sabato 21 novembre 2009

XXXIV Domenica T.O. Solennità di Cristo Re

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!




Celebriamo solennemente la festa di Cristo Re. Stranamente il Vangelo di questa Domenica, chiamata di “Cristo Re”, ci presenta Gesù che viene sottoposto ad un giudizio umano…Cristo dopo aver subito un processo religioso ne subisce anche uno politico.
Gesù viene accusato di essere Re. Un Gesù non troppo regnante direi, poco divino.
Per noi il re è colui che impone la sua volontà, che domina usando la legge del più forte. Infatti, Pilato è l'uomo del potere e della paura insieme, per paura consegnerà Gesù al­la morte, contro il suo stes­so parere. Gesù invece è l'uomo della libertà. Lo leg­giamo nelle sue risposte co­sì franche e nitide.
Allora chi è più uomo? Due volte Pilato domanda: Tu sei re? Gesù risponde che il suo Regno non è di quag­giù, e lo mostra attraverso due caratteristiche che si oppongono a violenza e in­ganno, la duplice logica di ogni potere, i due nomi del nemico dell'uomo.
I regni di quaggiù si com­battono, il potere ha l'ani­ma della guerra, si nutre di violenza. Gesù non ha mai arruolato eserciti, non è mai entrato nei palazzi dei potenti, se non da prigio­niero.
Purtroppo le cronache della storia di tutti i tempi sono piene di questi eventi, sempre, non solo oggi.
Ma Cristo è Re perché è servo e non perché detiene il dominio sulla terra. Anche il cristiano è re, in quanto sulle orme di Cristo anche lui è un servo e vive questa sua regalità all'ombra della croce. La croce è stato il momento umano di Gesù di maggior "potenza" del suo regno. E la resurrezione ha mostrato e reso eterno questo regno di Cristo. Il disegno (tratto da www.parrocchiasansergio.it), vuole tratteggiare proprio questo senso che parte dall'Eucarestia, dall'amore di Cristo per ciascuno. E tutti fondati in questo vivremo come Cristo servendo.
Anche la preghiera di colletta che ci propone la liturgia ci propone questa prospettiva e ci invita ad operare in questo mondo con lo sguardo sempre orientato alla vita nuova:
O Dio, fonte di ogni paternità, che hai mandato il tuo Figlio per farci partecipi del suo sacerdozio regale, illumina il nostro spirito, perché comprendiamo che servire è regnare, e con la vita donare ai fratelli confessiamo la nostra fedeltà al Cristo, primogenito dei morti e dominatore di tutti i potenti della terra. Amen.
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venerdì 20 novembre 2009

21 Novembre Presentazione della Beata Vergine Maria

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo oggi la presentazione della Beata Vergine Maria e il vangelo di oggi ci riporta la discussione dei sadduccei con Gesù sulla fede nella risurrezione (vedi Lc 20,27-40). Costoro erano degli intellettuali che negavano la resurrezione. Ed è proprio su questo tema che verte la loro domanda.
Il caso che presentano è efficace, anche se piuttosto artificiale: "una donna che ha avuto sette mariti, di chi sarà moglie dopo la morte?" Essi ragionano secondo la logica umana. Ma questo modo di ragionare è ben più ristretto di quello di Dio. Una situazione paradossale, un tranello, al solito, teso a Gesù per metterlo in difficoltà.
Il Vangelo mostra un mondo completamente nuovo, comprensibile però solo a chi apre il proprio cuore e la propria mente a Dio. Un mondo ove non contano più i legami di sangue perché lo Spirito li supera e li trasforma. Gesù dice, citando la Scrittura: Dio è Dio dei vivi, non dei morti e tutti vivono per lui. Ammazziamo Dio con i nostri casi, le nostre intricate e barocche domande, lo soffochiamo quando lo tiriamo in ballo per difendere le nostre opinioni, lo avveleniamo se diventa strumento di divisione e non di unità. Dice San Gregorio di Nissa: "Dio non può essere considerato il responsabile del male e della morte, Lui il Vivente, autore della Vita. Se quando la luce brilla di un puro splendore qualcuno abbassa volontariamente le palpebre, il sole non è responsabile del fatto che egli non ci vede".
Il Vangelo continua a dirci: smettiamola di pensare secondo la logica umana e cominciamo a pensare secondo Dio. Nel Regno di Dio, nel dopo vita, saremo diversi e uguali, conserveremo le nostre identità ma saremo talmente riempiti dalla sorgente dell'amore da non avere più necessità di un amore particolare. C'è da chiedersi se viviamo oggi da figli e figlie della Resurrezione o ci piace stare nelle casistiche. Dobbiamo testimoniare un Dio vivo con i nostri gesti e le nostre parole... È il mondo dei risorti: in quel mondo non si prende né moglie né marito perché tutti sono pienamente figli. Chiunque crede in Gesù è già da ora "figlio della resurrezione". L'amore del Padre è più forte anche della morte.
Riflettiamo su questo alla vigilia della Celebrazione del grande amore del Padre. Eliminiamo l'orgoglio che sta in noi, la suscettibilità, il ripiegamento egoistico per fare entrare in noi quella forza divina che ci permette di entrare nella vita eterna. Chiediamo in questo l'intercessione della Vergine Maria.
Signore Gesù, tu ci hai svelato un Dio vivo che ama la vita e le gioie e che tutti ci attende nella pienezza del Regno: donaci di concludere la nostra settimana da figli della Resurrezione, perché, ora e sempre, compiamo gesti di vita intorno a noi.

