Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Celebriamo la XX domenica del tempo ordinario e il vangelo ritorna sul discorso del pane di vita che Gesù fa di se stesso e che cerca di far capire ai suoi discepoli nella sua giusta portata religiosa, spirituale e soprannaturale.
Nel brano torna sul senso della comunione in termini di un realismo al limite della crudezza, e con un’insistenza impressionante: “Il pane che io darò è la mia carne… Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue… La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda… Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue… Colui che mangia me…”.
Cosa significa mangiare il suo pane e bere il suo sangue? I discepoli non sapevano ancora come egli avrebbe dato se stesso in cibo, cioè nel segno sacramentale del Pane e del Vino. E tuttavia quelle parole sono fondamentali; non a caso l’evangelista che le riporta ha cominciato il suo resoconto della vita di Gesù con un’affermazione (Giovanni 1,14) che ne costituisce quasi il titolo: “Il Verbo si fece carne”. E ancora: “In lui era la vita. A quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”. Con questa espressione l’evangelista sintetizza un altro aspetto del discorso di Cafarnao, quello costituito dalle conseguenze del “mangiare la carne di Gesù”. Lo si capisce completando le frasi riportate sopra: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita; chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Colui che mangia me vivrà per me”.
Cari amici, qui continuiamo a parlare di fede e porci domande sulla fede e la religione in particolare quella cristiana. Senza poi volersi dilungare su un argomento così complesso, la fede cristiana si distingue per l’Incarnazione: Dio non si è limitato a rivelarsi agli uomini, si è fatto uomo lui stesso nella persona di Gesù, il Verbo fattosi carne. Conseguenza, il cristiano non è un uomo che riconosce come divini una serie di enunciati e cerca di tradurli nella propria vita; essere cristiani non significa abbracciare una filosofia, né condividere con altri una serie di pratiche di culto. Il cristiano ha di suo, speciale, qualcosa che non si riscontra in nessun’altra religione: la sua fede gli fa incontrare una persona, lo fa aderire a quella Persona unica che è uomo e nel contempo Dio, una Persona con cui intessere un rapporto d’amore, di fiducia, che porta ad accogliere tutto di lui, le sue parole, il suo stile di vita, le sue promesse. E quel rapporto si alimenta, trovando insieme la sua manifestazione visibile, nella partecipazione all’Eucaristia, in cui chi ama si nutre dell’Amato, si fa tutt’uno con lui. Nutrirsi di lui significa accogliere, meditare e mettere in pratica i suoi insegnamenti. Ma non finisce qui; se il nutrimento di Gesù fosse solo intellettuale, non c’era bisogno che sincarnasse, bastava che ci mandasse un bel libro con i suoi insegnamenti.
Nutrirci di Gesù è ciò che ci consente di provare a non "mangiarci tra di noi". Mangiare e bere non è un invito al cannibalismo. Di ben altro si tratta: ci è richiesto di fare nostre le scelte, lo stile di vita di Gesù, quelle che egli compì nella sua carne, cioè nella sua esistenza storica nei giorni della Palestina. Si tratta di mangiare e digerire, cioè metabolizzare, interiorizzare e praticare la stessa vita di Gesù che era dalla parte dei più deboli, delle persone emarginate. In sostanza i discepoli devono diventare un "solo corpo" con Gesù, cioè seguirlo sui sentieri della fiducia in Dio, della solidarietà, della speranza. L'allusione al sangue costituisce un rimando esplicito ai giorni della passione e della crocifissione.
Colui che vuole davvero diventare discepolo di Gesù dovrà seguirlo anche quando ci sarà da bere il calice amaro della emarginazione, della indifferenza, dell'ostilità, della sconfitta. Bere il suo sangue non significa andarsi a cercare le croci, ma saperle affrontare quando esse derivano dall'impegno sui sentieri del regno di Dio. Tutto richiama ad una continua trasformazione della vita: la conversione quotidiana.
Preghiamo il Signore affinché possiamo anzitutto vedere questa realtà: le nostre guerre quotidiane, per poi imparare a nutrirci di lui e così arrivare alla libertà di costruire un mondo migliore.
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Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Oggi diciamo buonferragosto. E facciamo bene. Ma ferragosto, è il tempo in cui tutti in ferie, tutti al mare: è la sagra della corporeità! Peccato che questa sagra non abbia un risvolto "delle cose di lassù", ma solo quella di un corpo sano, abbronzato, efficiente..., e poi tutto finisce al cimitero. Che materialismo è mai quello che va predicando il mondo, se poi non ci sa garantire quella risurrezione della carne che scavalca malattia e morte e ci ricrea vivi e giovani per l'eternità?
