giovedì 7 maggio 2026

VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

VIVERE LA VITA: È QUELLO CHE DIO VUOLE DA TE


Siamo alla VI domenica di Pasqua e ancora una volta viene ribadito l’importanza dell’annuncio pasquale, della risurrezione: «Io vivo e voi vivrete». È molto forte e significativa questa frase perché ancora una volta Gesù, il Vivente, promette vita. Qui troviamo l’identikit del Cristo Risorto. Egli è Colui che morendo sopra il patibolo ha vinto per noi la morte donandoci la vita per sempre. È questa certezza, è questa speranza il principio vitale di ogni battezzato che porta il Corpo di Cristo, la Chiesa, a crescere, ad accogliere tutti, a diventare il punto di riferimento per chi cerca consolazione, sollievo, aiuto, coraggio. Questo significa che Gesù, il Vivente, non è qualcuno del passato ma dell’oggi. Non è solo Colui che diede la vita per noi ma Colui che ci aiuta in ogni momento a credere nella vita, a sperare la vita. E non stiamo parlando solo di vita eterna ma della nostra qualità di vita. Per questo la Pasqua di Gesù non rovina quello che siamo, i nostri tempi, i nostri limiti, i nostri intricati ragionamenti, la nostra testardaggine. Abbiamo bisogno di quella costanza per poter arrivare, poco alla volta, a quella vera professione di fede camminando, sorretti dall’amicizia e dalla testimonianza di chi ci sta a fianco: del Consolatore, del Paraclito, perché confessare che Gesù è risorto significa credere che la sua vita non è morta e sepolta, ma che “dagli abissi della morte, Cristo ascende vittorioso” (Liturgia delle Ore, Pasqua, Inno delle Lodi).
Gesù ha amato la vita e l’ama ancora anche se siamo tra coloro che magari sono risentiti dalle infedeltà, dai tradimenti, dalle debolezze, dalle cattiverie e che da noi, che ci definiamo cristiani, per pregiudizio li abbiamo messi da parte, scartati, abbandonati oppure peggio: “Dio, con quella gente ha poco o nulla a che fare, volge il suo sguardo più verso di noi che su di loro”. Tutti però sappiamo che Gesù ha sempre risposto alla vita, al desiderio di vita. Pensiamo a quanti si recavano da lui per una guarigione fisica o spirituale, un aiuto, una parola. Gesù prima di donare la sua vita in croce, l’ha fatta nascere in mezzo a noi, in ciascuno di noi. Per questo il messaggio che risuona nel Tempo pasquale non può che parlare della fede nella vita.
Nel Vangelo di questa domenica abbiamo questo monito di Gesù: «se mi amate, osservate i comandamenti». In altre parole, il Signore Gesù dice: «se mi amate, amate la vita, fate vivere». In questo mondo in subbuglio si necessita di far vivere e invece cosa stiamo donando di buono?
Certamente, il cuore dell’uomo ha bisogno di amare e di essere amato. È un bisogno incancellabile, presente in tutti e invece assistiamo a lotte, discordie. Assistiamo a un mondo ferito da guerre atroci e insensate che seminano solo morte e disperazione. Ecco perché abbiamo bisogno anche di un altro Paraclito, perché ci dica all’orecchio che cosa significa amare insegnandoci ad amare.
Quanto è bello amare e sentirsi amati! È un dono impagabile. È un dono necessario. Purtroppo, è una parola registrata tantissime volte e vissuta pochissime volte; è diventata una parola sempre più rara di ogni altra cosa. È talmente rara che la fame d’amore è rimasta. Solo un vero e puro cristianesimo sarà capace di esprimere una vita piena d’amore facendo vivere gli altri donando la vita e non uccidendola.
Amare è far vivere. È come guardare un campo a primavera dove tutto è fiorito e sembra che stia fiorendo anche in te. Questo ci dice che è dall’amore vero che nasce la vita. La vita infatti esiste non perché c’è un respiro ma perché ognuno di noi è capace di farla fiorire negli altri, in coloro che ci stanno accanto. Allora, facciamo come dice l'apostolo Pietro nella seconda Lettura: «adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». Facciamo in modo che l’amore che il Signore ha riversato nei nostri cuori, non venga oscurato dall’orgoglio, dall’egoismo, dalla prepotenza, dall’individualismo sfrenato, dal materialismo. Ricordiamoci che siamo delle persone e non degli oggetti di poco conto: tutti abbiamo una dignità!
Gesù questa domenica ci chiama a vivere di quanto Lui stesso è stato per noi. Egli ci dice di lasciar passare la nostra vita dalla sua, di radicarla nella sua Parola. Non possiamo sempre rispondere: “facile a parole!”. Lo sappiamo che non è così semplice. Per questo Gesù prega il Padre per un altro Paraclito, Qualcuno che ci stia accanto nella lotta contro il male, che scenda nell’intimo dei nostri cuori, che rimanga sempre con noi per guidarci nella vita, perché possiamo trasmettere vita. C'è un bel progetto d’amore da compiere, un progetto di vita racchiuso in quei comandamenti che Gesù stesso ci ha lasciato in eredità. Uno scrigno in cui è racchiuso la ragione del nostro vivere: generare vita. Ricordiamo quella candela accesa ricevuta nel giorno del nostro Battesimo, quella fiamma che sempre dobbiamo alimentare con la nostra esistenza, con il nostro amore, perseverando nella fede.
Oggi, come ci ricorda la prima lettura presa dagli Atti degli Apostoli, siamo una Chiesa in uscita, siamo cristiani nel mondo del lavoro, dello studio, nella famiglia, lungo la strada, con gli amici. Che l’esperienza d’amore che viviamo con il Signore, la possiamo far splendere lungo l’arco della settimana, lungo la nostra vita, nella quotidianità, come splendono i raggi solari, perché l’altro possa godere di quest’amore.
Allora prendiamo sul serio questo Vangelo domenicale ricco d’amore perché scorra nelle nostre vene, nelle nostre relazioni.
Ravviviamo la nostra vita interiore e la nostra carità verso il prossimo per essere fecondi nel generare vita secondo Dio.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!






