mercoledì 20 maggio 2026

DOMENICA DI PENTECOSTE - MESSA DEL GIORNO (ANNO A)

PENTECOSTE: È L'AMORE CHE CONTA!



Son passati cinquanta giorni da quando abbiamo celebrato la Risurrezione di Gesù, che la Liturgia di questa domenica ci conduce all’apice del cammino intrapreso: la Pentecoste!
Questo Tempo pasquale ci è stato offerto per entrare in familiarità con il Risorto, nonostante i nostri modi di fare, nonostante i nostri alti e bassi. Del resto, andando agli inizi della Chiesa chi troviamo? Uomini e donne di una grande semplicità, di provenienza sociale diversa, visione della vita e sensibilità differenti. Queste persone così come erano, pieni di paure, incertezze della vita sono stati accolti da Gesù e Lui cosa ha fatto? Li ha uniti nel suo amore ungendoli di Spirito Santo. Questo è quello che sperimentano i primi discepoli all’inizio della Chiesa: la diversità unita con la forza dello Spirito Santo.
Anche a noi, oggi, il Signore fa dono dello Spirito Santo nonostante le nostre diversità. Purtroppo, ci sta la fatica dell’unità: sempre pronti a difendere le proprie idee o visioni come se fossero le uniche. Questa è la tentazione della divisione, del resto, il diavolo è sempre colui che divide. Ai nostri giorni manca l’unzione dello Spirito Santo. Ci sta solo una fede a propria immagine e somiglianza. Sembra che a unirci non sia lo Spirito Santo ma il nostro modo di fare.
Guardiamo la Liturgia della Parola di questa solennità: essa ci fa vivere ancora il tempo del Cenacolo. Il tempo che ci vede chiusi in casa, chiusi nelle nostre paure, nelle nostre incertezze, nelle nostre ipocrisie. Eppure, anche in questo contesto, per noi, si rinnova il dono dello Spirito Santo. E perché? Perché Gesù non vuole che tutto muoia dentro una stanza, dentro una chiesa, dentro una Messa (anche se al dire il vero non la viviamo come dovremmo) o una preghiera recitata. Il suo amore spinge oltre (cf. 2Cor 5,14). Il suo amore è talmente grande che ci dona una fonte inesauribile di energia nello Spirito Santo e che diventa garante dell’unità a coloro che si fanno annunciatori del suo amore. Non per nulla nella sua Prima Lettera, l'apostolo Giovanni ebbe a dire: «Quello che noi abbiamo ricevuto e abbiamo visto, lo annunciamo a voi» (cf. 1Gv 1,3).
Gesù è presente nelle nostre situazioni, nelle nostre chiusure, nei nostri problemi e si relaziona con ciascuno di noi. E come si relaziona? Ce lo ricorda il Vangelo di questa domenica: «mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”». Gesù si relazione con ciascuno di noi iniziando a instaurare un rapporto di pace. Gesù nonostante le nostre chiusure, le nostre difficoltà viene in mezzo a noi portando al nostro cuore la sua pace e poi inizia a far memoria del suo grande atto d’amore sospeso sulla Croce, facendoci sperimentare il suo perdono per continuare la sua missione, per essere una Chiesa di pace e di riconciliazione nel mondo.
Certo, quante volte ce lo siamo detto che non è facile seguire Gesù, ascoltare e vivere i suoi insegnamenti. Ci guardiamo attorno e continuiamo a vedere o ascoltare dai media i segni di morte: le continue guerre (ufficialmente le fonti segnalano oltre 100 guerre), conflitti in famiglia anche con reato di omicidio, per strada, nella società; mancanza di rispetto per la natura e i disastri naturali, delirio di onnipotenza, idolatria del denaro; mancanza di dialogo e scontri di vedute ideologiche anche all'interno della stessa Chiesa.
Questa è la nostra storia complessa, la nostra vita, la nostra umanità che tenta di fuggire da questa situazione, tenta di nascondersi pensando anche di trovare qualche rifugio in un ideale più attraente. Eppure, Gesù a quei discepoli impauriti disse: «Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi». Oggi lo ripete anche a noi. Oggi Gesù ci dice di essere missionari della vera pace e della gioia del perdono sulle strade del nostro mondo, della nostra storia, della nostra vita. Purtroppo, quando si parla di riconciliazione, di perdono, entra in ballo la nostra umanità. È una grande sfida questa, in quanto ci fa soffrire, perché vorremmo ma siamo limitati e tante volte rispondiamo con la vendetta, con il rancore. Invece no! Occorre invocare lo Spirito Santo, non perché cancelli dalla nostra memoria o dalla nostra vita qualcosa che abbiamo vissuto, ma perché ci aiuti ad essere dono per l’altro, sempre. La forza dello Spirito Santo ci renderà cristiani secondo il cuore di Gesù, pur restando delle semplici persone. Vi è una canzone di Giorgia che mette in evidenza l’importanza dell’amore nonostante i nostri limiti, le difficoltà della vita. Chi intraprende questa strada non può che lasciarsi trasformare dall’amore di Dio per rendere il male innocuo e testimoniarlo nella quotidianità.
In questo giorno solenne, chiediamo allo Spirito Santo che ci dia il coraggio di uscire dalle nostre gabbie e di andare incontro agli altri per portare il Vangelo; chiediamo di imparare ad amare, a perdonare, a sorridere a chi ci sta accanto, a trattare con rispetto chiunque si incontri nella nostra vita o che fa parte della nostra vita. Impariamo a spendere il nostro tempo con chi è solo, con chi è nella sofferenza.
Preghiamo allora lo Spirito Santo perché ravvivi in noi il ricordo del dono ricevuto. Che ci liberi dalle paralisi dell’egoismo e accenda in noi il desiderio di amarci e aiutarci, per diventare un’unica famiglia.  

