sabato 6 novembre 2010

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Ci avviciniamo verso la festa di Cristo Re, verso la chiusura dell'anno liturgico (anno C) e i testi della Parola di Dio ricalcano i momenti ultimi, invitano a considerare il futuro, le "realtà ultime" del mondo nel suo insieme, e di ciascun uomo in particolare. E' un invito a regolare il transitorio presente in base all'esito che gli atteggiamenti di oggi produrranno in forma definitiva nel mondo venturo.
Non c'è dubbio che la domanda sull'aldilà è una di quelle questioni che traversa nel profondo tutta la vicenda umana. I Sadducei, un movimento religioso di intellettuali, avevano risolto il problema negando la realtà della risurrezione dai morti. Del resto, su questo tema, l'Antico Testamento aveva raggiunto solo molto tardi una certezza (apparirà chiara nel libro dei Maccabei, come leggiamo nella prima lettura).
Nel vangelo odierno abbiamo la discussione nella quale i sadducei tentano di dimostrare a Gesù che la fede nella resurrezione dei morti, condivisa anche dai farisei, è inaccettabile perché porta a conseguenze ridicole.
Per mostrare l'assurdità della credenza nella risurrezione essi sottopongono a Gesù il caso della donna che ha avuto sette mariti.
Gesù cita genialmente il testo dell'Esodo. È un libro del Pentateuco, dunque accettato anche dai sadducei come ispirato da Dio: "Dio disse a Mosè: Io sono il Dio di tuo padre, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe". Gesù vuole dire che il legame creatosi durante l'esistenza terrena tra il fedele e Dio non si può spezzare, non può finire con la morte. Gli amici di Dio hanno sperimentato che l'amore del Padre non viene meno neanche davanti alla morte. Questa è la risposta di Gesù, ed è anche la sua esperienza sulla croce. È infatti proprio la sua comunione con il Padre che lo conduce alla risurrezione.
La vita dei risorti non è uguale alla vita terrena, non va intesa come un suo semplice prolungamento, magari un po' migliorata: è qualcosa di nuovo. Tutto ciò che è stato prima della morte è legato al fatto che siamo mortali.
Le caratteristiche del mondo dei risorti sono opposte a quelle del mondo attuale, perché con la resurrezione la vita è continua, non ha né inizio né fine, non ha più bisogno del matrimonio in vista della generazione, come non è più possibile la morte. E' una vita piena di comunione affettuosa con Dio e tra noi, senza lacrime, amarezze e affanni.
I legami affettivi che si sono vissuti sulla terra saranno purificati da ogni ristrettezza, esclusività, volontà di possesso, di dominio. Sopravvivranno, nella misura in cui avranno creato un legame spirituale, trasfigurati nella luce del Dio dei viventi.
La nostra vita eterna in pratica, deve iniziare da qui. E inizia quando cerchiamo di vivere secondo il Vangelo, quella Parola di Dio che fermenta la pasta della nostra vita, seme di immortalità e di incorruttibilità deposto nella piccola terra del nostro cuore. Spetta a noi, già da ora, accogliere il lievito e lasciarlo fermentare, accogliere il seme e lasciarlo crescere. Così inizia il Paradiso già da ora.
Rifiutando il Vangelo, costruiremo con le nostre mani l'inferno per noi e per gli altri. Laddove attecchisce il Vangelo e spunta un segno di amore, anche piccolo, sboccia la vita che non finisce. Per questo, nella professione di fede, noi diciamo "credo la vita eterna", ossia la vita che non finisce, e non "credo nell'aldilà". E' la grande verità che qualifica tutto il mistero della nostra vita. Altro infatti è interpretare la vita alla luce della resurrezione. Altro al buio del 'nulla'.


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venerdì 5 novembre 2010

Sabato della XXXI settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


In questo sabato stiamo leggendo (o ascoltando) la continuazione del brano del fattore infedele.

