sabato 23 gennaio 2010

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Siamo alla terza Domenica del Tempo Ordinario e il Vangelo ci presenta l'inizio del vangelo di Luca, che intesse un'accurata indagine sulla vita di Gesù.
Luca non è il solo. A quei tempi altri autori, per dare credito ai loro scritti, iniziavano con un prologo simile. Così Luca fa delle ricerche "accurate" su Gesù, sulla sua vita e sui testimoni, sulle persone che lo hanno incontrato, visto, che lo hanno seguito.
La parola "Accurate" viene da "acribia" vuol dire sia scientifiche, sia che gli stanno a cuore (a-cur-rate).
L'Evangelista non fa altro che condurci dentro la persona amata. Del resto è compito di ogni cristiano condurre tutti, facendola conoscere, la persona amata. Gesù.
Luca parla del motivo, del contenuto, delle fonti, del metodo e del fine del suo vangelo. La fonte della narrazione di Luca e di quelle dei suoi predecessori è la "tradizione della Chiesa", che risale ai testimoni oculari. Essi hanno visto i grandi avvenimenti della redenzione. Attraverso loro, ministri della Parola, possiamo entrare in comunione "con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo" (1Gv 1,3).
Ora, il suo racconto Luca lo indirizza a Teofilo, nome che significa "amato da Dio" e "amante di Dio". Il discepolo è amato da Dio per diventare amante di Dio. Luca si rivolge quindi al cristiano che vuole diventare adulto nella fede e consapevole della sua responsabilità davanti al mondo e alla storia. Teofilo è un nome greco: destinatario dell'opera di Luca non è l'ebreo-cristiano, ma tutti coloro che "Dio ha voluto scegliere tra i pagani" (At 15,14), ossia ogni uomo di buona volontà nel quale c'è la presenza amante di Dio.
Nel vangelo, Luca fa risuonare un "oggi" per tutti noi e ci interpella, come allora interpellò i compatrioti di Gesù che reagirono cercando di ucciderlo. Ma cosa significa questo "oggi" se non un riattualizzare l'evangelo di Gesù! La parola di Dio ha la sua radice nel passato, ma si realizza nell'"oggi", ogni volta che la Parola è annunciata. La Scrittura trova il suo compimento nell'orecchio dell'uditore che ascolta e obbedisce.
Ogni ascolto della Parola, ogni annunzio della Parola, deve riattualizzare la presenza e l'azione del Signore oggi, per cui diciamo: oggi, ciò che voi avete udito si realizza, oggi il Signore cambia l'acqua in vino, oggi Dio sposa il suo popolo, oggi il Signore viene, oggi il Signore mi libera da ogni forma di male, oggi dice Gesù, il Signore mi consacra e mi manda per annunziare ai poveri una buona notizia, oggi proclamo ai prigionieri la liberazione da una religiosità oppressiva, oggi do ai ciechi la vista del vero volto di Dio e predico un anno di grazia del Signore, dove farò tutto il possibile per svelarmi, per farmi conoscere meglio, in modo da potervi aiutare meglio, perché conoscere il Signore va di pari passo con tutti i vantaggi che ne conseguono.
Oggi, nella mia preghiera, siederò ai piedi di Gesù, magari sostando dinanzi a una sua immagine o, meglio ancora, al tabernacolo. Lascerò che mi parli, anche solo con il silenzio della sua presenza.

