sabato 30 ottobre 2010

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Un brano evangelico classico quello di questa domenica. Chissà quante volte abbiamo sentito commentare la bella pagina evangelica di Zaccheo il cui nome è tutto un programma, ma non corrispondeva a quanto svolgeva nella vita. Zaccheo infatti, era uno strozzino autorizzato.
Nella sua vita chissà quanti desideri. Ma ne aveva uno in particolare: incontrare Gesù. Il suo desiderio era così forte, che non gli importava nulla: a tutti i costi voleva incontrarlo.
I verbi all'imperfetto usati qui da Luca non si limitano a descrivere un fatto, ma piuttosto una situazione che dura, una passione che accompagna l'uomo. Nel profondo dell'uomo potente e ricco rimane una domanda, una implorazione che non può essere eliminata se l'uomo è sincero con se stesso: cercava Gesù, cercava di vedere Gesù, "chi è". "Chi è Gesù": quest'uomo che è entrato nella storia per rendere visibile l'invisibile. "Cercava di vedere Gesù, chi è": la frase di Luca è proprio così.
L'Evangelista Luca è così bravo che ci mostra la grinta di quest'uomo nel superare i suoi ostacoli: non ha paura della sua piccolezza, non fa calcoli sulla sua figura di fronte alla folla, semplicemente decide: "correndo avanti, salì su un sicomoro per vedere Gesù, che stava per passare".
Zaccheo sì era piccolo di statura, la folla non gli permetteva l'incontro ma la sua ricchezza lo ha inalberato. Ma la Parola di Gesù lo fa discendere. Per incontrare Gesù non abbiamo bisogno di stare sul sicomoro, in alto. Gesù è Colui che sta in alto. Zaccheo è invitato a "discendere", ad abbandonare la sua autostima, il potere, la ricchezza: solo discendendo potrà accogliere Gesù che gli rivela il senso della sua missione.
Luca descrive la fretta di Zaccheo nel discendere, una fretta piena di gioia perchè la sua vita è trasformata.
Ma qui abbiamo un colpo di scena degli astanti, che non sono solamente scribi e farisei che avevano sempre qualcosa da dire. Questa volta tutti, compreso i discepoli, mormorano.
Il vangelo provoca sempre, chiunque, anche quelli che professano la loro fede in Dio, di coloro che si sento "a posto con la coscienza".
In questa provocazione, Gesù rivela il volto di un Dio la cui santità agisce in favore dell'uomo, non separa, non allontana, ma entra nella quotidianità della sua vita, la ama, la salva. E' bastato che Zaccheo aprisse il suo cuore, la sua porta: Gesù è entrato, gli ha dato la gioia e lui ha cominciato a donare gioia agli altri. E ha dato gioia anche a Gesù che a sua volta ha dato gioia a Dio. Egli è un Dio che promuove e non punisce, che gratifica e non umilia, che ama e non è risentito. E' un Dio che anche davanti ai fallimenti e alla superbia della vita attende sempre l'uomo perché si converta e viva. La sua pazienza è infinita come infinito è il suo amore per noi. Ecco perché a Lui possiamo rivolgerci con queste parole:
"O Dio, che nel tuo Figlio sei venuto a cercare e a salvare chi era perduto, rendici degni della tua chiamata: porta a compimento ogni nostra volontà di bene, perché sappiamo accoglierti con gioia nella nostra casa per condividere i beni della terra e del cielo. Amen.".