Celebriamo invece la festa dell'Assunzione della beata vergine Maria. Oggi appunto celebriamo in lei la primizia e la promessa anche per noi di resurrezione della carne, del corpo cioè assunto, nell'istante della morte, a partecipare in pienezza della glorificazione di tutto l'uomo credente nella comunione piena con Dio.
Il vangelo del giorno ci ricorda l'incontro di Maria con la parente Elisabetta ove la Madre di Dio innalza al Signore il suo inno di ringraziamento. Il Magnificat ha molti ricordi dell'Antico testamento e segue da vicino il cantico di Anna (1Sam 2,1-10). Luca certamente usa qui un salmo dei "poveri di Jhavé", il resto del popolo fedele che rimase umilmente aperto a Dio (Sof 2,3; 3,11-13).
Nella persona di tutti i poveri che aspettano la salvezza, Maria riconosce e si rallegra con la grandezza di Dio (1,46-47; Ab 3,18).Perché ha visto l'umiliazione del suo popolo povero e venne per liberarlo dagli occhi di tutti (1,48; 1Sam 1,11). Difatti, la maggior gloria e testimonianza della santità e della misericordia di Dio è aver assunto lui stesso la situazione dei poveri, per liberarli, dando efficacia alla loro lotta (1,49-50; Dt 10,21; Sal 103,17). Il Magnificat testimonia la gioia dei poveri che aspettano e confidano nell'azione di Dio. Ma lo stesso Dio aspetta che i poveri imparino con lui per diventare suoi strumenti nella realizzazione della giustizia che libera.
Tagore diceva: " La storia dell'umanità aspetta, con pazienza, il trionfo dell'uomo umiliato".
Celebriamo, allora, con gioia la Vergine Maria. Ella è "l'icona", cioè l'immagine che riassume tutto il progetto e il nostro destino di uomini; lei è come l'alba di una nuova umanità; in lei leggiamo il primo e più riuscito umanesimo. Sentiamo la gioia e il dovere di annunciarlo a tutti gli uomini.
Ma al tempo stesso lei è madre, che in cielo è andata a prepararci un posto. Ed è là con la sua intercessione a darci una mano a che tutti lo raggiungano. Pensare la Vergine Maria assunta è fonte di grande forza, speranza e fiducia per tutti noi.
Rivolgiamoci a lei con piena fiducia e audacia, sicuri di ottenere davvero tutto quello che ci è necessario alla salvezza eterna.
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Gesù sta camminando dalla Galilea fino a Gerusalemme. Durante il suo cammino, vari sono i discorsi circa il Regno di Dio fino ad arrivare all’accoglienza o al rifiuto della Sua persona. Tale fase avviene lungo la strada che porta a Gerusalemme (19-20), e infine con l’arrivo in città e presso il tempio (21-23).
Nel brano odierno i farisei gli pongono una domanda circa il "ripudio" della moglie, considerazioni riguardante il matrimonio (vedi Mt 19,3-12).
In genere, come abbiamo visto in altre occasioni, Gesù non entra in merito alla questione in maniera diretta, ma cerca di dare una risposta alla maniera rabbinica, ricercando la volontà di Dio. In pratica, Gesù entra nel cuore di Dio e guarda l'uomo e la donna come li guarda Lui: famiglia basata sull'amore indissolubile. Amore che unifica e non può separare.
Purtroppo oggi, come del resto allora, si va in cerca di spezzare, rompere diciamo pure dividere (in riferimento al divisore, satana) quest'amore. Infatti Gesù dice che Mosè permise il ripudio o divorzio a motivo della rozzezza umana e spirituale degli ebrei di quel tempo (anche oggi non siamo tanto lontani). Il matrimonio ben lungi dal rappresentare un semplice contratto stipulato tra due persone da rompere quando ci pare e piace. Il matrimonio è icona dell'alleanza che Dio stringe con il suo popolo. È questo il grande simbolismo che sta dietro l'unione sponsale. Dio è colui che cerca il suo popolo come uno sposo cerca la sua amata, è fedele alla sua promessa, non viene meno alla parola data.
L'amore coniugale quando è autentico si snoda lungo tali percorsi e diventa segno visibile della presenza di Dio nella comunità.
I discepoli compresero la serietà del discorso. Compresero che Mosè non ha modificato la parola di Dio e che erano loro ad essere infedeli alla parola di Dio, tanto da averne una reazione violenta: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi».
