martedì 28 aprile 2026

V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

LA DOMENICA DELLA FEDE NEL RISORTO


Siamo alla quinta domenica di Pasqua e la liturgia della Parola di questa domenica è di una ricchezza straordinaria per aiutarci, ancora una volta, a vivere l’evento della Pasqua.
Con Gesù ci troviamo al Cenacolo. Abbiamo visto domenica scorsa e lungo questa settimana, Gesù che si è presentato a noi come il Buon Pastore. Questa domenica accogliamo il suo testamento spirituale in vista della sua dipartita.
Dopo il discorso di Gesù, nel luogo dell’amore, il Cenacolo, qualcosa turba il cuore dei discepoli, qualcosa li rende tristi e non sanno vedere altro se non se stessi.
Anche ai nostri giorni il nostro cuore è turbato per tante vicissitudini. Poi con queste prospettive angoscianti che arrivano dal fronte delle guerre, le malattie, le ansie che ci portiamo dentro, che spesso non sappiamo dove o su chi appoggiarci.
Quando parliamo di turbamento sappiamo che si tratta di un atteggiamento interiore. Nel Vangelo però vuole indicare una mancanza di appoggio, un essere destabilizzati. Del resto, la nostra stessa vita si presenta destabilizzata, fin dall’inizio, da qualche cosa.
I discepoli di Gesù si ritrovano nei loro dubbi, nelle loro obiezioni alle parole che prima Gesù aveva detto circa la sua partenza ormai prossima e il tradimento di Giuda. Queste parole hanno creato un vuoto in loro, non vedono un futuro e sono invasi da paura. Possiamo dire che questo turbamento ha creato “la notte” nei loro cuori e il turbamento si è trasformato nell’ora della prova della fede, dove sono assaliti dall’angoscia, dalla solitudine, dalla sfiducia: si ritrovano come dei senza dimora. Ecco perché il Signore si rende vicino, esorcizza lo scoraggiamento, li rassicura e dona quella pace interiore: «abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore».
C’è una dimora che ci accoglie tutti, perché il Padre mostra su tutti la sua paternità, non solo verso il Figlio ma in Gesù verso tutti coloro che ascoltano la sua voce.
Gesù invita ad avere fede, sempre. Non occasionalmente ma nella vita di tutti i giorni, nel bene e nel male, perché la fede non è sapere che Dio c'è, ma ancorarsi a Lui, tessere relazione con Lui. Gesù non ci chiede di non provare tristezza, ma di non permettere che la paura prenda il sopravvento. La nostra povera vita sarà sempre invasa dalla paura della morte, di non farcela, di fallire: la fede è il vero e solo antidoto per avere un cuore unito a Dio, poggiato su Dio, innestato in Dio. Ecco perché l’orante biblico prega così: «anche se camminassi in una valle oscura non temo alcun male perché tu sei con me Signore» (Sal 22,4). Santa Teresa d'Avila diceva che “non dobbiamo allontanarci da ciò che costituisce tutto il nostro bene e il nostro rimedio, cioè dalla santissima umanità