giovedì 14 maggio 2026

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A)

PORTARE IL CIELO NELLA QUOTIDIANITÀ


Siamo arrivati alla settima domenica di Pasqua e celebriamo l’Ascensione del Signore, così come abbiamo ascoltato nella prima lettura e nel Vangelo.
Che significato diamo all’ascensione del Signore? Luca ce lo spiega benissimo cosa è successo mostrandoci l’atteggiamento dei discepoli in quel momento particolare: «stavano con lo sguardo fisso verso il cielo» e mentre erano immobili, due uomini vestiti di bianco chiedono loro il perché di quell’atteggiamento, la ragione del loro modo di reagire all’ascensione di Gesù.
Quei due uomini ci insegnano che non si può stare sempre con gli occhi alzati verso il Cielo, occorre stare anche coi piedi per terra, perché l’Ascensione del Signore non è una dipartita ma un tempo nuovo in cui Gesù inizia ad essere presente in mezzo a noi, a relazionarsi con noi, è un tempo in cui inizia il senso della Risurrezione.
Allora chiediamoci: che cos’è questa solennità per noi, oggi? Celebrare l'Ascensione del Signore non è un fatto devozionale e tantomeno tradizionale secondo luoghi e culture; è un immergersi nel cielo di Dio dentro la trama della storia che siamo chiamati ogni giorno a vivere, a trasfigurare; è quell'accogliere nella vita di tutti i giorni il Signore asceso, speranza ed eredità nostra. Significa essere discepolo di Cristo comunicando il volto di Dio senza lasciarlo confinato in qualche cornice della nostra immaginazione. A tal proposito diceva Charles Peguy: «poiché non hanno il coraggio di essere nel mondo, credono di essere di Dio. poiché non sono dell’uomo, credono di essere di Dio. poiché non amano nessuno, credono di amare Dio». Occorre avere una vita a due dimensioni: una verticale e una orizzontale, così come hanno fatto tanti uomini e donne che ci hanno preceduto nella fede. La dimensione verticale ci aiuta a mantenere il cuore costantemente orientato verso la vita eterna dove Gesù è salito per primo; la dimensione orizzontale invece ci aiuta a dedicarci, anima e corpo, verso il proprio prossimo. Allora sì che possiamo sperimentare fin da adesso l’Ascensione in quanto è vivere lo stesso amore che ebbe Cristo Gesù per noi, aprendo nuovi orizzonti pieni di speranza, perché solo con occhi nuovi e speranzosi si può pensare e parlare di Chiesa in uscita, diversamente saremo sempre col nasino all'insù col rischio di evadere dalla realtà, di evadere dalla corresponsabilità, di non essere fedeli a Cristo pensandolo di esserlo.
Nel Vangelo i discepoli si sono recati all’appuntamento che Gesù diede loro nel luogo dove tutto è iniziato, nel luogo del primo incontro, del primo amore. Anche noi abbiamo bisogno di tornare al luogo del primo incontro, del primo amore. Torniamo nella galilea della quotidianità, nella vita di ogni giorno, intrisa di relazioni, di gioie, dolori e fatica del vivere. Il Vangelo è una continua itineranza nella vita, dove l’umanità va incontrata così come è, in ogni situazione. Lì il compito a ciascuno di «rimanere nel suo amore», di comunicare l’amore, di essere amore, di essere segno della sua libertà, di essere dono per l’altro.
Saliamo anche noi quel Monte, anche se ci costa fatica ma è la fatica della fede che viene forgiata dalla Parola di Dio, perché quel Monte è il luogo delle Beatitudini, luogo dove Gesù ha dato il significato profondo del Vangelo (Mt 5,1ss.). Quindi io salgo quel Monte e incontrerò il Signore ogni volta che ascolterò la sua Parola, ogni volta che mi verrà svelata la verità su Dio, su me stesso e sugli altri e nel mio cuore risuonerà ancora una volta il mandato di Gesù risorto: «andate e fate discepoli tutti i popoli».
Abbiamo un verbo che ci mette in movimento: “andate”. Non dice continuate a fissare il cielo. Non dice di stare a mani giunte. Non dice di stare in estasi ma affida a ciascun battezzato il compito di andare e fare discepoli. Forse questa espressione può risultare equivoca in quanto fa credere di imporre una fede o una religione. Invece no. Significa impegnarsi a indicare la via tracciata da Gesù, una via che sale dalla terra e va verso il Cielo e percorrerla insieme, condividerla insieme come ha fatto Gesù.
Iniziamo allora seriamente la nostra avventura cristiana. Siamo suoi discepoli. La parola discepolo deriva dal verbo latino "discipulus" che proviene dal verbo "discĕre" che significa "apprendere, imparare"; del resto, in questi giorni il Vangelo ci diceva l’incapacità nostra di sostenere il peso delle Parole di Gesù. Per questo ogni battezzato è colui che non si sente mai arrivato, colui che indaga sempre la verità, che si scopre sempre povero e necessitante di essere educato da Dio con “gradualità” attraverso la sua Parola con la forza dello Spirito Santo che ci fa fare esperienza di Dio nel nostro intimo.
Allora sì che possiamo “battezzare”, cioè immergere l’altro nell’esperienza d’amore, di comunione mostrando con la propria vita tale bellezza che risiede in Dio amore e scopriremo che Gesù sarà per sempre con noi perché Egli è l’Emmanuele ogni qualvolta che ci ameremo gli uni gli altri come Lui ci ha amato con la certezza di non essere soli.

