giovedì 8 ottobre 2026

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

IL BANCHETTO DI DIO


Anche questa domenica una parabola, solo che siamo passati dal tema della vigna a quello della festa delle nozze, e ancora una volta ritorna il dramma del rifiuto.
Ci troviamo sempre nel Tempio di Gerusalemme dove Gesù continua la sua disputa con i capi dei sacerdoti e i farisei cercando di far capire loro il senso del Regno dei cieli raccontando la parabola di “un re che fa un banchetto di nozze per suo figlio”.
La prima lettura presa dal Libro del profeta Isaia, ci introduce sul senso di questo banchetto che non è altro la comunione d’amore che si instaura tra Dio e noi.
A questo banchetto Dio, il Re di cui si parla, invita tutti. L’invito che leggiamo nella parabola è suddiviso in tre tempi: il primo riguarda la storia di Israele fino a Gesù; il secondo è quello degli apostoli dopo la morte di Gesù; il terzo invece è rivolto a tutti fino a riempire la sala: è l’invito della Chiesa, nella quale, come è scritto nel Vangelo, ci sono “cattivi e buoni”.
Purtroppo, è un banchetto in cui scende la tristezza perché nessuno si presenta. Strano questo. Mi viene in mente il ricordo dei banchetti nuziali a cui partecipavo da bambino: alle volte si univano anche i non invitati per gioire insieme agli sposi. Qui invece cosa succede? Un totale rifiuto. Anzi, al secondo invio oltre ad ignorare l’invito, i servi coloro che portavano l’invito, vengono insultati e uccisi.
Vi è qui un serio contrasto di valori. Si rifiuta Dio. Tra le vicende della vita non c’è posto per Dio, non c’è posto per il suo amore: è meglio andare al mare, a teatro che al banchetto che Dio ha preparato.
Per questo Gesù ci dice insistendo: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali”.
Quest’ultimo aspetto ci fa sempre discutere; è una storia di sempre e che si rinnova ai nostri giorni, in quanto non ci piace mescolarci. In quanto ci diamo sempre tante di quelle arie, sempre pronti a criticare. Ma quante volte abbiamo sentito che la salvezza che Dio offre appartiene a tutti? – Per chi celebra l’Eucarestia è abituato a sentirlo - Dio vuole fare festa con tutti, senza nessuna distinzione di popoli, razza, condizione sociale. Questa festa è gratuita perché è il banchetto delle nozze eterne. È quanto ogni domenica andiamo a celebrare. Ahimè! Per chi viene… Perché il rifiuto ci sta ancora oggi.
La parabola che racconta Gesù, infatti, non è un fatto esclusivamente del passato ma uno specchio del presente. Assistiamo allo svuotamento delle assemblee liturgiche. Oggi è questo il modo in cui uccidiamo i servi del Signore, magari troviamo pure la scusa che quel sacerdote non ci piace ma anche la lingua uccide e questo perché l’amore può scatenare anche il suo opposto: odio, violenza, omicidio.
Oggi ognuno di noi è rivolto sempre più nei suoi affari e non davanti a Gesù. Poi magari corriamo in massa alle conferenze religiose ma solo perché il relatore è un personaggio di spicco ma non corriamo per stare davanti a Gesù.
Sono tanti i modi in cui rifiutiamo la salvezza, la proposta d’amore di Dio per ciascuno di noi. Ma Lui non rinuncia, la grazia non la ritira, non si offende, non si spegne. Anche quando non la riconosciamo, continua a offrirsi. Ecco perché al banchetto ci sono sempre buoni e cattivi perché è un banchetto che può far breccia in tutti i cuori!
Attenzione! Sembra che il banchetto sia rimpiazzato da altre persone. No! L’invito è sempre quello e aperto a tutti. Sant’Agostino ricorda un particolare: «A nessuno viene proibito di avvicinarsi, ma l'importante è il modo di farlo» (Sermo 90,1). Per questo è importante che “Ciascuno esamini sé stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,28-29). La parabola, infatti, prosegue con una domanda particolare: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”.
Che cos’è questo abito nuziale? L’abito della domenica? L’abito di una festa? Quindi bello, elegante? Non stiamo parlando di fashion style. Non è questo lo stile che Dio guarda. Sì, è vero quando andiamo a una festa ci cambiamo d’abito per dare un tocco all’evento. Ma quando andiamo a celebrare l’Eucarestia, l’abito da cambiare è quello interiore. La domanda infatti è rivolta a tutti e in particolare a quanti di noi non si lasciano trasformare dalla grazia, dall’Eucarestia che celebriamo.
Tutti necessitiamo che il cuore si lasci contagiare dall’immensa generosità del Re che sempre ci invita, nonostante tutto. Però non possiamo e non dobbiamo pretendere di entrare al banchetto senza lasciarci toccare dalla grazia di Dio, non possiamo entrare mettendo in conto che usciremo con lo stesso cuore e la stessa testa con cui siamo entrati. Ciò significherebbe essere incapaci di conversione, incapaci di vivere degnamente l’Eucarestia. Occorre lasciarsi amare dal nostro grande Re, perché rivestirsi dell’abito nuziale è proprio un atto di coraggio perché ci fa uscire da nostro io, dalle nostre gabbie e abbracciare la grazia, abbracciare Cristo Gesù, meglio, rivestirsi di Cristo Gesù vivendo con Lui e per Lui il Vangelo dell’amore.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!









