mercoledì 18 marzo 2026

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

 NEL PIANTO DI GESÙ LA LUCE DELLA SUA PASQUA



Con la quinta domenica di quaresima ci avviciniamo alla Settimana Santa, la più grande delle settimane e la Liturgia si sofferma sulla risurrezione di Lazzaro per scoprire le nostre chiusure mentali, per convertirci e venir fuori dai nostri sepolcri, perché Dio è il Dio dei viventi e non dei morti (Lc 20,38).
Il Vangelo di questa domenica ci fa incontrare Gesù faccia a faccia con l'amicizia e la morte, l'amore e il dolore. Abbiamo un Gesù puramente umano. Anzi Egli è umano fino in fondo in quanto partecipa della condizione umana di tutti. Anche noi, chissà quante volte nella nostra vita ci siamo ritrovati nelle stesse situazioni di Gesù?
Quante volte fremiamo, piangiamo, ci commuoviamo di fronte alla morte di una persona che amiamo? Oggi, magari a causa di continue guerre, siamo sottoposti a guardare in televisione o sui social, migliaia di morti, siamo sottoposti a guardare donne, uomini, bambini, anziani che piangono la morte dei loro cari a causa delle guerre.
Il Nuovo Testamento ci mostra Gesù che piange tre volte: piange vedendo l’angoscia di coloro che ama (Gv 11, il Vangelo odierno); piange vedendo i peccati dell’umanità (Lc 19); piange davanti alla crocifissione (secondo Eb 5).
Di questa scena di Dio che piange, che guarda con gli occhi pieni di lacrime, nel 2004 Mel Gibson lo riprende nel suo film “The Passion”, quando viene inquadrata una goccia che cade dall’alto ai piedi della croce. Il regista attore non ha fatto altro che farci notare le lacrime d’amore di Dio nel momento della morte del Figlio. Sono lacrime che sempre si rinnovano ad ogni occasione. Così come nel Vangelo di questa domenica, a Betania, davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, Gesù piange. Nel Vangelo, al pianto di Gesù, ci sta una critica da parte dei Giudei che somiglia alle nostre critiche: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Ecco, Dio non ha la bacchetta magica, non è un “pronto intervento” o come ci dice la Sacra Scrittura: «i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8).
Davanti a noi abbiamo solo questa scena del pianto, un pianto eloquente in quanto parla da sé e nel nostro caso questo pianto parla d’amore e questo lo capisce solo chi ama. Infatti, nel Vangelo viene sottolineato da parte dei Giudei questo particolare di Gesù piangente: «Guarda come lo amava!». Questo è un pianto che ci deve interrogare, per capire se in noi ci sta la stessa compassione per quanto ci accade attorno, per le morti che abbiamo attorno o davanti agli occhi. Ma questo pianto dovrebbe interrogare coloro che provocano queste morti, anzi, se guardassero con intensità di cuore coloro che piangono, cesserebbero di fare guerra, perché riuscirebbero a capire che tutti siamo uguali, che non esiste un confine dinanzi all’umanità, non esiste una distinzione di razza ma solo amore. Ed è quello che ci fa capire Gesù con il suo pianto. Per questo grazie al suo amore, alle sue lacrime, Gesù risuscita l’amico Lazzaro.
Oggi il Signore con il suo pianto, con il suo amore, come a Lazzaro dice a tutti noi: «vieni fuori!». “Vieni fuori dal tuo sepolcro”. “Vieni fuori da quel sepolcro che hai costruito con le incertezze della vita”. Perché questo è il nostro sepolcro, dove una pietra ci è sempre messa a ridosso, simbolo di un cuore indurito, chiuso nell'abisso del nulla. Abbiamo bisogno di liberarci e liberare da quelle bende che ci legano al passato, alla tradizione, al peccato a quella malattia spirituale che ci fa morire dentro in quanto chiusa in sé stessa. Abbiamo bisogno ancora oggi che Cristo Gesù irrori con le sue lacrime la nostra esistenza e renderla feconda. Chi crede questo è già risorto in Cristo, è nella vita eterna. Tutti abbiamo bisogno di credere e di amare per poter venire fuori dalle incertezze, dai dubbi, dalla morte.
Dobbiamo smuovere la pietra posta nel nostro sepolcro per far entrare la luce della Pasqua. Necessitiamo tutti di venire fuori alla luce del sole e lasciare nel sepolcro rimpianti, delusioni, amarezze varie, sconfitte per respirare la primavera della vita e amare lungo le strade della vita insieme a coloro che ci hanno accompagnato, che hanno pianto, che hanno pregato ma soprattutto insieme a Cristo Risorto perché lui che è l’amore in persona ci accompagna non nei sepolcri imbiancati ma alla vita eterna. La nostra capacità di amare sconfigge la morte: questo è un grande miracolo, perché risorti con Cristo.
Oggi più che mai come battezzati siamo chiamati ad amare come Gesù. A saper piangere come Gesù. A saper vivere il Vangelo dell’amicizia, quell’amicizia che ci scioglie da quelle catene e che allo stesso tempo ne scioglie altre, perché il nostro deve essere un amore liberante. Oggi più che mai dobbiamo saper accogliere la proposta di Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno», cioè che Gesù è il Dio della vita e non della morte, ma Gesù aggiunge: «Credi tu questo?». Una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi; che supera il nostro comune pensare, il nostro comune comprendere ma chiede solo affidamento. Marta si è fidata e affidata per questo risponde: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che viene nel mondo», «che non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa» (Sal 16,10).
Marta ci dice che questa è la nostra certezza di fronte alla morte e la speranza che nella fede nutriamo e custodiamo, sapendo che è l’amore che genera la vita, che l’amore che nutriremo gli uni per gli altri trasformerà ogni situazione di morte e di solitudine in certezza di vita e di speranza.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!









