giovedì 4 giugno 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)

EUCARESTIA: IL PANE DELLO SCANDALO


Celebriamo la solennità del Corpo e Sangue di Cristo. Una festa i cui simboli, molto semplici, il pane e il vino, sono i frutti del lavoro e, nello stesso tempo, la fatica del nostro quotidiano.
Con questa Solennità non ricordiamo un semplice gesto compiuto da Gesù nella “sala superiore” più di duemila anni fa, anticipando quel sacrificio, la sua donazione totale, sulla Croce.
Per chi crede, oggi noi adoriamo una presenza: Gesù realmente presente nell’Eucarestia con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Una presenza che ancora ai nostri giorni disturba, porta scandalo per un mondo che vive per se stesso, per questo sentiamo ribadire le parole di Gesù: «la mia carne è vero cibo, il mio sangue vera bevanda». Queste parole scandalizzarono molti discepoli che abbandonarono Gesù, non l’hanno più seguito. Oggi assistiamo a questo episodio dopo la prima comunione. Ma per Gesù non è un problema in quanto Lui lascia liberi di andarsene e questo semplicemente perché non si può rinnegare una verità fondamentale della fede: l’Eucarestia. Essa, infatti, non è un simbolo, un rito da ripetere quando non ho nulla da fare o semplicemente entro in chiesa mi faccio la comunione e vado via. Chi si accosta a questo sacramento, fin dall’inizio dovrà farlo con la consapevolezza che sta ricevendo Gesù in persona, sta ricevendo Lui per vivere per Lui, con Lui e in Lui (cf. dossologia alla preghiera eucaristica).
Ogni giorno siamo chiamati a vivere questa esperienza di fede. Ogni giorno siamo chiamati a lasciarci sfamare dal Signore, non di quel cibo che porta al fallimento, alla morte ma a lasciarci nutrire dal Signore per costruire la nostra vita spirituale, per dire al Padre che tutto ciò che sono e che ho, te lo consegno attraverso il tuo Figlio, unito al tuo Figlio, immerso nel tuo Figlio per la vita eterna. Purtroppo, ci comportiamo come gli Ebrei che vagavano nel deserto pensando ai vari cibi dell'Egitto, pensando “come si stava bene quando si stava peggio”. Questa è una vecchia frase che è indice di tanta insoddisfazione e continuiamo a respirare fisicamente ma spiritualmente siamo sempre più fragili. Sempre meno tempo da dedicare alla Parola di Dio. Sempre meno capaci di pregare, di perdonare, di amare.
Come sappiamo, però, ogni tavola imbandita ha un sapore diverso dall'altro. E noi abbiamo perso il sapore di Dio, pensiamo che con Lui si stia peggio oppure che sia solo tempo sprecato e cerchiamo sempre quello che ci fa comodo, quello più facile, le scorciatoie, le cose più saporite della vita che sono di un momento e che conducono alla morte.
Il profeta Isaia ci ricorda ancora oggi queste parole: «il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto di grasse vivande, per tutti i popoli, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (Is 25,6). Queste parole si rinnovano ogni domenica (oppure ogni giorno per chi abitualmente celebra tutti i giorni), con le parole di Gesù: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Egli ancora oggi si dona, offre sé stesso a ciascuno di noi che preferiamo morire nella grettezza della mentalità di questo mondo, offrendoci un cibo diverso e una bevanda che disseta in eterno (Gv 4,13-14).
Dobbiamo ammetterlo: è sorprendente il nostro Dio! Ha scelto di restare in mezzo a noi facendosi cibo. Nell’Eucarestia Gesù ha trovato il modo più intimo per aiutarci a vivere l’unione con Lui. Ecco perché quel “prendete e mangiate” che Gesù ci ha detto abbraccia la nostra quotidianità. Per capire, l'evangelista Giovanni fa uso di un verbo particolare: “masticare”, cioè la frantumazione del cibo per assimilare.
Cosa vuol dire? La festa odierna ci richiama all'adorazione non di uno dei tanti santi del martirologio ma del Dio vivente.
La festa odierna ci riporta all'assimilazione interiore di Cristo Gesù ogni volta che ci nutriamo di Lui per continuarlo ad adorare nella vita ordinaria, in quell'altare della ferialità dove la vita quotidiana è concreta, profonda; una ferialità da amare, da rispettare, una ferialità da vivere nel segno dell’unità e della pace. Perché questa è l’Eucarestia. Piuttosto, chiediamoci: le nostre Eucaristie assumono il carattere dell'unità, della pace, della comunione con il Corpo di Cristo che è la sua Chiesa nel segno della carità?
S. Agostino dice al nostro cuore: “cristiano, diventa ciò che ricevi!”, cioè lasciati trasformare in Eucarestia quotidiana insieme a Gesù, per essere, con Lui, offerta e condivisione della vita.
La comunione con il Corpo di Cristo, infatti, non è semplicemente un atto individuale, ma una chiamata a una vita di servizio, amore e giustizia, come Gesù ha insegnato e vissuto. Occorre, però, che il nostro cuore brami sempre la vita intima con Gesù Eucarestia, perché quanto più nel cuore di ciascuno di noi sarà vivo l'amore per l'Eucaristia, tanto più sarà chiaro il compito della nostra missione: portare Cristo, cioè la sua stessa Persona, agli altri sperimentando la gioia di partecipare alla moltiplicazione e alla sovrabbondanza dei doni che Dio continua a fare, per amore, a ciascuno di noi.

