Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Il vangelo di questa II domenica di Quaresima ci fa salire sul monte con Gesù per trasfigurarci. Nella Trasfigurazione, Gesù è indicato come la vera speranza dell’uomo e come l’apogeo dell’Antico Testamento. Luca parla dell’“esodo” di Gesù, che contiene allo stesso tempo morte e risurrezione.
Tabor evoca il momento in cui Gesù, grande Rabbì, carismatico profeta, svela la sua vera identità, supera il limite e si dona alla vista sconcertata e stupita degli apostoli. Tabor dice l'assoluta diversità di Dio, la sua immensa gloria, la sua indescrivibile bellezza.
Tabor è la meta della quaresima.
In questa meta della quaresima sgorga la preghiera. Luca ama sottolineare che Gesù non è salito sul monte per trasfigurarsi, ma per pregare. Durante la preghiera accade la metamorfosi. Questa preghiera di Gesù ci rivela tre tappe da vivere nella preghiera: solitudine, ascolto, trasfigurazione.
Questo dinamismo non è così semplice in noi. Come Pietro, Giacomo e Giovanni ci verrebbe da dire: Facciamo tre capanne". E invece il Signore ci addita un'altra strada: quella di cui aveva parlato poco prima ai discepoli e di cui tornerà a parlare poco dopo, cioè la via della croce in cui egli ci precede ma che ogni uomo è chiamato a percorrere.
È quel "discorso duro" che induce molti ad abbandonare l'impresa, a ritirarsi delusi perché - come diranno i discepoli di Emmaus - "noi credevamo"… Si era andati a Dio con delle attese che riflettevano l'immagine che ci eravamo fatti di Lui: un Dio-rifugio, una specie di agenzia assicurativa che ci avrebbe messo a riparo dagli infortuni. E invece…
Benedetta disillusione che ci costringe a cercare il vero volto di Dio, che ci mette dinanzi alle esigenze forti di una fede che si va svincolando da visioni infantili.
E' il mistero della nostra fede che ci porta a riconoscere e accettare il non facile compito di "essere uomini" nella ferialità della vita fino alla croce, fino alla risurrezione.
Concedimi, Signore, sprazzi di luce che mi permettano di non perdere di vista la meta, e coraggio di affrontare le asperità della salita.
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Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste, dice il Vangelo quest'oggi (vedi Mt 5,43-48).
E' un invito pressante ad essere perfetti sulla similitudine del Padre celeste, cosa che ci sembra alquanto assurda non certo per saggia prudenza, ma per mancanza di conoscenza. Chi non si sente inadeguato? Chi non si sente appesantito da un simile imperativo?
Non è una cosa semplice, ma tutti ognuno siamo chiamati a vivere di questa perfezione nella nostra imperfezione. Non dobbiamo cercare forze e risorse in noi stessi; no, dobbiamo solo guardare a Lui, fare come Lui. La perfezione non si raggiunge tramite l'ascesi, ma tramite l'imitazione: la perfezione non è un ideale astratto, ma una persona, il Padre.
Questo è un modo per verificare se il nostro amore può assomigliare a quello del Padre che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi. Siamo coscienti di essere abbastanza lontani nei fatti da questo stile di vita. Tuttavia siamo nella Sua scuola. Siamo nella Sua grazia. Siamo suoi figli nel Figlio. Non abbiamo il suo Spirito in noi che chiama Dio, Padre? La Quaresima è il momento per ricuperare la nostra dignità cristiana e tendere a mete spirituali che paiono irraggiungibili, se non fossimo sostenuti dalla tenerezza di Dio. Per grazia siamo stati generati conformi all'immagine del Figlio.
Vediamo quest'oggi nella nostra vita se quello che facciamo è un peso oppure amore donato.
Gesù giunge sino al paradosso di amare anche i nemici. Tale sconvolgente novità egli l'ha praticata per primo: dall'alto della croce prega per i suoi carnefici. Un amore così non viene da noi, nasce dall'alto. E' il Signore che ce lo dona, per questo può chiedere: "Siate perfetti come il Padre vostro celeste".
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Nel discorso della montagna, Gesù continua a stupire con la sua radicalità. Ancora viene toccato il tema della preghiera. Oggi l'evangelista Matteo ce la presenta come offerta che portiamo all'altare del Signore.