Nel brano evangelico (vedi Lc 16,9-15), abbiamo parole e frasi isolate, di cui non conosciamo l'esatto contesto in cui furono pronunciate. Sono parole messe qui dall'Evangelista per formare una piccola comunità attorno all'uso corretto dei beni di questa vita e per aiutare a capire meglio il senso della parabola dell'amministratore disonesto (o infedele; vv. 1-8).
Gesù contrappone all'amministratore infedele il discepolo fedele: se il primo traffica con "ricchezze ingiuste", il discepolo è chiamato ad amministrare i beni veri, le ricchezze vere, che sono quelle che riguardano Dio.
Questa fedeltà è una custodia piena di attenzione e cura scrupolosa. Non solo, il discepolo che vuol essere fedele, deve essere anche astuto anche con i beni di questo mondo per guadagnarsi il futuro nel regno dei cieli.
La bramosia smodata che spinge all'accumulo indebito di beni di ogni genere, al fine di garantirsi sicurezza prestigio potere, si oppone decisamente alla signoria di Dio. Ecco allora fronteggiarsi Dio e mammona: l'umile riconoscimento della propria radicale dipendenza da Colui che solo può salvare, e l'orgogliosa, ma inconsistente, pretesa di "salvarsi" con le proprie forze.
La Parola di Dio, in conclusione, ci fa prendere una decisione: l'inderogabile decisione a prendere posizione, a scegliere. Non posso servire Dio e servire la ricchezza, ossia di scambiarla con il bene supremo è appunto idolatria (mammona). Servire Dio, essere suoi servi, significa "regnare". Sì, regno, cioè domino, indirizzando al bene, tutto quello che è in me, e quanto mi sta attorno.
Lasciamo che lo Spirito Santo ci purifichi, che ci liberi da ogni idolatria e ci conceda di servire Dio e i suoi progetti d'amore.

giovedì 4 novembre 2010

Venerdì della XXXI settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il vangelo di oggi presenta una parabola che riguarda l'amministrazione dei beni e che troviamo solamente nel vangelo di Luca. E' chiamata La parabola dell'amministratore disonesto (vedi Lc 16,1-8).
La parabola dell'amministratore infedele ci insegna che anche i beni materiali vanno gestiti per quel che sono. Sono sempre doni di Dio! La "disonestà"consiste nell'appropriarcene indebitamente, usandoli senza tener conto della volontà del "Padrone", che li ha posti nelle nostre mani perché li condividessimo. La bramosia smodata, l'utilizzo egoistico finiscono con l'inquinare lo stesso dono, rendendolo a sua volta "disonesto".
La chiamata al rendiconto è la morte. La presa di coscienza della propria morte porta a vivere il presente come momento di conversione. Si tratta di capire che cosa fare alla luce del rendiconto finale. L'amministratore ladro fa dipendere la sua vita da ciò che ha, quello fedele e saggio da ciò che dà. La morte ci fa passare dall'amministrazione dei beni di Dio alla partecipazione alla sua vita. Il paradiso è la casa dove abitano i debitori ai quali abbiamo condonato. La misericordia donata in terra ci verrà ricambiata in cielo, secondo l'insegnamento ricevuto nelle pagine precedenti del vangelo: "Amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro" (Lc 6,35-36).
Riscattiamo l'ingiusta ricchezza regalandola ai bisognosi e conquistiamoci così la loro benevolenza e amicizia "perché ci accolgano nelle dimore eterne" (v.9).
Oggi, l'Ordine Carmelitano ricorda una grande santa: la beata Francesca D'Amboise che con il suo esempio diede uno stile di vita, condividendo i suoi beni per avere in eredità il grande e sommo bene: DIO!

mercoledì 3 novembre 2010

4 Novembre: SAN CARLO BORROMEO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo oggi la festa di
San Carlo Borromeo, un pastore buono ed eccellente per la Chiesa di Milano e per tutta la Chiesa.
Nel cap.15 del vangelo di Luca, abbiamo racchiuse tre parabole. Tre parabole ma con un verbo che li accomuna: "perdere". Le tre parabole sono dirette ai farisei ed ai dottori della legge che criticavano Gesù. Oggi possiamo affermare che sono dirette al fariseo e al dottore della legge che c’è in ognuno di noi. E' importante allora entrare nel cuore di questa pagina evangelica. Luca non fa altro che scrivere il vangelo della compassione di Cristo. Tanto è vero che tra sono le cose perdute: la pecora perduta (vv. 3-7), la moneta perduta (vv. 8-10), il figlio perduto (vv. 11-32), di cui due le ascolteremo (o leggeremo) oggi (vedi
Lc 15,1-10).
Il vangelo comincia raccontando che i lontani si avvicinavano a lui e i vicini criticavano l'accoglienza che gli dava. Come al solito anche oggi, nelle nostre comunità succede con i "più vicini": guardiamo a noi stessi con indulgenza, sempre pronti a giustificare ogni nostra debolezza e spietati, invece, nel giudicare il fratello. Ecco perché Gesù racconta la prima parabola della pecora smarrita. Anche la seconda parabola, quella della moneta perduta mira allo stesso obiettivo: Se fosse tua, non ti metteresti a cercarla e non faresti festa quando la trovi?
Questo ci rivela quanto Dio ci considera suoi figli e quanto gli dispiace perderci. Siamo suoi figli, e lui continuamente ci viene a cercare, ma senza volersi imporre, proprio perché il Signore ci ama e vuole rispettare la nostra libertà, compreso quella di poterlo rifiutare ed allontanarci da lui.
In questo perdersi dell'uomo, Dio lo cerca sempre, e quando lo perde o lo vede allontanarsi, non lo giudica e non lo condanna. Considera l'allontanamento solo come una disgrazia, una sofferenza alla quale prova a mettere rimedio.
Dio fa festa per te! Ti viene a cercare là dove la vita ti ha disperso.

