giovedì 24 settembre 2026

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

ESSERE CRISTIANI AUTENTICI!


La Parola di Dio di questa domenica si pone in continuità con il tema degli operai nella vigna di domenica scorsa.
Questa domenica Gesù continua il suo discorso pedagogico e fin dall'inizio invita a fare discernimento: «che ve ne pare?».
Il discernimento che il Vangelo propone è sulla parabola dei due figli che possiamo definirli "mistero di contraddizione tra loro", nel senso che ci rappresentano con i loro "sì" e con i loro "no".
Perché mistero di contraddizione? Perché somiglia al nostro modo di credere, al nostro modo di pensare di sapere o essere preparati per quel tal scopo e invece no, si continua con atteggiamenti "di facciata", esteriori che rimangono lì senza condurci alla conversione.
In linea al discernimento proposto, si riallaccia la domanda della prima lettura presa dal libro del profeta Ezechiele: «Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?».
Non sono domande da sottovalutare. Pensiamo a quei momenti che ci troviamo radunati per celebrare l'Eucarestia: sembra un rito senza senso, non perché non ci piace il sacerdote, perché non ci sono i canti o chissà che cosa, ma perché abbiamo ridotto l’Eucarestia a una superstizione, per non parlare della strumentalizzazione socio-commerciale dei Sacramenti. Questi atteggiamenti rispondono bene a ciò che disse il profeta Isaia: «questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e la venerazione che ha verso di me è un imparaticcio di precetti umani» (Is 29,13). Ecco la parabola che ci aiuta al discernimento. Inizia così: «un uomo aveva due figli». A questi figli il padre accostandosi, cioè non si presenta come un padrone, ma come padre con tanto di sfumatura materna, rivolge quest’invito: «vai a lavorare nella mia vigna!». È un invito, serio, impegnativo e non qualcosa “di stagionale”. Per realizzare il regno di Dio, che è regno di giustizia, di amore, di pace, regno di ogni cosa bella che il cuore umano desidera e sogna, Dio chiama tutti, senza nessuna distinzione, ognuno di noi dobbiamo assumere concretamente, ogni giorno, quest’impegno.
Purtroppo, i segni di contraddizione vengono evidenziati. All’invito il primo figlio risponde in maniera lapidaria il suo no ma poi ci va.
Chissà quale scontro col padre nel suo cuore. Anche nei nostri cuori abbiamo diversi scontri. Ma di questo figlio Gesù sottolinea il suo pentimento quasi a dire che si mise a discernere il suo errore nei confronti dell’amore del padre. Anche la risposta dell’altro figlio è lapidaria: egli dice subito “sì” ma non andò. Un modo di rispondere e di fare privo di ogni generosità l'azione magari vedeva il padre come un padrone, nonostante l’affetto dimostratogli nell’invito. Il suo è un sì “di facciata”, solo per fare bella figura e così prenderlo in giro, un po’ il nostro modo di fare quando qualcuno ci chiede qualcosa.
Attenzione, con Dio non si possono fare sceneggiate, non si può essere falsi e nemmeno avere quella pretesa di barattare con Lui come se fossimo davanti a un giudice per fargli applicare una legge. No! Dio è padre e il problema sta nel non riconoscersi figli. Ecco perché questa parabola mette a nudo quella contrapposizione tra il “no” e il “sì”, tra il “dire” e il “fare” che caratterizzerà sempre la nostra vita, la nostra quotidianità. Ed è proprio questa contrapposizione che diventa una sorta di divisorio: da una parte quelli che fanno e dall'altra quelli che parlano rendendo la vita priva di ogni sostanza in quanto sprecata dalla stessa ipocrisia. Forse dimentichiamo che Dio legge i nostri cuori e non la nostra esteriorità (cf. 1Sam 16,7)! È facile rispondere, dando una risposta scontata, che colui che ha fatto la volontà del padre è stato il primo. Ma cosa dice veramente a ciascuno di noi questa Parola di vita in questo momento che l’ascoltiamo? Essa dice: “tu che sei abituato durante il Padre nostro a dire ‘sia fatta la tua volontà’, come puoi agire come quel figlio che della volontà del padre, in questo caso di Dio, non la fai nella tua vita? Prendi invece coscienza che tu sei figlio, che non sei servo. La vigna ti appartiene. Se vuoi dare senso alla tua vita impegnati nella vigna, gioca la tua vita nella vigna del Signore”.
Dio vuole che la mia vita sia bella, che abbia un senso. Certo se penso a un dio tiranno, che sa solo comandare, continuerò a pensare e fare solamente ciò che mi piace.
Accogliamo nel cuore l’invito al discernimento che ci ricorda che essere cristiani non è un numero anagrafico. Si è cristiani perché si è fatta una scelta di vita e sappiamo che il Signore ci ama, ci ha donato la sua paternità e maternità, ci ha reso figli nel battesimo e noi con il nostro “lo voglio” abbiamo accolto questa figliolanza. È vero che ci sforziamo di corrispondere anche se tentenniamo, ma siamo fragili. Però un conto è la fragilità, un conto è dire in partenza che sono chiacchiere perché il mondo va in un’altra direzione oppure mettere le mani avanti in quanto è difficile. Se pensiamo così siamo come quel figlio che dice un semplice sì al padre ma non fa la sua volontà, per questo la sua risposta è falsa. Occorre, invece, una rinascita del cuore, una rinascita della fede, assumendo i tratti di Gesù stesso, così come ci invita san Paolo nella seconda lettura.
Questa domenica, nella nostra preghiera, chiediamo al Signore che ci liberi dall’ipocrisia e che ci aiuti ad essere autentici cristiani senza prenderlo in giro.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!