All'altare del Signore, spesso chiediamo di ottenere giustizia, ma non sempre riceviamo quella "grazia", perché il tema della giustizia, quella che tutti chiediamo di ricevere, non tutti viviamo nei confronti del prossimo (vedi Mt 5,20-26). Qui il Signore ci chiede il coraggio di un atteggiamento interiore nuovo, che va al di là del comune pensare.
Gesù mostra cosa vuol dire portare a compimento la legge: cogliere in essa il pensiero e il cuore stesso di Dio. La giustizia, pertanto, non consiste in un egualitarismo esteriore, peraltro impossibile, ma nell'amore senza limiti che Dio ha per i suoi figli.
Cosa vuol dire veramente Gesù esortando i discepoli a superare scribi e farisei in tali comportamenti religiosi? Di certo non significa fare di più, ma agire con purezza di cuore, non per essere ammirati dagli uomini, ma per essere limpidi davanti a Dio e calamitati totalmente dalle esigenze del Regno, depistando le insidie del vuoto apparire che fa deragliare la nostra vita su percorsi di inautenticità mortifera perchè piena solamente di cose, di attività e informazioni.
La preghiera è allora una dinamica che coinvolge tutto il nostro essere perché possiamo presentarci a Dio con sincerità e purezza di cuore e realizzare il mandato che Gesù ci ha offerto dal monte delle Beatitudini.
In concreto oggi la Parola ci chiede di spazzar via quanto di farisaico s'annida in noi: pensieri parole ed opere; formalismi ipocrisie e falsità. O, più semplicemente, quel fare superbo che appiattisce le altezze e la dignità del nostro essere uomini e donne del Vangelo.
Ciò che Gesù dice nel Vangelo di oggi dovrebbe essere scolpito sempre nei nostri cuori, per far sì che la nostra vita sia una preghiera continua da vivere sempre con slanci di generosità nel perdono reciproco.
Preghiamo perché il Signore ci liberi da ogni forma di gretto sentire e ci renda limpidi e puri perché possiamo entrare nel regno dei cieli.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Continua ancora oggi il discorso sulla preghiera (vedi Mt 7,7-12). La bellissima pagina del Vangelo di oggi ci riporta con forza alla necessità della preghiera. Chiedere, cercare, bussare – in una parola pregare -, è necessario per vedere esauditi i desideri profondi del cuore, per ricevere nella propria vita le benedizioni di Dio, i suoi doni, per poter contemplare le meraviglie del Suo amore nella nostra storia.
Chiedete e vi sarà dato: è diventato addirittura un proverbio questa ammonizione del Signore.
Riflettendo sul Padre e sulla preghiera, Gesù ci raccomanda di non cadere nell'errore dei pagani che pensano di essere ascoltati a furia di parole. No: è a un Padre che chiediamo e se nessun padre tra noi uomini – che pure siamo sempre tentati dalla parte oscura che c'è in noi – darebbe una pietra al figlio che gli chiede un pane, figuriamoci Dio dal quale deriva ogni paternità!
"Chiedete e vi sarà dato", ossia non bisogna avere dubbi circa l'esaudimento della preghiera. Del resto, come può un padre essere sordo all'invocazione dei figli? Siamo piuttosto fiduciosi quando preghiamo. La nostra preghiera spesso è prepotente, arrogante e non chiede veramente quello di cui abbiamo bisogno: lo Spirito Santo.
Noi quando diciamo "abbiamo bisogno di..." pensiamo subito al materiale. Non è questa la preghiera, anche se questo fa parte della preghiera di domanda. la preghiera presuppone un incontro da abitare e da vivere. La preghiera diceva santa Teresa d'Avila è un intimo rapporto d'amicizia.
Il cristiano è colui che vuole essere come Cristo. Nella preghiera la vita di Dio diventa la nostra vita. L'unica condizione per riceverla è volerla e chiederla.
San Giacomo scrive: "Se qualcuno manca di sapienza, la domandi a Dio che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all'onda del mare mossa e agitata dal vento, e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l'animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni" (Gc 1,5-8). E aggiunge: "Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male" (Gc 4,2-3).
Dicevo prima chiedere lo Spirito Santo. Noi che siamo suoi figli, compartecipiamo per grazia alla vita divina in Gesù. Chiedere lo Spirito Santo significa chiedere santità e sapienza, i doni più preziosi che Dio ci riserva proprio per renderci la vita più giusta e più in pace, anche in questo mondo. La confidenza quindi in Dio, che sappiamo Padre buono, informato di ogni nostra necessità prima ancora che gliela chiediamo, ci garantisce un esito buono alle nostre richieste. "Chiedete e vi sarà dato, cercate troverete, bussate e vi sarà aperto".
