giovedì 23 giugno 2022

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

SEGUIRE GESÙ
 

 
Siamo arrivati alla XIII domenica del Tempo ordinario, il tempo della nostra ferialità, il tempo del cammino, della sequela.
In questo cammino, in cui spesso ci sentiamo soli, però non siamo mai soli, perché ci sta Gesù, anzi è stato già tracciato da Gesù; purtroppo, anche qui, quanta fatica a comprendere che in ogni cammino, Gesù è presente. Quanta fatica ad essere discepoli di Gesù. Bisogna capire che la fede non è un accessorio della vita ma la chiave della vita che ci permette nella fede di osare, avendo come punto di riferimento lo stesso cammino di Gesù, consapevoli che nessuno potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù (cfr. Rm 8,39). Del resto, i nostri santi ci insegnano che sempre bisogna tendere alla meta della nostra fede, costi quel che costi. Il Signore se da un peso, dona anche la forza per portarlo avanti.
Nonostante tutto, l'impegno che ognuno può metterci per essere discepolo, lo troviamo sempre pesante, duro, arduo e questo perché ancora non siamo coscienti di chi è Gesù nella nostra vita, e dove conduce il nostro seguirlo; abbiamo una falsa immagine di Gesù, per questo siamo attratti chissà da quale attenzione miracolistica e di comodo. Chissà quante volte ci adagiamo nel nostro cammino di fede alla mondanità, senza accorgerci che in quel momento ci stiamo allontanando dal Signore. Dimentichiamo che per Gesù non c'è comodità ma radicalità all'ascolto obbediente del volere del Padre.
Nel Vangelo troviamo Gesù con un “volto indurito”, cioè ha una meta da raggiungere e un fine da perseguire e verso questo scopo raccoglie e mobilita le sue energie.
Noi se vogliamo seguire Gesù abbiamo bisogno di essere attratti da questo suo “volto indurito”. Non abbiamo bisogno di imitare la logica mondana, vivere da irresoluti che non hanno una direzione da seguire, una bussola interiore e quindi facilmente ci si smarrisce lungo la via. Bisogna imitare Gesù, fare come Gesù: essere determinati nel cammino di fede vivendo degli insegnamenti di Gesù con quella capacità di relazionarsi con chiunque, e non invocare chissà quale punizione dal Cielo per coloro che non ci garbano.
Gesù ci ripete: "guarda che il cammino che sto percorrendo è il cammino dell'amore. Questo cammino è come quel roveto che arde e non si consuma (Es 3,20)". È un cammino fatto in piena libertà, anche per chi la pensa diversamente. È un cammino essenziale, sempre nuovo e aperto ai terreni della vita. Se ci si volta indietro tutto si perde nel vuoto, per altre vie e non si vive in pienezza il battesimo.
Dobbiamo essere coscienti e coerenti di quello che facciamo e diciamo, prendiamo coscienza che la nostra vita è fatta a zig-zag, per questo Gesù ci dice: vuoi seguirmi? Ecco la condizione: la Croce, essa non è le varie disgrazie che Dio ti manda, perché Dio non manda nessuna disgrazia ma solo grazia e benevolenza. Questa Croce è il nuovo aratro su cui mettere le mani. Santa Teresa Benedetta della Croce dice che "Non si può desiderare di essere liberati dalla Croce, quando si è stati scelti in modo particolare proprio per la Croce" e questo non è facile perché la vita cristiana è sempre sottoposta a rischio. Un cuore che è capace di amare va incontro all'altro correndo il rischio di essere rifiutato e perseguitato. A tal motivo non possiamo rifugiarci in un bunker, il problema rimarrebbe. Il discepolo non è un animale che si rifugia nella sua tana. Seguire Cristo non significa avere una cuccia, vivere in un’isola felice ma lasciarsi avvolgere dallo sguardo misericordioso di Gesù per essere misericordiosi nella vita di ogni giorno. Ecco perché l’Evangelista ci presenta tre modalità di discepolato, modalità che ci appartengono. Purtroppo, noi continuiamo a vivere di queste tre modalità, che sono di una fede mortifera e non vivificante. Ecco perché Gesù dice: «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Occorre coltivare la vita per rendere onore al Dio della vita. Occorre mettere le mani in pasta, per costruire il futuro di Dio insieme a Lui e secondo il suo pensiero e non secondo il nostro. Continuiamo ad andare avanti con coerenza e non secondo la mondanità; non è una questione di riprendere modi di fare di qualche secolo fa, Gesù è determinato ad andare avanti e io chi sono per voltarmi indietro? Se mi lascio andare nel voltarmi indietro, avendo nostalgia di un passato, non sarò libero come Gesù mi chiede, non sarò libero di amare come Gesù e il ricordo del passato mi impedirà sempre di mettere Lui al centro della mia esistenza, perché la mia vita è paralizzata, come quella della moglie di Lot, che, per quanto avvisata di non farlo, durante la sua fuga da Sodoma guardò indietro e restò paralizzata (Gen 19, 17.26).
Ricordiamoci che Gesù è il Dio delle grandi sfide che continua a ripetere “fidati di me!” senza nessun “se” e senza nessun “ma”. Superiamo queste barriere che non conducono da nessuna parte, tutto prenderà davvero senso e importanza se guardiamo avanti anche come Chiesa sinodale e lo sarà nel modo giusto e vero. Solo avendo questo sguardo che supera l’orizzonte, saremo capaci di amare, saremo capaci di dare la vita perché abbracceremo la Croce, unica salvezza e baluardo che ci farà andare oltre nuovi orizzonti.
Allora, svuotiamoci del nostro io e mettiamoci alla sequela di Cristo Gesù con totale dedizione, con tutto il proprio cuore e con tutta la propria anima.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!





