Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
In questa ultima domenica di Avvento, la Liturgia della Parola affretta i nostri passi verso il mistero del Natale, mistero che ci fa pregustare già nelle parole dell'Antifona di Ingresso: "Stillate dall'alto, o cieli, la vostra rugiada e dalle nubi scenda a noi il Giusto; si apra la terra e germogli il Salvatore". Già in questi settimana abbiamo ascoltato "i fatti della natività"!
La parola di Dio di questa domenica ci aiuta a preparare degnamente quest'incontro con il Signore con lo stesso atteggiamento interiore di Maria, Giuseppe, Elisabetta e Zaccaria: i quattro personaggi che sono oggi richiamati, direttamente e indirettamente, nel testo del vangelo e che meglio di ogni altra persona vicina al Signore possono favorire questo annuale incontro con Gesù.
La preghiera di Colletta vuole sottolineare e prepararci a quest'evento dandoci il fine ultimo: "Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre, tu, che nell'annunzio dell'angelo ci hai rivelato l'incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione". Questo vuol dire che all'inizio di questa Liturgia domenicale, siamo invitati a domandare al Padre che il mistero dell'Incarnazione - che trova pienezza nel mistero della Pasqua del Figlio - sia per noi sorgente di un'esistenza veramente pasquale. Per dirla con i Padri della Chiesa: "Dio si è fatto uomo, perché l'uomo diventi Dio"! Il Natale, perciò, deve generare in noi quel dinamismo di Grazia che ci porta a tradurre nella nostra vita cristiana lo stile stesso della Vita Trinitaria di Dio che ci è stata manifestata nel Verbo fatto carne.
Il Vangelo della Visitazione della Beata Maria Vergine a Santa Elisabetta ci da i parametri essenziali di come vivere questo Natale: nella gioia, nella carità, nella riconoscenza a Dio, nella fede sincera e sentita. Non può esserci vero Natale nel nostro cuore e nella nostra vita se non ci apriamo a questo incontro, a questo intimo rapporto con il Signore, sul modello di quella esperienza di maternità che Maria ha sperimentato in modo del tutto singolare.
Anche noi siamo chiamati a fare rinascere nella nostra vita Gesù Cristo, perché ogni festa è sempre una nuova opportunità per dialogare con Cristo nella carità. Infatti, "Quando tu dici bene di coloro che dicono male di te, quando tu ami coloro che ti odiano, quando tu preghi per chi ti perseguita, quando tu vinci il male con il bene, manifesti che Cristo è venuto, sei testimone con i fatti che Dio c'è, che Dio è dentro la tua vita!" (Don Oreste Benzi). E alla carità deve pure corrispondere un atteggiamento di umile attesa, anche se siamo tristi. La tristezza è un' attesa! E' l' attesa di una presenza, è l'attesa di Dio!
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Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Il Vangelo di oggi ci parla della visita dell'angelo Gabriele a Zaccaria (vedi Lc 1,5-25). Il Vangelo di domani ci parlerà della visita dello stesso angelo Gabriele a Maria (Lc 1,26-38).
Luca pone le due visite una accanto all'altra, in modo che noi leggendo i due testi con attenzione, percepiamo le piccole e significative differenze tra l'una e l'altra visita, tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento.
Luca, quindi, apre il vangelo premurandosi di raccogliere informazioni sulla nascita di Giovanni Battista. La storia di Giovanni Battista inizia nel tempio mentre si prega solennemente. L'inizio della buona notizia viene dal cielo, portata da un angelo. Egli appare alla destra dell'altare: la parte destra è di buon augurio, promette salvezza (cfr. Mt 25,33-34).
Zaccaria ed Elisabetta non avevano figli, e per di più erano ormai vecchi. Non aspettavano altro che la conclusione della loro vita. Questi anziani sono santi perché sono giusti davanti a Dio. Osservano tutti i comandamenti della legge del Signore. Santità equivale a obbedienza a Dio.
In essi possiamo vedere la vita di tanti anziani e anziane, rasseganti a passare gli ultimi anni della vita in modo più o meno triste. Ma Dio interviene con la sua Parola. Quando Dio si rivolge a una persona, inizia a parlare con un incoraggiamento: "Non temere!". Dio vuole incoraggiare l'uomo, metterlo a suo agio, non spaventarlo o opprimerlo.
