sabato 30 gennaio 2010

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Riprendiamo il discorso dove l'abbiamo lasciato domenica scorsa. Anche questa domenica siamo ancora nella sinagoga e ascoltiamo che "Oggi si è adempiuta la parola". Ogni parola, ogni gesto in questo testo è significativo: nel contesto liturgico la lettura della Scrittura si attualizza. La parola di Gesù è chiamata "parola di grazia": in lui la grazia e la benevolenza di Dio si sono rese visibili e operanti.
Ma c'è già qualcuno a cui quell'oggi non va' proprio giù. C'è già qualcuno, tra gli uditori della sinagoga, che pensa di conoscere già tutto. Come del resto anche nelle nostre odierne comunità. Invece di aprirsi nella fede e lasciarsi coinvolgere nel dono di Dio, i suoi compaesani si bloccano e si irritano. Il messaggio viene accolto, ma il messaggero viene rifiutato.
E' la traiettoria della vicenda di Gesù: rifiuto, incomprensione, desiderio di toglierselo di mezzo accompagneranno la sua vita fino agli ultimi suoi giorni. Anzi, fino agli ultimi giorni della storia dell'umanità.
Il rifiuto nasce perché il messaggero pretende di essere ascoltato come inviato da Dio. La patria di Gesù lo rifiuta perché è un cittadino qualunque e non porta prove per sostenere la sua pretesa di essere l'Inviato da Dio.
Proviamo a fermarci e a pensare alle delusioni nella nostra vita, alle ferite, sofferenze se tutto questo non è accompagnato da uno sguardo rivolto verso il Risorto è una continua ribellione del cuore.
Nelle parole del vangelo di questa domenica ci sta una novità: la novità di Dio aperto, Dio amore.
Questo Dio noi continuiamo a buttarlo fuori, a portarlo sul ciglio del burrone, ma dimentichiamo che l'altezza fa venire le vertigini e la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare!
Dio ha questa voglia di volare nei nostri cuori e di conseguenza farci volare nel cuore dell'altro. Egli si gira, passa in mezzo a loro e si mette in cammino. Dio amore cammina anche in mezzo al rifiuto, perché ci rende capaci di volare!


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venerdì 29 gennaio 2010

Sabato della III settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il vangelo di quest'ultimo sabato del mese, mentre anche un altro mese volge al termine è sottolineato dallo sguardo di Gesù che ci invita alla sera della vita, a passare all'altra riva cioè ad aprire sempre nuovi orizzonti alla nostra pigrizia e andare oltre la nostra rassegnazione (vedi Mc 4,35-41).
"Passiamo all'altra riva": esiste forse un modo migliore per descrivere la nostra vita?
Abbiamo sempre descritto la nostra vita come un viaggio. La poetessa Emily Dickinson in una delle sue poesie descrive una scena meravigliosa di questo viaggio della vita: "Su questo mare meraviglioso / Navigando in silenzio, / Ohé! Pilota, ohé! / Conosci tu la riva / Dove non urlano i marosi - Dove la tempesta è oltre? / Nel tranquillo ponente / Molte le vele a riposo - Le ancore salde -Laggiù ti conduco - Terra Ohé! Eternità! / A riva finalmente!".
Ci sta una meta, un luogo dove riposare: il luogo del tramonto, come meta finale del viaggio della vita; un approdo tranquillo, dove i marosi dell'esistenza terrena tacciono, dove troveremo molte vele ormai a riposo. Una volta avvistata la riva dell'eternità potremo gettare l'ancora e fissarla saldamente in quel porto immune da qualsiasi tempesta.
E in questo viaggio siamo invitati a prendere Gesù sulla nostra barca, "così com'è", senza cioè gettargli addosso una maschera, senza aspettarci che egli sia secondo i nostri desideri, senza vedere in lui una specie di assicurazione contro i guai.
Come per i discepoli del vangelo, anche noi attraversiamo il nostro lago di guai le tempeste della nostra vita, quelle vere che riguardano le tante tragedie dell'esistenza, non certo le nostre piccole agitazioni.
Forse ci tornerà difficile avvicinarci a Gesù senza aspettative, ma questa è la nostra strada per fare davvero esperienza di lui e – insieme a lui – per fare esperienza di noi stessi. Chissà quante volte abbiamo desiderato una manifestazione di DIo nella nostra vita, almeno nei momenti più difficili, che intervenisse in qualche modo; invece no, ci sono momenti in cui Dio dorme, tranquillo e sereno e abbiamo la tragica e destabilizzante impressione che a Dio, di noi, proprio non importi nulla, che sia distratto o rivolto altrove. Gesù invece si abbandona "sul cuscino" della fiducia e celebra una vera e propria liturgia di sereno affidamento al Padre. Il discepolo che ebbe tanta fede per staccarsi dalla folla e seguire Gesù sulle acque del lago non deve, ora che si trova nella stessa barca, pretendere una presenza divina costantemente attiva e vittoriosa.
Una fede matura sa rendere tranquilli nelle difficoltà e sereni anche nella persecuzione. E' il caso di prendere spunto dal vangelo ed esaminarci per capire: "Chi è per me Gesù?". Veniamo sempre più scoprendo la potenza umano-divina della sua Persona, con tutte le conseguenze del caso?
Nel lungo viaggio della vita alla scoperta del tesoro che è nascosto dentro di noi, tu ci accompagni Signore, sali in barca con noi, anche se a noi lasci il compito di condurre; lode a te, Dio potente che mai ci abbandoni e mai ci sostituisci nel nostro mestiere del vivere!

