Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
E' la II Domenica di pasqua che sempre è stata chiamata la "domenica di Tommaso" e che oggi è consacrata alla Divina Misericordia. "Desidero che la prima domenica dopo Pasqua sia la Festa della Mia Misericordia. Figlia Mia, parla a tutto il mondo della Mia incommensurabile Misericordia! L'Anima che in quel giorno si sarà confessata e comunicata, otterrà piena remissione di colpe e castighi. Desidero che questa Festa si celebri solennemente in tutta la Chiesa" (Gesù a S. Faustina). «Durante il Giubileo del 2000, l'amato Servo di Dio Giovanni Paolo II stabilì che in tutta la Chiesa la Domenica dopo Pasqua, oltre che Domenica in Albis, fosse denominata anche Domenica della Divina Misericordia. Questo avvenne in concomitanza con la canonizzazione di Faustina Kowalska, umile Suora polacca, nata nel 1905 e morta nel 1938, zelante messaggera di Gesù Misericordioso» (Benedetto XVI).
Questa domenica, pasqua di resurrezione, e ogni «otto giorni dopo», la domenica, la testimonianza giovannea è centrata sul grande evento: gli occhi che nel crocifisso hanno contemplato l’amore del Padre fino a morirne adesso contemplano l’amore del Padre fino a ridare vita nuova ai consumati dall’amore. Una visione progressiva che investe Maria di Magdala, Pietro e Giovanni, i discepoli, Tommaso e ciascuno di noi. In questo nuovo giorno iniziato per i giudei, per Giovanni è ancora il giorno della risurrezione, il nuovo tempo inaugurato dalla vittoria di Gesù sulla morte. Siamo in un contesto eucaristico. Le porte chiuse denotano da una parte la paura dei discepoli e dall'altra il nuovo stato di Gesù, per il quale non ci sono più barriere.
Il Vangelo di Giovanni è una testimonianza che annuncia ciò che il «noi» apostolico e della sua comunità ha udito, visto, contemplato e toccato di Gesù «Verbo della vita» (1Gv 1,1-4). Una testimonianza che coglie l’oggetto del proprio amore nel suo »prima», la preesistenza (Gv 1,1-18), nel suo «giorno», l’agire pubblico di Gesù, e nella sua «ora», la morte - resurrezione - glorificazione - pentecoste.
Una testimonianza finalizzata a un credere che introduce nella vita quanti l’accolgono in intera fiducia, vita nel triplice senso di comunione con Dio, comunione fraterna e vita eterna.
Questo è un vivere nella luce sottratto al potere della morte i cui frutti sono l’odio e il nulla.
In questo contesto Gesù viene in mezzo ai suoi discepoli e dona la pace, dona la pienezza dei beni messianici: "La pace (shalom) sia con voi!" E' lo stesso saluto di congedo (cfr. 14,27). Ora è il saluto dell'Agnello vincitore che porta ancora i segni della vittoria, le ferite nelle mani e nel costato. E' di lui che la comunità si alimenterà.
La pace che Gesù è venuto a portare non è liberazione spettacolare da quanto ci minaccia esteriormente e comunque non è nulla di automatico. È la certezza interiore della sua presenza, che si può far strada anche tra incertezze e perplessità. È il dono-conquista di un cuore pacificato perché ancorato a Lui, fondato sulla roccia del suo amore, che comunque e sempre ci accompagna. Non quindi soluzione immediata e miracolistica di tutti i problemi che ci agitano. Bensì realtà che matura innanzitutto dentro di noi, per poi riverberarsi fuori, e non viceversa. Una pace che attingiamo da Dio, ma che non si costruisce senza il nostro impegno concreto.
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Siamo ancora nel giorno di Pasqua, ma questa volta ascoltiamo i fatti dall'evangelista Marco che sembra voler riassumere tutti gli interventi di Gesù dopo la Resurrezione e, in particolare, fissa l'attenzione sull'incredulità degli apostoli (vedi Mc 16,9-15), tanto è vero che Marco sottolinea: "non credettero".
La resistenza alla Fede può essere a volte molto forte, da un lato perché certi avvenimenti vanno oltre la nostra comprensione umana, dall'altro perché siamo troppo scoraggiati, troppo tristi per credere, per riaccendere la speranza. Il Signore, fin dal primo momento della risurrezione, si serve della debolezza per confondere i forti (cfr. 1Cor 1,25.27).
Il vangelo di Marco è breve e non approfondisce i fatti. Anzi lascia il velo sull'evento quasi a dire: non servono ulteriori prodigi, né illuminati discorsi. Il credere alla resurrezione è e resta evento personale, scelta di fede, schieramento di cuore.
Infatti, fin dai primi tempi del cristianesimo nella risurrezione, si trova il cuore dell'annuncio cristiano. Se Gesù non è risorto la nostra fede è vana, ci ammonisce san Paolo, e noi siamo dei grandi illusi e dei creduloni.