La forza e l'amore del Signore si scontrano spesso con la nostra incredulità e, pur avendo il tesoro del Vangelo, diventiamo come muti, incapaci di parlare e di sperare. Chi non ascolta non riesce neanche a parlare. L'amore di Dio vince anche la nostra incredulità e la nostra sterilità. Elisabetta, nella sua vecchiaia, concepì un figlio. Nessuno è tanto vecchio da non poter vedere e operare cose nuove e belle.
Per l'evangelista il silenzio di Zaccaria e il nascondimento di Elisabetta servono a celare il disegno di Dio fino all'annuncio dell'angelo Gabriele a Maria: il concepimento di Giovanni è un segreto che spetta a Dio svelare. Quel diventar muto è "correzione terapeutica" da parte di Dio.
Invochiamo lo Spirito Santo su di noi. Esaminiamo il nostro cammino di fede e sottolineiamo la nostra sterilità da presentare a Dio.
O Radice di Iesse, che t'innalzi come segno per i popoli: vieni a liberarci, non tardare.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Continuiamo il nostro cammino in preparazione del Natale. Ancora una volta l'evangelista Matteo ci getta dentro il mistero dell'incarnazione narrando i fatti (vedi Mt 1,18-24) e, "tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta".
Il Vangelo odierno presenta la figura di Giuseppe, una sorta di annunciazione o una natività secondo il punto di vista di Giuseppe.
Chi è quest'uomo? Di lui sappiamo ben poco, la sua figura resta come nascosta dietro quella molto più imponente di Maria, sua amata sposa. Giuseppe viene descritto come un uomo giusto (v.9). Il suo problema non è principalmente la situazione nuova che si è creata con la sua promessa sposa Maria, ma il suo rapporto con questo bambino che sta per nascere e la responsabilità che egli sente verso di lui. Giuseppe è detto giusto perché sintetizza nella sua persona l'atteggiamento dei giusti dell'Antico Testamento e in particolare quello di Abramo (cfr. Mt 1,2-21 con Gen 17,19).
Giuseppe non si arrende all'evidenza, mette a tacere tutti i terribili pensieri di tradimento e vendetta che gli abitano il cuore. Il pensare la sua sposa incinta l'ha sconvolto e confuso e non voleva pensare male di lei... ma lui che viveva secondo la legge, pensava anche secondo la legge.
La crisi di Giuseppe ha lo stesso significato dell'obiezione di Maria in Luca 1,29. Maria era turbata perché non sapeva che cosa significasse il saluto dell'angelo. Giuseppe è incerto perché non sa spiegarsi ciò che è avvenuto in Maria. Maria può chiedere la spiegazione all'angelo, ma Giuseppe non sa a chi rivolgersi; per questo decide di mettersi in disparte aspettando che qualcuno venga a liberarlo dalle sue perplessità.
La Parola del Signore fa chiarezza alla sua vita e Giuseppe destatosi dal sonno agisce. Anche qui come Maria abbiamo una prontezza all'obbedienza.
Giuseppe attualizza quanto dirà Isaia di Scete: "Non badare a ciò che preferisci, ma sii attento a ciò che Dio vuole da te. Qualsiasi cosa tu faccia, abbi Dio davanti a te. E sii certo della sua salvezza".
Giuseppe accoglie umilmente la volontà di Dio e prende Maria nella sua casa. Sarà lui a dare il nome a Gesù (prerogativa del padre che voleva dire: accettazione piena del figlio). E Gesù diviene così, a pieno titolo, ‘figlio di Davide', Salvatore del suo popolo.
Anche i nostri progetti spesso vengono capovolti ma per essere riorientati nel grande progetto di Dio. Lasciamoci illuminare dalla Sua Parola.
O Signore, guida del tuo popolo, che hai dato la Legge a Mosè sul monte Sinai: vieni a liberarci con la tua potenza.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Con il 17 dicembre iniziamo a voltare pagina, ci avviciniamo di più al Santo Natale che non significa preparare un bel presepe con i pastori commossi, coi magi in lunghe vesti, con il bue e l'asinello. C'è un pianto da ascoltare, il pianto del bambino che è la sofferenza di tanti suoi fratelli ignorati, calpestati e persino derisi. Ma per ce questo ci vuole una disposizione interiore, occorre una buona dose di stupore.Il Vangelo odierno ci fa riflettere sulla genealogia descritta dall'evangelista Matteo (vedi Mt 1,1-17).
L'evangelista nel fare una serie lunga di nomi, vuole condurci a scoprire la centralità di Gesù, "Figlio di Davide, figlio di Abramo". Perché questa precisazione?