giovedì 28 gennaio 2010

Venerdì della III settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il vangelo che ogni giorno ascoltiamo è sempre nuovo, aperto e innovativo. Qualche volta può succedere che non capiamo, allora Gesù stesso ci viene incontro cercando nella vita e negli avvenimenti, elementi ed immagini che possano aiutarci a percepire e sperimentare la presenza del Regno (vedi Mc 4,26-34).
Nel brano di oggi, si tratta di due parabole tratte da un contesto agricolo. Da una parte c'è quella del seme, che ci mostra come la crescita del seme non dipenda dalla volontà dell'agricoltore, ma avvenga autonomamente. Dall'altra, la parabola del granello di senape ci porta a considerare la sproporzione tra la grandezza del seme e quella dell'albero nel quale esso si trasforma.
Nel vangelo notiamo che il Regno viene raffigurato da un seme consegnato alla terra per le mani dell'uomo.
Il seme... all'apparenza insignificante, piccolo... ma grande in quanto si consegna fiduciosamente senza affannarsi, senza tormentarsi, senza fasciarsi la testa prima di rompersela.
Il paragone del seme, non vuole indicare a noi una piccola meta da raggiungere. Nel vangelo essere piccoli non significa essere ingenui nella fede; non significa non crescere nella fede; non significa rimanere legati alla propria realtà terrena. Questa "piccolezza" provocante di Dio significa diventare "bambini del Regno", cioè sobria semplicità d'essere, serena e pacificata mitezza, libertà dall'inquieta bramosia d'avere tutto e subito, ponendosi in alternativa al fascino menzognero della gloria, all'egemonia di potere, alla smania di apparire.
A questa "piccolezza" siamo chiamati anche noi per contribuire alla crescita del Regno di Dio dentro la storia, liberi da tutto ciò che è preoccupazione e affanno della vita.
L'impegno per la migliore riuscita è positività dentro la rettitudine del tuo agire, mettendo a profitto tutti i talenti che Dio ti ha dato. E guai ai neghittosi! Ma poi l'atteggiamento di fondo è la fiducia. È Dio che fa il bene, servendosi anche di te.
Guardiamo con coraggio a questo nostro mondo e imedesimiamoci in esso. Lasciamo stare cosa abbiamo studiato per renderlo migliore, ma orientiamo noi e il mondo a Dio e lasciamo che Lui orienti noi.
Preghiamo così: Signore, rinnovami nello stupore del mistero che è nel tuo stesso essere mistero d'amore! E liberami dall'affanno.

mercoledì 27 gennaio 2010

Giovedì 28 Gennaio San Tommaso d'Aquino

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo oggi la memoria di san Tommaso d'Aquino. Durante la liturgia, ascoltieremo un brano tratto dal vangelo di Marco in riferimento alla Parabola del seminatore (versetti precedenti), che ci vuole indicare una serie di detti di Gesù rivela il destino che attende la sua parola quando viene accolta (vedi Mc 4,21-25).
Gesù mette in guardia i discepoli: coloro che ascoltano la parola di Dio, l'accolgono e portano frutto, non la possono tenere per sé. Quante volte capita che cerchiamo di possedere la Parola di Dio (magari vantandocene!). In queste parole, abbiamo il senso della lampada collocata sotto il moggio.
Gesù ci dice che il suo discepolo deve essere ben visibile, e la parola che opera in loro deve essere condivisa, perché illumini e orienti anche gli altri.
Il cristiano, discepolo di Gesù, deve essere come colui che afferra il lucerniere per metterlo al centro della stanza, e rende tutto luminoso l'ambiente, appoggiandovi sopra la lampada.
In queste parole leggiamo la vita stessa di Gesù, anzi la sua rivelazione che ha compiuto attraverso il suo mistero pasquale e i suoi insegnamenti.
La lampada è la parola di Dio: "Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino" (Sal 119,105; cfr. 2Pt 1,19). La parola del vangelo è come una luce posta sul candelabro: essa illumina tutto ciò che è nascosto nel cuore dell'uomo.
Nella Lettera agli Ebrei 4,12-13 si legge: "Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto".
Con la Parola odierna, Gesù ci invita ad essere il lucerniere se teniamo il coraggio di accogliere la lampada della Parola e di metterla in pratica.
Preghiamo perchè la nostra vita sia sempre ben illuminata dalla Parola di Dio e in particolare di metterla in pratica.
Signore, non per me stesso, ma per illuminare consolare testimoniando e aiutando, alimento la mia lampada, prolunga il Tuo essere Luce in me.