Non si negano qui le difficoltà del cammino di fede. Ma le difficoltà e l'incredulità che i discepoli di ieri e noi discepoli di oggi incontriamo, non possono frenare la fretta di annunciare a tutti la vittoria di Gesù sulla morte.
Gesù ancora una volta ci fa fare una sosta per riflettere ed analizzare bene e con attenzione la mia adesione a Cristo. Quando, nella mia giornata, vivo in modo attuale e concreto la mia fede? Sono cristiano ad intermittenza, o credo che essere "di Cristo" prenda tutta la mia vita?
Se la Parola è giunta fino a noi, se ciascuno può dire di avere avuto il cuore toccato dal di dentro, è proprio perché Gesù è risorto e di questo annuncio, ora, siamo noi i portatori. E non è a caso che i primi annunciatori della risurrezione non siano gli apostoli, bensì una donna e due anonimi discepoli. E' come dire che è compito di ogni credente annunciare il Vangelo della Pasqua.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
La liturgia continua a presentarci le apparizioni di Gesù dopo la sua resurrezione. Cristo si manifesta ai discepoli per la terza volta, ma loro ancora non lo riconoscono (vedi Gv 21,1-14).
Il Signore si rivela loro presso il mare di Tiberiade svelando con gradualità il suo mistero e la loro vocazione. Erano tornati alle occupazioni abituali, alla pesca, dopo aver sperimentato di poter essere pescatori di uomini (Lc 5,10-11).
Gesù gli va incontro ricreando la stessa situazione del giorno in cui ha chiamato Pietro, Giacomo e Giovanni. Gesù fa rivivere loro la stessa scena, ma non lo riconoscono neppure quando chiede loro di gettare le reti dall'altra parte.
Cosa succede? Sembra di rivivere la scena di chi, come il figliol prodigo parte per un paese lontano dimenticando in quel momento i bei momenti, la stessa vita trascorsa con il Padre. Cosa manca per gettare la rete? E' notte, quindi è buio ma non solo fuori, ma anche dentro. Tanto è vero che non si prende nulla!
Manca l'amore. Manca quella memoria di Colui che è stato tutto nella vita di questi uomini.
L'evangelista però non da tutto per perduto. C'è l'insistenza di Gesù ed è l'alba.
L' "alba" in cui agisce Gesù è l'opposto della notte e delle tenebre in cui hanno agito i discepoli. Nel linguaggio biblico, è il momento dell'intervento straordinario di Dio (cfr. Es 24,24); essa coincide con la risurrezione di Cristo e con la sua presenza nella comunità ecclesiale.
Giovanni, "l'amore", ha colto questa "Alba", lo riconosce e Pietro si tuffa in acqua, cingendosi i fianchi per andare incontro al Signore: è l'uomo della risposta immediata.
La risposta immediata ha i suoi frutti: centocinquantatrè grossi pesci. Dietro a questo numero c'è qualcosa di misterioso.
Nella profezia sul tempio escatologico Ezechiele aveva contemplato sul lato destro del tempio acque pescose e sulle rive di En-Eglaim una distesa di reti (cfr. Ez 47,1.8-10); forse nell’annotazione sui 153 pesci vi è un rimando a questo brano, perché il calcolo numerico delle lettere ebraiche che compongono il toponimo En-Eglaim, la cosiddetta ghematria, dà come risultato proprio 153. Saremmo così condotti alla visione della chiesa come tempio escatologico, della comunità cristiana come luogo della missione universale e della presenza di Dio manifestata dal Risorto. In ogni caso, quella che qui viene evocata è l’universalità della missione della chiesa e l’universalità della raccolta degli uomini intorno al Risorto e alla sua comunità. "Così la pesca apostolica degli uomini è definita universale e misteriosa, nessun popolo ne è escluso (cfr At 2,9-11) e tutti si raccolgono nell'unica rete della Chiesa universale, che può accogliere tutti senza lacerarsi. Ma gli apostoli come pescatori di uomini possono compiere con successo questo lavoro soltanto su comando di Gesù" (Strathmann).
La pesca è seguita da un banchetto in cui il Cristo risorto dà da mangiare ai discepoli, cioé continua a donarsi(cfr Lc 24,30.41-43; At 1,4).
Solo nell'ascolto della parola del Signore e nell'incontro eucaristico con il Risorto la Chiesa rende fruttuoso ogni suo impegno. Sempre e dovunque vale il detto di Gesù: "Senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,5).
Forse, ancora oggi, siamo come i discepoli che non pescano nulla nel buio della notte. Chiediamo al Signore la grazia della sua presenza nella nostra vita. Invochiamola così: Donami, Signore, lo sguardo limpido e acuto di Giovanni, per riconoscerti prontamente nei tuoi silenziosi passaggi, e lo slancio di Pietro per accogliere senza esitazioni i tuoi appelli.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Continuano le apparizioni del Risorto tra i discepoli, tra coloro che rimasero sconvolti, turbati dagli eventi di Pasqua.