per i testi della messa CLICCA QUI

per la lectio divina CLICCA QUI

venerdì 29 ottobre 2010

Sabato della XXX settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Siamo ancora tavola con Gesù. La tavola è il luogo che ci accomuna, dove vive (o dovrebbe vivere) l'amore, la fraternità. In questo luogo amato da Dio Gesù è presente (vedi Lc 14,1.7-11) e osserva come gli invitati ricerchino i primi posti.
Ricercare i primi posti è una corsa della vita comune per mettersi in mostra. Tutti, cominciando da noi stessi, ne abbiamo esperienza.
Di fronte a questa gara individuale nei confronti degli altri, Gesù propose loro con la parabola degli invitati a nozze di scegliere gli ultimi posti; così che "venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato".
Le parole di Gesù che esortano ad astenersi dal cercare il primo posto non sono semplicemente una esortazione di buon galateo (mi capitò di ascoltare una signora che al mio invito in chiesa mi rispose in questi toni); è invece la rivelazione del giudizio di Dio, che valuta in modo opposto al nostro.
Nel vangelo odierno, Gesù insegna a scegliere l'ultimo posto come Lui stesso ha fatto: si è fatto servo di tutti e si è umiliato. Suoi amici sono quanti fanno altrettanto. Chi si riconosce peccatore e umile viene esaltato da Dio, chi invece pretende riconoscimenti e primi posti rischia di autoescludersi dal banchetto. E' questa umiltà che ritornerà al banchetto nuziale, che umilia il superbo e innalza l'umile e l'umiltà non è quel viscido, ipocrita atteggiamento di dire male di sé ma pensando di essere migliore degli altri. Questa è solo paura del giudizio altrui, paura di conoscersi e di amarsi come si è, e un dispettoso confrontarsi con gli altri. Solo l'umile dà gloria a Dio e riceve da lui gloria. Il superbo invece dà gloria al proprio io e resiste a Dio. L'ultimo è il posto di Dio: lì troveremo Gesù, nostro Maestro.
Questo è il motivo per cui Dio ama gli ultimi. Solo questi partecipano al banchetto del Regno, che la misericordia del Padre imbandisce per il figlio perduto e ora ritrovato.

giovedì 28 ottobre 2010

Venerdì della XXX settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Gesù si reca nelle città e nei villaggi, nelle sinagoghe e nelle case private per annunciare il suo vangelo. Nel vangelo odierno abbiamo la guarigione di un idropico in giorno di sabato (vedi Lc 14,1-6).

L'idropico è un'immagine del fariseo, pieno di sé, gonfio della sua giustizia, incapace di passare per la porta stretta della salvezza (cfr. Lc 13,24). Questa porta è la misericordia di Dio che egli rifiuta perché confida nei suoi meriti. Se al mondo ci fossero stati solo malati e peccatori forse non sarebbe stata necessaria la Croce: sarebbero bastati la guarigione e il perdono. Ma Gesù morirà in croce come giusto (cfr. Lc 23,47; At 3,14), perché i giusti potessero scoprire un'altra giustizia: la misericordia di Dio che ama fino al dono totale di sé.
L’episodio accade nella casa di un fariseo e Gesù non teme di smantellare l'ipocrisia che spesso è nel cuore umano. È entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare. Davanti a lui sta un uno ammalato di idropisia. Tanta gente si affacciava ad osservare la situazione. Ed ecco, scocca l'interrogativo di Gesù. Come una freccia appuntita colpisce quei cuori malati di opportunismo e fa verità: è più importante un uomo o un asino? A una domanda così lucida non si può controbattere: o ci si arrende accettandone la verità, o ci si chiude in un silenzio ostile, tanto più ostile quanto più ci si accorge che l’avversario ha ragione: “Ed essi non seppero come replicare a questi argomenti”.
Quello che Gesù sforza a viso aperto è la chiusura del cuore, l'indifferenza alle angustie del prossimo, giustificata e perfino rivestita di obiezioni e impedimenti dettati da una religiosità di "vernice", come in questo caso, la questione del sabato.
Il Signore infatti non esita a interpellare: "Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, (cioè se è in gioco un particolare interesse) non lo tirerà subito fuori, in giorno di sabato?".
Ancora oggi la contestazione dell'agire di Dio o del Figlio suo Gesù Cristo o della sua chiesa, scaturisce quasi sempre da ottusa presunzione, da grettezza mentale o dall'aver assunto atteggiamenti di mera esteriorità che estranea dalla Verità. Dio è più grande del "sabato", è più grande di ogni umana grandezza, trascende ogni logica e i suoi disegni vanno oltre i confini della umana ragione senza umiliarla, se illuminata dalla sua stessa grazia. Impariamo oggi che ogni momento è buono per fare del bene, a tutti.