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venerdì 22 gennaio 2010

Sabato della II settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il Vangelo che sentiremo proclamare è molto breve. Però nella sua brevità è incisivo, dinamico. Per noi si presenta come i due piatti della bilancia: quello di Cristo e quello dei suoi parenti. Inoltre, abbiamo Gesù inseguito dalla folla che vuol vederlo, sentirlo, toccarlo. E’ tutta un’umanità bisognosa che lo cerca e a cui Egli si dona senza riserve, al punto da non avere per sé neppure il tempo per nutrirsi (vedi Mc 3,20-21).
In questo breve episodio, di ieri ma attuale oggi, mi fa pensare tutte quelle volte che la folla cerca nel religioso, nel sacerdote la persona a sua misura secondo il suo modo di pensare, preoccuparsi come i parenti del vangelo. E invece no!
La differenza è che i parenti rimangono tali, ma non saranno mai parenti spirituali, popolo di Dio che cresce nell'ascolto della Parola. Mentre la folla, a differenza dei parenti carnali, è chiamata a diventare progressivamente popolo di Dio nell'ascolto di Gesù Parola incarnata del Padre.
Ma possiamo concludere che Gesù è veramente un folle così come i parenti l'hanno descritto, ma folle d'amore. S. Paolo non a caso parla della "follia della croce" e l'autore della lettera agli Ebrei dice che Cristo "con uno spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio". Infatti Gesù "non entrò nel santuario col sangue di capri e di agnelli, ma con il proprio sangue". Sì, Gesù – fuori di sé, c'insegna a uscire dal nostro ego, correndo le strade di quella follia che, essendo dettata dall'amore, "è più sapiente della ragionevole sapienza degli uomini", intenti solo a cercare il proprio tornaconto.
Ancora oggi, se qualcuno ha compassione davvero per i poveri viene richiamato alla moderazione, o viene esortato a pensare anche a se stesso. E non di rado riceve anche l'accusa di "buonista".
È una vicenda che Gesù ha conosciuto direttamente. Ma sappiamo che fin dall'inizio aveva risposto ai genitori che lo cercavano: "Non sapevate che debbo occuparmi delle cose del Padre mio?". Eppure ancora oggi noi, parenti odierni arriviamo a dire che Gesù è "fuori di sé", che è pazzo, e cerchiamo di prenderlo per riportarlo alla normalità, alla piattezza dell'indifferenza. Anche nella preghiera, c'è la tentazione costante di comportarci così chiedendo a Dio di fare la nostra volontà invece della sua. E naturalmente sempre a fin di bene!
Oggi, nello spazio di preghiera, chiediamo a Gesù qualcosa di diverso e non la solita preghiera. Chiediamo che ci faccia conoscere i suoi pensieri attraverso la lettura assidua delle Scritture e abbandoniamoci, con Lui, alla volontà del Padre.

giovedì 21 gennaio 2010

Venerdì della II settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Ci troviamo in un monte... in una altura. Quale? Non si sa perché per l'evangelista Marco non conta questo particolare, in quanto il Monte è il luogo della rivelazione di Dio, mentre il mare, come vedremo (4,35-39; 5,46-52), appare come il luogo della prova e delle dure realtà umane.
Gesù chiama a sè per stare con lui per fare esperienza di lui e non per un fatto pietistico o sentimentale, ma per predicare il vangelo e per allontanare il Maligno. Tutto questo passa attraverso il rapporto con il Padre (vedi Mc 3,13-19).
In queste parole troviamo descritta la Chiesa: comunità che sta con Gesù, che annunciano la Buona Notizia, che scacciano il Maligno.
Alle volte mi capita di vedere o di sentire: ma proprio io? E sì! I nomi che incontriamo in quei dodici, sono proprio i nomi di coloro che si posero la stessa domanda: proprio io? Eppure Gesù mette assieme pescatori e intellettuali, ultratradizionalisti come Giacomo e Zeloti, cioè terroristi, come Simone, ebrei ortodossi a pubblicani... personalità opposte, inconciliabili.
Questo ci deve portare ad affermare sempre più che la Chiesa, che siamo noi, non è popolo dei perfetti, ma un popolo radunato dal Signore, dalla sua Parola che cammina e la pienezza del regno.
Se per un attimo guardiamo le nostre realtà comunitarie: siamo tutti diversi ma uniti dallo stesso Cristo. Quale altra situazione potrebbe radunarci? Sì, è vero stiamo a discutere animatamente dei problemi di come deve essere questo o di come deve essere l'altro. Per non dire di quante volte alziamo giudizi sopra la persona. Eppure in questo radunarci dal Signore così come siamo si afferma che la chiesa non è il popolo dei perfetti, ma dei riconciliati il resto è solo fumo.
La vita è un cammino sconosciuto e pieno di sorprese per gli individui e per i gruppi. Allo stesso modo che una segnaletica stradale ci aiuta a non perderci nel percorso, i segni dei tempi e dei luoghi sono per noi una segnaletica stradale che ci offre il Signore per orientarci e guidarci nel nostro cammino.
Questi segnali stradali di Dio, esaminati alla luce della fede, non ci aiutano soltanto a non perdere la strada, si trasformano pure in una esperienza del Dio sempre più grande che ci accompagna e ci guida.
Gesù sceglie e chiama. E' il cerchio di Gesù che si allarga: partecipa ad altre persone la sua forza e la sua autorità. In Gesù il regno di Dio si è fatto vicino agli uomini; ora si dilata nei Dodici e attraverso di loro si estenderà al mondo intero.
Ognuno può fermarsi dinanzi a questa Parola per far suscitare al suo cuore il suo stare con Lui e chiedersi: Siamo ancora capaci di fare esperienza di Dio, di "sentire Dio" nella nostra vita?

