giovedì 2 luglio 2026

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

CON GESÙ SI PUÒ!


Domenica scorsa abbiamo lasciato il discorso missionario di Gesù per poter entrare in questo nuovo capitolo. È un capitolo particolare dove Gesù sperimenta nella sua missione delusioni, amarezze incontrando un popolo non capace di accogliere e riconoscere la visita di Dio. Del resto, la missione comporta questo e chi segue Gesù lo seguirà anche in questo contesto, in una vita fatta spesso tra sconfitte varie: solitudine, smarrimento, sconforto, scoraggiamento: tutti atteggiamenti accompagnati da quella paura e da quel dubbio che continuano ad assalirci, anche se, nonostante tutto, cerchiamo di dare il massimo.
Gesù, questa domenica, ci vuole aiutare a superare queste sconfitte e subito inizia parlando di piccolezza, di umiltà, di mitezza quasi a ricordarci che queste sono le parole chiave di ogni missione e della vita cristiana. Sono caratteristiche che spesso suonano alle nostre orecchie ma non nel nostro cuore come se queste caratteristiche rubassero qualcosa alla nostra personalità, al nostro modo di fare che spesso e volentieri non ha nulla di cristiano.
Queste sono caratteristiche che aiutano il nostro essere battezzati, il nostro dirci cristiani. Caratteristiche che aiutano a relazionarci con il Padre perché ci si relaziona con Dio partendo dal cuore, dalla fiducia, dall’abbandono. Quindi, non si tratta di una questione di sapere teologico, di sapere filosofico o chissà quale disciplina. La strada della salvezza Dio l’ha aperta a tutti. Purtroppo, bisogna dire che non tutti l’accolgono, non tutti la riconoscono così come accade in questo capitolo 11 del Vangelo di Matteo.
Gesù prende atto di questo e inizia a esplodere di gioia e gratitudine al Padre per coloro che, dimostrandosi piccoli, umili e miti accolgono la Parola di salvezza. Poi li definirà anche beati.
Come non ricordare tra i piccoli, umili, miti una grande donna: la Vergine Maria. Colei che ha incarnato queste caratteristiche. Colei che invita ad assumerle queste caratteristiche per non essere dei semplici devoti. Infatti, una cosa è seguire Cristo e una cosa è fare il devoto.
Ai nostri giorni non sappiamo più se crediamo in Dio, se lo ricerchiamo dal profondo del cuore e seguirlo nel suo programma di vita. Troppe sono le cose che accadono e troviamo una scusa per allontanarci e non ricercarlo magari accusando Dio o un suo ministro.
Questa domenica Gesù fa una esortazione molto precisa e ci invita con queste parole: «prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime». Queste non sono parole che ci liberano dalle difficoltà della vita. Gesù non l’ha mai detto. Domenica scorsa più volte ci ha detto, invece, di mettere al centro Lui più degli affetti e di qualsiasi cosa. Questa domenica invece, rimanendo in tema, parla di condivisione perché quanto possiamo vivere sia “più leggero”, “meno insensato” ma solo se affrontiamo la vita imitandolo nell’umiltà, nella mitezza, nella piccolezza, nell’attenzione al prossimo, nel dono di sé.
Noi facciamo un po’ fatica a capire questo messaggio salvifico, non a caso Gesù inizia la sua preghiera di lode dicendo: «Ti benedico, Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli».
Oggi molti cristiani avrebbero l’ardire su questa espressione di Gesù come se fosse obsoleta. Non c’è da stupirsi. Gesù l’ha detto. Chi ascolta il Vangelo con la sua sicurezza, non potrà mai capirlo, resta fuori. Per questo davanti alle parole di Gesù ci vuole l’umiltà del cuore, la semplicità dei piccoli, di coloro che non stanno a discutere.
Attenzione allora dai falsi umili. Cioè a coloro che ti dicono di essere umili e poi barano. Perché questa è la nostra società odierna: si imbroglia per ottenere. Si alza il tono della voce per far capire chissà che cosa ma si sta solo mostrando la propria arroganza.
L’umiltà non nasconde le nostre vere qualità ma ci fa scendere nel sacrario della nostra coscienza per vedere i nostri pregi e i nostri difetti riconoscendoli e accettandoli. L’umiltà è saper dire “grazie Signore” quando va bene e “scusa Signore, perdonami” quando va male.
Chi imbroglia, chi è arrogante non è mai pronto ad essere umile e non soltanto con il Signore ma anche con gli altri. Non siamo così capaci di fare passi indietro, di dire all’altro “scusa ho sbagliato, hai ragione, perdonami”. Ci piace sguazzare nel torto marcio e anestetizzare la coscienza tanto da non capire dove è il bene e dove è il male continuando ad avvelenare la nostra vita e la società, dove delle persone innocenti pagheranno per il nostro modo di fare.
Questa domenica esaminiamoci per capire anzitutto se sto seguendo Gesù mite e umile di cuore oppure la mia arroganza che sempre punta il dito. Facciamo un atto coraggioso, vigoroso che nasce dal profondo del cuore: chiediamo al Signore dove sbagliamo chiedendo il dono della conversione e scopriremo che Dio è Colui che si fa compagno di viaggio con chi l’accoglie nella sua vita. Scopriremo che Dio è tenerezza d'amore. Scopriremo che Dio è pace che dona quel “riposo” a quel cuore stanco, agli ultimi. Scopriremo che Dio è un Dio d'amore che sempre sostiene che è possibile vivere diversamente. Allora comprenderemo il senso delle sue parole: «troverete ristoro per la vostra vita».