Il brano odierno è una parte del lungo brano dei discepoli di Emmaus che abbiamo già ascoltato. Esso inizia con un riassunto di quanto era accaduto ai discepoli di Emmaus (vedi Lc 24,35-48).
Di ritorno a Gerusalemme, i due discepoli trovano la comunità riunita e comunicano l'esperienza che hanno vissuto. Narrano ciò che è avvenuto lungo il cammino e come riconobbero Gesù nella frazione del pane.
La comunità riunita, a sua volta, comunica l'apparizione di Gesù a Pietro.
In questo brano Luca collega direttamente il nostro conoscere il Risorto con l'esperienza di Simone e degli altri con lui. La differenza tra noi e loro sta nel fatto che essi contemplarono e toccarono la sua carne anche fisicamente; noi invece la contempliamo e la tocchiamo solo spiritualmente, attraverso la testimonianza della loro parola e la celebrazione dell'Eucaristia.
Nel brano troviamo anche una chiave di lettura e sintesi delle Scritture nel Crocifisso, che offre la visione di un Dio che è amore e misericordia infinita.
Il Crocifisso è posto ben in alto dove tutti possono vederlo e dove, ai suoi piedi, cessa la nostra paura di Dio e la nostra fuga da lui, perché vediamo che egli è da sempre rivolto a noi e ci perdona.
I discepoli saranno testimoni di questo: faranno conoscere a tutti i fratelli il Signore Gesù come nuovo volto di Dio e salvezza dell'uomo.
La nostra fede non deve rimanere un'adesione superficiale, ma deve essere una fede concreta come è stata concreta la crocifissione di Gesù. Da questo nasce la testimonianza che, come per i discepoli chiamati ad annunciare il Kerygma partendo da Gerusalemme, luogo in cui inizia la Passione di Gesù, si nutre dell'esperienza della morte e resurrezione di Cristo. Le due realtà vanno insieme, non le si può annunciare distinte, come la gioia della resurrezione si può sperimentare solo dopo essere passati dalla croce.
In questo contesto va annunciata la Pace che il Risorto dona. Così scrive Don Tonino Bello: «Pace a voi, sono le primissime parole pronunciate da Gesù davanti alla comunità. Ora, se le ultime parole di un moribondo vanno prese come un testamento e custodite con la venerazione che si deve alle reliquie, le prime parole del Risorto vanno accolte con tutta l'attenzione che si deve ai manifesti programmatici. Ecco perché la Chiesa, dal giorno di Pasqua, ha un compito essenziale: annunciare la Pace».
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Un brano molto classico quello dei discepoli di Emmaus, che le nostre orecchie avranno sentito chissà quante volte anche nei vari commenti. Questo episodio (vedi Lc 24,13-35) è una pagina esemplare per mostrarci come il Signore risorto è presente ancora oggi nella nostra vita di credenti e come possiamo incontrarlo.
I due discepoili di Emmaus ci rappresentano, come rappresentano tutta la Chiesa. Sono l'immagine dell'uomo sfiduciato, deluso che anzi tornare al cuore di Dio, tornano alle loro case, alle loro cose con una domanda nel cuore: ma dove è il Vivente?
Forse in quel momento si va in cerca della bacchetta magica che ci porta ad esaudire eventuali nostri desideri. Ma il Signore Gesù, il Risorto è per le strade del mondo in cerca dei fratelli smarriti. Li segue, li incontra, li accompagna per trasformare la loro fuga da Gerusalemme in pellegrinaggio verso il Padre.
Per ricominciare ad incontrare il Vivente nel cuore, è lo stesso Risorto che inizia a fare una lectio divina. Il Signore ti conduce per mano nel giardino della Sacra Scrittura. Cristo in persona ci spiega le Scritture e ci apre gli occhi. Anche se rimane invisibile, lo percepiamo con l'occhio della fede.
E' nella vita quotidiana che lo si incontra. In quella vita dove lo spezzare del pane si fa vicenda quotidiana e si associa al nostro cammino, ovunque andiamo. Egli non si allontana da noi anche se noi ci allontaniamo da lui. Perchè Lui è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto (cfr Lc 5,32; 19,10).
Qui l'invito pressante a leggere, meditare, pregare ogni giorno la Parola che, per un verso o per l'altro, sempre ha qualche riferimento alla persona di Cristo: l'unica vera Via che ci conduce al Padre.Tutti possono giungere a lui attraverso l'annuncio che lo rivela risorto e il gesto dello spezzare il pane.