Buona festa del Corpus Domini a tutti voi!








mercoledì 27 maggio 2026

SANTISSIMA TRINITA' (ANNO A)

 LA SANTISSIMA TRINITÀ: MISTERO D'AMORE


Siamo arrivati alla domenica della Santissima Trinità, la domenica in cui ricapitoliamo i misteri della vita di Gesù, in particolare la morte, la risurrezione, l’ascensione e l’effusione dello Spirito Santo. È la domenica in cui contempliamo il mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito: un «solo Dio e un solo Signore, non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza», come ci ricorda la preghiera del prefazio di questa Solennità. Don Tonino Bello quando parlava della Trinità spiegava che in Dio non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra. Ed è questo quello che noi celebriamo: una immersione di comunione. Del resto, il mistero Trinitario è l'annuncio che Dio è comunione, legame, abbraccio.
Purtroppo, ai nostri giorni sembra che viviamo, sia in famiglia che nella collettività, una malattia sociale: la solitudine. Vivere la solitudine, in quanto tale, è contro la nostra natura, perché siamo esseri in relazione e il mistero Trinitario ce lo ricorda in tutta la sua bellezza.
Le letture di questa domenica rispecchiano il cuore del mistero di Dio. Nella prima lettura leggiamo di «Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà» dicendoci chi è Dio in se stesso in modo pieno e perfetto, dicendoci che Dio è amore e ci ama di amore infinito. La seconda lettura ci invita a vivere la nostra fede cristiana con gioia per tendere alla perfezione, avendo gli stessi sentimenti di Gesù e vivendo in pace. Mentre il Vangelo rivela la missione d’amore di Gesù «perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Per entrare in questa esperienza d’amore, Gesù ci fa incontrare un Dio inaudito, svelando il volto di un Dio che è amore, festa, incontro, relazione, amicizia, comunione, famiglia, danza, salvezza… è tutto! Questo tutto è nel nostro DNA ed è la risposta al perché nella vita non riusciamo a stare soli, perché creati a immagine e somiglianza di Dio-Trinità!
Nel Vangelo osserviamo la conversazione tra Gesù e Nicodemo. Nicodemo è un uomo che voleva uscire dalla sua solitudine per dare senso alla sua vita e instaurare quella comunione con Dio e con la sua gente. Nicodemo è l’uomo che attraversa la sua notte oscura. Non solo i tempi oscuri, un nuvoloso che sappiamo prima o poi passa, ma una notte che sembra non finire mai.
Come tutti noi, Nicodemo non può comprendere fino in fondo questo mistero, anche se il suo cuore arde per entrarci. Per questo Sant'Agostino ancora oggi ci insegna che «Dio, nel suo mistero, non lo si può comprendere. Però, come capita per l’acqua dell’oceano che non la si può raccogliere tutta, ci si può immergere dentro». Ed è quello che fa Nicodemo, Agostino, Maddalena de’ Pazzi, Elisabetta della Trinità e tanti altri fino ad arrivare ai nostri giorni. Questo ci fa dire che il mistero di Dio uno e trino non è semplicemente un dogma di fede o un mistero da contemplare. La Trinità è anzitutto una verità da vivere consapevolmente nella nostra quotidianità. Se ci pensiamo per un momento, la nostra giornata inizia tracciandoci con il sigillo ricevuto nel giorno del nostro Battesimo concludendola con lo stesso segno: il segno della croce in cui diciamo: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Questa Solennità, quindi, vuole immergerci nel cuore di Dio per incontrarlo come colui che dà luce, senso e sapore alla nostra vita. Forse è una grande fatica arrivare ad immergerci nel cuore del mistero di Dio, non perché siamo occupati dalle faccende della vita, ma perché la nostra vita spesso è divisa in se stessa e non sa andare avanti, non sa guardare oltre. Urge una purificazione della fede e anche della stessa preghiera che spesso non ha nessun sapore interiore. Ecco la notte oscura di Nicodemo, la nostra notte oscura. Nicodemo va da Gesù perché ha capito che Egli è la luce e che può aiutarlo nella purificazione interiore, fino arrivare a dire come Giobbe: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5). Noi per cosa andiamo da Gesù? Spesso il nostro andare è solo devozionismo in quanto sempre alla ricerca di devozioni perché praticandole si ottiene qualcosa e poi magari rimaniamo aridi interiormente.
Oggi la preghiera è in crisi, non semplicemente perché si prega poco (anche per quello) ma della vera preghiera. Diceva il carmelitano Bruno Secondin che “Pregare deve diventare un far propria la forma ecclesiale: cioè deve condurre a lasciarsi convocare e amare, giudicare e salvare dal Signore” e questo lo possiamo fare solo se abbattiamo gli idoli della nostra ferialità per ritrovare il volto puro di Dio, così come ci è offerto dalla stessa Parola.
Occorre, quindi, una preghiera di lode pura, una preghiera del cuore per mescolarci in quel mistero d'amore. Sant’Ireneo ci ricorda che “l’uomo vero è la mescolanza e l’unione dell’umano e del divino”. Dio e l’uomo: due persone in continua relazione di amore. L’uomo cerca Dio perché è da prima cercato da Dio. «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo ... “Perché di lui anche noi siamo stirpe”» (At 17,28).
Occorre che ci lasciamo guidare dall'Amore per giungere alla pienezza dell'Amore per essere una abitazione della SS.ma Trinità e mostrandolo al mondo. Per farlo abbiamo bisogno di volgere, gettare il nostro cuore nella sapienza di Dio, lasciarci inondare dallo Spirito perché ci conduca alla Verità di Dio per condividere e vivere con tutti quella stessa relazione d'amore, quella «convivialità delle differenze» (Don Tonino Bello), permettendo alla nostra vita di giungere alla sua pienezza.

Buona festa della Santissima Trinità a tutti voi!







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