giovedì 18 giugno 2026

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

DALL'ORECCHIO ALLE TERRAZZE DELLA VITA


Anche questa domenica, la liturgia della Parola ci conduce a riflettere in una maniera coscienziosa sull'insegnamento di Gesù sulla missione della Chiesa. Fin dalla prima lettura abbiamo un monito per coloro che vivendo la missione cercano la popolarità, amano le prime file, gli applausi, i podi di prestigio, vivendo di cose effimere, amanti della vanagloria e non di Dio.
Il profeta Geremia ci dice l’importanza di avere il Signore al proprio fianco, in ogni istante, che sia Lui il filtro della nostra vita senza nessuna paura dell’altro. Per questo inizia il suo discorso dicendo: «Non abbiate paura degli uomini». Noi, invece, continuiamo a temere il giudizio dell’altro, come se dovessimo rendere conto agli uomini e non a Dio. È vero che ai nostri giorni la paura, a prescindere la categoria di persone che ne soffrono, aggredisce un po’ tutti e oltre a influenzare l’individuo, ha un impatto notevole anche a livello collettivo. Ma Gesù con il suo discorso indirizzato ai discepoli non vuole altro che infondere coraggio, garantire la sua presenza accanto, non perché “tutto filerà liscio come l’olio”, le difficoltà, le persecuzioni ci saranno ma se abbiamo paura il motivo è uno solo: la nostra fede è fiacca, debole, pigra, è una fede apparente! Certo la verità spaventa tutti ma il Vangelo è e sempre sarà scomodo per tutti, non solo per il mondo di fuori ma anche per il mondo che è dentro di noi. E questo non perché è violento, rivoluzionario, che sovverte ordini sociali, offende qualcuno, o chissà che cosa. No! Niente di tutto questo. Il problema è che la Verità dà fastidio, mette in luce le opere malvagie, fa venire fuori tutti i ladrocini, gli omicidi, non si allea con il potere ma è Libera, non si adegua alla mentalità corrente ma va contro corrente perché è dalla parte dei più deboli: la Verità solo a sentirla dà fastidio.
Chissà quante volte ce lo siamo detti che da battezzati non possiamo vivere voltandoci dall'altra parte o con una comoda vita da salotto avendo tra le mani libri di devozioni, immaginette, crocifissi alle pareti e presepi a Natale. Tutto questo può starci se vivessimo il Vangelo. Diversamente si è sterili, aridi e inutili.
Il Vangelo non ha scorciatoie, fin dall’inizio Gesù stesso ce l’ha detto: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20).
Il Signore ci chiama a conformare la nostra vita a Lui; a Lui che è perseguitato, rifiutato, abbandonato, ucciso dagli uomini. Non esiste cristianesimo all’insegna della tranquillità. Basta guardare cosa succede nel mondo per renderci conto (ricordiamo, ad esempio senza dimenticare tante altre, il Vescovo del Mozambico assassinato nella sua residenza episcopale il 6 giugno 2026). Chi inizia a seguire il Signore, deve mettere in conto difficoltà, tribolazioni, quelle cose che pesano ma che autenticano la fede e il nostro rapporto con Gesù, che autentica il Vangelo che sta incidendo sulla realtà, che sta scuotendo le coscienze mettendo in discussione le logiche del mondo. Gesù ci ricorda che il vero bene da custodire è la comunione eterna con Dio e perciò dobbiamo temere soltanto ciò che può allontanarci da Lui.
Attenzione allora a non cadere in quelle tentazioni che annacquano il Vangelo, come l’avidità di possesso, la gloria umana, la strumentalizzazione di Dio, la sfiducia o il sentirsi abbandonati da Dio, come lo sperimentò Gesù (cf. Mt 27,46).
Tutti possiamo vivere una aridità spirituale ma dobbiamo alzare lo sguardo verso l’Alto fiduciosi, sapendo che Lui si prenda sempre cura di noi, perché preziosi ai suoi occhi. E questo Gesù ce lo fa capire attraverso la natura: «neppure un passero cadrà a terra senza Dio». Dio è coinvolto in ogni situazione, siamo al rifugio nelle sue mani, mai ci abbandonerà. Nel Salmo 118 si legge: «Il Signore è con me, non avrò timore: che cosa potrà farmi l'uomo? Il Signore è il mio aiuto. È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell'uomo. È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti» (Sal 118,6-9). Quindi è importante mettersi sempre in ascolto della Parola, a tendere l’orecchio perché la Parola penetri in noi e vi metta delle salde radici, che diventi vita della propria vita, prima di essere annunciata. Poi portiamola nella vita. È importante fare questo passaggio “dall’orecchio alle terrazze”. 
La Parola di Dio deve essere annunciata nei vicoli della nostra vita (cf. Mt 22,9), con la certezza di avere Gesù al nostro fianco, sempre. Diversamente il messaggio evangelico sarà solo un insieme di valori etici che non conducono da nessuna parte.
Nella Evangelii Gaudium, Papa Francesco ha scritto per noi: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità» (n. 49). Il cristiano è chiamato a essere lievito nella massa (cf. Mt 13,33), sale della terra (Mt 5,13), luce nel mondo (Mt 5,14) nella “terrazza” della propria esistenza, della propria vita, della propria storia rendendo testimonianza di un amore assoluto di Dio. Questo richiede azione, coraggio, disponibilità a pagare di persona. Allora la domanda famosa da farci è questa: siamo disposti a lasciarci scomodare dal Vangelo? Perché è proprio lì, lasciandoci scomodare che si gioca la nostra vera gioia, che si diffonde il Vangelo continuando a fidarci del «non temere» che, ancora oggi, ci ripete Gesù.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!