Buona festa dell'Ascensione del Signore a tutti voi!










giovedì 7 maggio 2026

VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

VIVERE LA VITA: È QUELLO CHE DIO VUOLE DA TE


Siamo alla VI domenica di Pasqua e ancora una volta viene ribadito l’importanza dell’annuncio pasquale, della risurrezione: «Io vivo e voi vivrete». È molto forte e significativa questa frase perché ancora una volta Gesù, il Vivente, promette vita. Qui troviamo l’identikit del Cristo Risorto. Egli è Colui che morendo sopra il patibolo ha vinto per noi la morte donandoci la vita per sempre. È questa certezza, è questa speranza il principio vitale di ogni battezzato che porta il Corpo di Cristo, la Chiesa, a crescere, ad accogliere tutti, a diventare il punto di riferimento per chi cerca consolazione, sollievo, aiuto, coraggio. Questo significa che Gesù, il Vivente, non è qualcuno del passato ma dell’oggi. Non è solo Colui che diede la vita per noi ma Colui che ci aiuta in ogni momento a credere nella vita, a sperare la vita. E non stiamo parlando solo di vita eterna ma della nostra qualità di vita. Per questo la Pasqua di Gesù non rovina quello che siamo, i nostri tempi, i nostri limiti, i nostri intricati ragionamenti, la nostra testardaggine. Abbiamo bisogno di quella costanza per poter arrivare, poco alla volta, a quella vera professione di fede camminando, sorretti dall’amicizia e dalla testimonianza di chi ci sta a fianco: del Consolatore, del Paraclito, perché confessare che Gesù è risorto significa credere che la sua vita non è morta e sepolta, ma che “dagli abissi della morte, Cristo ascende vittorioso” (Liturgia delle Ore, Pasqua, Inno delle Lodi).
Gesù ha amato la vita e l’ama ancora anche se siamo tra coloro che magari sono risentiti dalle infedeltà, dai tradimenti, dalle debolezze, dalle cattiverie e che da noi, che ci definiamo cristiani, per pregiudizio li abbiamo messi da parte, scartati, abbandonati oppure peggio: “Dio, con quella gente ha poco o nulla a che fare, volge il suo sguardo più verso di noi che su di loro”. Tutti però sappiamo che Gesù ha sempre risposto alla vita, al desiderio di vita. Pensiamo a quanti si recavano da lui per una guarigione fisica o spirituale, un aiuto, una parola. Gesù prima di donare la sua vita in croce, l’ha fatta nascere in mezzo a noi, in ciascuno di noi. Per questo il messaggio che risuona nel Tempo pasquale non può che parlare della fede nella vita.
Nel Vangelo di questa domenica abbiamo questo monito di Gesù: «se mi amate, osservate i comandamenti». In altre parole, il Signore Gesù dice: «se mi amate, amate la vita, fate vivere». In questo mondo in subbuglio si necessita di far vivere e invece cosa stiamo donando di buono?
Certamente, il cuore dell’uomo ha bisogno di amare e di essere amato. È un bisogno incancellabile, presente in tutti e invece assistiamo a lotte, discordie. Assistiamo a un mondo ferito da guerre atroci e insensate che seminano solo morte e disperazione. Ecco perché abbiamo bisogno anche di un altro Paraclito, perché ci dica all’orecchio che cosa significa amare insegnandoci ad amare.