immagine: https://www.unasolacosa.it/2018/10/09/vangelo-del-3-ottobre-lc-9-57-62/


venerdì 17 giugno 2022

SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C)

ESSERE PANE SPEZZATO PER L'ALTRO
 

 
Siamo giunti alla Solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo o del Corpus Domini, festa
istituita a seguito del "miracolo" di Bolsena, nel 1264 da papa Urbano IV.
Con questa celebrazione solenne, noi non evidenziamo qualcosa di esteriore spesso accompagnata dalla chiacchera, dal cellulare o qualcosa di peggio. Il SS. Corpo e Sangue di Cristo non ha a che fare con questi nostri modi di fare, esso richiama alla presenza reale di Cristo Gesù in mezzo a noi, richiama alla nostra relazione con Dio.
E quale è la nostra relazione con Dio? Un Dio che scambiamo con gli amuleti? Un Dio a nostro piacimento? E potremmo continuare all’infinito. Purtroppo, il nostro modo di fare lo evidenziamo benissimo, anche con le nostre assemblee liturgiche, che di liturgico hanno ben poco. Dobbiamo dire grazie al covid che ha dato uno scossone a certe persone abitudinarie, tanto da ridurre la partecipazione alle Celebrazioni eucaristiche.
Purtroppo, ancora non partecipiamo pienamente di questo grande dono che il Signore ci fa. Non abbiamo nel cuore la gioia dell’incontro con Gesù, se l’avessimo, arriveremmo puntuali all’incontro senza lasciarci distrarre da altro, né prima, né durante, né dopo. Ancora oggi, dobbiamo chiederci perché andiamo a Messa. Chiediamoci: se l’Eucarestia è un essere dono per l’altro oppure se è un continuare a vivere da individualisti? Quante Eucarestie saltate, non celebrate, quasi a dimenticare la nostra appartenenza, quasi a dimenticare il bisogno di pienezza, quasi a dimenticare il bisogno d’amore, come quei discepoli che pensavano più alla pancia che allo spirito.
Nel Vangelo odierno, Cristo annunzia il Regno di Dio e cura le folle e dopo una giornata intera, emergono i bisogni dell’altro.
Il primo atteggiamento dei discepoli è liberarsi del problema: “congeda la folla…”. È l’atteggiamento dell’individualista. Siamo tra quelle persone che non vogliono problemi, che non vogliono abbassarsi. Gesù, invece, capovolge il modo di pensare e invita a quest’abbassamento: «date loro voi stessi da mangiare» (Lc 9,13). Qui il nocciolo del Vangelo: dare sé stessi ad una immensa folla bisognosa. Del resto, partecipare all’Eucarestia non è semplicemente atteggiamento di accoglienza e di fede; per carità anche questo. Partecipare all’Eucarestia significa mettersi in gioco.