giovedì 19 novembre 2009

Venerdì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Ancora con le lacrime agli occhi (vedi vangelo di ieri), continua il viaggio di Gesù a Gerusalemme ed entra solennemente solennemente nel Tempio, quasi come a confermare chi è davvero: il Cristo, il Figlio di Dio (vedi Lc 19,45-48).
Ora, questo suo entrare nel cuore della città ne è una conferma perché Egli sa bene quello che lo attende, ma non fugge. Entrato nel Tempio, Gesù si sdegna, trovandolo profanato: ridotto ad un mercato, un luogo per sbrigare gli affari e non il luogo sacro di Dio. Egli accusa i capi del popolo di sviare il piano di Dio: il Tempio è costruito per pregare e lodare il Signore e non per trafficare merci o per complottare intrighi politici. Quindi scaccia via tutti quelli che vendono, citando contro di loro le parole di Isaia e di Geremia: "Il Tempio deve essere casa di preghiera per tutti i popoli" (Is 56,7); mentre "alcuni lo convertivano in spelonca di ladri" (Ger 7,11).
Con questa citazione Gesù riconferma che per Dio ciò che conta è la sincerità del cuore e che l'uomo ha bisogno di un luogo dove può incontrare Dio e comunicare con Lui. Tante volte siamo tentati dal potere, dal possesso, che ci tolgono la purezza del cuore, dove, secondo l'insegnamento di Gesù, sta il tempio, la casa di preghiera di ogni persona. Ecco perché Gesù se la prende con chi "mercanteggia" con le cose di Dio: con chi tratta Dio alla stregua di un assicuratore, facendo patti, chiedendo-offrendo.
Ci avviciniamo sempre più alla celebrazione di Cristo Re e ogni giorno la Parola del Signore non fa altro che invitarci ad avere un cuore semplice e ben disposto per accogliere la Parola. La parola di Dio, infatti, è veramente la gioia profonda del cuore, come preghiamo oggi nel salmo responsoriale: "Nelle tue parole, Signore, è la mia gioia... quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele alla mia bocca... apro anelante la bocca, perché desidero i tuoi comandamenti". Ma non dimentichiamo che la Parola provoca tensioni, opposizioni, sia attorno a noi che dentro di noi: è come una spada a doppio taglio, penetrante fino all'interno delle ossa e quindi produce amarezza profonda, perché c'è una parte di noi che non vuole riceverla. E un'amarezza necessaria, che ci fa conoscere la verità di noi stessi e ci guida alla purificazione di quanto in noi è in dissonanza con la parola.
Compito della riflessione e della preghiera personale e/o comunitaria sarà allora di visitare la nostra anima, la parte più intima del nostro essere per scoprire qual è il nostro rapporto con Dio.
Chiediamo al Signore il coraggio ad attraversare la tappa dolorosa con pazienza, con perseveranza, con vera speranza. Così la parola divina sarà in noi una gioia che nessuno potrà mai toglierci e che da noi irradierà sugli altri, per la gioia di tutti quelli che avvicineremo.