di nostro Signore Gesù Cristo”. Queste parole ci invitano ad “accrescere la fede nella presenza vera e attiva dello Spirito, nella forza e risurrezione donata da Cristo” (Angel Fernandez Artime), abbiamo «solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa» (Eb 10,36). Diversamente il cuore si addormenterà, l’anima sarà anestetizzata e la speranza smarrita in qualche angolo oscuro della nostra esistenza. Gesù è il luogo sicuro, la roccia su cui costruire la nostra casa, la nostra Comunità (cf. Mt 7,24-27).
Costruire la casa, la Comunità sulla roccia significa molto semplicemente costruire la propria esistenza su Dio. Egli è la roccia. La roccia è uno dei simboli biblici per parlare di Dio: «Il nostro Dio è una roccia eterna» (Is 26,4); «Egli è la Roccia, perfetta è l'opera sua» (Dt 32,4). San Pietro nella seconda lettura ci dice che la casa costruita sulla roccia esiste già; si tratta di entrarci! Questa casa è la Chiesa. Certo, non è quella fatta di mattoni, ma quella composta dalle «pietre vive» che sono i credenti, edificati sulla «pietra angolare» che è Cristo Gesù.
Tanti di noi non siamo consapevoli della nostra fede. Basta ricordare che quando concludiamo una preghiera o rispondiamo al sacerdote (sempre se rispondiamo!) facciamo uso della parola ebraica «‘aman», oggi storpiata in «amen» che letteralmente significa “essere stabili, sicuri”. Ma questo verbo ha come radice un altro vocabolo ebraico «‘emet» che vuol dire “verità, fedeltà, fiducia, fede, sicurezza, stabilità” e altre parole simili.
La fede allora è questo “’aman”, un appoggiarsi sulla roccia e per noi la roccia è una persona e si chiama Gesù. Con Lui instauro una relazione indelebile perché mi dona quella pace interiore per ottenere quella certezza che nella vita esista quel bene maggiore dove tutta la nostra vita viene ricapitolata. Ecco perché necessitiamo sempre di volgere lo sguardo verso Gesù, verso Colui che ci prepara un posto. Lui è il nostro architetto, il nostro muratore e per farci stare bene, a nostro agio, compie il tutto in grande stile. Però, ricordiamolo, che la fede non ci toglie la nostra umanità, non ci toglie la nostra miseria ma mette, al fondo di tutto, anche della nostra miseria, una luce, un bene maggiore. Per questo oggi sentiamo dire da Gesù che è la Via, la Verità, la Vita, perché possiamo accoglierlo e viverlo nelle piccole e semplici azioni avendo anche una meta: il Padre e questo lo possiamo realizzare lasciandoci guidare da Gesù, dalla sua parola di Verità, accogliendo in Lui il dono della sua Vita.
Questa domenica che sia la domenica per prendere coscienza che siamo chiamati a costruire una Chiesa di santi, di profeti, di sacerdoti, di battezzati innestati in un grande progetto d’amore da testimoniare nella quotidianità.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!