immagine: https://www.lalucedimaria.it/vita-pubblica-gesu-vangelo-giovanni/

martedì 28 aprile 2026

V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

LA DOMENICA DELLA FEDE NEL RISORTO


Siamo alla quinta domenica di Pasqua e la liturgia della Parola di questa domenica è di una ricchezza straordinaria per aiutarci, ancora una volta, a vivere l’evento della Pasqua.
Con Gesù ci troviamo al Cenacolo. Abbiamo visto domenica scorsa e lungo questa settimana, Gesù che si è presentato a noi come il Buon Pastore. Questa domenica accogliamo il suo testamento spirituale in vista della sua dipartita.
Dopo il discorso di Gesù, nel luogo dell’amore, il Cenacolo, qualcosa turba il cuore dei discepoli, qualcosa li rende tristi e non sanno vedere altro se non se stessi.
Anche ai nostri giorni il nostro cuore è turbato per tante vicissitudini. Poi con queste prospettive angoscianti che arrivano dal fronte delle guerre, le malattie, le ansie che ci portiamo dentro, che spesso non sappiamo dove o su chi appoggiarci.
Quando parliamo di turbamento sappiamo che si tratta di un atteggiamento interiore. Nel Vangelo però vuole indicare una mancanza di appoggio, un essere destabilizzati. Del resto, la nostra stessa vita si presenta destabilizzata, fin dall’inizio, da qualche cosa.
I discepoli di Gesù si ritrovano nei loro dubbi, nelle loro obiezioni alle parole che prima Gesù aveva detto circa la sua partenza ormai prossima e il tradimento di Giuda. Queste parole hanno creato un vuoto in loro, non vedono un futuro e sono invasi da paura. Possiamo dire che questo turbamento ha creato “la notte” nei loro cuori e il turbamento si è trasformato nell’ora della prova della fede, dove sono assaliti dall’angoscia, dalla solitudine, dalla sfiducia: si ritrovano come dei senza dimora. Ecco perché il Signore si rende vicino, esorcizza lo scoraggiamento, li rassicura e dona quella pace interiore: «abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore».
C’è una dimora che ci accoglie tutti, perché il Padre mostra su tutti la sua paternità, non solo verso il Figlio ma in Gesù verso tutti coloro che ascoltano la sua voce.
Gesù invita ad avere fede, sempre. Non occasionalmente ma nella vita di tutti i giorni, nel bene e nel male, perché la fede non è sapere che Dio c'è, ma ancorarsi a Lui, tessere relazione con Lui. Gesù non ci chiede di non provare tristezza, ma di non permettere che la paura prenda il sopravvento. La nostra povera vita sarà sempre invasa dalla paura della morte, di non farcela, di fallire: la fede è il vero e solo antidoto per avere un cuore unito a Dio, poggiato su Dio, innestato in Dio. Ecco perché l’orante biblico prega così: «anche se camminassi in una valle oscura non temo alcun male perché tu sei con me Signore» (Sal 22,4). Santa Teresa d'Avila diceva che “non dobbiamo allontanarci da ciò che costituisce tutto il nostro bene e il