venerdì 19 novembre 2010

Sabato della XXXIII settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Quante volte capita nella nostra vita pensare a Dio o a un dio in cornice, che deve alzare la sua bacchetta magica quando ci occorre un miracolo. Niente di nuovo sotto il sole. Anche ai tempi di Gesù la stessa cosa, anzi le fazioni religiosi si dividevano perchè ognuno sosteneva qualcosa di diverso dell'altro, secondo il proprio modo di pensare.
Il vangelo odierno riprende questi discorsi in particolare, sul fatto della resurrezione (vedi
Lc 20,27-40).
Il brano abbiamo avuto modo di commentarlo, ma lo riprendiamo brevemente ripensando a queste parole: "Dio non è dei morti, ma dei viventi". E' una frase presa da Es 6.6, testo che i sadducei accettano come "canonico". Gesù partendo proprio da quanto noi accogliamo, vuole farci entrare poco alla volta, dentro il mistero della vita divina. Certo ancora oggi pensiamo alla maniera dei sadducei, che tutto si ferma. Eppure la Chiesa, grazie al Concilio Ecumenico Vaticano II afferma che «in faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo. Non solo si affligge, l’uomo, al pensiero dell’avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre» (Gaudium et spes, 18).
La fede cristiana ha un modo diverso di pensare l'aldilà. Condividere con la propria morte la Pasqua di Gesù, per noi cristiani, è uno sconfiggere la morte in Cristo, nel nome di Colui che ne è uscito vittorioso.
Allora la frase "Dio non è dei morti, ma dei viventi" vuole indicare non tanto un Dio che risuscita i morti, ma la sua condivisione di vita, una vita che ci fa superare la morte attraverso il dono della vita eterna.
E non è altro che quanto diciamo nel Credo!

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