Una risposta particolare dove diversi studiosi vi hanno colto il celibato per il regno dei cieli. Ma il tema della fedeltà riguarda tutti, sposati e non. Gesù vuole rinforzare i nostri tentennamenti a partire da quelle relazioni tra di noi: è il primato dell'amore che deve presiedere... anche nella vita matrimoniale.
In particolare colui o colei che "si fa eunuco per il regno dei cieli". L’eunuco di cui parla Gesù non è colui che non può generare ma colui, che separato dalla propria moglie, continua a vivere nella continenza, rimanendo fedele al primo legame coniugale: è eunuco nei confronti di tutte le altre donne. Costui non deve semplicemente rinunciare, ma vivere senza limiti l'amore del Signore.
Gesù conclude questa questione con un detto finale: “Chi vuol capire capisca”. Il matrimonio (e non solo il celibato) è qualcosa da “capire”, è risposta a una vocazione, ha il suo rischio (la sua indissolubilità) ed esige la capacità di penetrare nella logica della fede. Il matrimonio come ogni realtà è al servizio del Regno (unica preoccupazione dell’uomo), per cui uno può anche rinunciare al matrimonio. Il matrimonio, non è l’unica strada possibile dell’amore (c’è anche il celibato) e non è neanche la configurazione definitiva dell’amore ma solo una sua espressione: il definitivo è il Regno.
Accogliendo le ultime parole di Gesù, fermiamoci per capire. Oggi celebriamo la festa di un grande martire: San Massimiliano Maria Kolbe. Anche lui si è incamminato come Gesù per testimoniare il primato dell'amore di Dio per tutti noi. Affidiamoci alla sua intercessione per poter accogliere meglio l'amore di Dio e di viverlo nella nostra quotidianità.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Continuiamo la lettura e la nostra meditazione sul Vangelo secondo Matteo. Nel vangelo di ieri abbiamo ascoltato le parole di Gesù sulla correzione fraterna (Mt 18,15-20). Nel vangelo di oggi (Mt 18,21-39) il tema centrale è il perdono e la riconciliazione (vedi Mt 18,21-19,1).
Il vangelo inizia con una domanda di Pietro che ritiene di entrare ampiamente nello spirito di Gesù perdonando sette volte. Anche i rabbini discutevano questa questione; partendo da Amos (2,4), da Giobbe (33,29) e dalla triplice preghiera di Giuseppe (Gen 50,17) pensavano che si potesse arrivare a perdonare fino a tre volte. Gesù capovolge la situazione e risponde chiaramente. Rovesciando il canto di Lamech: "Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settanta volte sette" (Gen 4,24), Gesù svela le risorse insospettate di misericordia generate dall'avvento del regno dei cieli e seminate nei nostri cuori.
Gesù ci insegna che dobbiamo essere capaci di questa "sorpresa del perdono", dell'offrire sempre questa disponibilità a farci raggiungere dalla misericordia di Dio, che è Lui stesso, che ha dato se stesso, è stato condannato, tradito, ma portando su di sé, nella propria carne, la violenza del male e l’ha sconfitto con il perdono, con lo sguardo che riconcilia.
Questa sorpresa deve sorprendere "fino a settanta volte sette", cioè sempre, e ricominciare sempre nel quotidiano a riaprire logiche di riconciliazione, a non rinnovare soltanto il male, ma riempirlo di amore.
Certamente il Vangelo ci invita a non smarrire mai la consapevolezza dell’essere debitori della misericordia di Dio. Ci invita anche a partire dalle nostre relazioni prossime per donare misericordia. Ci chiede di ricreare e consolidare amicizia là dove si fa fatica, non essere solo indifferenti, promuovere comunque gesti e stili di vita che non si attardano in pensieri futuli e calcoli perditempo. C'è una gioia profonda da donare. La stessa gioia profonda che si vive quando si contempla il Dio che perdona, che crea amando, cioè ridà sempre fiducia, anzi prende la nostra debolezza e la trasforma.
Ricordiamoci: perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
In questo tempo di ferie, il calendario liturgico carmelitano riporta la festa di un laico vissuto nella Repubblica Democratica del Congo (Ex Zaire): il beato Isidore Bakanja, nel centenario della sua morte.
Il vangelo odierno spiega come comportarsi in ambito ecclesiale con i peccatori (vedi Mt 18,15-20). Una prima parte l'ascolteremo oggi, un'altra domani. Il vangelo di oggi parla di correzione fraterna (vv.15-18) e di preghiera in comune (vv.19-20). Il brano rientra nel "Discorso della Comunità" (Mt 18,1-35), ove viene riportato istruzioni di come procedere in caso di qualche conflitto tra i membri della comunità e di come trovare criteri per risolvere i conflitti.