giovedì 1 ottobre 2026

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

CON GESÙ PIETRA DI SCARTO


Anche questa domenica ritorna il tema della vigna e del rifiuto, un tema che questa volta presenta un particolare dramma che anticipa la passione e morte di Gesù.
Il tema della vigna riguarda l’amore che Dio ha per ciascuno di noi in ogni tempo, in ogni epoca, sempre. Già dalla prima lettura possiamo ascoltare il canto dell’amore di Dio per tutti noi, di un Dio che ha passione per l’uomo, nonostante l’infedeltà.
La parabola parla di un possidente terriero che da a dei contadini affittuari la sua vigna. A loro dona fiducia e poi parte per un paese lontano. Questi usufruttuari però ne approfittano usurpando questo bene, questa eredità. Infatti, il padrone quando manda i suoi servi a raccogliere i frutti, i contadini anziché consegnare il raccolto ai servi del padrone cosa fanno? Uno lo bastonano, l’altro lo uccidono e l’altro lo lapidano. Poi il padrone manda anche il figlio e questi viene subito ucciso.
La parabola ci mette a nudo perché mostra che, anzitutto manchiamo alla fiducia data e poi, in particolare, non sappiamo godere del bene dell’altro se non lo possediamo. L’altro che sia un oggetto o una persona lo devo possedere, costi quel che costi. Non è così? Non è il risultato anche delle azioni criminali che ascoltiamo durante un telegiornale? Viene spontaneo chiedersi se esista un amore che non sia possesso. Perché questo notiamo nella parabola: un uomo che vuole prendere, possedere, conquistare ciò che pensa che abbia perduto senza capire che l’eredità non si prende, non si possiede, non si conquista: per essere eredi bisogna essere figli. Penso che Gesù questa domenica vuole dimostrarcelo!
Con questa parabola Gesù parla di un Dio che non è incluso nella vita delle persone, della comunità cristiana che non riesce più a mostrare sul proprio volto i lineamenti di un Dio che si è fatto uno di noi. Gesù parla di un Dio “scartato” che è divenuto “pietra angolare” scartata dai costruttori. Del resto, la vita di Gesù la vediamo scartata. Alla nascita, non ci stava posto nell’albergo e lo troviamo adagiato in una mangiatoia (Lc 2,7.12.16). Durante la sua vita terrena non è mai al centro, anzi quando cercano di farlo re lui scappa, si nasconde (cf. Gv 6,15), obbliga al silenzio (cf. Mc 1,25.34.44;3,12;5,43;7,36;8,26.29-30). Poi al termine della sua vita lo vediamo tra due ladroni (Mc 15,25).
Gesù questa domenica cerca in tutti i modi di farsi accogliere, perché solo accogliendo Gesù, il figlio di cui parla il Vangelo, saremo figli, ci riconosceremo tali, accederemo all’eredità così come ci ricorda san Paolo: «se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8,17). Il versetto paolino completo ci dice anche il come si diventa coeredi di Gesù e non parla di una semplice accoglienza, dice così: «se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria».
Siamo pronti a questo? Siamo pronti a una chiesa fatta di uomini e donne che accettano di lasciarsi portare via la propria centralità per essere come Gesù pietra di scarto?
Quanto è difficile farlo, perché ci sarebbe una grande pulizia da fare. Dalla parabola impariamo che il peccato fondamentale dell’uomo è ritenersi padrone della vita (direi nostra e altrui) e togliere ogni riferimento a Dio per mettere in evidenza il proprio io. Ma questo purtroppo è un atteggiamento di conquista, che continua a uccidere non solo il Figlio ma anche noi stessi. Con il nostro peccato rifiutiamo quella figliolanza a cui abbiamo detto sì nel giorno del nostro Battesimo. Col nostro peccato rifiutiamo la fraternità. Rifiutiamo l’amore. Anzi tutto questo ci da fastidio e quando qualcosa da fastidio nasce la violenza non solo verbale ma anche fisica, come mezzo contro ciò che è bello, buono, contro l’amore.
Con questa parabola Gesù fa richiamo alla parabola della vite e i tralci (Gv 15,1-8) che invita a legarci alla vite, a Gesù Cristo per evitare di essere una vigna secca, arida, senza frutti, ripudiata. Dice Gesù: «ogni tralcio che in me non porta frutto sarà potato e, se ancora non porta frutto, sarà reciso» (Gv 15,2).
Quando ci attacchiamo alle cose, al potere, al successo, non otterremo ma quel frutto di cui parla il Vangelo ma solo oppressione, sangue, ingiustizia, fuga disperata, stragi continue. Si ripeterà l'uccisione dell'erede che ancora una volta sarà per tutti l’escluso.
Sì, Gesù è l’escluso e noi pensiamo di aver vinto su di Lui e invece no. È sempre sua l’ultima parola; è sempre Lui che vince. Sarà difficile per noi capire che il Figlio, Gesù, salva gli uomini proprio con la sua passione, con la sua morte fuori dalla città, da escluso, da pietra di scarto. Ed è anche la conclusione della parabola, di questa pagina della storia della salvezza: Dio non si abbassa al pensiero comune della gente che agisce con la legge del superbo, del prepotente, del malvagio ma andrà con la stessa fiducia per altri sentieri, verso un altro popolo, continuando a parlare di perdono, di misericordia, di amore. Nessuno è obbligato a seguire Gesù ma chi lo segue non può che essere pietra di scarto, buttato fuori della vigna per essere con Lui pietra angolare, perché solo così si è conformati a Cristo, solo portando la stessa forma della pietra d’angolo si può cominciare a ricostruire una nuova umanità perché questo è il Vangelo.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!