Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Celebriamo la XXI domenica del tempo ordinario e fino ad oggi stiamo meditando il cap. 6 del Vangelo di Giovanni, ascoltando Gesù pane di vita. Un testo base per il nostro cammino di fede e di speranza.
Fare un cammino di fede non è così semplice come tanti credono. Quante volte ci siamo proposti di fare questo o quello. Ma poi non l’abbiamo fatto. Non ci sono scusanti: vuol dire che non lo volevamo, che non avevamo sufficienti motivi e ragioni profonde. Chi mi vuol seguire deve mangiare la mia carne, deve respirare della mia aria, deve fidarsi del Cielo, deve avere i piedi radicati in terra, deve sentirsi protetto e sicuro nella mani della vita, pur in mezzo a conflitti e difficoltà di ogni tipo e soprattutto deve vincere la paura, ogni paura.
Non è un “deve” che ci obbliga. E’ un “deve” che è una possibilità. L’importante è non prendersi in giro, non dirsi delle cose che non sono vere.
Al nostro modo di comportarci affiora tristezza nelle parole di Gesù: «Forse volete andarvene anche voi?».
Gesù come dicevo prima non obbliga ma da la possibilità. Infatti dice a ciascuno di noi: siete liberi, andate o restate, ma scegliete! Gesù non dice quello che devi fare, quello che devi essere, ma ti pone le domande che guariscono dentro: che cosa accade nel tuo cuore? cosa vive in te? Che cosa vuoi per davvero?
Penso che sia importante fermarsi per capire, come del resto è importante farsi una domanda, anche mille se è necessario ma non per soffocarsi ma per vivere meglio. Questo mondo, la nostra stessa esistenza, sono pieni di oscurità, di dubbi, di misteri, e più si indaga, più il buio sembra farsi fitto, perché mentre la scienza scopre sempre cose nuove, sulle ragioni di fondo della nostra vita le indagini, con le sole nostre forze, non approdano a nulla di convincente: proposte, inerpretazioni talora in contrasto tra loro, sempre opinabili e in ogni caso relative solo al buio in cui siamo immersi.
Pietro, come notiamo, prende la parola. Non la prende per se stesso, ma per tutti noi e ci è di esempio. Infatti, in questo versetto viene presentato come colui che ascolta, assimila la Parola di Dio e la riconosce per la vita eterna: «Tu solo hai parole di vita eterna».
Ora quel "tu solo" esclude tutto il nostro mondo di illusioni, di seduzioni. Nessun altro c’è al centro della speranza, a fondamento del cuore. Tu sei stato l’affare migliore della mia vita.
«Hai parole»: ciò significa che non solo le pronuncia, ma le ha. Queste parole, sono parole di vita, che la fanno rivivere e noi non possiamo fare altro che cogliere questa parola perché noi non viviamo di solo pane, ma di ciò che viene dalla bocca di Dio.
Facciamo in modo per riscoprire questa intimità con Gesù Parola. Invochiamo lo Spirito Santo perché ci aiuti in questo.
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Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
"Alla tua destra è assisa la Regina splendente di oro e di gemme" (Sal 45,10). Così inizia la festività odierna mariana, in onore della Beata vergine Maria Regina.
Il vangelo odierno fa parte di una lunga critica di Gesù contro scribi e farisei (Mt 23,1-39). Luca e Marco hanno appena qualche tratto di questa critica contro i capi religiosi dell'epoca. Solo il vangelo di Matteo la espone lungamente.
L'evangelista desidera metterci in guardia contro quei comportamenti dei farisei, che sono improntati ad orgoglio, vanità, superbia, presunzione (vedi Mt 23,1-12). L’evangelista, stigmatizzando simili atteggiamenti, richiamava i primi cristiani ad esserne immuni. Guardando alla storia di ieri e di oggi sembra che non sia cambiato granché ed anzi il fatto stesso che l’autore del vangelo di Matteo si preoccupi di dare rilevanza a questo brano, presentando un Gesù particolarmente accalorato nel sottolineare le sue posizioni, ci dice che anche tra i primi cristiani dovevano trovare patria simili modi di apparire.
Cosa succede in questo tratto di Vangelo? Diciamo subito che ci sono degli errori di fondo da evitare, ma anche da riprendere con carità e non umiliando la persona. Infatti, non perché uno sbaglia, subito l'altro punta il dito. Non fa parte della fraternità e dell'amicizia. Certamente questo accade a tutti, accade anche a me (sarebbe strano se non accadesse), ma sarebbe un gravissimo errore trovarmi separato (fariseo significa proprio separato) dal resto della comunità e per di più non essere aiutato con amore in questo e restare solamente un escluso. Nessuno per nessuna ragione può condannare l'altro.Gesù nel suo vangelo richiama proprio questo. Richiama la mancanza di coerenza e la mancanza di sincerità nella relazione con Dio e con il prossimo. Lui sta parlando di ipocrisia tanto quella di ieri come della nostra, oggi!