Buona domenica nel Signore a tutti voi!







immagine: https://www.lalucedimaria.it/vangelo-del-giorno-secondo-matteo-1125-30/


giovedì 25 giugno 2026

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

NULLA ANTEPORRE ALL'AMORE DI CRISTO



Il Vangelo di questa domenica, XIII del Tempo Ordinario, ci fa riflettere ancora sul discorso missionario e viene a noi per purificare il tipo di discepolato che viviamo. La Parola di Dio che ascoltiamo continua a scuotere le nostre coscienze, perché il cristianesimo non è tranquillità, non è una salvaguardia dai traumi della vita ma è azione feconda.
Il messaggio evangelico di questa domenica è sconvolgente. Rileggendolo possiamo sintetizzare tutto in quell’espressione che si ripete più volte: “perdere la vita”. Non parla di possedere la vita o di vivere una vita agiata, una vita soft come se tutto fosse incenso che sale a Dio. Il Vangelo è sempre destabilizzante. È inutile che cerchiamo scorciatoie che rattoppano dei finti buchi. Prima poi dobbiamo sbatterci il muso. Per questo è importante un cambiamento profondo in noi perché è in gioco la vita eterna. Quel “perdere la vita” non deve spaventarci in quanto la nostra è una vita limitata e transeunte. C’è sempre bisogno di ricordarci che siamo fatti a immagine della Santissima Trinità. Siamo fatti per il Cielo.
Abbiamo da poco celebrato la festa di San Giovanni Battista di cui Leonardo da Vinci, in una sua opera, lo ricordava col dito rivolto verso l’alto. Una indicazione per ricordarci che non siamo fatti per la terra, ma per il Cielo. Gesù non vuole migliorare la nostra vita biologica ma la nostra vita divina. Il suo messaggio non è una intimidazione a lasciare gli affetti ma una apertura alla verità, a riconoscere ciò che non porta vita e lasciarlo andare. Ecco l’esigenza radicale con le sue priorità imposte da Gesù nel discorso odierno. “Nulla anteporre all’amore di Cristo”, direbbe san Benedetto. Non è una pretesa ma una indicazione che ci permette di vivere meglio la nostra vita cristiana, la nostra vita spirituale. Ecco perché questa esigenza affonda anche nelle relazioni. Del resto, cosa recita il comandamento dell’amore? «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22,37-39). Quindi prima Dio e poi il prossimo.
Ecco allora il nostro punto di partenza: andare al cuore di Dio per poter amare gli altri.
A questo punto facciamo risuonare in noi l’invito non tanto semplice da accogliere: “perdere la propria vita per ritrovarla”. Questa è una espressione che ci richiama al dono della vita e non a possederla.
Gesù ci dice che siamo chiamati a “generare vita” nelle sue molteplici dimensioni: familiare, comunitaria, sociale e spirituale. Generare vita significa amore capace del dono di sé. Diversamente sarà una vita egoistica, marcia in sé stessa lasciando la società nella crudeltà, nella ferocia, nella menzogna, nelle guerre e genocidi, in una continua oppressione, per non dimenticare arsenali di ordigni nucleari pronti per annientare intere popolazioni, le continue violenze di ogni natura lungo le strade, nelle famiglie, nei luoghi di istituzione: un male che continua a sfigurare il volto dell’umanità.
Forse non va di moda il donare sé stessi per amore, ma è arrivato il momento di avere quel coraggio di dare la propria vita, perderla per ritrovarla. Ma quale futuro vogliamo dare alla nostra società se non siamo fedeli alla nostra vocazione? Il messaggio di Gesù è così lampante: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,38-39). Prendere la propria croce… non confondiamo questo aspetto con il dolore e la sofferenza o una colpa da dare a Dio. Niente di tutto questo. La croce è qualcosa che vale più della stessa vita. C’è una canzone di Renato Zero che dice che questo tipo di amore non è comprensibile alla ragione. Ora, questa incomprensione ci dice che non siamo liberi, perché l’amore non è possessione, il vero amore è libero, è responsabile, è capace di donare sé stesso e non dobbiamo inventarcelo perché è dentro di noi. L’abbiamo fin dal Battesimo se non ancor prima.
Amore… questa è la croce vera che dobbiamo prendere, una croce che va portata fino in fondo, anche in mezzo alle incomprensioni, ai dubbi, alle persecuzioni. Solo guardando la Croce di Gesù possiamo scoprire la nostra croce che non è altro che restare fedeli all'annuncio del Regno, al progetto d’amore del Padre, una modalità “nuova” per intendere i rapporti con gli altri. Un modo per perdersi e ritrovarsi. Gesù ci vuole uomini e donne coraggiosi, innamorati della vita per poter vivere concretamente del suo amore in ogni istante della vita, perché in quella potenza divina d’amore proveremo gioia vera.
Si tratta di vivere da profeti, da portatori della Parola di Dio nel nostro quotidiano, portatori di Gesù stesso, ponendo fiducia nello Spirito Santo che ricorda e rende fecondo, soffia dove vuole, senza che noi sappiamo da dove viene né dove va (cf. Gv 3,8).  
Durante la Celebrazione Eucaristica, nelle nostre preghiere, chiediamo al Signore che ci insegni a vivere di questa logica evangelica, per essere riflesso del suo amore nella quotidianità.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!