendo la più esatta delle azioni: il congedo reciproco. Non c’è nulla di sbagliato nella loro proposta, anzi, forse è porre un freno a certe esagerazioni a cui chi vuol bene non sa mettere fine. Quanti di noi avremmo detto o fatto lo stesso o facciamo e diciamo allo stesso modo? Dietro tanta premura, aleggia la logica dell’ognuno faccia per sé.
L'atteggiamento dei discepoli ricorda le resistenze e l'incredulità del popolo d'Israele nei confronti della potenza di Dio che si concretizza in azioni gratuite per l'uomo (Es 16,3-4; 1Re 17,12; 2Re 4,2; Sal 78,19).
Ma Gesù dice: “Date voi a loro da mangiare”. Cioè, date quello che voi avete e io lo moltiplicherò. Attenzione! Gesù non chiede di dare ciò che abbiamo, ma ciò che siamo! Condividete voi stessi e diventerà sostegno per tutti. La vostra povertà donata, sarà sorgente di abbondanza per tutti.
Dare se stessi, lasciare la solitudine del luogo deserto, immergersi e perdersi nel tempo dell’altro è quanto desidera Gesù da noi tutt'oggi ed è un tempo da vivere senza sosta. Date voi stessi loro da mangiare, lasciate che il dolore, il bisogno dell’altro disturbi il vostro sonno quieto, i vostri ritmi inamovibili, le vostre priorità indiscusse. Allora, e solo allora il pane sarà moltiplicato e la fame saziata, ma non quella del ventre, ma quella del dono, perché l’uomo d’oggi muore sotto il peso dell’indifferenza e dell’egoismo più totale.
Come ai discepoli Cristo Gesù ci invita a dare senso all'Eucarestia che viviamo. A far sì che ogni eucarestia sia per noi una chiamata a farci dono d’amore in Dio per i fratelli.