giovedì 5 marzo 2026

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

ANCHE NOI AL POZZO DI SICAR PER ESSERE AMORE


Siamo alla terza domenica di quaresima. Possiamo definirla “la domenica della sete”. S. Teresa d’Avila diceva che «la sete esprime il desiderio d’una cosa, ma un desiderio così intenso che noi ne moriamo se ne restiamo privi» (Cammino di perfezione, c. XXI). Un po’ quanto accade nella liturgia della Parola di questa domenica.
Questa espressione di desiderio la ritroviamo in particolare nel brano evangelico che ci presenta una donna che ha sete e che si reca al pozzo per “attingere l’acqua” e Gesù che ha sete e si ferma al medesimo pozzo. Possiamo definirlo l’incontro delle seti e di queste seti, il denominatore comune è l’amore: Dio ha sete di amare e di essere amato; l’uomo, sua creatura, ha sete di essere amato e di amare. Ora, il cammino dell’amore fa arrivare al pozzo dove si incontrano il grande assetato: Gesù, e una samaritana che non sa riconoscere la sua sete, fino al punto che Gesù dovrà ripeterlo anche dall’alto della Croce (cf. Gv 19,28-30).
Come avviene quest’incontro tra le seti? Gesù stava per andare in Galilea ma si ritrova a passare per la Samaria. Questo suo passare è particolare: Egli getta il suo sguardo lontano fino ad arrivare da coloro che erano disprezzati: i samaritani e, nell’incontrare la donna di Samaria, apre un varco sulla sua vita.
La prima cosa che notiamo è che Gesù parla a una donna e per di più samaritana. Gesù supera il pensare umano, supera il conflitto del momento e soprattutto il modo di relazionarsi con gli altri, per questo la donna si meraviglia alla richiesta d’acqua da parte di Gesù.
Anche nella nostra vita: quante mormorazioni, quanti pregiudizi sugli altri in particolare se hanno commesso qualche sbaglio subito a puntare il dito, subito a distanziarci perché non possiamo mescolarci.
Dio però, in Gesù, si accosta, si avvicina, non fa differenze, non fa discriminazioni, va oltre il nostro modo di fare e di pensare, perché per Lui siamo tutti uguali. Per questo, per dimostrarcelo, va proprio dagli ultimi, dagli emarginati, da coloro che scartiamo e instaura un dialogo.
Il dialogo tra Gesù e la samaritana inizia con una richiesta particolare: «dammi da bere». A prima vista sembra che tutti e due necessitino dell’acqua materiale, ma Gesù invece parla di un’acqua viva, parla del dono dello Spirito Santo, parla di amore, perché sa che la donna ha bisogno di attingere, più che al pozzo materiale, al pozzo dell’amore di Dio. Per questo Gesù le dice: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere! avresti chiesto tu a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva», cioè il suo amore.
Anche noi, spesso, ci rechiamo presso pozzi ma screpolati. Un pozzo screpolato non ci disseterà mai, anzi ci illude e ci fa sprecare energie mentre proviamo a gettare dentro il pozzo il secchio per attingere ma purtroppo non tireremo su nulla e continueremo ad avere sete nella nostra vita.
