venerdì 22 ottobre 2010

Sabato della XXIX settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Se il vangelo di ieri ci dava un rimprovero per non essere capaci di leggere i segni dei tempi, quello di oggi, dandoci informazioni che ci sono solo nel vangelo di Luca e non hanno passaggi paralleli negli altri vangeli (
vedi Lc 13,1-9), ci invita a riflettere su episodi di cronaca, accaduti in quei giorni, ma che sostanzialmente continuamente accadono nella storia odierna degli uomini.
Il Vangelo ci presenta due fatti di cronaca: una uccisione e un incidente. Nel primo caso sono in gioco la libertà e la cattiveria dell'uomo; nel secondo la violenza del creato. Ma il problema è unico: quello della morte che l'uomo vive come un'indebita violenza.
Questi due avvenimenti richiamano in modo esemplare ciò che maggiormente scuote la fede del credente fino ai nostri giorni: perché Dio permette i soprusi e le violenze, i disastri e i terremoti? La storia con le sue ingiustizie, e la natura con la sua insensatezza sembrano dominate dal maligno (cfr Lc 4,6).
Il male, continuamente presente nella nostra esistenza, è il problema più rilevante ed è inspiegabile alla ragione. Esso costituisce un problema anche per la fede: la può spegnere o ingigantire. Solo conoscendo i "segni dei tempi" possiamo vedere nel male il Signore che viene a salvarci chiamandoci alla conversione.
Infatti, nelle tragedie della vita non ci sta una punizione di Dio, ma invito pressante a rispondere alla chiamata di Dio. Siamo liberi di accettare o rifiutare la chiamata del Signore, tragicamente liberi di rifiutare la felicità. Il peccato che ha guastato l'uomo ha sottoposto all'insensatezza anche la natura che aveva in lui il suo fine. Si è rotta l'armonia uomo-mondo e ogni evento insensato ci richiama a cercare nella conversione il senso di una vita che il peccato ha esposto al vuoto, al non senso (cfr. Rm 8,20).
Il brano evangelico viene chiuso a mo' di risposta e conferma di quanto detto con la parabola del fico sterile. Ciò sta a significare che se non ascoltiamo con la dovuta sollecitudine gli appelli divini, se non facciamo seguire a questi, la nostra sincera conversione per rendere fruttuosa la vita, rischiamo di essere poi respinti dal Signore. Anche questa triste eventualità scaturisce più da un'autocondanna che da un castigo.
Forse non è facile entrare dentro questa pagina, impegnarsi perchè portiamo frutti di conversione ma forse possiamo prendere un'ultima esortazione presa da S.Agostino: "Temo il Signore che passa". Sì: ho paura che il Signore passi. E io non me ne accorga.

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