Signore Gesù, donami una vita interiore profonda, fa' che io sia nella Chiesa un piccolo fuoco che arde di zelo per te e per il tuo regno.

mercoledì 18 novembre 2009

Giovedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo oggi la memoria di San Raffaele Kalinoswki, carmelitano e il vangelo odierno continua il discorso sulle realtà ultime e nel Vangelo Gesù annuncia un'altra guerra, che porterà alla sconfitta. E Gesù piange sulla sua città che non ha capito "la via della pace" (vedi Lc 19,41-44). Il suo pianto ci rivela il mistero più grande di Dio: la sua passione per noi. Ci rivela pure l'incarnazione profonda del Cristo nella sua Terra, nel suo popolo, nella storia del suo tempo.
Gesù piange, poiché ama la sua patria, la sua gente, la capitale della sua terra, il Tempio. Piange, perché sa che tutto sarà distrutto per colpa della sua gente che non sa rendersi conto della chiamata di Dio nei fatti della vita. La gente non si rende conto del cammino che la potrebbe portare alla Pace. Egli, tuttavia, non può impedirla. Le lacrime manifestano la sua impotenza e nascondono un profondo mistero. Già alla soglia della sua morte, non parla di quanto gli accadrà, ma piange sulla sua gente.
Compito della comunità cristiana, di ciascuno di noi, è un ascolto premuroso di tutte le voci che si levano dalle città dell'uomo: voci dei poveri, di coloro che vivono nell'emergenza quotidiana; voci di chi governa, di chi studia le cause delle problematiche sociali; voci degli operatori sanitari, dei volontari, della comunità ecclesiale.
Non possiamo rimanere indifferenti, come non lo è stato Gesù. Il nostro ascolto vuole tradursi in gesti concreti di collaborazione e di servizio, secondo le nostre responsabilità e possibilità.La complessità della situazione umana rende molto difficile trovare la via della pace nelle diverse circostanze, senza capitolare e senza tradire i principi evangelici.
Preghiamo il Signore, con intensa preghiera: "Signore Dio, aiutami a prestare attenzione alla tua parola che dona la pace e insegnami a riconoscere il tempo della tua visita al mio cuore, alla mia città, alla società in cui vivo".

martedì 17 novembre 2009

Mercoledì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!