Quanta fatica a mettersi in gioco! È stato da sempre così. Il primo è stato Giuda Iscariota e poi altri, fino ad oggi, hanno seguito il suo esempio. E ancora oggi non comprendiamo che le indicazioni di Gesù sono l’unica via di Dio, rischiando di separarci da Lui, dalla vita.
Nonostante le nostre fatiche, Gesù ci invita a imitarlo restando ugualmente obbedienti. Egli nell'Eucaristia, ancora oggi, si offre, in obbedienza, come dono per l’altro.
Celebrare l'Eucarestia in obbedienza è celebrare l'amore, quell'amore che si scopre fragile e forte grazie alla presenza permanente di Gesù in mezzo a noi. Quel “fate questo in memoria di me”, racchiude una parola particolare: “zikaron” che non vuol dire il “ricordo di qualcuno”, ma l’attuazione, il rendere reale, perché Gesù sia presente. Per questo celebriamo in obbedienza.
Dio si avvicina a noi nel mistero della carne e del sangue di Gesù. Dio consegna a noi la sua vita, si incarna ancora una volta nella fragilità della Parola, nella povertà del pane e del vino. Egli si consegna a noi come nutrimento, perché la nostra vita sia dono per l’altro.
Sant’Ignazio di Antiochia scrivendo ai Romani dice: «Sono il frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo». Siamo chiamati ad essere pane spezzato, «pane che viene mangiato». Come il Signore diventa pane nell'Eucaristia e si dona per la vita e la salvezza dell’uomo, così il cristiano che si fa discepolo di Gesù entra in questa dinamica di donazione. Scopriremo così una Eucaristia che si traduce nella vita, perché Essa è sempre l'incontro tra l'umano e il divino da rinnovare sempre, ognuno come è capace di farlo, il resto penserà a completarlo Dio. Allora scopriremo che in Gesù Eucaristia abbiamo la forza della vita che ti trascinerà con sé, perché ci sarà sempre un Pane che sazia che ci renderà capaci di vivere in pienezza la comunione con Dio e tra di noi.
Celebrando l'Eucaristia noi facciamo ritorno al focolare, alla scuola di vita, nonostante le nostre sofferenze, per sentire l'abbraccio amoroso di Dio che coinvolge tutta la nostra vita. Questo è un amore che si deve spandere a macchia d'olio, se ci lasciamo prendere per mano da Gesù, perché il deserto deve fiorire grazie al mio rendermi disponibile, fino in fondo, nell'amare l'altro. S. Agostino dice al nostro cuore: “cristiano, diventa ciò che ricevi!”, un invito alla conversione iniziando da quell’Ultima cena che è la prima delle tante ogni volta che celebriamo il memoriale della morte e risurrezione di Cristo.
Impariamo, obbedendo, a diventare “memoria vivente di Gesù” per sperimentare la gioia di partecipare alla condivisione e alla sovrabbondanza dei doni di Dio.

Buona festa del SS. Corpo e Sangue di Cristo!




 
 immagine:https://www.youtube.com/watch?v=_rdi8DRK_p8