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mercoledì 20 gennaio 2010

Giovedì 21 Gennaio Sant'Agnese

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Oggi la Liturgia ci fa celebrare Sant'Agnese, una donna capace di testimoniare con la propria vita l'amore per Gesù.
Il vangelo di oggi va riletto alla luce di quanto abbiamo ascoltato fino ad oggi: Gesù si è confrontato con le autorità religiose del suo tempo che hanno ordito disegni di morte nei suoi confronti (vedi Mc 3,7-12).
La pericope evangelica inizia presentando Gesù come un trascinatore di folle, soprattutto di quella massa di gente povera e delusa dai comportamenti e dagli insegnamenti di quei maestri, i quali imponevano agli altri pesanti fardelli che loro non osavano neanche toccare.
Marco ci descrive l’accalcarsi della gente così incontenibile che il Signore prende lì per lì il provvedimento di salire sulla barca “perché non lo schiacciassero”Ma perché accorrono? Per interesse o per fede?
Marco ci fa capire che l'entusiasmo della folla è suscitato dall'azione guaritrice di Gesù, non dalla fede. La fede non è solo sapere chi è Gesù. Anche i demoni lo sanno, meglio e prima di noi. Come scrive s. Giacomo: "Credono, ma tremano" (2,19). Credere è prima di tutto fare esperienza di Gesù che mi ha amato e ha dato se stesso per me (cfr Gal 2,20). Una fede ideologica, che tutto conosce, ma non fa esperienza dell'amore di Dio, è un anticipo dell'inferno. E' la pena del dannato che conosce il bene, ma non lo possiede.
La gente viene anche dall’Idumea, dalla Transgiordania, dalle parti di Tiro e di Sidone. È un’umanità variegata; ci sono anche i pagani. Tutti sono uniti attorno a Lui, centro palpitante d’amore e di potenza divina.
Il Signore però non desidera la pubblicità da parte di nessuno (tanto meno da parte dei demoni!). Raggiunge tutti solo attraverso la debolezza di chi, conoscendolo veramente, lo annuncia come amore crocifisso, povero, umiliato e umile. La propaganda va esattamente nella direzione opposta e si serve proprio di quei mezzi che il Signore ha denunciato e rifiutato come tentazioni.
Tutti coloro che si accostano a Gesù con cuore sincero scoprono il Lui il vero sanatore e salvatore; indipendentemente dalla provenienza e dalla regione geografica, così come lo descrive l'autore della Lettera agli Ebrei: “Tale era il sommo sacerdote che ci occorreva: “santo, innocente, senza macchia”.
Gesù è capace di aprire il cuore e la mente di tutti. Le guarigioni e i miracoli che leggiamo nel brano di oggi respirano di questa aria universale proprio perché Gesù è interessato a tutti gli uomini e le donne; a tutti ed ad ognuno di essi si rivolge. Il prendere una barca, simbolo della Chiesa ed allontanarsi dalla sponde non significa distacco dal genere umano, anzi, indica, in modo chiaro, la volontà da parte di Gesù di abbracciare tutti.
Carissimi amici, nei momenti nei quali Gesù ci sembra distante, sappiamo che Egli non ci è estraneo ma ci vuole tutti immersi nel suo grande abbraccio di amore.
Nella preghiera personale, chiediamo al Signore di donarci la capacità di cercarlo nel quotidiano, di trovarlo nelle persone che soffrono e in particolare in un abbandono fiducioso.