Il Signore ci fa passare dai bisogni che abbiamo al bisogno che siamo. Se abbiamo bisogno dei suoi doni, siamo soprattutto bisognosi di lui.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Il vangelo è sempre quello spazio dove dobbiamo metterci a confronto con Colui che mette a nudo la nostra esistenza. Nel Vangelo odierno la folla richiede un miracolo strepitoso da parte di Gesù. Non le bastano le parole del Maestro, né i suoi numerosi gesti significativi, hanno addirittura preteso che lui obbedisse loro, esibendosi con ulteriori segni (vedi Lc 11,29-32).
Tanti, oggi, cercano la sicurezza e la tranquillità in segni prodigiosi o miracoli. È vero del resto che le grandi città di oggi - simili alla grande Ninive - hanno reso difficile la vita.
Nel rimprovero di Gesù verso la sua generazione leggiamo proprio il desiderio profondo che Egli venga accolto come il vero Messia. Gesù, rivelatore dell'Amore del Padre, è pronto ad indicare l'abbraccio misericordioso verso tutti quelli che si dimostrano pronti alla conversione.
La durezza dei cuori dimostratagli significa la non accoglienza del Gesù Salvatore, figlio di Dio e figlio dell'uomo; significa non credere all'Amore del Padre. La generazione di Gesù, in definitiva, crede che per la loro salvezza Gesù non sia utile e preferisce affidarsi alla propria sapienza ed alla propria intelligenza. Potremo allora farci la vera domanda che riguarda il nostro cuore. Di chi ci fidiamo? Solo delle nostre forze? Ci riteniamo autosufficienti? Accogliamo il vero segno di Giona nell'accoglienza del Mistero Pasquale di Cristo come Mistero d'Amore e di redenzione?
In queste domande c'è l'interrogativo della fede che va sempre alla ricerca di un segno per appagare il non senso della vita. Gesù sarà il segno della misericordia di Dio per tutti. Invece di chiedergli segni, bisogna convertirsi all'annuncio della sua morte e risurrezione. Se la fede è obbedire a Dio, il contrario della fede è la pretesa che Dio obbedisca a noi. E questo avviene quando si instaura con Dio un rapporto di ricatto, chiedendo sempre prove nuove e più grandi, senza decidersi a credere al suo amore. Dio ci concede dei segni per farci arrivare alla fede. Ma chi ne cerca ancora dopo essere arrivato alla fede, instaura con Dio un rapporto di ricatto invece che di fiducia.
Fiduciosi allora in Colui che è capace di trasformare la propria vita, innalziamo la nostra preghiera: Concedimi, Signore, di vivere nella tua libertà, che è pienezza di amore ed espansione piena dell'essere in te, solo e unico bene. Fa che fiduciosamente possa impegnarmi ad affrontare la giornata affidando a Te, sommo bene, ogni mia debolezza, ogni preoccupazione o ansia, esercitando così la virtù della fede.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Il tempo di quaresima vuole accentuare il cammino della Passione sotto l'aspetto della preghiera. Preghiera da vivere e testimoniare ogni giorno dell'anno.
Sant’Agostino ci presenta questo cammino della preghiera come l’incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui. Santa Teresa di Gesù Bambino diceva che la preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia.
Nel vangelo di oggi il Signore Gesù ci offre la preghiera più bella, ci insegna la preghiera cristiana, che si contrappone alla preghiera dei farisei e dei pagani: il Padre nostro (vedi Mt 6,7-15).
Qui Gesù parla della preghiera, svelando gli atteggiamenti che ne impediscono il fiorire, come la vanità e la prolissità. Nei nostri versetti chiede il coraggio di una preghiera semplice, filiale, al plurale, che si unisce alla sua, rivolgendosi all'unico Padre di tutti.
L'espressione "Non sprecate parole", è l'esagerazione delle parole nella nostra preghiera. Ciò è sintomo di un cuore che ancora non si è liberato dall'ego, che non si vive come figlio, conosciuto e accolto nel suo bisogno dal Padre.
Il muoversi della preghiera ha una sua propria dimensione. Essa non è solo una nostra azione, un coronamento dei nostri sforzi, ma è dono di Dio, spazio in cui lo Spirito parla in noi, per noi e di noi al Padre. È lo Spirito Santo che suscita, guida, sostiene la preghiera, ne mantiene vivo il desiderio. È Lui a darci la forza quando ogni gratificazione sensibile viene a mancare. Nella preghiera Egli è il protagonista!La preghiera è un viaggio in compagnia dell'Amico, che si fa sempre desiderio di ricerca e di rinnovo e che grazie all'azione dello Spirito ci uniamo alla preghiera di Gesù.