Gesù, circondato da molta folla, è alla fine del viaggio e sta per entrare a Gerusalemme (vedi Lc 19,11-28). Qualcuno crede sia giunto il momento della manifestazione del regno di Dio e, forse, ritiene ormai inutile ogni impegno. Proprio oggi mi diceva una persona: "fra Vincenzo ha visto quella trasmissione? ... dicono che nel 2012 finirà il mondo... mio marito mi dice: allora se sarà così è inutile lavorare!"
Ora, al di la di quanto si possa dire o di quanto possa accadere al pianeta, cose che già stiamo notando, Gesù ci racconta una parabola su come si attende il regno dei cieli. Racconta di un uomo nobile che parte per un paese lontano per ricevere la dignità regalee prima di partire affida ai servi una somma di denaro perché durante la sua assenza la facciano fruttare.
La descrizione della parabola ci dice in quale direzione vanno i servi. Anche a noi è stata affidata una somma da fruttare, ma quale direzione abbiamo presa?
Spesso diciamo: non valgo a niente. Non ci credo che non valiamo nulla! Anzitutto dire così non è umiltà, ma depressione. Nel Vangelo quest'atteggiamento vittimista viene contestato duramente perché produce, come unico risultato, l'inabilità permanente.
Ognuno di noi ha dei doni, a ciascuno di scoprire quali sono e di metterli a servizio del Signore: è tempo di finirla col pensare che la nostra vita è inutile e che siamo una specie di sbaglio dell'umanità. Certo, forse il dono che possiedo non è evidente o clamoroso, ma c'è, garantito. Forse ho il dono dell'ascolto degli altri, o della pazienza, o di potare le rose. Mica dobbiamo candidarci alla "notte degli oscar" o al premio Nobel!!! Dio ci ha donato dei doni da mettere a servizio della comunità, non lasciamo perdere ciò che siamo nel profondo!
Coltiviamo invece la familiarità con Dio (il padrone, nel Vangelo) e quindi la corresponsabilità per i suoi beni. All'interno della parabola, Gesù mette a fuoco due opposti comportamenti a proposito dei beni che Dio ci dà da amministrare nel tempo breve della nostra esistenza. Il primo è il comportamento di chi è tutto "rattrappito" dalla paura. La paura di Dio è tipica di Adamo (Gen 3,10) e dei suoi discendenti. Essa deriva dall'immagine di un Dio cattivo, che non ci ama. Questa paura blocca l'azione dell'uomo.
L'uomo "religioso" considera Dio severo e intransigente. Il suo comportamento da uomo "giusto" è mosso da un'estrema difesa da Dio, nella ricerca parossistica di chiudere il conto in parità. Ma ciò non è possibile.
L'unica via d'uscita è il secondo comportamento: la gratitudine per la gratuità del dono.Infatti, l'altro traffica bene quello che gli è stato consegnato da amministrare e riceve una ricompensa incredibilmente superiore al poco in cui si è mostrato fedele.. In effetti anche noi possiamo essere tentati di gestire i doni di Dio all'insegna delle paure, dentro una vita più da schiavi che da figli.
Fermiamoci per capire che uso facciamo dei beni che il Signore ci ha fatto. Chiediamo al Signore Gesù il coraggio del rischio, dell'iniziativa, della creatività: non per emergere, per farci un nome, ma perché il suo Regno di giustizia, di pace e di amore trionfi.
Preghiamo così: Fammi conoscere quello che tu vuoi da me e poi dammi l'ardimento di compierlo, senza paura di essere libero e creativo per glorificare Te, o Creatore e Sovrano dell'universo.


lunedì 16 novembre 2009

17 Novembre: Santa Elisabetta di Ungheria

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!



Celebriamo oggi la memoria di Santa Elisabetta di Ungheria e, mentre celebriamo il ricordo della santa continua il cammino di Gesù. Continua il suo passaggio dalla nostra vita. Questa volta siamo a Gerico e l'incontro si fa intenso con un uomo di nome Zaccheo (vedi Lc 19,1-10).
La scena si presenta commovente, ricca di perdono e di intimità: la conversione di Zaccheo, uomo ricco, capo dei pubblicani, collaboratore con la potenza occupante, disprezzato dai suoi compatrioti che lo consideravano un peccatore. Zaccheo era anche un uomo irrequieto e confuso, cosciente della sua vita irregolare; forse aveva anche desiderato uscirne, ma cambiare esige sempre una scelta ardua.
Anche oggi se volessimo cambiare la scelta rimarrebbe ancora difficile. Perché anche noi, come Zaccheo siamo spinti da una certa inquietitudine. Siamo ammantati di religiosità reagendo come la gente che, attratta più dal sensazionale che avvolgeva la persona del Maestro, si spintonava per vederlo toccarlo, ma poi tornare a casa propria chiudendo accuratamente la porta dietro di sé con tutte le paure e insicurezze. Ci ritroviamo nei panni di Zaccheo, il pubblicano, cioè il peccatore, con la sensazione della propria indegnità e un’incontentabile nostalgia di Lui.
Chissà quale fanatismo pervade le nostre coscienze per cercare di "vedere" o "incontrare" Gesù...Nella nostra mente e nel nostro cuore c'è più confusione che persuasione. Siamo ancora nella cecità e al minimo dubbio diciamo: Ma Dio dov’è? Chi è? Perché non mi mostra il suo volto? Perché non mi sottrae a questa pesantezza che mi opprime? Come del resto pensare seriamente sulla propria religiosità: Perché credo? In chi credo? Ma l’ho mai incontrato? È il richiamo profondo a prendere seriamente la vita in tutti i suoi risvolti, cominciando dalla chiave di volta della fede. Zaccheo fa anche questo tentativo nella sua vita per poter dare un risvolto alla sua esistenza. Infatti, "viviamo molto al di fuori di noi stessi. Sono pochi gli uomini che veramente entrano in se stessi e per questo ci sono tanti problemi. Nel cuore di ciascun essere umano c’è come una piccola cella, intima, dove Dio scende a parlare da solo con l’uomo. Ed è lì dove la persona decide il proprio destino, il proprio ruolo nel mondo" (Oscar Romero).
Sull'esempio di Zaccheo, noi non abbiamo bisogno di salire su una pianta, ma puntare il nostro sguardo verso l'Alto per concedersi spazi di silenzio e di solitudine per ritrovare se stessi e, nelle profondità del nostro essere, Lui che silenziosamente ci abita. Anche perché ancora una volta, il Signore Gesù passa e passando sta dicendo a ciascuno: oggi, devo fermarmi a casa tua!
Ritagliamoci il nostro spazio e preghiamo così (o con parole simili): Signore, vieni nella mia casa, chiamami per nome, dimmi le tue parole di conforto e di incoraggiamento. Aiutami a diventare nuovo ogni giorno, per poter incontrare le sorelle ed i fratelli che mi circondano con cuore nuovo.