Gesù che mi riveli tutta la forza e la profondità e la bellezza dell'amore, aiutami a smascherare e a buttar via, dentro di me, ciò che mi impedisce di rendere il mio amore operante e vivo veramente il mio cuore.

mercoledì 27 ottobre 2010

28 ottobre SANTI SIMONE E GIUDA

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


In un'unica festa celebriamo oggi due dei dodici apostoli:
Santi Simone e Giuda. Leggiamo i loro nome nell'elenco che l'Evangelista Luca riporta. Ciò è sufficiente per noi per ricordare che sono stati scelti da Cristo per condividere con Lui i tre anni della sua vita terrena per poi, irrorati e fortificati dallo Spirito Santo, essere inviati nel mondo ad annunciare il suo Regno e ad essere testimoni della sua risurrezione.
Nel vangelo odierno (vedi
Lc 6,12-19) Gesù sale sul monte per trovare nell'incontro con il Padre la chiarezza necessaria per scegliere i dodici apostoli. Il numero dodici richiama quello dei patriarchi dell'Antico Testamento. Si delinea così la nascita del nuovo popolo di Dio. E' da osservare, che la preghiera sta sempre all'origine di ogni attività di Gesù e oggi possiamo aggiungere della Chiesa. Infatti, il giorno della Chiesa spunta dalla notte di Gesù passata in comunione col Padre.
La preghiera prolungata di Gesù ha messo insieme persone diverse. Noi avremmo criticato Gesù per questa mescolanza di intellettuali, pescatori, pubblici peccatori, conservatori, zeloti eppure nel disegno del Padre Gesù lesse questa volontà che ancora oggi si fa sempre nuova nella chiesa perché è una realtà che fa parte del progetto di salvezza.
Gesù in questa prima parte del vangelo vuole comunicarci che la nostra vocazione nasce in Dio e dalla relazione con Lui. E' la sua Parola che chiama, come ogni parola di Dio (cfr. Is 55,10-11), è una parola dinamica e dialogica: dinamica perché sempre realizza quanto annunzia (Sal 33,6.9); dialogica perchè è un appello che, per sua natura, esige una risposta (Bar 3,35; Is 48,12-15).
Quindi, l'anima dell'attività evangelizzante e apostolica è la preghiera. Se chi opera non prega e non insegna a pregare è come chi pensa di solcare il mare su una pagina di un grande atlante. In realtà non si muove e non muove nulla. O addirittura fracassa.
Nel vangelo vediamo che questa chiamata sfocia in mezzo alle necessità della gente "che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie".
Il motivo che spinge la gente verso Gesù è il bisogno di ascoltare la parola di Dio e di essere guarita. Come la parola del serpente portò il male e la morte (cfr. Gen 3), così la parola di Dio guarisce dal male e dà la vita. C'è infatti una stretta connessione tra l'ascolto della parola di Dio e la guarigione, come tra la disobbedienza alla parola di Dio e la morte (cfr. Dt 11,26-32). L'uomo, di conseguenza, diventa ciò che ascolta. Se ascolta Dio diventa figlio di Dio, se ascolta il diavolo diventa figlio del diavolo.
Come la gente di allora, anche noi possiamo toccare e sperimentare la potenza di Gesù se ascoltiamo la sua parola e l'annunziamo.

Dio della mia gioia, dammi di percepire sempre nel mio cuore quel richiamo carico di tenerezza che mi ha dato di essere tuo discepolo. Che io scopra giorno dopo giorno il senso del mio "nome", in una rinnovata passione per la tua volontà e per il tuo regno, perchè nella gioia di riconoscerti da te voluto, amato e chiamato, ritrovi nuove forze ed entusiasmo per annunciare al mondo le meraviglie del tuo amore.. Grazie, grazie Dio della mia gioia.