Per vivere questa dimensione, è importante imparare il silenzio interiore della preghiera. Proviamo a fare il tempo della preghiera il tempo del silenzio, perchè tacendo lasciamo posto ad un Altro che parla, ci mettiamo sulla lunghezza d'onda del Signore e non delle nostre richieste.
Non usiamo allora troppe parole come i pagani, confondono la preghiera, la chiudono in se stessa, la soffocano, le impediscono di scoprire la paternità di Dio, che tutto conosce. Durante la nostra preghiera non abbiamo anzitutto un chiedere o promettere qualcosa, ma una presa di coscienza di questo grande dono, che ripresenta e realizza quell'esperienza fondamentale che da' senso e pienezza alla vita. Siamo legati con un vincolo personale con Dio Padre sulla relazione dell'essere figli nel suo Figlio prediletto in forza anche del suo stesso comando: "Voi dunque pregate così"... nella preghiera Gesù ci prende per mano e ci invita a dire "Padre".La preghiera del Padre nostro è la preghiera comunitaria e personale, proclamata in confidenza, perché mentre ci rivolgiamo al Padre, portiamo nel cuore tutti gli altri fratelli, condizione indispensabile per essere tali. Ci rivolgiamo innanzitutto al Padre in piena fiducia, perché in noi sia santificato il suo nome, sia accolto e riconosciuto il suo regno d'amore, sia fatta la sua volontà, garanzia per la nostra pacifica convivenza. Lo invochiamo ancora perché ci dia sempre il pane della Vita Eterna, che sia clemente sulle nostre miserie, come noi vorremmo fare verso gli altri, che non ci faccia cadere nel pericolo, che non ci lasci soli nella tentazione, ma ci liberi dal male.
Tutto questo lo chiediamo perché siamo enormemente coscienti che senza il suo aiuto nulla possiamo sperare.
Il Padre nostro di Romano Battaglia
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
La liturgia di oggi ci presenta Gesù e gli apostoli in un territorio a nord di Gerusalemme, ai confini con le regioni pagane. Proprio in questo ambito, che è anche montuoso, Gesù si rivolge agli apostoli con l'intento di esortare la loro fede. Le domande che Egli pone hanno proprio questo scopo: far comprendere che la missione che Egli affiderà loro potrà essere esercitata solo nella fede nella sua (di Gesù) persona (vedi Mt 16,13-19).
Gesù pone la domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: "Voi chi dite che io sia?". Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su un terreno solido, incrollabile. Gesù ha bisogno che i discepoli siano in sintonia con lui, che abbiano con lui un "comune sentire".
Simon Pietro confessa: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16). La risposta è esatta, ma non sufficiente all'esigenza del credere.
Subito dopo infatti Pietro rifiuta l'annuncio dell'imminente morte di Gesù. Notiamo il forte contrasto tra questa professione di fede seguita dall'elogio di Gesù: "Beato te, Simone..." e l'incomprensione del v. 22: "Dio te ne scampi, Signore..." e infine l'aspro rimprovero di Gesù: "Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!".
Vi è in sostanza una conoscenza esatta di Gesù che tuttavia non è sufficiente, non salva. Si può fare della buona teologia, eppure non conoscere Cristo, non essere dei suoi: è quello che accade se la conoscenza di Gesù non passa per il cuore.
Questo contrasto mette in evidenza la differenza tra la fede apparente e quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù. Bisogna credere e accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la risurrezione del Figlio.
Nel vangelo di Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che fa da esempio. Ciò che gli è accaduto è trasferibile ad ogni discepolo. Questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che vengono impietosamente riferite.
Egli è l'uomo che matura da una conoscenza esatta ad una vera, da una conoscenza cerebrale ad una di cuore, in Pietro è avvenuta: ed è per questo che egli diventa "pietra" della Chiesa, capace d'essere "testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi" (1 Pt 5,1).
Quale dunque il messaggio per noi? Urge coniugare indissolubilmente il conoscere e il riconoscere Cristo, lasciandosi conquistare dal mistero della sua passione, morte e risurrezione, senza disperdersi nei meandri di una fede solo cerebrale che pietrifica il cuore.
Sia questa la nostra preghiera nella celebrazione odierna.