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martedì 19 gennaio 2010

Mercoledì della II settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il vangelo odierno riporta ancora un altro episodio riguardo al sabato (vedi Mc 3,1-6). I quattro conflitti precedenti sono stati provocati dagli avversari di Gesù. Quest'ultimo è provocato da Gesù stesso e rivela la gravità del conflitto tra lui e le autorità religiose del suo tempo. E' un conflitto di vita e morte. E' importante notare la categoria di avversari che spunta in questo conflitto. Si tratta di farisei e di erodiani, ossia delle autorità religiose e civili. Il criterio di Gesù è questo: "Fare il bene, salvare una vita".
Proprio a questo deve servire la legge del sabato: per la libertà e per il bene dell'uomo, per evitargli una vita da schiavo e da forzato.
La domanda che Gesù pone ai farisei suona ai loro orecchi molto provocatoria, al punto tale che si chiudono nel silenzio per non dover prendere posizione. Se è a tutti evidente che in nessun giorno è permesso fare del male, uccidere, rimane da scoprire se in giorno di sabato sia permesso fare del bene, salvare una vita.
L'evangelista sottolinea che Gesù è "Rattristato per la durezza dei loro cuori". Gesù aveva cercato di evitare questa situazione; si era sforzato di rompere le barriere cercando il dialogo, perché fossero loro a dire ciò che si poteva fare in giorno di sabato, ma questi hanno preferito restare chiusi in loro stessi... in silenzio!
Quante volte nella nostra società si scontra il bene con il male? Cosa sia giusto e cosa no?
Il miracolo della guarigione dell'uomo che aveva la mano secca costerà la vita a Gesù. La croce si profila ormai chiaramente. E' il prezzo del dono che ci fa guarendo la nostra mano incapace di accogliere e di donare. Le sue mani inchiodate scioglieranno la nostra mano rigida.
In questo scenario, la prospettiva che Gesù e tutti i discepoli fino ad arrivare ai nostri giorni hanno è l'albero della croce dal quale penderà Gesù, il frutto della vita, verso cui possiamo e dobbiamo tendere la mano per diventare come Dio (cfr Gen 3).
Questo racconto chiude una tappa del vangelo in cui Gesù ci ha rivelato chi è lui per noi in ciò che ha fatto per noi.
Oggi, possiamo chiederci se il nostro agire, come singoli e come comunità, è animato da questa passione per la vita dell'uomo o se, invece, il nostro cuore rimane duro e insensibile davanti alle situazioni di schiavitù, di mancanza di vita, presenti nel nostro quotidiano.

