sabato 4 dicembre 2010

II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!







In questa seconda domenica di Avvento abbiamo un personaggio particolare: Giovanni il Battista. Possiamo definirla questa domenica: la "domenica di chi grida nel deserto".
Sì, carissimi amici anche se son passati molti secoli c'è una voce che risuona nel deserto. E che cosa è questo deserto? Lo sappiamo, è un luogo arido, senza vita.
Oggi per deserto intendiamo anche la nostra vita, in quanto fatichiamo a dare senso alla nostra esistenza e di conseguenza, si presenta arida, senza energia, spenta.
Il battista oggi ci viene in aiuto, magari col suo modo irruento ma con una tenacia che è segno di vita e invito alla conversione.
Nel vangelo sentiremo queste parole: fate frutti degni di conversione. Questa conversione deve portare il suo frutto. Quindi la nostra vita è come un albero che si rinnova e che ogni anno ci da i suoi frutti. Ora questi frutti devono essere non solo buoni ma sopratutto belli in quanto creati dalla bellezza di Dio Padre.
Le parole che il Battista dice, saranno rinnovate da Cristo Gesù. Forse allora è il caso di prendere al balzo quest'invito alla conversione, in maniera tale che quando saranno ridette saremo pronti per farlo!!!
Qualcuno direbbe: di nuovo? Sì, perché la conversione è giornaliera non è di un istante. Il tempo forte dell'Avvento, partendo da quell'istante, non fa altro che annunciarci questa conversione e il motivo di ciò è che il regno dei cieli è vicino e questo regno sta dentro di noi e non chissà dove!!!
Ogni volta che il nostro deserto tende a fiorire, si comincia pian piano a sperimentarLo
In queste parole sta il grande sogno di Dio che si mescola al nostro sogno: la felicità!
Essa non è descritta come il piacere della vita, perché non è questa la felicità. La felicità sgorga da un cuore puro (cfr. Prv 4,23) capace di vivere il dono di sè. Di conseguenza la felicità è una scelta di vita per amore.
Quindi nessuna paura, ma con la gioia nel cuore continuiamo il nostro cammino; e con amore accogliamo l'invito del Battista facendoci anche noi voce di chi non ha voce per vivere e far vivere felici.




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* l'immagine è presa da http://www.graficapastorale.it/



martedì 30 novembre 2010

Mercoledì della I settimana di Avvento

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Siamo presso il mare di Galilea, cioé in mezzo alla vita. In questo luogo, Matteo sottolinea un atteggiamento di Gesù: "lì si fermò". Sembra che ci sia una necessita a questo suo arrestarsi, una necessità motivata dalla stessa folla. Infatti, "Attorno a lui si radunò molta folla". Non è la solita folla ma gente che aveva bisogno di essere sanata (vedi Mt 15,29-37). La grazia del Signore si fa lode.
Gesù confida ai suoi discepoli la sua compassione per la folla: i volti sono sfiniti ma sopratutto, vi è una fame e una sete di senso. Sì, Dio ha compassione del male oscuro e profondo che affligge l'umanità. Nel suo guardarsi attorno, vede vagare senza meta, trascinarsi con stanchezza un'esistenza di cui non comprende più il senso.
In questo contesto invita i discepoli a "portare i pesi gli uni degli altri", alla condivisione. All'occhio umano è faticoso, anzi impossibile: "Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?". Ma non è quello che chiede Gesù in quel momento.
E' simbolico il gesto del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Non è una questione del semplice nutrimento. Pensate agli antichi egizi. Per loro il pane oltre a rappresentare fonte per la loro alimentazione era anche base della loro vita. Possedere“ un gran numero di pani” significava avere ricchezza.
Con questa ricchezza Gesù coinvolge i discepoli di ogni tempo alla condivisione dei beni e delle energie: una chiamata alla condivisione del tempo e della vita
Diceva l'Abbe Pierre: Davanti a ogni sofferenza umana, secondo le tue possibilità, impegnati non soltanto per alleviarla tempestivamente, ma anche per distruggere le sue cause. Impegnati non soltanto per struggere le sue cause, ma anche per alleviarla tempestivamente.
Chiediamo al Signore che dinanzi a queste necessità non siano i nostri occhi a guardare, ma di avere i Suoi occhi e condurre alla salvezza molte vite.