martedì 26 ottobre 2010

Mercoledì della XXX settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il vangelo di oggi ci narra un episodio avvenuto lungo il cammino di Gesù dalla Galilea verso Gerusalemme (vedi Lc 13,22-30).
Qui l'evangelista Luca vuole sottolineare che il cammino di Gesù tra gli uomini ha come mèta la città della pace, il luogo della salvezza.
In questo cammino sorge una domanda fondamentale comune a tutti: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?". Forse non tutti se la pongono, in particolare, coloro che nella vita non hanno nessun obiettivo, coloro che non si riconoscono ad immagine e somiglianza di Dio, coloro che non sento il bisogno di immergersi in Colui donde abbiamo tratto la vita e l'esistenza.
A questa domanda Gesù, interpellato sul numero di coloro che si salvano, ci parla della porta stretta. Perchè la porta è stretta? La porta è diventata stretta per noi dopo l'abbandono. Ci è consentito di rientrarvi solo se siamo capaci di diventare piccoli nell'umiltà del pentimento e del filiale abbandono. Non sono ammessi colpevoli ritardi perché ignari del momento e dell'ora in cui lo sposo verrà, se non pronti con l'abito nuziale e con le lucerne accese. Accadde anche alle vergini stolte rimaste senz'olio. Nessuno allora potrà accampare scuse dinanzi al giusto giudizio di Dio; a nulla varrà il vanto di pretese intimità con Dio non suffragate dalla verità e dall'autenticità dei nostri comportamenti, potremmo sentirci dire: «Non vi conosco, non so di dove siete».
L'evangelista Luca ci vuol far capire che quando la fede si spegne licenziando Dio dalla nostra vita, non solo smarriamo la via del Regno, ma la rendiamo stretta, inaccessibile a noi stessi e ci ritroviamo fuori, proprio come accadde ai nostri progenitori dopo l'esperienza del primo peccato.
Gesù però ancora una volta ci conforta e, riprendendo questo stesso limite, si definisce la porta delle pecore in maniera che se uno entra attraverso di lui, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Per questo una volta traversata diviene ampia di misericordia e il cuore si allarga a dismisura.
L'ammonimento rivolto prevalentemente al popolo eletto, serve anche a noi: ora siamo noi gli invitati alle nozze, noi i prediletti del suo amore, noi i redenti, i salvati, gli attesi alla mensa eterna. La nostra valida risposta è l'amore a Dio e al nostro prossimo.

lunedì 25 ottobre 2010

Martedì della XXX settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il vangelo odierno torna ancora per noi a spiegarci la realtà del Regno di Dio (vedi
Lc 13,18-21).
L'evangelista Luca dice che il Regno di Dio è realtà piccola, nascosta, fragile, ma piena di una straordinaria capacità di far crescere la pasta, capace di accogliere ed ospitare gli uccelli del cielo.
Ai tempi di Gesù un granello di senapa era proverbiale: in sé il più piccolo tra i semi, ma consegnato alla terra, cresce a tal punto da divenire con i suoi rami riparo sicuro per i volatili.
Gesù si serve di questo piccolo seme che fa da contrasto evidentissimo per dire lo sviluppo prodigioso del Regno ed esaltare la grandezza di Dio che si manifesta nella piccolezza, ossia nella semplicità, nell'ordinario, e che forse, può sembrare insignificante. È un monito per noi che siamo caduti nel peccato a causa della superbia per le nostre manie di grandezza. Ci dice chiaramente che se vogliamo far parte di quel Regno di redenti e di salvati da Cristo dobbiamo sprofondarci negli abissi dell'umiltà vera, diventare come bambini, puri e semplici come colombe. Ci stupisce che poi questa ci venga indicata come la via certa per conseguire la vera grandezza agli occhi del Signore. Quel piccolo seme, quasi invisibile, diventerà un albero fecondo. Il granello di senapa diventa allora per noi un criterio di verifica e un traguardo di conversione. Verifica su ciò che riteniamo abbia veramente senso in ordine alla Vita, e conversione a ciò che è semplice, umile, piccolo. Infine, è la grandezza che s'identifica con la santità.
È ancora più suggestiva l'immagine del lievito, che in piccolissima quantità, mescolato alla farina, la fa tutta fermentare. Vengono così demolite tutte le false idee che istintivamente possiamo farci di Dio e delle sue manifestazioni. Egli, pur nella sua immensità e perfezione, si cela in ciò che è piccolo agli occhi degli uomini, perché lo riconoscano, non nella spettacolarità, che tanto ci affascina e ci tenta, ma alla luce della fede, dentro i suoi misteriosi silenzi, e nella sua sconcertante umiltà.
L'evangelista Luca oggi ci dice che piccolezza e nascondimento sono i due passi del Regno. Non dobbiamo pensare a un Regno fatto e finito, ma all'opera di Dio che per essere Regno di salvezza chiede a noi di entrare nel vivo della piccolezza e del nascondimento per poter esprimere al meglio l'opera della salvezza.
Chiediamoci allora se il granellino di senapa sta crescendo in noi e se quel poco di lievito sta fermentando sempre di più la nostra vita.