Signore, quante volte sono stato raggiunto dal tuo giudizio che è misericordia e amore! Il ricordo di questa ripetuta esperienza renda il mio cuore più aperto alla comprensione verso il fratello che sbaglia e più pronto a tendergli una mano perché possa riprendere il cammino.

martedì 2 novembre 2010

Mercoledì della XXXI settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il vangelo di oggi è una bella pagina ricca di senso ma che spesso ha portato scompiglio, sia in senso positivo che in senso negativo.
In quello positivo ha dato, a tante persone, di camminare per i sentieri di Dio in modo lodevole e degno. In senso negativo, diversi hanno preso alla lettera quanto scritto da Luca e sono andati sempre per altri sentieri pensando di difendere o vivere il Vangelo e invece era solo un autodifendersi (vedi Lc 14,25-33) e una realizzazione di se stessi.
Abbiamo inziato questo mese parlando di santità e Luca oggi ci vuole comunicare le condizioni per essere discepoli di Gesù. Per raggiungere la santità bisogna affermare in modo assoluto e radicale il primato di Dio nella nostra vita. Questo Gesù ne ha già parlato precedentemente quando ha detto: "Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso" (9,23).
Il ripetere questo concetto sta a dire l'importanza che Gesù attribuisce alla scelta di seguirlo. Egli chiede un legame esclusivo con lui, più forte di quello che si ha con la propria famiglia.

Attenzione Gesù non parla di odio, anche se leggiamo la parola "odiare"; per capire questa parola bisogna conoscere la grammatica ebraica.
La scelta di seguire Gesù viene prima di ogni affetto e di ogni affare. Ed è ovvio che tutto ciò comporti tagli e divisioni che partono proprio dal cuore di ciascuno. L'amore esclusivo per Gesù è il fondamento della vita del discepolo. Se non c'è questo amore, il nostro pensare di seguire Gesù, è come costruire una torre senza fondamenta o come andare in battaglia senza esercito. L'amore per Gesù è la sostanza del Vangelo ed è anche ciò che i discepoli debbono testimoniare al mondo. Quest'amore è il sale della vita.
Rileggiamo con silenzio meditativo questa bella pagina. Sì, abbiamo una grande sfida, sfida da accogliere, sfida da vivere. Facciamo bene allora i nostri calcoli, guardiamo in chi o in che cosa abbiamo investito nella nostra vita ed eventualmente rimettiamoci sulla strada giusta, dando più fiducia in Dio che solo può saziare la nostra sete di infinito!
Oggi ricordiamo San Martino de Porres