Nel brano della correzione fraterna e della preghiera concorde Matteo sviluppa l'iniziativa di colui che vuole aiutare il peccatore a ritrovare la comunione fraterna.
L'espressione "tuo fratello" (vv.15.21) manifesta l'intenzione teologica di Matteo: la Chiesa è una comunità di fratelli.
Nella vita quotidiana sperimentiamo continuamente debolezze ed errori; ciò è insito nella nostra fragile natura umana. Come è importante e salutare allora che ogni volta ci sia accanto a noi un fratello o una sorella che pieno di amore intervenga a darci la salutare correzione! Occorre però da ambo le parti, in chi corregge e in chi riceve l’ammonizione, la bella virtù dell’umiltà, che ci consente di dare e di accogliere quanto viene suggerito nel modo migliore. Questo spesso non accade, anzi a posto dell'umiltà vi si volta le spalle e magari lasciando messaggi poco piacevoli. Allora magari si scappa rifugiandosi nella libertà per esimersi dal correggere o dal ricevere la correzione. Questa non è libertà, non è amore, non è cristianesimo, anzi induce al lassismo e a gravi mancanze di carità cristiana.
Ovviamente, non dimentichiamo che correzione fraterna va a braccetto con il perdono, la capacità di sciogliere i lacci del male, i desideri di vendetta e le barriere dell’odio. Senza questa virtù dovremmo rassegnarci a vivere in continua tensione, in incessanti conflitti, come frequentemente accade. La grazia di poter perdonare e riconciliare in nome di Dio fu data a Pietro (Mt 16,19), agli apostoli (Gv 20,23) e, qui nel Discorso della Comunità, alla comunità stessa (Mt 18,18). Ciò rivela l'importanza delle decisioni che la comunità assume in rapporto ai suoi membri.
Dentro di noi siamo per vocazione e per grazia, costruttori di pace perché datori di perdono. Ogni alziamo lo sguardo su Cristo Gesù. Non dimentichiamo che la sua incarnazione, la sua passione, e la sua morte sono per garantirci il perdono, per scioglierci dai lacci del male e garantirci la risurrezione finale. Ecco qui la preghiera che si leva incessante, che si trasforma continuamente in rapporto di amicizia, fedeltà, sicuri che Lui "non dimenticherà le suppliche di coloro che lo invocano" (Sal 74,23), anche di coloro che si escludono dalla comunità, perchè questi non sono separati da Dio.
È il silenzio contemplativo che ci chiede di farci accogliere dallo sguardo di Dio, dalla sua passione per l'umanità che è rivelata dalla Pasqua, di cui in ogni Eucarestia facciamo memoria.
Chiediamo anche l'intercessione del beato Isidore che visse pienamente il Vangelo.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Celebriamo la festa di Santa Chiara e la domanda iniziale che troviamo nel Vangelo odierno, ci mette in chiaro come visse la sua vita terrena.
L'evangelista nota fin dal primo istante che "in quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù". Ma la domanda che gli rivolgono manifesta la loro lontananza dal maestro: "Chi è il più grande nel regno dei cieli" (vedi Mt 18,1-5.10.12-14).
Sembra il cammino dei gamberi. I discepoli non hanno le stesse preoccupazioni del Maestro! E' una situazione che continua a ripetersi anche oggi tra i discepoli: quante volte dimentichiamo il Vangelo perché preoccupati solo per noi stessi o per i nostri primati? Ancora tutt'oggi andiamo in cerca di essere i primi o tra i primi e magari vantandoci di ciò. Ma non è nella linea del cristiano.A questa domanda, Gesù non risponde direttamente, e desidera compiere un gesto che caratterizza la fisionomia del discepolo, del cristiano. Tale gesto, è già di per sé una risposta sconvolgente alle loro prospettive arriviste.
Il gesto di gesù vuole capovolgere l'ordine delle grandezze; prese un bambino e lo mise "in mezzo", al centro della scena, e rivolto ai discepoli disse: "Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli".
Con queste parole inizia il quarto lungo discorso di Gesù, ed è sulla vita della fraternità cristiana. L'inizio è sorprendente: il discepolo è come un bambino, ossia come un figlio; e figlio bisogna sempre restare.
