giovedì 29 ottobre 2026

TUTTI I SANTI

LA SANTITÀ: SINTESI DEL VANGELO


Iniziamo il mese di novembre, il mese dedicato ai nostri cari defunti e lo apriamo gettando il nostro sguardo sulla vocazione universale alla santità. Quanti uomini e donne hanno tracciato un itinerario di fede per incontrare Cristo Gesù. Molti di questi sono tra i nostri preferiti o i più conosciuti, ma i santi non sono solo quelli. San Giovanni ci dice nella prima lettura che si tratta di «una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni lingua, di ogni razza, di ogni popolo e di ogni nazione». Questa moltitudine immensa ci fa dire che la santità è diffusa e non perché sia stato facile per loro. Per nessuno è facile e questo non può essere una scusa, perché tutti viviamo situazioni che ci frenano, ci destabilizzano.  
Che cos’è allora questa santità? È la partecipazione alla vita divina e il Vangelo, che ascoltiamo nel corso dei tre cicli liturgici, ci ricorda semplicemente, che questo percorso è un percorso di felicità. Una felicità seminata già nel nostro cuore grazie al battesimo che abbiamo ricevuto. La felicità di cui si parla nel Vangelo, è una gioia interiore duratura, fondata sull’umiltà, sulla misericordia, sulla giustizia e purezza di cuore e orientata al Regno dei Cieli, alla vita eterna. Del resto, i sacramenti che riceviamo sono finalizzati alla vita eterna.
Nel nostro linguaggio abusiamo di una espressione soprattutto quando accadono certe cose: “è il destino”. Per il cristiano il destino esiste ma non è un incidente, una malattia o chissà quale disgrazia. Il destino è la vita eterna e durante la Messa lo professiamo: “credo nella vita eterna”. Il nostro destino è essere santi perché questo è il nostro DNA: la santità. Non pensare a questo destino significa rifiutare il grande desiderio che Dio ha per noi.
Come possiamo incamminarci verso la santità? Il Signore ci ha consegnato tre sentieri di grazia per raggiungerla. Il primo grande sentiero è la Parola di Dio. Un sentiero che spesso non pratichiamo e quando lo facciamo usiamo la fretta, contiamo i minuti in quanto piace ascoltare altro tipo di parole, piace rispondere al cellulare, piace uno spettacolo, piace tutto quello che non dà senso al nostro vivere, che non dà senso al nostro DNA. Eppure, tante volte ripetiamo pregando: «lampada ai miei passi è la tua Parola Signore» (Sal 118,105). Ma ci crediamo veramente che la Parola è lampada al nostro cammino oppure lo diciamo perché si deve dire? Recentemente abbiamo ascoltato il Vangelo della donna ricurva su stessa ma guarita, raddrizzata dalla Parola del Signore (cf. Lc 10,13-17). Questo perché la Parola di Dio è la spina dorsale che non ci fa strisciare pancia a terra, è una lampada che illumina il nostro cammino, e tanto altro ancora.