Come combattere tutto ciò? Ogni azione che facciamo per la società sia civile che religiosa deve essere assunta come servizio: "Il più grande tra di voi sia il vostro servo!" Nessuno dovete chiamare Maestro (Rabbino), né Padre, né Guida. Qui non si vuole respingere la missione dell'insegnamento. Gesù vuole sottolineare l'unicità della sua Parola. Tutti i credenti sono sottoposti al Vangelo, ed è questa la Parola che sempre e dovunque dobbiamo annunciare e vivere. Di qui ha origine la paternità di Dio sulla nostra vita. Ed è il Vangelo, non le nostre parole o i nostri programmi, che ha l'autorità sulla nostra vita. La tentazione di accomodare il Vangelo alle nostre tradizioni, a quanto sperimentiamo e a quelle del mondo è incombente. Gesù questa tentazione l'ha stigmatizzata. E chiede a noi di fare altrettanto. Questo perchè si possa crescere sempre nell'amore e non nel giudizio o pregiudizio. Questa è la legge fondamentale: "Voi tutti siete fratelli e sorelle!" La fraternità nasce dall'esperienza di Gesù di Dio Padre, e che fa di tutti noi fratelli e sorelle. "Chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato".
Chiediamo in questa nostra fragilità l'aiuto e l'intercessione della Beata Vergine Maria Regina.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Celebriamo oggi la festa di san Pio X, "il Signore lo ha scelto come sommo sacerdote, gli ha aperto i suoi tesori, lo ha colmato di ogni benedizione" (dalla liturgia).
Il Vangelo odierna continua a mirare a "mettere alla prova" il Signore. Questo da parte degli scribi e dei farisei. Si ritenevano arbitri infallibili e insindacabili nei loro giudizi e nelle loro interpretazioni della legge e di conseguenza, ritenevano di poter giudicare lo stesso Cristo (vedi Mt 22,34-40).
Quante volte ancora oggi giudichiamo? Quante volte puntiamo il dito? Quante volte giudichiamo il comportamento di Cristo? Quante volte giudichiamo i suoi ministri facendo di tutta l'erba un solo fascio o distinguendo Chiesa da Cristiani... Anche senza volerlo, senza accorgerci.
L'evangelista ricorda che tutte queste dispute sono domande che sono sempre indirizzate a Gesù in quanto «Maestro» (rabbì), questo titolo dice al lettore la comprensione che gli interlocutori hanno di Gesù. Ma Gesù coglie l’occasione per condurli a porsi una domanda più cruciale: l’ultima presa di posizione circa la sua identità (22,41-46) e che ancora oggi, rivolge a ciascuno di noi.
"Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?" chiede un dottore della Legge per metterlo alla prova. L'argomento è scottante per il giudaismo. I rabbini ripartivano i 613 precetti della Legge in 365 proibizioni (numero dei giorni dell'anno) e in 248 comandamenti (numero delle componenti del corpo umano). Si trattava di sapere qual era il precetto fondamentale.
L'interrogante non è mosso proprio da zelo autentico; è un dottore della legge che ritiene ancora una volta di mettere in imbarazzo il Signore. La richiesta conserva comunque tutta la sua validità ed importanza. Gesù, sapendo di parlare con un fariseo, riprende un testo del Deuteronomio, dove è contenuta la Torah, il cammino della vita.
La risposta di Gesù unisce tra loro l'amore di Dio e l'amore del prossimo (Dt 6,5 e Lv 19,18). Tutta la Legge è appesa in questi due amori che diventano un solo amore in Gesù, nel quale Dio e l'uomo si uniscono in una sola persona. E' nella capacità di tenerli uniti anche nella vita del cristiano che si misura la fede. Il cristianesimo potrà continuare a “rimanere su” a una sola condizione: se non si spezzeranno i due fili che lo tengono sollevato verso il cielo, i due fili che scendono dall’alto ed esercitano la loro attrazione costante e sicura: l’amore di Dio e l’amore dei fratelli. L'esperto noterà che nel brano appaiono evidenti le motivazioni teologiche del comando del Signore: Dio è amore nella sua essenza, egli è il nostro creatore e Signore, ci ha creati per sé, per amore e ci ha quindi legati a se con vincoli indissolubili da vivere, sperimentare e godere nel tempo e nell’eternità.