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lunedì 18 gennaio 2010

Martedì della II settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Nel brano che ascoltiamo in questo martedì, viene messo in discussione la signoria del Sabato (vedi Mc 2,23-28). Per capire la forza rivoluzionaria di questa Parola di Gesù, bisogna ricordare come il riposo del sabato, presso gli Ebrei, avesse valore assoluto.
Il sabato è il giorno del riposo settimanale, consacrato a Dio che ha riposato nel settimo giorno della creazione (cfr. Gen 2,2-3; Es 20,11). Basta dire che quanti violavano potevano essere mandati a morte. Lo stesso Mosè eseguì qualche condanna.
Il gesto fatto dai discepoli di Gesù era permesso dalla Legge: "Se passi tra la messe del tuo prossimo, potrai coglierne spighe con la mano, ma non mettere la falce nella messe del tuo prossimo" (Dt 23,26), però non faceva allusione al sabato. La Mishnah (la legge orale, per distinguerla da quella scritta, cioè la Bibbia) che codificò le leggi sabbatiche sviluppate dalla tradizione ebraica, elenca trentanove attività proibite, fra le quali figurano le varie attività agricole, compresa la spigolatura. Era anche precisato che non si poteva strappare le spighe, ma solo sgranarle con le dita.
Per tutto il brano corre l'idea di libertà. Ma oggi come viviamo la libertà, questa stessa libertà che è dono di Dio? Penso che ognuno di noi ha un concetto errato di libertà e, quello che scorre di più nelle nostre vene è questo: "sono stato creato libero, quindi faccio quello che voglio!". Credo che a questa risposta manchi il dono della libertà donataci da Dio.
Urge allora nella nostra vita una purificazione interiore che proviene dall'ascolto e dalla pratica della Parola di Gesù. Cioè, a non cadere in quei futili atteggiamenti esteriori e ipocriti, ma nel sentire profondamente nel cuore il suo insegnamento.
Le Regole devono esserci dice Gesù. Non vi è in esso nessun invito a considerarci immuni dalle leggi, ma a considerare lo scopo profondo di quella legge morale che Dio ha scritto nel nostro cuore e che è poi esplicitata nei precetti divini.
Nel nostro discernimento, allora, prima della regola mettiamo la persona, prima della legge mettiamo l'amore. Tutto questo non solo irrobustisce la nostra dignità umana ma rivela il nostro essere creati ad immagine e somiglianza di Dio.
Rispettare queste legge e i precetti divini significa favorire proprio questa dignità che deriva dal nostro essere creature ad immagine divina.
Preghiamo perché il Signore ci faccia questo dono!

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domenica 17 gennaio 2010

Lunedì della II settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Iniziamo una nuova settimana. In questa settimana staremo in preghiera per l'unità dei cristiani. Il tema propostoci alla nostra riflessione è "Voi sarete testimoni di tutto ciò" e sarà "la comunità di coloro che sono stati riconciliati con Dio, che testimonia la verità della potenza salvifica".
Il vangelo che la liturgia odierna ci propone ci dice anzitutto che lo sposo sta in mezzo a noi, è con noi! (vedi Mc 2,18-22)
Abbiamo appena sentito dal vangelo domenicale che mancava il vino, mancava Gesù. Oggi iniziando un nuovo giorno nel Signore Gesù è con noi e possiamo stare certi che non ci lascerà.
Nel vangelo questa presenza di Gesù è ambientata in una festa di nozze. Essa è l'occasione classica per darsi all'allegria. Le nozze diventano così una figura del tempo della salvezza, come leggiamo anche nel libro di Isaia: "Dio gode con te come lo sposo con la propria sposa" (62,5; cfr. 61,10). Questa immagine è ancora più rafforzata dall'applicazione del Cantico dei cantici ai rapporti tra Dio e la nazione ebraica.
La gioia della novità cristiana è legata a una realtà costantemente da approfondire: l'unione del cuore, della vita a Gesù: lo sposo.
Cosa vuol dirce l'evangelista con questo brano? Anzitutto vuole farci capire cosa significa "sposo". E sì carissimi amici, proprio questa parola che passata in disuso, sostituita con "marito" o "compagno". Ebbene la parola sposo o sposa significa passione, amore, seduzione; Gesù "sposo" significa fedeltà, coinvolgimento, quotidianità.
Guardiamo realmente il nostro rapporto con Dio. Qualcuno potrebbe pure pensare che ha un bel rapporto ma se guarda attentamente vedrà i suoi primi paletti. Eppure Lui continua a bruciare d'amore, ci ama come uno sposo fedele.
In quest'amore di Dio per noi deve stare la nostra festa la nostra gioia. La novità è: "vino" nuziale "nuovo", che necessariamente richiede di essere messo in "otri nuovi", cioè in quei modi d'essere sempre rinnovati. Non è il molto "fare", ma l'autentico "essere" offerto e consegnato a Dio con tutto l'amore insieme a Gesù, sposo della nostra vita.
Questo è ciò che conta e fa nuovo il mio cuore e il mondo dove vivo fin dal primo nuovo giorno.