L’altro sentiero sono i sacramenti che oggi non viviamo come si dovrebbero vivere. C’è molta superficialità e anche qui non diamo il giusto tempo, non ci crediamo. Lo si vede da come si partecipa all’Eucarestia, al modo in cui si chiedono i Battesimi, i Matrimoni, da come si chiede e si vive il sacramento della Riconciliazione. Oggi non siamo capaci di sugellare quello che riceviamo, figuriamoci il viverlo!
I nostri santi che tanto decantiamo come si decanta il vino, ci hanno descritto l’importanza della vita sacramentale. Seguiamo i loro insegnamenti o ci piace solo farli ballare in processione?
Se noi non diamo spazio al Signore perché Lui lavori dentro di noi con la sua Parola e i sacramenti, come diventeremo santi? Come possiamo accogliere una pagina evangelica come quella delle beatitudini? che, come diceva sant’Agostino, è il riassunto del Vangelo. Ricordiamoci sempre l’invito caloroso che fece san Giovanni Paolo II all’inizio del suo ministero petrino, il 22 ottobre 1978: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!... permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna”.
Penso che abbiamo bisogno di purificare certi pensieri, certi ragionamenti che rendono difficile permettere a Gesù che parli al nostro cuore, che rendono difficile la pratica della Parola ma poi sempre pronti a cantare: “beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e la vivono ogni giorno”. Perché cantiamo questa beatitudine? Perché è in sintonia con la liturgia? E a che serve se poi gli mettiamo i paletti? Sono sempre più convinto che la difficoltà in primis siamo sempre noi con nostro modo di pensare, con l’armatura pesante dell’orgoglio che non permetterà mai di lasciarsi plasmare dalla Parola, dai sacramenti. Oggi più che mai occorre lasciarsi amare da Dio cercando di scoprire se la nostra vita è un dono per amore secondo l’ideale e lo stile delle Beatitudini. Ora quando diciamo secondo lo stile e l’ideale delle Beatitudini significa se la nostra vita è conforme a Cristo, se abbiamo assunto quei tratti, quei lineamenti che sono di Cristo Gesù, come ci ricorda san Paolo (cf. Fil 2,5-11). Occorre veramente essere disponibili, non presuntuosi, orgogliosi, rivestendoci di tanta umiltà. Allora possiamo capire che la santità è un dono e non una conquista, possiamo vivere le Beatitudini di cui parla Gesù.
In ultima analisi e non da meno, non dimentichiamo il terzo sentiero della grazia: il prossimo. Questa è la parte più difficile ma se non lo avessimo accanto che ci sollecita continuamente gesti di umiltà, di pazienza, di perdono, gesti di sopportazione, di generosità, di disponibilità, di amore infinito, come potremmo vivere il dono dell’amore di Dio? Allora capiamo che la santità non è optional del cristianesimo, ma la nostra carta di identità che ci introduce, nonostante i nostri fallimenti, a riconoscere la signoria di Dio sulla nostra esistenza e vivere con gioia, felici il nostro essere cristiani.