Tuttavia la novità della risposta sta non tanto nel contenuto materiale quanto nella sua realizzazione: in Gesù, l’amore di Dio e per il prossimo trovano il suo contesto proprio, la sua ultima solidità. Vale a dire che l’amore per Dio e per il prossimo, mostrato e realizzato in qualche modo nella sua persona, orienta l’uomo a porsi davanti a Dio e agli altri mediante l’amore. Questo amore di Dio è possibile, nelle prove e tentazioni della vita, se è sorretto dalla speranza della vita eterna.
Il Papa Benedetto XVI, nell’enciclica Spe salvi, associa l’amore di Dio alla capacità anche di soffrire: “Questa capacità di soffrire, tuttavia, dipende dal genere e dalla misura della speranza che portiamo dentro di noi e sulla quale costruiamo” (n.39).
Ecco allora che l’amore di Dio è basato sulla rinuncia, sulla decisione, sulla speranza. E' la vita del cristiano.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Il vangelo di oggi, nella festa di san Bernardo, narra la parabola del banchetto che si trova in Matteo ed in Luca, ma con differenze significative, procedenti dalla prospettiva di ogni evangelista. Lo sfondo che conduce i due evangelisti a ripetere questa parabola è lo stesso. Nelle comunità dei primi cristiani, sia Matteo che Luca, continuava ben vivo il problema della convivenza tra i giudei convertiti ed i pagani convertiti. I giudei avevano norme antiche che impedivano loro di mangiare con i pagani. Anche dopo essere entrati nella comunità cristiana, molti giudei mantenevano l'usanza antica di non sedersi alla stesso tavolo con un pagano (vedi Mt 22,1-14).
Il Signore prepara un banchetto per tutti gli uomini, ma ognuno di noi, talora interi popoli, preoccupati solo dei nostri affari, non consideriamo l'invito che ci viene rivolto e disprezziamo i doni che ci vengono proposti. La difesa dei nostri personali interessi ad ogni costo e a qualunque prezzo, ci allontana dalla pace e dalla fraternità.
Il banchetto è organizzato da un re per le nozze del figlio. Quella delle nozze è una delle metafore bibliche ricorrenti per descrivere
l’alleanza tra Dio e il suo popolo.Il carattere fortemente nuziale di tutta la scena (il termine greco gàmos, nozze, viene riportato per ben cinque volte ai vv. 2.9.10.11.12) evoca il grido dell’Apocalisse: “Ecco, sono giunte le nozze dell’Agnello” (Ap 19,7). Le nozze dell’Agnello rappresentano la volontaria immolazione di Gesù, con la quale Egli ha inaugurato il suo Regno. C’è dunque un forte legame con la Pasqua e quindi con l’Eucaristia. La condizione del servizio, nella Pasqua, è la condizione di chi si lascia servire, di chi si lascia salvare. Gesù chiederà questo atteggiamento nell’ultima cena.
In fondo, cosa chiede questo Padre? Chiede unicamente di essere partecipi alla condizione del Figlio, ci chiede di essere partecipi della nuzialità del Figlio, che si manifesta attraverso il dono della sua vita sulla croce per tutta l’umanità. Non possiamo smarrire questa priorità, anche se spesso la nostra vita è piena di pregiudizi. Se il nostro cuore è aperto all’ascolto assetato e affamato dell’umanità, dove deve risuonare la parola oratrice di giustizia e fraternità del Dio che si fa povero con i poveri, se questa passione entra come urgenza dentro di noi, neanche per un istante dobbiamo attardarci a lamentarci, a guardare le piccole o grandi (per noi) avversità che entrano nel quotidiano. Respirare futuro dandoci e stringendoci subito la mano, perché il Signore ci vuole liberi per sentire anche l’urgenza del Vangelo di oggi. Il banchetto è pronto e la stanza è comunque affollata. Perché i privilegiati lo hanno trascurato, ma dai crocicchi delle strade sono arrivati in tanti. E’ tutta quella folla che preme, che cerca (a volte non può neppure cercare) un frammento di dignità. E’ questa folla che ha volti, tensioni e attese. Non possiamo attardarci su noi stessi. Quante piccole o grandi durezze ci rendono un po’ sordi. Il Vangelo di oggi è anche per ciascuno di noi. Ed allora dobbiamo avvertire che questa speranza e invito è dono gratuito e l’abito che ci è chiesto è quello della gratitudine, del canto del Magnificat come Maria ha proclamato.
Imparando ad amare veramente, ricordando quanto dice Teresa di Lisieux: “La malattia dell’amore non si guarisce che con l’amore”.