Gli uditori del vangelo di Matteo sono persone che provengono dall'ebraismo e dal paganesimo. Con i due titoli dati a Gesù, Matteo vuole spiegare alle due fazioni che Gesù è il compimento della promessa di Dio per entrambi gruppi.
La genealogia mette in evidenza la continuità tra la storia d'Israele e la missione di Gesù e ci prepara a capire il vangelo, secondo il quale la Chiesa fondata da Gesù (Mt 16,18) è il vero Israele di Dio e l'erede di tutte le sue promesse.
Matteo mette in evidenza che Gesù è il compimento delle antiche profezie: "Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra" (Ger 33,14).
Gesù è colui che ha dato una svolta nuova alla storia umana di tutti tempi. Ilario di Poitier, un padre della chiesa del quarto secolo, afferma: "Soltanto in Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, l'umanità trova salvezza. Egli ha unito a sé ogni uomo, «si è fatto la carne di tutti noi»; «ha assunto in sé la natura di ogni carne e, divenuto per mezzo di essa la vite vera, ha in sé la radice di ogni tralcio». Mediante la relazione con la sua carne, l'accesso a Cristo è aperto a tutti, a patto che si spoglino dell'uomo vecchio e lo inchiodino alla sua croce; a patto che abbandonino le opere di prima e si convertano, per essere sepolti con Lui nel suo Battesimo, in vista della vita" (Trattato sui salmi).
Per noi oggi, questa fredda genealogia dice qualcosa di straordinario: Dio si lega alla storia degli uomini e non alla storia degli imperatori e degli eroi, ma a quella minore e fragile di un piccolo sperduto popolo del Medio Oriente.
Dio riempie di salvezza la nostra piccola storia, la nostra quotidianità, non aspetta i grandi eventi, le frasi eclatanti, ma vuole dare senso e dignità alla nostra vita!
O Sapienza che esci dall'Altissimo e tutto disponi con forza e dolcezza: vieni a insegnarci la via della vita.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Continua il cammino incontro al Messia che viene. Il vangelo odierno si apre con un interrogativo di Giovanni Battista, domanda di fondo per gli ebrei di quel tempo e gli uomini di ogni epoca della storia: "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?" (vedi vangelo di oggi).
In questa domanda possiamo notare in Giovanni Battista una sete ansiosa di certezza. Giovanni non è completamente nel dubbio, ma vuole esaurire la sua sete.
Gesù rassicura Giovanni Battista e tutti noi. I segni, di cui parlavano le antiche profezie, e le opere che egli compie, manifestano in modo evidentissimo che il Regno di Dio si sta attuando, è già presente nella sua persona e nelle sue opere, si è calato ormai in modo definitivo nella storia del mondo. Come si concretizza questo regno di Dio? La risposta l'abbiamo nelle stesse parole di Gesù citando il profeta Isaia: «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
In queste parole ci sta la salvezza delle anime e dei corpi: la potenza di Dio che si mette a servizio dell'umanità. Ma per vivere bene questo non bisogna scandalizzarsi di Gesù.
Purtroppo oggi non sembra esauriente la risposta data da Gesù e quindi continua lo scandalo nei suoi confronti.
Però, ancora oggi sono questi i segni che manifestano la venuta del Messia e la vicinanza del regno di Dio. Servire i malati e i deboli, ridare la vista a chi non vede e la forza a chi non cammina, annunciare il Vangelo ai poveri, è la risposta più autentica e chiara alla domanda di salvezza che nasce dagli uomini.
Fermiamoci un attimo per capire se siamo nel dubbio o abbiamo sete di Lui e scoprire che il Signore è già presente.
Preghiamo così: Signore della gloria, educami, lungo i giorni di Avvento e poi sempre, ad avere un'idea grande di Te e a non banalizzare mai il mio rapporto con te, pur approfondendo e intensificando nel mio cuore tutta la fiducia e la confidenza.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Il vangelo di oggi ci presenta una parabola (vedi vangelo del giorno). La parabola è una storia tratta, come al solito, dalla vita quotidiana delle famiglie.
Gesù cerca di coinvolgere gli uditori e di comunicare un messaggio. Li coinvolge nella storia senza, per il momento, spiegare l’obiettivo che ha in mente. Quando hanno dato la loro risposta alla domanda, Gesù applica l’esempio agli uditori e questi si rendono conto che loro si sono condannati da soli!
La parabola è semplice: il Padre nella parabola è Dio e la vigna il regno di Dio. I figli siamo tutti noi, con il nostro personale modo di rapportarci con Dio.
