giovedì 10 settembre 2026

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

AMARE PER GENERARE PERDONO


Anche questa domenica siamo all’interno del discorso ecclesiale che Gesù sta esponendo ai suoi discepoli. Il tema di questa XXIV domenica del Tempo ordinario, in continuazione con la correzione fraterna, è il perdono.
Il tema del perdono, anch’esso difficile e delicato, nasce dall’alto della Croce dove Gesù fu crocifisso. Allora la prima cosa da fare non è scavare nei nostri pensieri sempre pronti a scusarsi o a fare l’ultimo passo, la prima cosa da fare è incrociare il proprio sguardo con il Crocifisso, perché lì vi troviamo il perdono come lo trovò il centurione romano. Nel Crocifisso abbiamo un perdono senza misura. Già la prima lettura, presa dal Siracide, apre questa strada nella semplicità, dove si parla di rancore, di odio, di collera, di quegli atteggiamenti che sciupano i nostri rapporti quotidiani e ci rendono incapaci di amare la vita, di collaborare per la costruzione della civiltà dell’amore lasciandoci così nelle beghe della quotidianità.
Andiamo alla nostra parabola. Essa è un modo concreto e immediato per cogliere la grande verità, ma come dice Gesù “Chi ha orecchie per intendere intenda”, cioè chi vuol capire capisca, chi non vuol capire, invece…pazienza!
Gesù ci parla di un perdono senza misura accompagnata dalla domanda umana posta da Pietro: «Signore, se mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». Pietro mette un limite, anzi maggiore del limite imposto dai rabbini ma Gesù risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette», che viene tradotto con l’avverbio “sempre”. Immaginiamoci Pietro che cerca di comprendere questa novità e nello stesso tempo dimostra la fatica di andare oltre quel limite, cioè a fare il passaggio da una azione quantitativa ad una azione qualitativa come Gesù chiede. Purtroppo, come a Pietro e anche noi, sfugge il particolare per la comprensione: l’umiltà. Una parola che non vuole indicare un disprezzo di sé stessi ma che ci aiuta a leggere la nostra natura riconoscendo doni, capacità, fragilità, limiti, peccato.
Torna quindi, anche questa domenica, il debito dell’amore a cui tutti siamo chiamati e che troviamo tradotto con l’invito a perdonare come noi siamo perdonati da Dio.
Dinanzi a quest’invito bisogna anzitutto chiedersi: “abbiamo il desiderio di perdonare?”. Se la risposta è no, non possiamo aggiungere altro. Termina qui il discorso e forse “andrebbe anche eliminato” insieme a quel no la preghiera del Padre nostro per il semplice fatto che saremo dei falsi nel momento in cui diciamo: “rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Questo perché la richiesta di perdono dei debiti contenuta nella preghiera del Padre Nostro va compresa sull’insegnamento di questa parabola. L’espressione raccoglie una supplica: “Rimetti a noi i nostri debiti”, e poi una subordinata “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. La supplica fa riferimento all’implorazione del servo davanti al padrone, la subordinata evoca il comportamento che il servo avrebbe dovuto tenere con il compagno debitore: quello suggerito dalla compassione del re nei suoi riguardi.
Noi spesso cerchiamo la remissione per noi ma non per gli altri. Infatti, siamo tra coloro che vanno sempre in cerca dei 100 denari facilmente da ottenere. Mentre la cifra insolvente no, sono 10.000 talenti un debito enorme che corrisponde all’amore infinito di Dio. Per questo sarebbe ancor diverso se dal nostro cuore sgorgasse questa preghiera: “vorrei perdonare ma non ci riesco. Aiutami Signore!”. Ricordiamoci che il Signore oltre a darci gli strumenti ci dona la forza per superare questa difficoltà. Il Signore ci ha insegnato a perdonare per perdonare. Noi dobbiamo avere misericordia, dobbiamo usare il perdono perché l’abbiamo ricevuto, altrimenti lo stesso perdono, la stessa misericordia che Dio ha usato verso di noi non avrà il suo effetto, anzi sarà ritirata come fece il padrone della parabola: la ritirò al servo spietato.
Purtroppo, qui, la fatica di guardarci interiormente. Ci guardiamo facilmente esteriormente: outfit e quant’altro inerente alla moda corrente. Guardiamo se facciamo parte di un gruppo ecclesiale magari con un ruolo di spicco così ho una certa importanza (magari quando quel ruolo finirà, finirà pure la persona) e poi? Oppure quando andiamo a celebrare il sacramento della riconciliazione. Ci sono molti che lo fanno per farsi la comunione e poi? Occorre guardarsi interiormente, perdonarsi per perdonare e questo significa non permettere al male che domini sulla nostra vita, allora sì che arriva il perdono. Noi invece cosa facciamo: continuiamo a calcolare come Pietro e lo facciamo con Dio e con tutti. Ma il Vangelo termina con questo inciso: “se non perdonerete di cuore al vostro fratello”, parole che spesso ci lasciano lontano da Dio. È importante far scendere nel nostro sacrario queste parole: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?», per scoprire che anche noi abbiamo viscere di misericordia, che anche noi possiamo vivere dello stesso amore che Dio ha per noi.
Ognuno di noi dovremmo essere come la luna: essa non riflette di luce propria ma di quella del sole. Anche noi, fin dal battesimo, non brilliamo di luce propria ma quella di Dio. Noi, possiamo veramente essere il riflesso di Gesù, Sole sorto dall’Alto, che ci aiuta a vincere il male con il bene impedendoci di spegnere ciò che in noi è più vero: la capacità di amare per generare perdono. Questo vale molto di più del saldo del piccolo debito!