giovedì 23 aprile 2026

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

PARTECIPARE DELLA VITA DEL BUON PASTORE



Siamo alla quarta domenica di Pasqua e ritorna a noi il tema del “pastore” che, dalla preghiera di Colletta alla Parola di Dio, pone la sua centralità nell’Eucarestia domenicale perché tutti possiamo arrivare dove ci ha preceduto, Cristo buon pastore (cf. Preghiera di Colletta, IV domenica di Pasqua, anno A).
L’immagine del Pastore ripercorre le pagine dell’Antico Testamento, esprimendo così l’essere e l’agire di Dio che, come fa un pastore nei confronti del suo gregge: conosce, conduce, nutre e libera dai pericoli, così Dio fa nei confronti del suo popolo.
Gesù assume queste quattro azioni pastorali avendo cura di ciascuno di noi, in quanto Egli, «Pastore eterno», dona interamente la sua vita per ciascuno di noi. Allora è importante capire quale è il nostro rapporto con il Signore se è di facciata o di sequela.
Forse magari siamo attratti da altro tipo di relazione. Sempre se siamo capaci di relazionarci, perché facilmente sappiamo mascherarci nelle relazioni e se lo facciamo con gli altri figuriamoci con Dio: cerchiamo di apparire “belli” ma siamo solo ciechi che pensiamo di vedere e invece siamo semplicemente al buio.
La Liturgia della Parola ci fa pregare con il Salmo 22 così: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, regalandoci l’immagine più bella del pastore. Il salmo ci spiega cosa vuol dire “non manco di nulla”: Dio si occupa di tutti i particolari della mia vita, di tutti i particolari importanti: prepara per me un banchetto davanti ai nemici, cioè non solo mi alimenta ma anche mi difende; mi protegge col suo bastone, col suo vincastro (che era il bastone con cui si tenevano lontani gli animali pericolosi). Mi dà sicurezza in questo modo. E anche se devo camminare nelle avversità della vita, in una valle oscura, egli è con me. Per questo Gesù, partendo dai fatti della vita, comincia a far pulizia dei cattivi pastori iniziando dal “recinto del Tempio”, dove già una volta aveva cacciato i mercanti (Gv 2,13-17) per ridare splendore all’immagine del Buon Pastore e lo fa presentandosi come “la porta”.
La porta è quel passaggio che permette l'incontro, la relazione, e il Padre in Gesù vuole ancora incontrarci, relazionarsi con noi.
Gesù sviluppa questo tema della porta dicendo: chi vuole entrare nell’ovile deve passare attraverso di me. In questo modo spiega chi è il buon pastore: è colui che fa riferimento a Gesù, è colui che, per arrivare alle pecore, passa attraverso Gesù e riconduce a Gesù le pecore stesse. Il buon pastore è colui che non ha un interesse privato, ma piuttosto pubblico, un interesse ecclesiale: vuole condurre le pecore a Cristo, alla Chiesa. Vuole farle entrare nell’ovile comune.
In questo contesto possiamo comprendere il significato del “Buon Pastore” che è riferito al Padre, a Cristo Gesù, ai pastori, a tutti i battezzati, sì, in quanto nel Battesimo, in Cristo siamo stati consacrati sacerdote, re e profeta. Certo, è vero, nella Chiesa abbiamo differenti compiti ma ciascuno e tutti chiamati ad essere quel “canale” dove passa la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore, come ci ricorda papa Leone XIV. Tutti noi siamo chiamati ad essere immagine divina nella vita di tutti i giorni nell’amore del Signore, in quanto solo l’amore è credibile, solo l’amore è degno di fede. 
Però, come abbiamo visto dal Vangelo, il Signore ci mette in guardia da una falsa relazione, da una falsa fame e sete in quanto può essere intercettata anche da impostori, da briganti, da ladri, che ci riempiono di illusioni, di false promesse, rubandoci la speranza e lasciandoci una vita vuota, nella confusione più totale, nella desolazione.
Questa domenica, Gesù, il Pastore buono, spiegandoci la sua identità divina ci dice: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato». Occorre però riconoscere la sua voce, la voce del Pastore che ha passione per la vita, per la nostra vita. Per Lui la nostra vita ha la sua importanza e per questo ci ama.
Distinguere la voce dell’Amato è importante, perché solo così possiamo avere la vita in abbondanza promessa da Gesù.
Nell’espressione “vita in abbondanza”, troviamo la sintesi di tutta la vita di Cristo buon pastore che dona la sua vita liberamente (cf. Gv 10,17-18). Una vita in abbondanza è una vita destinata a non finire ma a crescere sempre di più nella comunione, nella partecipazione con la vita degli altri e, infine, nella sconfitta del male e della morte.
Ogni anno questa quarta domenica di Pasqua celebriamo la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni voluta da papa san Paolo VI. È una occasione per pregare per la propria vocazione e per tutte le vocazioni, perché il Signore a ciascuno affida una missione nel mondo di oggi, con le sue ferite e le sue speranze, le sue sfide e le sue conquiste. Il tema di quest’anno è “Aspirate alla santità, ovunque voi siate”. È un invito perché ciascun battezzato senta questa risposta nel cuore e possa proclamarla con le labbra e la propria vita, per essere in questa nostra cultura narcotizzata e satura, frenetica e stanca, testimone e profeta di fiducia secondo il cuore del buon Pastore.
Oggi è occasione per pregare per coloro che ci aiutano a seguire il buon Pastore, cioè quei fratelli e sorelle che per primi seguono il Pastore e che, con i loro limiti, svolgono quella missione per ciascuno di noi, perché ognuno di noi, nel proprio contesto di vita, viva la propria fede incarnando la propria vocazione specifica.
Che nella nostra quotidianità, tutti possiamo coltivare la nostra relazione con Dio, perché ci siano sempre uomini e donne innamorati di Gesù, per portare con gioia e con la propria vita la Parola del Signore Gesù, per essere un riflesso del Suo amore.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!