nostro rimedio, cioè dalla santissima umanità di nostro Signore Gesù Cristo”. Queste parole ci invitano ad “accrescere la fede nella presenza vera e attiva dello Spirito, nella forza e risurrezione donata da Cristo” (Angel Fernandez Artime), abbiamo «solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa» (Eb 10,36). Diversamente il cuore si addormenterà, l’anima sarà anestetizzata e la speranza smarrita in qualche angolo oscuro della nostra esistenza. Gesù è il luogo sicuro, la roccia su cui costruire la nostra casa, la nostra Comunità (cf. Mt 7,24-27).
Costruire la casa, la Comunità sulla roccia significa molto semplicemente costruire la propria esistenza su Dio. Egli è la roccia. La roccia è uno dei simboli biblici per parlare di Dio: «Il nostro Dio è una roccia eterna» (Is 26,4); «Egli è la Roccia, perfetta è l'opera sua» (Dt 32,4). San Pietro nella seconda lettura ci dice che la casa costruita sulla roccia esiste già; si tratta di entrarci! Questa casa è la Chiesa. Certo, non è quella fatta di mattoni, ma quella composta dalle «pietre vive» che sono i credenti, edificati sulla «pietra angolare» che è Cristo Gesù.
Tanti di noi non siamo consapevoli della nostra fede. Basta ricordare che quando concludiamo una preghiera o rispondiamo al sacerdote (sempre se rispondiamo!) facciamo uso della parola ebraica «‘aman», oggi storpiata in «amen» che letteralmente significa “essere stabili, sicuri”. Ma questo verbo ha come radice un altro vocabolo ebraico «‘emet» che vuol dire “verità, fedeltà, fiducia, fede, sicurezza, stabilità” e altre parole simili.
La fede allora è questo “’aman”, un appoggiarsi sulla roccia e per noi la roccia è una persona e si chiama Gesù. Con Lui instauro una relazione indelebile perché mi dona quella pace interiore per ottenere quella certezza che nella vita esista quel bene maggiore dove tutta la nostra vita viene ricapitolata. Ecco perché necessitiamo sempre di volgere lo sguardo verso Gesù, verso Colui che ci prepara un posto. Lui è il nostro architetto, il nostro muratore e per farci stare bene, a nostro agio, compie il tutto in grande stile. Però, ricordiamolo, che la fede non ci toglie la nostra umanità, non ci toglie la nostra miseria ma mette, al fondo di tutto, anche della nostra miseria, una luce, un bene maggiore. Per questo oggi sentiamo dire da Gesù che è la Via, la Verità, la Vita, perché possiamo accoglierlo e viverlo nelle piccole e semplici azioni avendo anche una meta: il Padre e questo lo possiamo realizzare lasciandoci guidare da Gesù, dalla sua parola di Verità, accogliendo in Lui il dono della sua Vita.
Questa domenica che sia la domenica per prendere coscienza che siamo chiamati a costruire una Chiesa di santi, di profeti, di sacerdoti, di battezzati innestati in un grande progetto d’amore da testimoniare nella quotidianità.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!