Buona domenica nel Signore a tutti voi!







immagine: https://www.arcidiocesibaribitonto.it/pubblicazioni/video/xxiv-domenica-del-tempo-ordinario-anno-a-2




mercoledì 26 agosto 2026

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

COSA SCELGO: GESÙ SECONDO GLI UOMINI O IL CRISTO DELLA CROCE?


Domenica scorsa, il brano del Vangelo terminava con Gesù che comandava di non dire a nessuno che Egli era il Cristo, il Messia di Dio. Questa domenica continua il discorso iniziando dalla spiegazione di questo comando: «che (Gesù) doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
In questa spiegazione Gesù non fa altro che dire che lui non è quel Messia che la gente ha in testa, non è quel Dio che risponde ai propri bisogni. Per questo dovrà soffrire, essere rifiutato e ucciso però il terzo giorno risorgerà.
Riprendendo la domanda fondamentale di domenica scorsa posta da Gesù: “chi sono io per te?”, domanda che può durare tutta la vita, questa domenica ritorna ricalcata la stessa domanda formulata così: “che tipo di Dio hai in testa? Sei tra coloro che si aspetta che Dio risolva i vari problemi della tua vita?”. Possiamo pensare per un momento a tutte quelle volte che diciamo ad ogni problema: “perché Dio non interviene…?”.
Certo per l’uditorio di Gesù non è stato facile accogliere un Dio con una sua logica perdente. Non è stato facile neanche per i discepoli accettare che la vita del loro Maestro, si chiudesse con una morte cruenta; tra quest’uditorio, tra questi discepoli, non dimentichiamolo che ci siamo anche noi!
Pietro ancora una volta lo vediamo intraprendente. Solo che prima faceva una professione di fede, mentre ora lo vediamo che si allontana da questa professione di fede: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Con quest’affermazione Pietro passa da beato a satana in quanto non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini e quindi è una pietra di inciampo.
Pietro, pur volendo bene a Gesù, con il suo ragionamento non fa altro che ostacolare il cammino che Gesù sta percorrendo in obbedienza al Padre cedendo così alla tentazione satanica. San Paolo, nella seconda lettura, per non cedere alla tentazione satanica, fa quest’invito: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio». A queste parole Gesù aggiunge: «vai dietro a me!». Cioè “torna a metterti dietro di me, sei tu che devi seguire me e non io che devo venire dietro di te”. Questa è la tentazione di tutti: capovolgere il ruolo tra noi e Gesù.
Credo che ancora oggi ci troviamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda di Pietro ed è per questo motivo che Gesù, ancora oggi, si rivolge a quanti portano il nome di cristiano, a quanti in Lui si sono battezzati, dice “torna a metterti dietro di me!” e rinnova la sua proposta di discepolato con queste parole: «se qualcuno vuol venire dietro a me».
Quest’invito che è una proposta e quindi non un obbligo qualifica l’agire del credente, del battezzato: camminare con Cristo Gesù, che significa lasciarsi condurre da lui in totale fiducia. E quale è la proposta concreta: «rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Questa proposta sconcertante ha tre condizioni. 
La prima è “rinnegarsi”. Una condizione molto difficile in quanto capovolge una mentalità, esce dalle nostre cerchie e va verso l’altro per poter amare gratuitamente. Questa condizione va contro quel pensare a se stessi e fare quanto ci passa dalla testa. Un pensiero molto comune in coloro che non si fidano degli altri, perché rinnegarsi significa anche smettere di affannarsi per salvare la propria vita ma consegnarla nelle mani di Colui che ce l'ha donata per poterla ridonare, perché questa è la natura di ogni figlio di Dio!
Segue l'altra condizione: “prendere la propria croce”. La croce di cui si parla non è una rassegnazione alla malattia o altri patimenti che spesso attribuiamo la loro fonte a Dio. È ora di voltare pagina! Questa non è la croce di cui parla Gesù. Gesù non dice: “rassegnati” ma dice: “prendi”. Prendere la propria croce significa essere coinvolti nella stessa vita di Gesù che è un dono d’amore. Quindi non abbracciare qualsiasi croce ma la propria in quanto chiamati ad amare, svolgendo un servizio secondo le proprie attitudini, capacità, doni ricevuti da Dio: un modo diverso di vivere la vita secondo l’uomo vecchio, secondo chi pensa a se stesso. Tu devi sentirti servo di chiunque abbia bisogno di te, schierandoti anche dalla parte degli ultimi.
Quello che propone Gesù è un discepolato a caro prezzo, un perdere la propria reputazione. Per questo il cristiano non è esente dallo scandalo, dalla prova, dalla sofferenza in quanto vive in umiltà profonda e accetta di abbandonare ogni autosufficienza e ogni tentativo di possesso a causa di Cristo.
La terza condizione è “segui me!”. Per vivere questa logica d’amore non bisogna perdere di vista Gesù. C’è un “cellulare particolare” che dobbiamo attivare: l’ascolto orante della sua Parola, il dialogo costante con il Signore; questo può aiutare a vivere nella via da Lui tracciata e quando non sentiamo il Signore, il cellulare va ricaricato con la ripresa del Vangelo: ascoltando, sostando con la sua Parola per poter ritornare e saremo sintonizzati nuovamente sulla via tracciata da Lui.
Alla luce di questo vale anche il discorso per il quale chi perde la propria vita a causa di Gesù la ritroverà. Il mondo, invece, ci insegna il carpe diem, a goderci la vita. Ma Gesù ci insegna che così la perderemo. Gesù dice che della vita bisogna farne un capolavoro donandola, trasformandola in amore come ha fatto lui, perché “alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” (san Giovanni della Croce).

Buona domenica nel Signore a tutti voi!






immagine: https://antoniobortoloso.blogspot.com/2016/08/da-scientia-crucis-di-santa-teresa.html