giovedì 11 giugno 2026

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

«GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE»


Celebriamo l’undicesima domenica del Tempo Ordinario che ci richiama fondamentalmente alla nostra vita battesimale.
Il Vangelo di questa domenica contiene una “battuta” che spesso dimentichiamo o non diamo il suo giusto peso: «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Questa espressione sconvolge la nostra concezione economica della vita, in quanto in ogni cosa siamo abituati a cercare il tornaconto. Però, questo è un invito a prendere coscienza di quello che siamo: popolo di missionari, popolo di annunciatori del Vangelo, popolo capace di pregare, popolo che porta il mondo a Dio. Queste parole di Gesù ci dicono, in particolare, che la fede non ce la siamo data, che noi siamo qui per grazia, non abbiamo bisogno di farci vedere dalla gente per quello che sappiamo fare. Dobbiamo invece ricordarci che il dono della fede è gratuito e in quanto tale non avanza nessun diritto. Infatti, dinanzi a Dio tutto è grazia, tutto è dono; a noi solo quell’umiltà per poter donare, nella ferialità della vita, la Sua stessa grazia che abbiamo ricevuto. Cristiani lo saremo solo se la nostra vita è un dono per l’altro.
Anche nella prima lettura di questa domenica, al popolo uscito dall’Egitto, Dio instaurando un’alleanza d’amore con il popolo disse tramite Mosé, che davanti al dono che Dio ha fatto a loro, c’è un impegno, c’è una responsabilità, c’è da rendere testimonianza dell’amore di Dio versato sui singoli cuori ed è attraverso la testimonianza che possiamo generare alle fede nuove persone. Questo significa essere nazione santa, proprietà di Dio, popolo di sacerdoti.
Il Vangelo riprende questa alleanza con il popolo che necessita di una guida, un popolo stanco, un popolo sfinito, un popolo che non è in grado di stare in piedi, un popolo che necessita di qualcuno che si prenda a cuore ogni situazione, gratuitamente.
Oggi la gratuità di Dio sembra scemare e con essa le nostre stesse capacità. San Leone Magno ricordava il privilegio e il dovere di lavorare per Cristo e con Cristo: “Cristiano non dimenticare la grande dignità di cui sei stato rivestito!”.
Ecco davanti a noi “la messe” di cui parla Gesù: l’umanità. È una umanità smarrita, nonostante che il campo della loro vita è in piena abbondanza, nonostante il peccato che segna le varie ferite insieme alle ferite di una vita ordinaria. San Paolo, nella seconda lettura, ci dice, che questa umanità è già salvata dalla grazia divina, rivelatasi nell'evento della morte e risurrezione di Gesù.
Gesù osserva questa folla, questa umanità priva di uomini e donne che ne siano guida e «ne sente compassione» ed invita alla preghiera, che è la prima azione pastorale in assoluto da fare: «pregare il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe».
Questo ci dice che non siamo noi a produrre “vocazioni” ma è sempre Dio a farne dono. Ogni chiamata alla vita e alle sue necessità parte dal cuore di Dio che si serve del cuore di ciascuno di noi, si serve della nostra necessaria collaborazione. Questo può sembrare un paradosso, ma il Signore ha proprio bisogno di tutti noi per radunare il suo popolo e sfamarlo della sua Parola di vita. Infatti, annunciare il Vangelo necessita di sacerdoti, di missionari, di religiosi e religiose, laici impegnati seriamente nella propria vocazione cristiana perché diano il meglio di sé: il loro pensiero, il loro cuore, la loro azione, la loro vita. Per questo il Signore, per ottenerli, ci dice di pregare. La preghiera è l’unica forza perché le varie vocazioni non vengano meno.
Poi Gesù si rivolge ai dodici per essere loro la consolazione di Dio. Attenzione! Non guardiamo a questi 12 persone come se fossero gli unici a servire nella vigna del Signore. Essi rappresentano ciascuno di noi; ciascun battezzato è in quei dodici, perché ogni persona è chiamata alla vita e darle senso e si dà senso alla vita servendola. Tutti siamo chiamati a prendersi cura e prendersi a cuore la vita dell’altro. Gesù vuole raggiungere, giorno per giorno, il mondo per mezzo di noi, secondo la vocazione alla quale siamo stati chiamati.
Questa Parola domenicale ci insegna che dobbiamo imparare a respirare l’aria della gratuità in ogni cosa che facciamo, in quanto la facciamo per amore e senza nessun applauso, podio di prestigio, senza nessuna gratificazione che può inquinare non solo l’anima ma anche le stesse nostre opere. Ogni cosa che faremo, dal servizio più umile al più importante, dobbiamo ritenerci umili servitori, umili lavoratori nella vigna del Signore, con un proprio compito ma per lo stesso scopo: annunciare il Vangelo dell’amore e non solo a parole, ma soprattutto con la propria vita e con gioia, sapendo che Dio ama chiunque senza nessuna distinzione o preferenza. 
Allora scendiamo in strada senza nessun tornaconto, senza nessuna gratificazione ma gratuitamente in quanto la gratuità è da Dio. Non esiste, quindi, convenienza o scorciatoie con Gesù ma solo amore perché si dona senza riserve. Occorre da parte nostra un semplice sì e il resto lo farà il Signore.
Preghiamo perché questa preghiera si realizzi ogni giorno. Perché si accenda in noi l’entusiasmo, la gioia per il Vangelo per trasmetterlo a ogni uomo e donna di buona volontà, gratuitamente.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!