lunedì 1 novembre 2010

2 novembre COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Abbiamo appena celebrato la solennità di tutti i Santi che subito la liturgia, stando in tema, ci invita a volgere lo sguardo verso i Defunti. In genere lo facciamo come pia devozione nelle circostanze singolari e limitate.
In questo giorno caro onoriamo i nostri cari defunti, di solito singolarmente per mezzo di preghiere, Messe di suffragio e altre pie pratiche a loro dedicate come il pellegrinaggio e la visita al cimitero, per i quali oggi, però, la Chiesa ci invita a pregare tutti insieme indistintamente offrendoci oltretutto la possibilità di avere un occhio di riguardo anche per le anime di tutti coloro dei quali su questa terra si è perduta la memoria, per i defunti trascurati e dimenticati perché costretti in vita alla solitudine e all'emarginazione, come pure per tutti coloro di cui si sono perse le tracce in occasioni di calamità naturali o in conseguenza della guerra.
Oggi la liturgia presenta tre formulari per la S. Messa; per la nostra riflessione scegliamo il primo, ove troviamo l'evangelista Giovanni con il suo monito: "Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno" (vedi Gv 6,37-40).
Siamo di fronte al mistero della morte. Forse mistero un po' teorico e fastidioso per tanti che non accolgono questo mistero, sopratutto coloro che si son ritrovati soli dopo una vita fatta di abitudini consolidate.
Chissà cosa pensiamo della morte! In questo nostro tempo schizofrenico ci ritroviamo davanti a un bivio: i fatti di cronaca, di stragi apprese mentre la tv era accesa e dall'altra una tradizione celtica, Halloween che tenta di esorcizzare la morte mettendola sul ridere. Ma proviamo a ridere davanti ad una giovane moglie che ha perso il marito in guerra o ad una mamma che ha perso il suo figlio... penso che non ci sia niente da ridere o esorcizzare. Le persone che perdono i propri cari prendono sul serio il mistero della morte.
Ricordo che fin da bambino riflettevo su questo mistero e penso che, l'atteggiamento da persone adulte e serie, è quello di una ricerca più approfondita del mistero della vita di ciascuno.
Anche l'evangelista Giovanni ha fatto la sua ricerca approfondita ed ha colto che il punto di vista fondamentale su Gesù e la sua missione è che il Verbo fatto carne viene mandato dal Padre nel mondo a darci la vita e a salvare ciò che era perduto.
Ogni persona agli occhi di Dio è "preziosa" "come la pupilla dell'occhio", come una perla di inestimabile valore. Non può lasciarla perdere Colui che ha pagato con la vita il suo riscatto.
Dio vuole la salvezza completa e perfetta di tutte le persone affidate a suo Figlio. Questa salvezza ci è data attraverso la risurrezione finale. Le parole di Gesù: "E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno" ci fanno capire che Gesù salva tutti donando la vita eterna, la vita stessa di Dio. E questo dono della vita eterna è legato a una condizione: contemplare il Figlio di Dio e credere in lui. Si tratta dello sguardo contemplativo di una fede profonda che orienta tutta l'esistenza verso la persona di Gesù.
Gesù è Dio che realizza il desiderio più profondo dell'uomo: vivere sempre. Egli appaga questo desiderio vitale dell'uomo a condizione che egli creda, non solo a parole ma con la vita vissuta, che Gesù è il Figlio di Dio.

O Padre, che in questo sacramento pasquale ci hai uniti al tuo Figlio, vincitore del peccato e della morte, fa’ che i nostri fratelli defunti, liberi da ogni colpa, partecipino alla gloria del Signore risorto, che vive e regna nei secoli dei secoli.
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domenica 31 ottobre 2010

1 Novembre: Festa di Tutti i Santi

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo la solennità di Tutti i Santi. Questa celebrazione non vuole solo ricordare coloro i quali la Chiesa ha canonizzato ma anche quei giusti il cui nome è scritto nel libro della vita. Infatti, la santità non è un premio finale di "buona condotta", data solo a quei pochi che la Chiesa ufficialmente proclama.
La santità è un "incentivo" iniziale che è dato a tutti. A tutti fin da subito è data la presenza e la forza di Dio. A tutti Dio da' fiducia, proprio come Gesù ci ha insegnato con la sua storia, quando ha chiamato a sé i discepoli senza prima testarli o chiedendo raccomandazioni. Si è fidato subito di loro, e loro hanno avuto poi tutta la vita per vivere il dono dell'amicizia ricevuta.
La liturgia odierna propone nuovamente alla nostra riflessione il brano delle beatitudini narrate da Matteo, come regola della santità. Esse non evocano cose straordinarie, ma vicende di tutti i giorni, una trama di situazioni comuni, fatiche, speranze, lacrime...
Se osserviamo il testo, dentro quell'elenco ci siamo tutti: i poveri, i piangenti, gli incompresi, quelli dagli occhi puri, che non contano niente agli occhi impuri e avidi del mondo, ma che sono capaci di posare una carezza sul fondo dell'anima, sono capaci di regalarti un'emozione profonda e vera. E c'è perfino la santità delle lacrime, di coloro che molto hanno pianto, che sono il tesoro di Dio.
Ogni beatitudine proclamata è un tratto del volto di Cristo e del volto dell'uomo: fra quelle nove parole ce n'è una proclamata e scritta per me, che devo individuare e realizzare, che ha in sé la forza di farmi più uomo, che contiene la mia missione nel mondo e la mia felicità.
Le Beatitudini, pur rendendoci felici, devono anche inquietarci. Su di essa sono chiamato a fare il mio percorso, a partire da me ma non per me, per un mondo che ha bisogno di esempi raccontabili, di storie del bene che contrastino le storie del male, di cuori puri e liberi che si occupino della felicità di qualcuno.
Le beatitudini così diventano una proclamazione della salvezza che Dio sta attuando nella missione del Cristo.


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