martedì 26 gennaio 2010

Mercoledì della III settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il vangelo odierno sembra che richiami alla nostra sordità di fede. La parabola del seminatore inizia e termina con il comandamento dell'ascolto: "Ascoltate!", "Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti" (vedi Mc 4,1-20).
La fede è iniziativa del seminatore che getta il seme della Parola. Nella nostra vita interiore è sempre Dio a partire per primo. La nostra fede è risposta a un'iniziativa, è accoglienza, è conversione nel senso di renderci conto di qualcuno che ci guarda e ci ama.
San Pietro scrive e riflette per noi: "Siete stati rigenerati non da un seme incorruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1, 23). Il regno di Dio è paragonato costantemente al seme, la cui forza vitale è attiva proprio nella morte. La morte non distrugge il seme, ma anzi è la condizione perché germini e si manifesti in tutta la sua potenza, a differenza di tutte le altre cose che marciscono e finiscono.
Ma Gesù vuole aiutarci in questo cammino di fede, in qualche maniera fa il terapeuta della nostra vita analizzandola. Guardiamola insieme.
Il primo terreno è poco profondo, e rappresenta chi è incostante, chi si entusiasma subito e alla prima difficoltà molla tutto. L'entusiasmo è essenziale alla fede ma va calato nel quotidiano.
Il secondo terreno è un terreno più profondo ma che viene soffocato dalle spine. E Gesù si premura di descrivere queste spine: preoccupazioni e angustie della vita. Quando, cioè, il vangelo non riesce a riempire il nostro cuore di serenità e ci lasciamo travolgere dalle cose concrete. Se la fede non cambia la concretezza della nostra vita, il vangelo è un'illusione. Se il Cristo non incide almeno un poco nei nostri giudizi, perché credere? Infine l'ultimo terreno. Chi ci si ritrova? Ad ognuno la sua risposta. Ma lasciamoci aiutare anche da questo pensiero: è terreno buono chi di noi si è trovato, almeno un poco, in uno dei tre precedenti terreni. Chi si è sentito trafiggere il cuore e ha detto: "Signore, è vero: il mio cuore è duro come la pietra, sono scostante e troppo preso dalle mille occupazioni". Allora sì, abbiamo qualche possibilità di portare frutto perché viviamo nell'autenticità.
Ricordiamoci che Gesù è la parola di Dio seminata in noi. Il mistero del regno di Dio nella storia è quello del seme, che rivive in noi la sua stessa vicenda di allora. lora non abbiamo paura delle difficoltà che la Parola incontra in noi, ma diamo più fiducia nella forza che essa ha in sé.