domenica 15 novembre 2009

Lunedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Il vangelo di oggi, in cui ricordiamo S. Margherita di Scozia, presenta un chiaro esempio di evangelizzazione (vedi Lc 18.35-43). Gesù è in cammino ed è ormai vicino a Gerico, l'ultima città prima di Gerusalemme. Sulla strada vi è un cieco che chiede l'elemosina. Costui, sentendo molto rumore, domanda cosa stia accadendo. Gli "annunciano" che sta passando Gesù di Nazareth.
"Passa Gesù Nazareno": all'umanità cieca siamo chiamati, noi che abbiamo trovato in Gesù, la luce del cuore, ad annunciare questa straordinaria buona notizia. Passa Gesù Nazareno, quando meno te lo aspetti, quando proprio non ci pensi, quando pensi che il buio sia la tua condizione normale, irrompe il Signore, si ferma, ti guarisce.
Una cosa che subito notiamo è che quel cieco ha necessità che qualcuno gli parli di Gesù perché da solo non vede: ha bisogno di un tramite. E' una delle migliori definizioni del cristiano: colui che avverte gli altri del passaggio del Rabbì. Infatti, non siamo noi a dare la luce, né siamo noi a salvare: il Signore salva, lui dona luce, lui ci ha salvati. E non prendiamocela con chi è nelle tenebre, non importa l'origine della cecità, smettiamola di pensare che se uno è nei guai – in fondo – se l'è andata a cercare.
Se abbiamo avuto la straordinaria opportunità di essere illuminati è per grazia, mai per merito. Aiutiamo, semplicemente (senza nessun tornaconto), i fratelli che sono nel buio della disperazione, diciamo loro: "Passa Gesù Nazareno", passa nella vita di ogni uomo, passa senza condizioni, passa nella totale ed assoluta libertà. Stiamo vigili, carissimi, perché davvero il Signore passa nelle nostre vite. Che non ci trovi mai distratti od occupati a fare altro! Tutti abbiamo bisogno che qualcuno ci comunichi Gesù, ci parli di lui, perché noi, ripiegati nel nostro mondo, siamo come ciechi. Ebbene, quel cieco, ascoltando l'annuncio della vicinanza di Gesù, comprese che era diverso dagli altri passanti. Quanti ne aveva sentiti passare accanto, magari lasciare anche un'offerta e poi continuare per la loro strada! Quel giorno comprese che Gesù poteva guarirlo. Per questo immediatamente si mise a pregare. Era una preghiera semplice e di un grande insegnamento perché vera, perché partiva dal bisogno primario: la vista. Gesù ascolta quella preghiera e il dialogo che si intreccia tra Gesù e il cieco si conclude con la guarigione. Quel cieco non solo vede Gesù con gli occhi, lo vede soprattutto con il cuore: Appena viene esaudito, la sua preghiera d'intercessione diventa preghiera di lode che coinvolge tutto il popolo. Infatti, si mette a seguirlo.
Preghiamo sull'esempio del cieco: Tu hai spalancato il nostro cuore e noi ti lodiamo, Signore, sei passato nelle nostre vite e chi hai illuminati. Ancora oggi ti affidiamo la giornata e ti diciamo: Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi!