martedì 17 febbraio 2009

SIGNORE, CHE IO VEDA!

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Nel Vangelo di oggi (vedi Mc 8,22-26) vediamo la semplicità del Signore Gesù e anche la sua umiltà. Ancora una volta Gesù prende con sé il malato che gli conducono e lo porta in disparte fuori del villaggio. Questa volta è un cieco di Betsàida. Per compiere il miracolo si nasconde, conducendo il cieco fuori del villaggio per non essere visto. Il rapporto con Gesù è sempre personale; non basta incontrarlo fugacemente o in modo rituale. Il brano di Marco sottolinea la necessità di una compagnia amichevole, personale e continuata con il Signore. Il rapporto con Gesù segue la logica dei rapporti tra di noi.
E' interessante notare che, come per il racconto del sordomuto, anche questo del cieco che recupera la vista ha una precisa collocazione. Marco pone tanto l'uno che l'altro al termine di un nucleo narrativo che si era aperto con una moltiplicazione dei pani seguita dall'incomprensione dei discepoli che ricadono nel loro "cuore indurito" per mancanza di fede. L'operato di Gesù riguarda un'apertura dei sensi. Nel primo caso l'udito e la facoltà di parlare, nel secondo la vista. E quel che subito colpisce è che, tanto in un caso come nell'altro, Gesù conduce "in disparte", lontano dalla folla, il sordomuto. Quanto al cieco, Lui stesso lo prende per mano e lo conduce fuori dal villaggio.
L'evangelista annota per noi una domanda di Gesù al cieco, dopo aver messo la saliva sugli occhi del cieco e imposto le mani: "Vedi qualcosa?".
Fa pensare ad un miracolo compiuto a metà: "Vedo gli uomini; infatti vedo come degli alberi che camminano". Di nuovo Gesù gli impone le mani e il miracolo è completo: "Vedeva a distanza ogni cosa".
In tutto questo possiamo leggere benissimo una guarigione a tappe: "Vedere qualcosa", "vedere a distanza" e "vedere chiaramente". Questo capita anche a noi. E fino al compimento dei nostri giorni, quando, conclusa la fatica della fede, saremo, per grazia, abilitati a vedere Dio in pienezza chiaramente e senza opacità. L'insegnamento è quanto mai attuale, oggi, perché la vita è troppo spesso assordante. Ingorgo di rumori che stancano la persona e più facilmente la irretiscono nel dubbio generalizzato.
In questa situazione dubbiosa, la parola oggi sottolinea la necessità che s'aprano gli occhi, ma quelli del cuore. E' un dono da chiedere con pazienza e fiducia.
In questo incontro tra il cieco e Gesù, risulta chiaro che la fede è un essere "toccato" da Gesù che non lo fa però in modo magico. Coinvolge piuttosto il nostro pazientare in un esercizio di fiducia grande.
Attenzione, però: fin da ora ci è dato di "vedere a distanza", cioè in limpida prospettiva evangelica, se veramente accogliamo la terapia di Gesù. Una terapia d'esposizione alla luce-energia dello Spirito, la cui efficacia comunque sempre subordinata ad una condizione: l'onestà di percepirsi miopi, sempre bisognosi di salvezza. Come dire: "Signore, non vedo ancora uomini ma alberi che camminano".
Durante la preghiera, facciamo risuonare dentro il nostro cuore la domanda di Gesù: "Vedi qualcosa?".
Domandiamo al Signore Gesù di aprire i nostri occhi perché possiamo avere di Dio non una idea povera, ma vera, ricca, che metta in noi un senso di adorazione, di ammirazione, di gratitudine. E come il cieco di Betsaida, alzando gli occhi verso Gesù griderò: "Signore, che io veda!".

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