lunedì 25 gennaio 2010

26 gennaio Santi Timoteo e Tito

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo la memoria dei santi Timoteo e Tito w il vangelo odierno, scritto dalla penna di Luca, ci mostra una chiesa tutta missionaria (vedi Lc 10,1-9).
Ho scritto una Chiesa tutta missionaria, ricordando a me e a tutti, che per Chiesa intendiamo il popolo dei battezzati. Per capire, facciamo attenzione al brano. Accanto all’invio in missione dei dodici apostoli, Luca riporta anche un secondo episodio che gli è proprio: l’invio in missione dei settantadue discepoli.
L’intenzione, probabilmente è di mostrare che la missione non è unicamente affidata allo stretto numero degli apostoli, ma anche alla cerchia più vasta dei discepoli, a noi... oggi. Questo perchè il compito di annunciare Cristo fa parte della vocazione cristiana, fa parte di ogni battezzato.
Chi erano i 72? Qui il numero ha un significato simbolico, che riporta alla totalità della missione: 72 (o 70, a seconda dei codici) erano i popoli della terra secondo la "tavola delle nazioni" (Gen 10); altrettanti erano gli anziani di Israele; inoltre, 72 è un numero multiplo di 12, per cui viene ad indicare la totalità del popolo di Dio.
La missione, quindi, non è compito soltanto di alcuni (i 12, appunto), ma opera anche dei laici, cioè di tutti. In questi numeri si respira un messaggio di universalità della missione, nella sua origine e nei destinatari.
Ma quali sono i comportamenti e i sentimenti che Gesù pretende dai suoi missionari?
Li inviò
e il vangelo odierno ci fa vedere, attraverso la penna di Luca, una chiesa tutta missionaria (vedi "a due a due": a gruppetti; occorre essere in comunione almeno con un'altra persona, perché la testimonianza sia credibile. L'annuncio del Vangelo non è lasciato all'inventiva personale, ma è opera di una comunità di credenti. Così andarono Pietro e Giovanni (At 3-4; 8,14); Barnaba e Saulo, inviati dalla comunità di Antiochia (At 13,1-4).
Li inviò
"avanti a sé...": sono portatori del messaggio di un'altra persona; non sono proprietari o protagonisti, sono precursori di Qualcuno che è più importante, che verrà dopo, per la cui venuta essi devono preparare le menti e i cuori dei destinatari.
La messe è abbondante, con pochi operai disponibili. La situazione è la stessa, ieri e oggi. La soluzione che Gesù offre è duplice: "Pregate..." (v.2) e "andate..." (v.3). Pregare per vivere la missione in sintonia con il Padrone della messe, perché la missione è grazia da implorare per sé e per altri. E andare, perché in ogni vocazione, comune o speciale, il Signore ama, chiama e invia. Pregare e andare: due momenti essenziali e irrinunciabili della missione.
Il messaggio da portare è il dono della pace, nel senso più completo, per le persone e le famiglie (v.5), e soprattutto il messaggio che
"è vicino a voi il regno di Dio" (v.9). Il regno di Dio è anzitutto una persona: Gesù, pienezza del regno. Chi l'accoglie trova la vita, la gioia, la missione di annunciarlo.
Carissimi, la memoria dei santi vescovi Timoteo e Tito ci invita a rivedere il senso del nostro essere battezzati, chiesa. Inoltre, ci invita a pregare Dio Padre, perché la Chiesa perseveri con coraggio nell'opera missionaria ed evangelizzatrice iniziata dagli apostoli.
Ottienimi, o Spirito, che dia senso alla mia vocazione battesimale e la realizzi con quella forza, coraggio e discernimento sapienziale che rende la mia vita veramente umana e cristiana.

domenica 24 gennaio 2010

25 Gennaio CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Celebriamo oggi la conversione dell'apostolo Paolo. Il vangelo narrato da marco nella festività odierna ci dona con altre parole il modo e il senso della sua conversione.Siamo nella parte finale del vangelo di Marco, ove vengono raccolte per noi i motivi di fede e il mandato missionario di Cristo Risorto (vedi Mc 16,15-18). Infatti, la chiesa fondata sul Cristo Risorto, è missionaria. Gli apostoli continuano la missione di Gesù.
Con l'esortazione alla missione universale si congiunge l'affermazione che per la salvezza sono richiesti la fede e il battesimo. Inoltre agli annunciatori del vangelo viene promesso che la loro predicazione missionaria sarà sostenuta e confermata dai miracoli compiuti da Gesù risorto. Ma veniamo al senso della celebrazione odierna, che si riallaccia ugualmente al Vangelo.
Parliamo di conversione e la conversione di Paolo non passa dall'incredulità alla fede, non è un pagano convertito, no, è molto peggio: è un credente assoluto; il problema di Paolo è proprio l'eccessivo zelo, una fede così fanatica da farlo accecare e percepire la violenza come modo di riportare al suo credo assoluto la setta giudaica nascente.
Quest'uomo ci assomiglia: come noi è credente, come noi non ha mai conosciuto Gesù, come noi dovrà ricuperare la vista attraverso l'intervento di un intemediario che dal racconto emerge come una persona fragile, come è fragile la comunità cristiana. Eppure "quell'andate in tutto il mondo..." Gesù l'ha detto agli apostoli di ieri, l'ha detto a Paolo e continua a dirlo anche a noi.In quell'imperativo, Gesù ci fa cadere dalle nostre presunte certezze e ci dona la grazia di una forza interiore per camminare sulle strade della vita nel suo nome.
Con Paolo non ci rimane che ripetere cosa devo fare Signore?
Oggi si chiude la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, preghiamo così: Donaci, Signore, di trasformare in ponti i muri che abbiamo elevato con la pretesa di difendere la verità. Rendici consapevoli che la verità ci trascende e noi possiamo afferrarne solo qualche lembo. Ciò che conta è il permanere nell'atteggiamento umile del discepolo che ne accoglie la luce da qualunque feritoia le giunga.