Leggiamo con attenzione. Gesù non dice che il bambino deve crescere e diventare adulto. Anche qui c'è una situazione capovolta al nostro modo di pensare, di vedere. Nel regno di Dio si è sempre bambini, sempre figli. E aggiunge che il bambino è il più grande. Così inizia il nuovo mondo che Dio è venuto ad instaurare. Ma non si chiude così: accogliere il bambino è accogliere Gesù stesso. E' un'affermazione che invita ad avere un cuore aperto, disponibile e generoso: accogliendo un discepolo si accoglie lo stesso maestro.
In questo brano l'accoglienza è paragonata all'umiltà. Infatti, la base di misura del cristiano non è la grandezza o la potenza, ma l'umiltà. Essa è un atteggiamento interiore che si manifesta all'esterno ed è il segreto per la buona riuscita dei rapporti comunitari. Colui che è piccolo è un vero discepolo di Cristo ed è un vero membro della comunità, perché non pone ostacoli all'accoglienza e alla costruzione del regno di Dio.
Il brano termina con una parabola (vv. 12-14), che nel vangelo di Luca rivela la gioia della conversione, mentre in Matteo rivela che il Padre non vuole che si perda nemmeno uno di questi piccoli.
L'amore verso i piccoli e gli esclusi deve essere l'asse della comunità di coloro che vogliono seguire Gesù. Qualche volta siamo la pecora smarrita, altre volte siamo mandati a cercare la pecora smarrita che è il prossimo. Possiamo sperare di raggiungere la nostra salvezza soltanto se ci preoccupiamo anche della salvezza degli altri. Poiché è così che la comunità diventa la prova dell'amore gratuito di Dio che accoglie tutti.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!Celebriamo oggi la festa di San Lorenzo, diacono e martire. Una festa a cui leghiamo tanti desideri, ma dovrebbe essere piuttosto la festa dei cristiani perchè come san Lorenzo donino la loro vita con gioia.Il vangelo odierno sembra che caschi proprio a pennello con la festa odierna che celebriamo. Essa contiene brevemente modalità con cui la missione di Gesù e dei suoi discepoli «produce molto frutto» (vedi Gv 12,24-26).Gesù, nell'imminenza della sua passione, parla della propria morte usando il paragone di un chicco che si trasforma in una spiga. Cosa significa questo? Perché riguarda non soltanto la morte di Gesù, ma anche la nostra morte, quella dei nostri cari: in ogni individuo c’è una ricchezza di vita, ci sono delle potenzialità, delle energie, che nel breve arco dell'esistenza non riescono a emergere. Ebbene, il momento della morte non è un momento di distruzione, ma c’è questa esplosione di vita. Il chicco di grano si sviluppa... si trasforma... diventa una spiga.Gesù, voleva donare tutta la sua vita sino alla fine, sino all’ultima ora, all’ultimo istante. Non andava in cerca della morte, anzi non voleva affatto morire: "Cristo, nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà" (Eb 5,7). Tuttavia - ed è qui il grande mistero della Croce - l’obbedienza al Vangelo e l’amore per gli uomini sono stati per Gesù più preziosi della sua stessa vita, tanto da rendersi disponibile a compiere fino in fondo la volontà del Padre. E questa è la volontà di Dio: dare la vita eterna a noi che l’abbiamo perduta.Al centro del nostro brano troviamo le parole di Gesù che indicano la via per portare frutto: "Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna". Non è che sia una frase da accettare totalmente, non è facile da capire e questo perché totalmente estranea al comune sentire. Tutti amiamo conservare la vita, custodirla, preservarla, risparmiarla dalla fatica e dalla generosità; e nessuno è portato ad "odiarla", come sembra invece suggerire il testo evangelico. Basti pensare alle cure che tutti abbiamo per il nostro corpo e alle sofisticate attenzioni che gli riserviamo. La realizzazione dell’uomo non dipende dall’esaudire le proprie necessità, i propri bisogni, ma al contrario, dall’interesse verso i bisogni e le necessità degli altri. Quindi chi vive per sé, avvisa Gesù, è destinato a perdersi. Mentre chi vive per gli altri – odiare la propria vita significa preferire la propria vita all’interesse degli altri – la conserverà per la vita eterna: in pratica la realizzano pienamente.Gesù conclude dicendoci che “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore”. Ritorna ancora per noi il mistero della croce. Se uno lo vuole servire deve stare lì dove lui sta, cioè il momento della croce. Seguire Gesù, servire Gesù significa andare incontro al disonore, ma nel disonore della croce ci sarà l’onore del Padre, perché la croce in mano a Gesù, si converte da patibolo a un trofeo d’amore.