immagine: https://www.ortobene.net/rubriche/commento-al-vangelo/fare-la-volonta-del-padre/




giovedì 17 settembre 2026

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

L'UMILTÀ CHE CI AIUTA A GUSTARE DIO


Anche questa domenica la Parola del Signore ci disturba, ci inquieta perché ci pone il solito interrogativo di sempre per capire se è accettabile il modo di fare del padrone della vigna; i sindacati insorgerebbero e noi magari lì a fare corteo per strada e anche sui social, come abitualmente facciamo.
Nell’ascolto di questa Parola di vita domenicale, il nostro punto di partenza offertoci dalla liturgia è la prima lettura presa dal Profeta Isaia in cui ci viene ricordato: «i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie». Dovremmo ricordarcelo spesso questo versetto, senza cadere nella durezza di cuore, se ni incorreremo in una dose maggiore: «quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie».
Noi incorriamo sempre nel pericolo farisaico in quanto parliamo di Dio con le nostre categorie umane. È una malattia che colpisce tutti! Perché ci è più facile guardare con sospetto, giudicare, distinguere, etc. che amare.
Noi riconosciamo e lo professiamo che Dio si è fatto uomo, ma perché l’uomo sia a sua immagine e somiglianza e invece noi vogliamo a tutti i costi umanizzare tanto Dio, portarlo al nostro livello riducendo così il Vangelo a un libro di buone maniere. Siamo ancora nella linea orizzontale! Occorre sempre una continua conversione per essere nella linea verticale ed entrare nell’ottica del padrone della vigna, nell’ottica di Dio.
Proviamo ad entrare nel cuore della parabola che riassume la varietà dei modi e tempi della sequela. Il padrone della vigna chiama i primi all’inizio della giornata e con loro fa un patto successivamente mantenuto. Poi, durante le ore della giornata, si ripete la stessa scena fino a incontrare gente disoccupata e dice: «Perché state senza far niente? Andate a lavorare!».
Abbiamo un padrone che ci mostra lo stile di Dio: chiama a tutte le ore della vita: chiama dal più piccolo al più grande, anche coloro che hanno vissuto la loro vita lontano da lui: Dio chiama sempre perché tutto in Lui è provvidenza. Ma questa provvidenza non è capita ci dice Gesù. Infatti, i chiamati alla prime luci del giorno, nel momento in cui si vedono arrivare coloro dell’ultimo momento, con una certa insofferenza dicono: “e questi cosa vogliono? Son venuti a ‘spegnere le candele’?”.
Questi atteggiamenti mostrano quanto il profeta Isaia diceva sulla differenza dei pensieri di Dio dai nostri. Noi siamo tra coloro che amano il “do ut des”, lo facciamo con tutti figuriamoci se non farlo anche con Dio. Ci piace avere un rapporto con Dio di tipo commerciale. Ma non può esserci mai questo con Dio. Ecco perché siamo come i farisei, perché pensiamo che Dio deve agire come noi, secondo la nostra giustizia e non secondo la grazia. La giustizia ci è più facile capirla la grazia no. Tante sono quelle persone che vivono in una prospettiva completamente vuota di fede, poi all’ultima ora, la conversione chiedendo al sacerdote la grazia. E qui scatta l’invidia come se ci fossero dei diritti e ci ribelliamo con Dio per questo Lui ci risponde così: «sei tu invidioso perché io sono buono?».
Noi ogni domenica “saliamo al Tempio”, ma per cosa? C’è chi incontra, come il vecchio Simeone, la salvezza e la celebra e c’è chi ripete un semplice rito. Mentre tutti dobbiamo ancora imparare a riconoscere che tutto è dono, tutto è grazia. Niente ci siamo meritato, lo diciamo anche durante l’Eucarestia: “Signore, io non sono degno”. Forse sarebbe il caso di chiederci: ci crediamo veramente a queste parole oppure le diciamo perché sono scritte sul messale?
Tutto è un dono d’amore. La salvezza è un dono d’amore per tutti, senza nessuna distinzione. Di fronte all’amore, di fronte alla misericordia, alla grazia divina riversata nei nostri cuori, la conseguenza che s’impone è una sola: la gratuità del Padre.
Nessuno di noi può comperare la salvezza che il Padre ci offre. Ed è questo il Gesù che ci viene mostrato questa domenica: un Gesù dalle “maniche larghe”, un Gesù che porta l'amore salvifico del Padre, un Gesù che ha viscere di misericordia, che ha compassione per tutti.
Accogliere Gesù nella nostra vita significa aprire il cuore a tutti come fece Lui senza respingere nessuno, sempre pronti ad “aggiungere un posto a tavola” per dirla con le parole di un celebre musical.
In questa “vigna” c'è spazio per tutti, la conversione è per tutti, perché lo spazio della vigna siamo noi stessi e l’ultimo non è da scartare perché in quell’ultimo ci siamo noi, l’ultimo è il primo ad entrare nel Regno dei cieli. Il primo è sempre Gesù che sempre mostra la passione infinita di Dio nel cercarci continuamente. È inutile essere invidiosi, sentirsi primi, mettere al centro il proprio io, c'è la necessità di educarci a vedere l'altro in maniera diversa, assumendo il modo di vedere di Cristo Gesù, interiorizzando il suo sguardo che è sguardo di amore verso l'altro.
La chiave per capire questa parabola è l’umiltà, se vogliamo ricevere “la paga” della sua misericordia, della sua salvezza per trovare in Lui il senso ultimo e pieno della propria vita.
Sentiamoci amati da Dio, amiamoci e amiamo!

Buona domenica nel Signore a tutti voi!







immagine: https://www.sabinopaciolla.com/forse-saremo-noi-gli-operai-dellultima-ora-della-storia-non-lo-sappiamo/