Buona domenica e buona santità a tutti voi!







immagine: vibocarm

venerdì 16 ottobre 2026

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

RESTITUIRE A DIO CIÒ CHE È SUO

 
La prima lettura di questa domenica, presa dal libro del profeta Isaia, ci introduce con queste parole pronunciate da Dio: “Io sono il Signore, non ce n’è un altro Dio fuori di me”, poi poco più avanti: “Io sono il Signore, non ce n’è altro”. Fin dall’inizio abbiamo questa insistenza, quasi a dirci che Dio sa che nella nostra vita la tentazione maggiore nostra è quella di farci divinità alternative soprattutto che rispondono alle nostre esigenze, sia sul piano umano che sul piano spirituale. E la motivazione che diamo è ci da più soddisfazione! Un po’ come è successo al popolo di Israele all’uscita dall’Egitto: mentre Mosè era assente si fecero un vitello d’oro, un idolo che soddisfaceva la gente (cf. Es 32) tanto da poter facilmente “maneggiare” e usare come e quando volevano.
L’idolatria è il tema ripreso anche dal Vangelo vista in quel tributo che si doveva al divo Tiberio. La moneta riportava l'immagine da una parte di Tiberio Cesare, dall'altra di sua madre, lui è rappresentato come Giove, il Dio di questa terra, e la madre come Giunone che era la madre della pace. Nella moneta vi era quest’iscrizione: il divino Tiberio Cesare figlio del dio Augusto (Ottaviano) da una parte e pontefice massimo dall'altra. Questa moneta era riconosciuta impura e chi stava a toccarla o a fissarla era considerato un idolatra. A Gesù viene posta una domanda-tranello pieno di malizia, da parte dei farisei e degli erodiani, circa la liceità di pagare il tributo! Quasi a dirgli da quale parte stai? A prescindere la risposta che poteva dare, rischiava la morte.
I farisei e gli erodiani erano nemici fra loro, erano come quel titolo del film del 1983: “il diavolo e l’acqua santa”, chi collabora con i romani e chi li odia. Avendo però Gesù come nemico comune, si sono alleati per metterlo a morte. Quando un cuore non ha pace, quando ci sentiamo disturbati anche nel nostro modo di fare, noi scendiamo a patti anche con il diavolo per togliere di mezzo una persona.
Gesù però usa scaltrezza, furbizia e liberandosi dalla malvagità chiede una moneta. Loro che non potevano toccarla gliela porgono mostrandosi così intransigenti, ma nello stesso momento falsi. Atteggiamenti che si riscontrano anche in noi.
Gesù invece dice: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Una massima, che è una sentenza famosissima, la si cita spesso per mille cose. Ma nella lingua del Vangelo ci sta una sfumatura particolare: a posto del verbo dare vi è il verbo restituire. Quest’imperativo ci dice che nulla è nostro, bisogna restituire a Cesare e a Dio, alla società e agli altri, perché niente è davvero nostro.
Chissà se ci pensiamo che la nostra vita va restituita, se abbiamo un debito in sospeso: verso i genitori, parenti, amici, insegnanti, religiosi, vescovi, sacerdoti, diaconi, missionari, catechisti, laici impegnati, etc. Coloro che ci hanno dato qualcosa per crescere nella fedeltà ai valori, per crescere nella fede, nella società. Forse non ci pensiamo a tutto questo perché siamo tra quelli che pensano che tutto è dovuto e magari trattiamo ogni cosa con rabbia, con malignità, maldicenza, ipocrisia. Siamo chiamati invece a restituire i valori assunti: nella correzione, per il bene nostro e dell’altro, nel richiamo della coscienza e il dovere di giustizia.
Quante lotte che facciamo, non solo quelle politiche, ma anche quelle tra noi. Su quali valori si basano? I veri valori li abbiamo fatto diventare optional. Dimentichiamo sempre che ci sta l’altra faccia della medaglia: Dio. Sant’Agostino ci ricorda che “Se Cesare reclama la propria immagine impressa sulla moneta, non esigerà Dio dall’uomo l’immagine divina scolpita in lui?”. Oggi non guardiamo in faccia a nessuno. Ci “divertiamo”, in nome di chissà quale giustizia, a prendere in giro Dio attraverso i suoi ministri, attraverso i sacramenti. Pensiamo di seguire Gesù, di stare dalla parte della verità, ma anche qui siamo ipocriti: siamo dalla parte della menzogna. Eppure, tutti apparteniamo a Dio. Il Battesimo che abbiamo ricevuto ce lo ricorda. Un giorno la nostra vita ritornerà a Lui. “Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito” (Lc 23,46), disse Gesù sulla croce. Parole che preghiamo, ogni sera, a Compieta (per chi la recita).
Che cosa restituiamo a Dio? La Messa? Non credo proprio in quanto non corriamo in massa. Tanti di noi vanno a Messa cronometrati e in compagnia del cellulare per ogni evenienza; quindi, non vivono neanche l’invito del Signore al suo Banchetto ma la propria stessa immagine.
La consegna-restituzione di cui si parla è la propria vita, in quanto dono di Dio. Per restituirla dobbiamo coltivare la vita interiore, accudire la propria anima facendola fiorire in Lui e non tenerla “chiusa in un cassetto”. Paolo scrivendo ai cristiani di Roma dice che la nostra vita, sia nel suo corso terreno che quello dopo la morte appartiene a Dio (Rm 14,7-9). Ma chissà se la sentiamo questa appartenenza!
Guardiamoci dentro, nel nostro profondo, cercando di far cadere quella maschera che opacizza la nostra anima rendendola infelice. Lasciamo che Dio sia Dio nella nostra vita, cediamo le armi delle nostre inutili battaglie senza nessun trionfo. Impariamo a donare la propria vita per il bene comune guardando quella Croce “definitivo trionfo dell'amore di Dio su tutti i mali del mondo” (Benedetto XVI).
Impariamo ad amare, sapendoci figli amati.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!






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