domenica 24 ottobre 2010

Lunedì della XXX settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il Vangelo ci presenta una donna che un'artrosi deformante aveva incurvata su se stessa (vedi Lc 13,10-17). Si tratta di uno dei molti episodi che Luca narra, senza molto ordine, nel descrivere il lungo cammino di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9,51 a 19,28).
Nelle realtà odierne questa malattia la incontriamo spesso, tanto da ritrovarsi soli in quel dramma e quasi quasi rassegnati a conviverci come la donna del vangelo.
Nel Vangelo quella donna sta lì, davanti a Gesù. Non osa neppure chiedere aiuto a Gesù, come altre donne hanno fatto. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei libera dalla tua infermità», e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Attenzione Gesù non dice sei guarita, ma sei libera. E' diverso ed è più forte al nostro cuore quanto il Signore vuole comunicare.
Anche noi oggi siamo come quella donna legata dalla nostra infermità tutte quelle volte che voltiamo le spalle a Dio, schiavi delle cose, servi del potere, valletti del piacere. Quando, a furia di guardare solo alle cose della terra, c'incurviamo a tal punto da rimanere anchilosati, incapaci di raddrizzarci e glorificare Dio.
Ed è una vera disgrazia, perché sciupiamo la grazia di Dio, narcotizzando lo spirito fino a far sopire il desiderio di una vita autentica. Ma è proprio qui, tra le catene di un'esistenza balorda, che maggiormente si manifesta la misericordia del Signore: "Donna – le disse Gesù – sei libera". Libera d'amare e di magnificare Dio con la tua vita.
Ma come al solito ci sta sempre qualcuno disturbato dalla parola del Vangelo, dall'azione di Dio, di Gesù. Nel Vangelo il capo della sinagoga, aggrappato ad una concezione legalistica della fede, è addirittura "sdegnato" perché ciò avviene in giorno di "sabato". Ma Gesù è lì a far risplendere il senso vero del "sabato" che è dare gloria a Dio dilatando il cuore agli imperativi della carità.
Sì, il sabato non è fatto per paralizzare l'uomo, ma per liberarlo; non è fatto per impedire all'uomo di compiere il bene, ma per aiutarlo a contemplare Dio che non smette mai di agire per il bene dell'uomo.
La legge è a servizio dell'amore, la regola serva del vangelo, la norma ancella della buona notizia. Esultiamo tutti, amici, con la folla, per tutte le liberazioni che Dio ha compiuto nel nostro cuore, liberazione da ogni severità, liberazione da una legge che opprime invece di dare le ali. Sia – oggi – la giornata dell'esultanza, ringraziamo Dio per le opere che compie in noi e nei fratelli e chiediamo la conversione del cuore perché non abbiamo a vergognarci per la nostra piccineria e ristrettezza che spacciamo per fervida devozione.
Chiediamo allo Spirito Santo di saper ben discernere, lungo i nostri giorni, tutto ciò di cui abbiamo bisogno per lasciarci liberare: liberi da tutto quell'egoismo che ci paralizza e c'impedisce d'essere "imitatorei di Dio" e "camminare nella carità".