Quanto è bello amare e sentirsi amati! È un dono impagabile. È un dono necessario. Purtroppo, è una parola registrata tantissime volte e vissuta pochissime volte; è diventata una parola sempre più rara di ogni altra cosa. È talmente rara che la fame d’amore è rimasta. Solo un vero e puro cristianesimo sarà capace di esprimere una vita piena d’amore facendo vivere gli altri donando la vita e non uccidendola.
Amare è far vivere. È come guardare un campo a primavera dove tutto è fiorito e sembra che stia fiorendo anche in te. Questo ci dice che è dall’amore vero che nasce la vita. La vita infatti esiste non perché c’è un respiro ma perché ognuno di noi è capace di farla fiorire negli altri, in coloro che ci stanno accanto. Allora, facciamo come dice l'apostolo Pietro nella seconda Lettura: «adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». Facciamo in modo che l’amore che il Signore ha riversato nei nostri cuori, non venga oscurato dall’orgoglio, dall’egoismo, dalla prepotenza, dall’individualismo sfrenato, dal materialismo. Ricordiamoci che siamo delle persone e non degli oggetti di poco conto: tutti abbiamo una dignità!
Gesù questa domenica ci chiama a vivere di quanto Lui stesso è stato per noi. Egli ci dice di lasciar passare la nostra vita dalla sua, di radicarla nella sua Parola. Non possiamo sempre rispondere: “facile a parole!”. Lo sappiamo che non è così semplice. Per questo Gesù prega il Padre per un altro Paraclito, Qualcuno che ci stia accanto nella lotta contro il male, che scenda nell’intimo dei nostri cuori, che rimanga sempre con noi per guidarci nella vita, perché possiamo trasmettere vita. C'è un bel progetto d’amore da compiere, un progetto di vita racchiuso in quei comandamenti che Gesù stesso ci ha lasciato in eredità. Uno scrigno in cui è racchiuso la ragione del nostro vivere: generare vita. Ricordiamo quella candela accesa ricevuta nel giorno del nostro Battesimo, quella fiamma che sempre dobbiamo alimentare con la nostra esistenza, con il nostro amore, perseverando nella fede.
Oggi, come ci ricorda la prima lettura presa dagli Atti degli Apostoli, siamo una Chiesa in uscita, siamo cristiani nel mondo del lavoro, dello studio, nella famiglia, lungo la strada, con gli amici. Che l’esperienza d’amore che viviamo con il Signore, la possiamo far splendere lungo l’arco della settimana, lungo la nostra vita, nella quotidianità, come splendono i raggi solari, perché l’altro possa godere di quest’amore.
Allora prendiamo sul serio questo Vangelo domenicale ricco d’amore perché scorra nelle nostre vene, nelle nostre relazioni.
Ravviviamo la nostra vita interiore e la nostra carità verso il prossimo per essere fecondi nel generare vita secondo Dio.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!






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