giovedì 5 febbraio 2026

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

ESSERE IL SAPORE E LA LUCE DI DIO!


Domenica scorsa abbiamo iniziato ad ascoltare la via alla felicità e alla santità: abbiamo ascoltato le beatitudini. Questa domenica, rimanendo in tema, Gesù ci presenta due immagini molto precise e molto ricche di significato: il sale e la luce, immagini anticipate nella prima lettura, dal profeta Isaia. Gesù in un modo molto semplice ci dice: “Voi siete il sale della terra”, poi aggiunge: “Voi siete la luce del mondo”. Due immagini che dicono come attuare nel quotidiano le beatitudini. Due immagini che dicono come essere discepoli del Signore. Due immagini che dicono il nostro DNA: sale e luce. Cerchiamo di capire, anzitutto: che cosa vuol dire che noi siamo il sale della terra?
Nell’Antico Testamento il sale per le sue proprietà di conservazione era simbolo dei valori duraturi di un contratto: un’alleanza di sale (Nm 18,19; 2Cr 13,5). Senza dimenticare che anticamente, non avendo gli strumenti di oggi, si faceva uso del sale per conservare gli alimenti.
Essere sale, vuol dire dare sapore ma anche preservare ciò che nella nostra vita vale e deve perdurare e soprattutto il sale è risposta a coloro che corrompono la vita, che seguono una moda sbagliata o malata, che non ha sapore. Sì, malata, perché sale e luce è sinonimo di sanità. E quante malattie oggi ci portiamo dietro e non solo fisiche ma anche spirituali.
Il cristiano che prende coscienza di appartenere al Corpo di Cristo deve manifestare questo sapore di Dio nel mondo, in una storia continuamente ferita dall’odio, dalla prepotenza, dall’arroganza, dalla violenza, dalla guerra, dalle calamità, dalla sofferenza.
Gesù ci dice anche che siamo luce. Ed è vero se siamo battezzati siamo stati resi luce. Questo significa far ritorno a quel giorno di grazia, in cui la luce di Cristo, ha preso possesso di noi, dei nostri cuori rendendoci luminosi; illuminati dal Signore e, dunque, capaci di fare luce dentro e fuori di noi.
Ecco il Vangelo che arriva, questa domenica, alla nostra vita: essere sale e luce ogni giorno. In altre parole, Gesù ci sta dicendo quanto siamo importanti per il mondo, per la storia. Non possiamo essere egoisti o giocare a “scarica barile”. Il cristianesimo non è e non sarà mai un fatto privato chiuso nel sacrario della propria coscienza.
Essere cristiani è assumersi una responsabilità di fronte al mondo, di fronte alla storia, a cominciare dal nostro paese, dalla nostra città, dal luogo dove noi consumiamo la nostra vicenda quotidiana, la parentela, il lavoro, la scuola, lo sport, lo svago. Per questo Gesù oggi ci ripete che siamo il sale di questo mondo, lo dobbiamo rendere saporito, bello, gustoso, dobbiamo far sì che non si sciupi, che non si rovini la bellezza e la dignità della vita. Non possiamo cadere nel devozionismo pensando che quella sia la nostra vera identità cristiana. Non possiamo cadere in un devozionismo che ci rende individualisti pensando solo ai fatti nostri. È vero che la nostra storia, la nostra vita è distorta, contraddittoria ma noi non siamo chiamati a lamentarci e a fuggire ma a dare sapore, a illuminare la vita. Ricordiamo quel cartello che papa Francesco mise fuori dal suo studio con la scritta “vietato lamentarsi”, un monito dello psicologo Salvo Noè che fece breccia al cuore del Pontefice ma dovrebbe fare breccia al cuore di tutti, in particolare in coloro che vivono la sindrome del vittimismo. Nel nostro buio, accendiamo la luce magari arriveremo alla soluzione prima e forse meglio.
Gesù oggi ci dice che ci sta un oltre e che la forza dello Spirito Santo, che è già in noi, ci insegna a guardare, con occhi diversi, la nostra quotidianità.
Ebbene, in concreto cosa possiamo fare? Ripigliamo tra le mani la liturgia della Parola di questa domenica, in particolare la prima lettura del profeta Isaia che subito risponde alla domanda: «Spezza il tuo pane con l’affamato, introduci in casa i miseri, vesti chi è nudo, allora la tua luce brillerà». Il profeta parla della luce della carità e dell’amore, e non si tratta di allungare uno spicciolo al mendicante o regalargli un chilo di pane, parla di saper amare la bellezza della vita e educare a viverla. Oggi stiamo vedendo la dignità della vita che per una semplice lite si uccide, si usa violenza, oppure si va a cercare la dignità nel fondo di una bottiglia di alcool o nella droga. Cosa stiamo realmente costruendo? Cosa stiamo dando ai nostri figli, al nostro mondo? Questo non è spezzare il pane con l’affamato. Questo non è celebrare l’Eucarestia. Tutti necessitiamo di cambiare stile di vita tutti i giorni e non nelle occasioni ma al contrario: lo stile di vita deve essere l’occasione perché io sia sale e luce, pane spezzato senza sprecare il bene che sta nel profondo del cuore. E infine e non da meno, rivolgiamo sempre al Signore. Se Lui parla così di noi è perché semplicemente possiamo essere sale della terra, luce del mondo, nella misura in cui Egli è con noi, è in noi.
Impariamo a sentirci anzitutto amati da Lui, a sentirlo dentro di noi perché cresca la nostra comunione con Lui, cresca la familiarità e l’intimità con Lui. Solo rendendo vera e profonda la nostra amicizia con Gesù possiamo costruire una società vera nelle quali saper condividere ciò che è buono e bello, possiamo essere il sapore e la luce di Dio.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!