Preghiamo così: «O Dio, Padre nostro, che nel Tuo Figlio Gesù hai voluto farti compagno dei discepoli sulla strada di Emmaus per sciogliere i loro dubbi e incertezze e rivelare la Tua presenza nel pane spezzato, apri i nostri occhi perché sappiamo vedere la Tua presenza, illumina la nostra mente perché riusciamo a comprendere la Tua Parola e accendi nei nostri cuori il fuoco del Tuo Spirito perché troviamo il coraggio di diventare testimoni gioiosi del Risorto, Gesù Cristo, Tuo Figlio e nostro Signore. Amen».
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Stiamo ancora celebrando la Pasqua e il Vangelo che leggiamo o ascoltiamo oggi ci dice che siamo ancora "vicino al sepolcro" (vedi Gv 20,11-18).
Nel vangelo però Maria di Màgdala sta vivendo una sofferenza: ella è lì al sepolcro e piange per la perdita del Signore. La perdita dell'unico che l'aveva capita l'ha fatta correre e l'ha indotta a cercarlo.
C'è qui una domanda di fondo che ci vuole smuovere dentro per capire quanto noi troppo poco piangiamo la perdita del Signore!
Siamo quindi nel clima del passaggio: dalla morte alla Resurrezione.
Quale difficoltà a riconoscere Gesù come Maria: la sofferenza e le difficoltà della vita ci impediscono a volte di vedere, anche in queste cose, il Risorto che ci sta davanti.
Anche noi come Maria vediamo Gesù con gli occhi, ma non lo riconosciamo finché non siamo scossi dentro, fin quando Lui non ci chiama per nome. Non gli occhi ci permettono di riconoscere Gesù, ma la voce. Quel timbro, quel tono, quel nome pronunciato con una tenerezza che tante volte le aveva toccato il cuore, fanno cadere la barriera, e Maria riconosce il suo maestro. E' un ritornare a far memoria dei bei momenti trascorsi con Lui, di quando ha messo quella dolcezza dentro il nostro cuore.
E' il seme della Parola, che una volta accolta, ascoltata non si dimentica e non vi si rinuncia più. Riprendere questa familiarità con la Parola è un continuo gettarsi ai piedi di Gesù e abbracciarlo - come Maria - con l'affetto struggente di chi ha ritrovato l'uomo decisivo della sua vita. Questa felicità del ritrovo conduce ad annunciare a tutti: "Ho visto il Signore!".
La preghiera di oggi deve suscitare il coraggio di rientrare in noi stessi e di sostare in silenzio presso "la tomba vuota" del nostro cuore, forse potremo nuovamente percepire il nostro nome sussurrato con infinita tenerezza da Colui che da sempre ci abita. Ascoltiamone il dolce rimprovero che ci invita a una fede robusta, capace non solo di riconoscerlo nella trama del nostro vivere, ma anche di lanciarci in un rinnovato e deciso impegno di testimonianza.
Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!
Il vangelo di oggi descrive l'esperienza di risurrezione delle discepole di Gesù (vedi Mt 28,8-15).
Le pie donne, avvertite dall'angelo, corrono ad annunciare ai discepoli la buona novella e quella dei soldati che si recano dai Giudei e preferiscono il denaro alla verità. Quando Gesù appare alle donne dice loro: «Non temete», così come nel brano di ieri aveva fatto l'angelo. La Resurrezione di Gesù è un evento straordinario davanti al quale l'uomo avverte una vertigine, bisogna fare esperienza del risorto, camminare con Lui per le strade del mondo per sperimentare che è l'Emmanuele: Dio con noi.
Gesù è vivo, ma i discepoli fanno fatica a riconoscerlo, sono ancora tutti legati al proprio dolore. La gioia cristiana, però, è una tristezza superata e non c'è che un modo per superare il dolore: non amarlo, non affezionarvici. Le apparizioni di Gesù risorto seguono sempre uno schema preciso: un dolore di partenza, un incontro col Signore che non viene riconosciuto e – infine – un segno: un gesto, una parola che spalancano il cuore e gli occhi.
In questa scena vi è gesto che dà valore a tutta la scena. Le donne riconoscono Gesù e lo adorano. Cosa significa riconoscere Gesù? Significa riconoscerlo come nostro Signore, come il Figlio di Dio ed è gioia.
In questa gioia profonda troviamo il significato profondo della Pasqua. E' una gioia che è intima, personale ed unica. Una gioia che si vive non in una chiassosità assordante ma nel calore degli affetti più puri. Inoltre è una gioia che non si può contenere, quasi a contagio va condivisa con altri: "Andate e annunziate ai miei fratelli…".
Le donne sono inviate dal Risorto e hanno compreso, forse in maniera confusa, il senso della Pasqua, mentre le guardie vanno a riferire ai sommi sacerdoti l'accaduto, ma ne ignorano il senso.
E noi ancora oggi cosa annunziamo?