30 Novembre SANT'ANDREA

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo la festa dell'Apostolo Andrea, fratello di Simon Pietro e amico di Giovanni e di Giacomo. Il Vangelo ci narra come Andrea accolse nel suo cuore la Parola di Dio che gli fu rivolta: "Seguitemi, vi farò pescatori di uomini. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono" (vedi Mt 4,18-22).
Matteo ci riferisce che la prima iniziativa o opera di Gesù non è classificata tra i miracoli ma tra le cose semplici e non eclatanti: la chiamata dei primi discepoli.

Il brano si presenta sobrio e nella sua semplicità raccoglie la chiamata: "Seguitemi!" (secondo i testri originali sarebbe: "venite dietro di me"). Questo imperativo viene accompagnato da un perché: "vi farò pescatori di uomini". Gesù chiama alla sua sequela alla stessa maniera di come Dio nell'AT, aveva chiamato al ministero profetico i suoi eletti.
La simbologia del lago fa riferimento al passaggio di Gesù dalla nostra vita e nel passare chiama. Non toglie nulla neanche il mestiere. Però trasforma facendo uso dello stesso mestiere. Infatti, quegli uomini resteranno per sempre dei pescatori.
E' da notare la prontezza della risposta che certamente è sgorgata dal cuore: "ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono".
In questa scena vocazionale la sequela è trasformata in missione nel mondo. La forza della Parola di Gesù incide molto nella vita dei primi discepoli. Sembra che tra la Parola e i due fratelli ci sia una incondizionata fiducia, una obbedienza reciproca e profonda e al contempo a "senso unico", verso Colui che continuamente chiama e sollecita.
Andrea insieme a tutti i discepoli di ogni epoca, ci dice che la vocazione non è un elite di qualcuno perché il bene ricevuto tende a divenire bene donato, e in questo passaggio, ciascuno ritrova la sua vocazione che non è altro una risposta a quanto già è in noi.
Tutti possiamo comprendere che quando Gesù chiama c'è solo da dirgli il nostro "si", senza tentennamenti e senza esitazione alcuna.

Invochiamo la forza dello Spirito Santo perché ci aiuti a leggere nella nostra vita il disegno di Dio.

domenica 28 novembre 2010

Lunedì della I settimana di Avvento

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Ci troviamo nella sezione della predicazione del Regno dei cieli, ove inizia con una serie di miracoli. Il nostro brano (non completo, mancano dei vv. 12-13) raccoglie la fede di un centurione romano e la guarigione di un suo servo (vedi Mt 8,5-11) .
Gesù entra in Cafarnao (nella Palestina settentrionale, in una città di confine dei piccolo regno di Erode Antipa), qui vi è una guarnigione di soldati comandata da un centurione. Chi era questo centurione? Non conosciamo le sue origini, sappiamo che era inquadrato nell’esercito romano e che aveva alle sue dipendenze una centuria, circa duecento uomini, con la quale presidiava il territorio di Cafarnao. Probabilmente era un veterano, un combattente valoroso che si era guadagnato i gradi combattendo sul campo.
Il Vangelo ci presenta il centurione come un uomo buono che cerca Gesù per una particolare situazione: la guarigione di un servo a lui molto caro.
Il brano Matteano a differenza dell'evangelista Luca che ne riporta uno più articolato (7,1-10), inizia subito parlando di incontro. Siamo nel tempo di Avvento appena iniziato e il nostro animo deve essere come quello di questo centurione: andare incontro a Gesù. Attenzione il centurione è un romano e quindi un pagano non era uno dei discepoli (pensiamo che questo è a nostro sfavore). Inoltre,possiede un vero stile militare, sa stare al suo posto e farsi rispettare: «Signore, essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
Quell'uomo ha mostrato la fede in Gesù di Nazareth, si è abbandonato totalmente in Lui. Il centurione mostra tanta di quell'umiltà: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito».
Le parole del centurione sono parole di umiltà e di fede che stupiscono e lasciano Gesù meravigliato, ed entra nella sua casa e libera dal male il suo servo ma libera anche il centurione da ogni tipo di catena.
L'andare incontro a Gesù, ci insegna il centurione, desidera avere umiltà e fede che non solo la visita divina ci libera da ogni catena del male, ma fa superare se stessi ed entrare in comunione con Dio.
Gesù contempla in quest’uomo l’azione dello Spirito: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».
innalziamo al Signore che conosce il cuore di ogni uomo ed opera per la salvezza di tutti la nostra preghiera, certi della sua misericordia e del suo amore, gli diciamo con fede: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito».


Il calendario carmelitano ricorda i beati Dionisio e Redento