Questa parabola evangelica mette a nudo la contrapposizione tra il "dire" e il "fare" che spesso caratterizza la nostra vita. Quante volte ci ritroviamo in questa situazione, nelle stesse cose che ci accomunano ma che ci dividono? Il Signore viene a dirci che contano i comportamenti. Lo aveva detto già un'altra volta: "Non chiunque mi dice 'Signore, Signore', entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Gv 7,21). La fede non è pronunciare delle formule ma mettere in pratica il Vangelo. Potrebbe capitarci che, benché sorretti ed illuminati dalla fede, rimanga poi sterile di opere buone la nostra vita: possiamo dare a parole la nostra adesione a Cristo, ma senza tradurla in atti concreti, atti di amore. Proprio come il figlio di cui parla il Vangelo: proclama la propria disponibilità al suo padrone, ma poi all'atto pratico non adempie l'opera.
Oggi il mondo ha bisogno di testimoni, ossia di discepoli che sanno mostrare con la loro vita la verità e la bellezza del Vangelo. Così ha fatto Gesù per primo.
C'è una logica nella conversione di vita: pentirsi, credere, fare la volontà di Dio. Per Gesù i veri figli del Padre sono infatti, quelli che ‘fanno' la volontà del Padre e non quelli che si proclamano giusti.
In questo periodo di avvento, riflettiamo sul tipo di rapporto che abbiamo con Dio. Se siamo figli capaci di ascolto, accoglienza, obbedienza, lavoro... nella vigna del Signore.
Aiutaci, Signore, a dire dei "sì" motivati e non fare nessuna parte davanti a te ma essere sempre autentici nelle nostre scelte e nelle nostre decisioni. Marana thà, vieni Signore Gesù!
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!Celebriamo oggi, come chiesa e come carmelitani, san Giovanni della Croce. Il Vangelo odierno ci fa conoscere di fronte agli atteggiamenti altezzosi e indisponenti il silenzio di Dio (vedi vangelo del giorno).Gesù, viene presentato dall'evangelista Matteo come colui che insegna con autorità, un'autorità che gli viene riconosciuta dai suoi nemici, che originerà stupore nei suoi concittadini che notano la differenza tra il modo fresco e significativo di parlare di Gesù e quello abitudinario e stanco degli scribi.Ma "non poteva mancare" da parte degli scribi e dei farisei ancora la loro ultima parola: per loro infatti Gesù non ha nessuna autorità: Egli non è uno scriba, non si è preparato per anni a leggere e interpretare i rotoli della Torah; o discepolo di un rabbino come Saulo di Tarso. Gesù è il figlio di Giuseppe il falegname di Nazareth e tutta la sua autorevolezza deriva dalla sua straordinaria capacità di vivere e di amare e dalla sua conoscenza perfetta di Dio continuamente nutrita nella preghiera e nella riflessione.In tutto questo vi è un grande insegnamento. L'autorità non viene dallo studio della parola o chissà da quale classe sociale. Alle volte restiamo attoniti e confusi dalle voci di chi ci sta intorno: voci solo all'apparenza autorevoli ma che, alla resa dei conti, risultano illusorie, sopratutto se queste voci sono piene di orgoglio e superbia e alle volte prepotenti. Gesù è credibile perché non recita una lezione su Dio come capita ancora ai nostri giorni, ma parla della sua esperienza; è credibile perché non fa della sua cultura un'arma per affermare una diversità o per affermare un potere, ma la usa per condurre il popolo alla presenza di Dio, alla comunione intima con Dio.
Ancora oggi, in questo nostro secolo, dove tutti sembra che siamo in grado di fare tutto, la sua Parola resta immutata, comprensibile, perché parla ai cuori, perché riempie di vita, perché dona la luce di Dio.Credo che sia arrivato il tempo che i tuttologi si mettano da parte o almeno che abbiano la coscienza che ognuno può dare del suo. Sì, in Gesù ognuno può dare del suo ma Lui ha autorevolezza nel suo parlare, solo lui può dirci cose su Dio che nessuno, mai, avrebbe potuto immaginare. Cominciamo allora a smontare le nostre false sicurezze, cerchiamo di guarire dalla sindrome del falso problema, smettiamola di pensare come se fossimo dei dominatori.
Dio non guarda il cuore altezzoso e superbo ma volge lo sguardo su chi ha un cuore in ricerca, un cuore che sperimenta il proprio limite e che perciò sa elemosinare.