giovedì 29 gennaio 2026

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

CON CRISTO GESÙ RITROVIAMO LA NOSTRA FELICITÀ


Siamo alla IV domenica del Tempo Ordinario e la liturgia ci mette dinanzi il primo grande discorso di Gesù: le beatitudini.
Il brano inizia con evidenziare la centralità e l'autorevolezza di Gesù, della sua parola e del suo insegnamento e questo lo si evidenzia da un gesto particolare: sale su un monte e si siede. Per la mentalità biblica il monte è il trono regale di Dio. In esso Egli si rivela e fa udire la sua voce, anche se nella Bibbia Dio è dei monti, della terra e delle sue pianure. Da questo monte, questa domenica, ascoltiamo questa bella notizia: siate felici! Del resto, Dio vuole la nostra felicità, vuole che maturi in noi la vera felicità non solo per questa vita ma anche per l’altra.  
Per ottenere un aiuto alla nostra felicità, l’evangelista Matteo ci presenta una litania di “beati” che ricorre già nell’Antico Testamento e che Gesù pronuncia davanti una moltitudine di persone. Purtroppo, è una litania che facilmente la sentiremo in superficie e non nel cuore e questo perché sembra che non a tutti importa la santità, quella che Dio stesso vuole per noi. E se questo è un dato reale lo è anche la stessa litania, in quanto questa Parola ancora oggi destabilizza. Infatti, affacciandoci sulla realtà di ogni giorno, come possiamo considerare beati coloro che piangono, che subiscono violenza, che sono perseguitati, che hanno fame e sete di giustizia, che per la loro povertà in spirito, la loro mitezza, la loro purezza di cuore, la loro capacità di misericordia, la loro opera di pacificatori, sono continuamente “calpestati” dai potenti di questo mondo, sono messi ai margini, visti e trattati come dei perdenti?
Come facciamo ad essere felici, perché questo vuol dire beati, quando il mondo continua a sfruttare la povera gente, a usare violenza, guerra, sopruso e ingiustizia di ogni tipo? Oppure, quando all’improvviso non ho più nulla?
Forse oggi ricerchiamo una felicità sbagliata, anche per tutto quello che accade, sembra che la felicità sia in declino.
In una suo messaggio papa Francesco voleva dare un indirizzo al recupero sul senso della felicità: “essere felici non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni. Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi” (andrebbe letta tutta). Allora le beatitudini sono la via di una libertà interiore per una piena felicità. Del resto, siamo stati creati per questo e l’incarnazione di Cristo è per restituire a noi questa felicità perduta a causa del peccato. Il Vangelo allora si presenta come via al recupero di questa felicità utopica e il Vangelo delle beatitudini traccia quella via già insita nei nostri cromosomi.
Iniziamo a guardare questa carta di identità che si chiama “beatitudini”. Tutti noi, un documento, ne facciamo uso all’occorrenza. Tanti battezzati, per esempio, all’occorrenza si dichiarano cristiani ma non lo sono nella vita, perché non ascoltano la voce del Signore, non ascoltano l’invito alla conversione, non mettono al centro della propria vita il Signore.
Dalla prima lettura, questa domenica, abbiamo l’invito a cercare il Signore. Ma non all’occorrenza, sempre. Ricordiamo l’apostolo Pietro cosa scrisse per noi: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21), perché è camminando sulle orme di Cristo, vivendo in Lui, che noi possiamo sperimentare la beatitudine anche nelle tribolazioni, in tutte quelle situazioni in cui perseguiamo ostinatamente il bene (la povertà in spirito, la mitezza, il desiderio di giustizia, la misericordia, la purezza di cuore, l’operosità per la pace) anche se osteggiati, insultati, perseguitati, perché è Lui, il Signore, la nostra beatitudine, colui che ci indica il cammino verso il Regno e lo percorre insieme a noi.
Ora, attraverso le righe delle beatitudini noi possiamo cercare il Signore, perché le beatitudini sono l’identikit di Gesù in persona, in quanto è stato capace di incarnarle tutte quante e in pienezza.
Fermiamoci a rileggere l’elenco delle beatitudini, scopriremo che viene rovesciato il modo di vivere mondano per riscoprirsi creatura dinanzi a Dio. Allora, insieme alla felicità, necessitiamo di accogliere ciò che è la nostra fragilità. Ecco perché davanti agli occhi dobbiamo avere Cristo Gesù crocifisso, perché, Lui si è fatto fragilità, povertà, mansuetudine, affamato di giustizia, appassionato e misericordioso, perseguitato e messo a morte. E forse è questo che ci frena nel nostro cristianesimo: assumere questi lineamenti che indicano la felicità per mezzo della persecuzione a causa del Vangelo. Eppure, Gesù ci ha messo in guardia: “guardate, se fate questa scelta, non pensate di essere applauditi ma perseguitati”. E questo ci fa capire che la felicità è sempre più legata al tipo di rapporto che ho con Dio e scopriremo che questa è la via dell’amore, quell’amore che ci fa andare incontro all’altro, perché «vi è più gioia nel dare che nel ricevere!» (At 20,35).
Queste sono le beatitudini. Non mettiamole in tasca per usarle all’occorrenza, ma facciamo in modo che siano il nostro distintivo, per essere cristiani nuovi, profetici, in cammino, perseverando, insieme a Lui, fino alla meta finale.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!