La donna del Vangelo ci aiuta a riflettere sui nostri pozzi screpolati, sulle esperienze di delusioni della vita, esperienze di sete non dissetata, non soddisfatta, di esperienze di morte, morte che vuol dire lontananza da Dio. Ecco perché Gesù, in altre parole, dice alla donna “voglio rendere la tua vita meravigliosa, la più bella che tu abbia mai vissuto, e per questo ti offro la redenzione. Ho riscattato la tua vita dalla fossa di morte” (la versione della Bibbia del 2008 direbbe: «da un pozzo di acque tumultuose» cf. Sal 40,2). Questo ci dice che più siamo lontani da Dio e più rischiamo di rimanere con la sete e soprattutto di morire. Con queste parole Gesù non fa altro che dire alla donna, a noi oggi, che la vera fonte di acqua viva è Lui, è Lui l’acqua della vita, l’acqua dell’amore e la offre a tutti gli assetati perché vivano.
Il cammino di questa terza domenica di quaresima ci fa fare una richiesta al Signore: il dono e la capacità di poter attingere al suo pozzo d'acqua viva. Abbiamo tutti bisogno di sperimentare quest’incontro con il Signore al suo pozzo, magari dove in quel momento stiamo “sprecando” le nostre energie per poterci dissetare ma è proprio lì che ci aspetta il Signore, è lì che Gesù ci aspetta per dissetare quella fame, quella sete di felicità. Diceva il filosofo e teologo francese Blaise Pascal: «nessuno è più felice di un cristiano» e in realtà, noi possiamo assaporare la felicità del Vangelo solo «se lo Spirito Santo ci pervade con tutta la sua potenza e ci libera dalla debolezza dell’egoismo, della pigrizia, dell’orgoglio» (Francesco, Esort. ap. Gaudete et exsultate, 65). Non dimentichiamolo che il vero cristiano è colui che veramente ha incontrato Cristo e che si impegna con tutte le sue forze a mettere in pratica il comandamento dell’amore, perché anche dal suo cuore sgorgherà «fiumi di acqua viva» da condividere con gli altri.
Anche questa domenica Dio tocca il cuore di quella donna. Dio questa domenica tocca il cuore di ciascuno di noi nonostante le magagne che abbiamo combinato, e ci offre il suo pozzo di amore perché non andiamo altrove a sprecare il dono d’amore, non andiamo disperdendolo qua e là, come aveva fatto la donna con i suoi cinque mariti e poi stava con un altro uomo che neanche era suo marito. Gesù, invece, aiuta a scendere in profondità nel pozzo del proprio cuore, nel pozzo della propria interiorità, perché da lì tu possa tirar fuori il meglio di noi e non il peggio. Infatti, l’amore può solamente spingerci ad uscire dal nostro egoismo, dal nostro ripiegamento perdonando noi stessi e donandoci agli altri, sull’esempio di Gesù.
Andiamo anche noi al pozzo dell’amore, per lasciarci dissetare da Gesù ed essere amore, segno della sua libertà, segno della sua verità.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!