E questo è l’abito nuziale che il Signore ci chiede.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Il vangelo di oggi lo troviamo solo in Matteo, negli altri Vangeli non lo troviamo. E' la parabola degli operai mandati nella vigna (vedi Mt 20,1-16).
Come in tutte le parabole, Gesù racconta una storia fatta o tratta dalla quotidianità.
Gesù fa un ritratto della situazione sociale del suo tempo, in cui gli uditori si riconoscono. Però, nella storia di questa parabola, avvengono cose che non avvengono mai nella realtà della vita della gente: c'è qualcosa di diverso. Infatti, parlando del padrone, Gesù non guarda ad un comune padrone della vigna, ma pensa a Dio, al Padre. Per questo, in questa parabola, il padrone fa cose sorprendenti che non avvengono nella vita quotidiana degli uditori.
In questo atteggiamento strano del padrone bisogna trovare la chiave per capire il messaggio della parabola. E il messaggio è questo: rinunciare ad essere grandi per diventare piccoli, accettare che l'ultimo riceva quanto il primo. Il Regno è un dono gratuito, una grazia da accogliere.
Non è facile capire questo per questo ci viene spontaneo mormorare contro il Signore della vigna (tanto da aprire pagine in merito su Facebook), perché il suo modo di agire mette a soqquadro i nostri criteri di valutazione, di retribuzione equa, di giustizia sociale, di merito.
Gli operai della parabola – quelli che inscenano la mormorazione sulla parità dei salari – non si lamentano perché la paga è insufficiente a vivere dignitosamente, cioè “a misura d’uomo”. Ma si lamentano, invece, perché è dato ad altri come a loro. Essi hanno il gusto borghese del dislivello economico: per star bene bisogna che qualcuno stia peggio di loro. Forse nonabbiamo capito che per stare bene bisogna sentirsi non giudicati , non in competizione, non meglio o peggio di qualcun altro. Bisogna sentirsi accettati nella propria soggettività e riconosciuti ed amati in quanto persone.
E' inutile che desideriamo di andare un attimo in Paradiso per fare due chiacchere col Padre, Lui non si lascia smuovere dalle nostre mormorazioni che si rifanno al principio secondo cui è lecito fare tutto ciò che non è proibito dalla Legge, e sottolinea il contrasto fra il nostro occhio malato e la sua bontà.
Il Padre infatti non fa quello che vuole, ma ciò che è giusto: "vi darò quello che è giusto". Il Padre si comporta secondo l’etica della bontà, mentre l’incauto liberista segue l’etica dell’invidia.
Bisogna entrare in una concezione non farisaica della vita religiosa: “farisaico” ha per noi un significato negativo, ma, di per sé, esprime l’esigenza per cui alle mie opere, Dio risponde con un salario equivalente: se moltiplico le opere, avrò di più. Nell’ottica di Gesù invece, questo rapporto non ha senso: non conta la quantità delle opere. Occorre, sì, farle con amore, con spirito filiale, ma poi dobbiamo fidarci del Signore, senza più misurare niente e lasciar sì, che ogni istante della nostra vita siamo sempre operai nella vigna del Signore.

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Continua il discorso di Gesù dopo l'incontro col giovane ricco. Riporta il commento di Gesù riguardo alla reazione negativa del giovane ricco. (vedi Mt 19,23-30).
Gesù stesso fa un amara riflessione sull'episodio del giovane ricco, che non ha il coraggio di seguirlo, nonostante le ottime intenzioni che l'animavano: "Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli".
Il ricco che s'identifica necessariamente con chi ha molti beni, ma piuttosto con coloro che sono smodatamente attaccati alle ricchezze fino a farle diventare il proprio idolo. Quanti idoli nella nostra vita: idoli che pretendiamo; idoli da cui non vogliamo staccarci; idoli che ci fanno comodo. Questa impossibilità di farsi piccoli per entrare nel Regno è sottolineata da Gesù e ripresa dai discepoli costernati: "Chi si potrà dunque salvare?".
Gesù insiste: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile" (cfr. Gen 18,14; Gb 42,2; Zc 8,6). Il Regno non è un bene che si guadagna o si possiede; bisogna riceverlo come dono da Dio.Gesù a questi dice che è possibile staccarsi dagli idoli, con l'aiuto di Dio è possibile staccare il cuore dalle cose della terra e aspirare con tutta l'anima a quelli del cielo.