Buona domenica di Pentecoste a tutti voi!







giovedì 14 maggio 2026

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A)

PORTARE IL CIELO NELLA QUOTIDIANITÀ


Siamo arrivati alla settima domenica di Pasqua e celebriamo l’Ascensione del Signore, così come abbiamo ascoltato nella prima lettura e nel Vangelo.
Che significato diamo all’ascensione del Signore? Luca ce lo spiega benissimo cosa è successo mostrandoci l’atteggiamento dei discepoli in quel momento particolare: «stavano con lo sguardo fisso verso il cielo» e mentre erano immobili, due uomini vestiti di bianco chiedono loro il perché di quell’atteggiamento, la ragione del loro modo di reagire all’ascensione di Gesù.
Quei due uomini ci insegnano che non si può stare sempre con gli occhi alzati verso il Cielo, occorre stare anche coi piedi per terra, perché l’Ascensione del Signore non è una dipartita ma un tempo nuovo in cui Gesù inizia ad essere presente in mezzo a noi, a relazionarsi con noi, è un tempo in cui inizia il senso della Risurrezione.
Allora chiediamoci: che cos’è questa solennità per noi, oggi? Celebrare l'Ascensione del Signore non è un fatto devozionale e tantomeno tradizionale secondo luoghi e culture; è un immergersi nel cielo di Dio dentro la trama della storia che siamo chiamati ogni giorno a vivere, a trasfigurare; è quell'accogliere nella vita di tutti i giorni il Signore asceso, speranza ed eredità nostra. Significa essere discepolo di Cristo comunicando il volto di Dio senza lasciarlo confinato in qualche cornice della nostra immaginazione. A tal proposito diceva Charles Peguy: «poiché non hanno il coraggio di essere nel mondo, credono di essere di Dio. poiché non sono dell’uomo, credono di essere di Dio. poiché non amano nessuno, credono di amare Dio». Occorre avere una vita a due dimensioni: una verticale e una orizzontale, così come hanno fatto tanti uomini e donne che ci hanno preceduto nella fede. La dimensione verticale ci aiuta a mantenere il cuore costantemente orientato verso la vita eterna dove Gesù è salito per primo; la dimensione orizzontale invece ci aiuta a dedicarci, anima e corpo, verso il proprio prossimo. Allora sì che possiamo sperimentare fin da adesso l’Ascensione in quanto è vivere lo stesso amore che ebbe Cristo Gesù per noi, aprendo nuovi orizzonti pieni di speranza, perché solo con occhi nuovi e speranzosi si può pensare e parlare di Chiesa in uscita, diversamente saremo sempre col nasino all'insù col rischio di evadere dalla realtà, di evadere dalla corresponsabilità, di non essere fedeli a Cristo pensandolo di esserlo.
Nel Vangelo i discepoli si sono recati all’appuntamento che Gesù diede loro nel luogo dove tutto è iniziato, nel luogo del primo incontro, del primo amore. Anche noi abbiamo bisogno di tornare al luogo del primo incontro, del primo amore. Torniamo nella galilea della quotidianità, nella vita di ogni giorno, intrisa di relazioni, di gioie, dolori e fatica del vivere. Il Vangelo è una continua itineranza nella vita, dove l’umanità va incontrata così come è, in ogni situazione. Lì il compito a ciascuno di «rimanere nel suo amore», di comunicare l’amore, di essere amore, di essere segno della sua libertà, di essere dono per l’altro.
Saliamo anche noi quel Monte, anche se ci costa fatica ma è la fatica della fede che viene forgiata dalla Parola di Dio, perché quel Monte è il luogo delle Beatitudini, luogo dove Gesù ha dato il significato profondo del Vangelo (Mt 5,1ss.). Quindi io salgo quel Monte e incontrerò il Signore ogni volta che ascolterò la sua Parola, ogni volta che mi verrà svelata la verità su Dio, su me stesso e sugli altri e nel mio cuore risuonerà ancora una volta il mandato di Gesù risorto: «andate e fate discepoli tutti i popoli».
Abbiamo un verbo che ci mette in movimento: “andate”. Non dice continuate a fissare il cielo. Non dice di stare a mani giunte. Non dice di stare in estasi ma affida a ciascun battezzato il compito di andare e fare discepoli. Forse questa espressione può risultare equivoca in quanto fa credere di imporre una fede o una religione e invece no. Significa impegnarsi a indicare la via tracciata da Gesù, una via che sale dalla terra e va verso il Cielo e percorrerla, per chi desidera, insieme come ha fatto Gesù.
Iniziamo allora seriamente la nostra avventura cristiana. Siamo suoi discepoli. La parola discepolo deriva dal verbo latino "discipulus" che proviene dal verbo "discĕre" che significa "apprendere, imparare"; del resto, in questi giorni il Vangelo ci diceva l’incapacità nostra di sostenere il peso delle Parole di Gesù. Per questo ogni battezzato è colui che non si sente mai arrivato, colui che indaga sempre la verità, che impara, apprende in quanto si scopre sempre povero e necessitante di essere educato da Dio con “gradualità” attraverso la sua Parola con la forza dello Spirito Santo che ci fa fare esperienza di Dio nel nostro intimo.
Allora sì che possiamo “battezzare”, cioè immergere l’altro nell’esperienza d’amore, di comunione mostrando con la propria vita tale bellezza che risiede in Dio amore e scopriremo che Gesù sarà per sempre con noi perché Egli è l’Emmanuele ogni qualvolta che ci ameremo gli uni gli altri come Lui ci ha amato con la certezza di non essere soli.

Buona festa dell'Ascensione del Signore a tutti voi!