giovedì 1 ottobre 2026

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

CON GESÙ PIETRA DI SCARTO


Anche questa domenica ritorna il tema della vigna e del rifiuto, un tema che questa volta presenta un particolare dramma che anticipa la passione e morte di Gesù.
Il tema della vigna riguarda l’amore che Dio ha per ciascuno di noi in ogni tempo, in ogni epoca, sempre. Già dalla prima lettura possiamo ascoltare il canto dell’amore di Dio per tutti noi, di un Dio che ha passione per l’uomo, nonostante l’infedeltà.
La parabola parla di un possidente terriero che da a dei contadini affittuari la sua vigna. A loro dona fiducia e poi parte per un paese lontano. Questi usufruttuari però ne approfittano usurpando questo bene, questa eredità. Infatti, il padrone quando manda i suoi servi a raccogliere i frutti, i contadini anziché consegnare il raccolto ai servi del padrone cosa fanno? Uno lo bastonano, l’altro lo uccidono e l’altro lo lapidano. Poi il padrone manda anche il figlio e questi viene subito ucciso.
La parabola ci mette a nudo perché mostra che, anzitutto manchiamo alla fiducia data e poi, in particolare, non sappiamo godere del bene dell’altro se non lo possediamo. L’altro che sia un oggetto o una persona lo devo possedere, costi quel che costi. Non è così? Non è il risultato anche delle azioni criminali che ascoltiamo durante un telegiornale? Viene spontaneo chiedersi se esista un amore che non sia possesso. Perché questo notiamo nella parabola: un uomo che vuole prendere, possedere, conquistare ciò che pensa che abbia perduto senza capire che l’eredità non si prende, non si possiede, non si conquista: per essere eredi bisogna essere figli. Penso che Gesù questa domenica vuole dimostrarcelo!
Con questa parabola Gesù parla di un Dio che non è incluso nella vita delle persone, della comunità cristiana che non riesce più a mostrare sul proprio volto i lineamenti di un Dio che si è fatto uno di noi. Gesù parla di un Dio “scartato” che è divenuto “pietra angolare” scartata dai costruttori. Del resto, la vita di Gesù la vediamo scartata. Alla nascita, non ci stava posto nell’albergo e lo troviamo adagiato in una mangiatoia (Lc 2,7.12.16). Durante la sua vita terrena non è mai al centro, anzi quando cercano di farlo re lui scappa, si nasconde (cf. Gv 6,15), obbliga al silenzio (cf. Mc 1,25.34.44;3,12;5,43;7,36;8,26.29-30). Poi al termine della sua vita lo vediamo tra due ladroni (Mc 15,25).
Gesù questa domenica cerca in tutti i modi di farsi accogliere, perché solo accogliendo Gesù, il figlio di cui parla il Vangelo, saremo figli, ci riconosceremo tali, accederemo all’eredità così come ci ricorda san Paolo: «se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8,17). Il versetto paolino completo ci dice anche il come si diventa coeredi di Gesù e non parla di una semplice accoglienza, dice così: «se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria».
Siamo pronti a questo? Siamo pronti a una chiesa fatta di uomini e donne che accettano di lasciarsi portare via la propria centralità per essere come Gesù pietra di scarto?
Quanto è difficile farlo, perché ci sarebbe una grande pulizia da fare. Dalla parabola impariamo che il peccato fondamentale dell’uomo è ritenersi padrone della vita (direi nostra e altrui) e togliere ogni riferimento a Dio per mettere in evidenza il proprio io. Ma questo purtroppo è un atteggiamento di conquista, che continua a uccidere non solo il Figlio ma anche noi stessi. Con il nostro peccato rifiutiamo quella figliolanza a cui abbiamo detto sì nel giorno del nostro Battesimo. Col nostro peccato rifiutiamo la fraternità. Rifiutiamo l’amore. Anzi tutto questo ci da fastidio e quando qualcosa da fastidio nasce la violenza non solo verbale ma anche fisica, come mezzo contro ciò che è bello, buono, contro l’amore.
Con questa parabola Gesù fa richiamo alla parabola della vite e i tralci (Gv 15,1-8) che invita a legarci alla vite, a Gesù Cristo per evitare di essere una vigna secca, arida, senza frutti, ripudiata. Dice Gesù: «ogni tralcio che in me non porta frutto sarà potato e, se ancora non porta frutto, sarà reciso» (Gv 15,2).
Quando ci attacchiamo alle cose, al potere, al successo, non otterremo ma quel frutto di cui parla il Vangelo ma solo oppressione, sangue, ingiustizia, fuga disperata, stragi continue. Si ripeterà l'uccisione dell'erede che ancora una volta sarà per tutti l’escluso.
Sì, Gesù è l’escluso e noi pensiamo di aver vinto su di Lui e invece no. È sempre sua l’ultima parola; è sempre Lui che vince. Sarà difficile per noi capire che il Figlio, Gesù, salva gli uomini proprio con la sua passione, con la sua morte fuori dalla città, da escluso, da pietra di scarto. Ed è anche la conclusione della parabola, di questa pagina della storia della salvezza: Dio non si abbassa al pensiero comune della gente che agisce con la legge del superbo, del prepotente, del malvagio ma andrà con la stessa fiducia per altri sentieri, verso un altro popolo, continuando a parlare di perdono, di misericordia, di amore. Nessuno è obbligato a seguire Gesù ma chi lo segue non può che essere pietra di scarto, buttato fuori della vigna per essere con Lui pietra angolare, perché solo così si è conformati a Cristo, solo portando la stessa forma della pietra d’angolo si può cominciare a ricostruire una nuova umanità perché questo è il Vangelo.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!