Lo sfondo dell'incomprensione dei discepoli appare nella domanda di Pietro: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Che cosa dunque ne otterremo?" Gesù non nega nulla ai discepoli: nè distacco, nè la loro partecipazione al regno escatologico (cfr. 16,27; 21,43), ma ma indica la loro condizione reale a questa partecipazione: lasciare tutto per avere il centuplo. Però, malgrado la generosità così bella dell'abbandono di tutto, loro hanno ancora la vecchia mentalità. Hanno abbandonato tutto per ricevere qualcosa in cambio. Ancora non avevano capito bene il senso del servizio e della gratuità. Cose che succedono ancora oggi col principio del "do ut des".
Nel seguire il Signore non si può vantare di nessun titolo o diritto di anzianità, perchè "molti saranno ultimi e molti primi" (19.30; cfr. 20,16); ciò vale sia per Pietro che per i discepoli, ma anche per i cristiani di oggi.
Pietro, i discepoli, noi non abbiamo ancora preso coscienza che lo stare con Cristo è già un'abbondante ricompensa: il premio è di un valore infinitamente più grande di qualsiasi umana ricchezza. Si tratta della vita eterna oltre i beni indispensabili durante l'esperienza terrena. È la solenne promessa alle nostre rinunce, alle nostre scelte, talvolta ardue, ma sempre convenienti per noi. "Senza la rinuncia alle cose, non si ottiene nulla" (Lutero). Per questo San Paolo raccomandava ai primi cristiani: "Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra".
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Oggi il calendario liturgico carmelitano riporta la festa del beato Angelo Mazzinghi. Il vangelo odierno riporta per noi l'esperienza del giovane ricco che se ne ritornò a casa sua perché legato alle sue ricchezze (vedi Mt 19,16-22).
Una domanda di fondo suscita l'attenzione per noi: che cosa ci manca ancora se osserviamo i comandamenti di Dio?
Parole legittime. Infatti il giovane voleva conoscere il cammino che porta alla vita eterna. Ora, il cammino della vita eterna era e continua ad essere: fare la volontà di Dio, espressa nei comandamenti. Detto con altre parole, il giovane osservava i comandamenti senza sapere a cosa gli servivano! Se lo avesse saputo, non avrebbe fatto la domanda. Quante volte mi capita in rete sentir dire a qualcuno che è cattolico senza sapere il suo significato e magari nascondendosi dietro il proprio punto di vista. Ma per tanti di noi, cattolici, non sappiamo perché siamo cattolici. Ci basta dire che siamo nati in una famiglia cattolica e tali siamo noi. Essere cattolico è paragonato ad una tradizione o usanza!
Il giovane del Vangelo, sembra che vada alla ricerca di qualcosa di speciale, di una indicazione nuova e Gesù richiamandosi sia al suo insegnamento (6,19-21.24-34) sia alla pratica della Chiesa primitiva (At 2,44) invita il giovane a rinunciare alle ricchezze.
Qualcosa di molto difficile da rinunciare. Eppure continua amancarci la povertà: ci manca quella spogliazione di noi stessi per essere riempiti e disponibili all'amore divino". "Va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi". E' il cammino di chi vuole entrare a fare parte della vita divina. Un cammino che si esaurisce nell'osservanza fedele dei comandamenti. Ma non basta. Perché essere ricchi e protetti porta difficoltà a tendere e aprire la propria mano ove è racchiusa la sua sicurezza. Afferrati ai vantaggi dei propri beni, viviamo preoccupati in difesa dei nostri interessi.
mentre se guardiamo la persona povera non ha questa preoccupazione. Ma ci sono poveri con la mentalità di ricchi. Molte volte, il desiderio di ricchezza crea in loro una grande dipendenza e rende il povero schiavo del consumismo, poiché ricerca la ricchezza dappertutto. Non ha più tempo di dedicarsi al servizio del prossimo.
In questo piccolo e grande discorso, l'Evangelista non vuole fare riferimento alle vocazioni religiose e sacerdotali, ma parla semplicemente dell’ideale cristiano, della giustizia del discepolo che deve essere superiore a quella del fariseo e dello scriba. L’uomo non è invitato a seguire i “consigli evangelici” (del resto sono consigli), ma a diventare un discepolo di Gesù, e l’invito.
La perfezione è per tutti e alla portata di ciascuno perché riguarda il cuore. II cuore è perfetto quando è tutto di Dio e non è diviso con altri. L'uomo perfetto e la donna perfetta sono coloro che hanno compreso che non si può servire Dio e mammona (Mt 6,24). Se si ama Dio sopra ogni cosa, è logico distribuire le proprie ricchezze ai poveri.
Nel Vangelo il giovane ebbe una occasione e l'ha persa. E tu?