 

giovedì 24 settembre 2026

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

ESSERE CRISTIANI AUTENTICI!


La Parola di Dio di questa domenica si pone in continuità con il tema degli operai nella vigna di domenica scorsa.
Questa domenica Gesù continua il suo discorso pedagogico e fin dall'inizio invita a fare discernimento: «che ve ne pare?».
Il discernimento che il Vangelo propone è sulla parabola dei due figli che possiamo definirli "mistero di contraddizione tra loro", nel senso che ci rappresentano con i loro "sì" e con i loro "no".
Perché mistero di contraddizione? Perché somiglia al nostro modo di credere, al nostro modo di pensare di sapere o essere preparati per quel tal scopo e invece no, si continua con atteggiamenti "di facciata", esteriori che rimangono lì senza condurci alla conversione.
In linea al discernimento proposto, si riallaccia la domanda della prima lettura presa dal libro del profeta Ezechiele: «Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?».
Non sono domande da sottovalutare. Pensiamo a quei momenti che ci troviamo radunati per celebrare l'Eucarestia: sembra un rito senza senso, non perché non ci piace il sacerdote, perché non ci sono i canti o chissà che cosa, ma perché abbiamo ridotto l’Eucarestia a una superstizione, per non parlare della strumentalizzazione socio-commerciale dei Sacramenti. Questi atteggiamenti rispondono bene a ciò che disse il profeta Isaia: «questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e la venerazione che ha verso di me è un imparaticcio di precetti umani» (Is 29,13). Ecco la parabola che ci aiuta al discernimento. Inizia così: «un uomo aveva due figli». A questi figli il padre accostandosi, cioè non si presenta come un padrone, ma come padre con tanto di sfumatura materna, rivolge quest’invito: «vai a lavorare nella mia vigna!». È un invito, serio, impegnativo e non qualcosa “di stagionale”. Per realizzare il regno di Dio, che è regno di giustizia, di amore, di pace, regno di ogni cosa bella che il cuore umano desidera e sogna, Dio chiama tutti, senza nessuna distinzione, ognuno di noi dobbiamo assumere concretamente, ogni giorno, quest’impegno.
Purtroppo, i segni di contraddizione vengono evidenziati. All’invito il primo figlio risponde in maniera lapidaria il suo no ma poi ci va.
Chissà quale scontro col padre nel suo cuore. Anche nei nostri cuori abbiamo diversi scontri. Ma di questo figlio Gesù sottolinea il suo pentimento quasi a dire che si mise a discernere il suo errore nei confronti dell’amore del padre. Anche la risposta dell’altro figlio è lapidaria: egli dice subito “sì” ma non andò. Un modo di rispondere e di fare privo di ogni generosità l'azione magari vedeva il padre come un padrone, nonostante l’affetto dimostratogli nell’invito. Il suo è un sì “di facciata”, solo per fare bella figura e così prenderlo in giro, un po’ il nostro modo di fare quando qualcuno ci chiede qualcosa.
Attenzione, con Dio non si possono fare sceneggiate, non si può essere falsi e nemmeno avere quella pretesa di barattare con Lui come se fossimo davanti a un giudice per fargli applicare una legge. No! Dio è padre e il problema sta nel non riconoscersi figli. Ecco perché questa parabola mette a nudo quella contrapposizione tra il “no” e il “sì”, tra il “dire” e il “fare” che caratterizzerà sempre la nostra vita, la nostra quotidianità. Ed è proprio questa contrapposizione che diventa una sorta di divisorio: da una parte quelli che fanno e dall'altra quelli che parlano rendendo la vita priva di ogni sostanza in quanto sprecata dalla stessa ipocrisia. Forse dimentichiamo che Dio legge i nostri cuori e non la nostra esteriorità (cf. 1Sam 16,7)! È facile rispondere, dando una risposta scontata, che colui che ha fatto la volontà del padre è stato il primo. Ma cosa dice veramente a ciascuno di noi questa Parola di vita in questo momento che l’ascoltiamo? Essa dice: “tu che sei abituato durante il Padre nostro a dire ‘sia fatta la tua volontà’, come puoi agire come quel figlio che della volontà del padre, in questo caso di Dio, non la fai nella tua vita? Prendi invece coscienza che tu sei figlio, che non sei servo. La vigna ti appartiene. Se vuoi dare senso alla tua vita impegnati nella vigna, gioca la tua vita nella vigna del Signore”.
Dio vuole che la mia vita sia bella, che abbia un senso. Certo se penso a un dio tiranno, che sa solo comandare, continuerò a pensare e fare solamente ciò che mi piace.
Accogliamo nel cuore l’invito al discernimento che ci ricorda che essere cristiani non è un numero anagrafico. Si è cristiani perché si è fatta una scelta di vita e sappiamo che il Signore ci ama, ci ha donato la sua paternità e maternità, ci ha reso figli nel battesimo e noi con il nostro “lo voglio” abbiamo accolto questa figliolanza. È vero che ci sforziamo di corrispondere anche se tentenniamo, ma siamo fragili. Però un conto è la fragilità, un conto è dire in partenza che sono chiacchiere perché il mondo va in un’altra direzione oppure mettere le mani avanti in quanto è difficile. Se pensiamo così siamo come quel figlio che dice un semplice sì al padre ma non fa la sua volontà, per questo la sua risposta è falsa. Occorre, invece, una rinascita del cuore, una rinascita della fede, assumendo i tratti di Gesù stesso, così come ci invita san Paolo nella seconda lettura.
Questa domenica, nella nostra preghiera, chiediamo al Signore che ci liberi dall’ipocrisia e che ci aiuti ad essere autentici cristiani senza prenderlo in giro.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!








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