LA SANTITÀ: SINTESI DEL VANGELO
Iniziamo il mese di novembre, il mese dedicato ai nostri cari defunti e lo apriamo gettando il nostro sguardo sulla vocazione universale alla santità. Quanti uomini e donne hanno tracciato un itinerario di fede per incontrare Cristo Gesù. Molti di questi sono tra i nostri preferiti o i più conosciuti, ma i santi non sono solo quelli. San Giovanni ci dice nella prima lettura che si tratta di «una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni lingua, di ogni razza, di ogni popolo e di ogni nazione». Questa moltitudine immensa ci fa dire che la santità è diffusa e non perché sia stato facile per loro. Per nessuno è facile e questo non può essere una scusa, perché tutti viviamo situazioni che ci frenano, ci destabilizzano.
Che cos’è allora questa santità? È la partecipazione alla vita divina e il Vangelo, che ascoltiamo nel corso dei tre cicli liturgici, ci ricorda semplicemente, che questo percorso è un percorso di felicità. Una felicità seminata già nel nostro cuore grazie al battesimo che abbiamo ricevuto. La felicità di cui si parla nel Vangelo, è una gioia interiore duratura, fondata sull’umiltà, sulla misericordia, sulla giustizia e purezza di cuore e orientata al Regno dei Cieli, alla vita eterna. Del resto, i sacramenti che riceviamo sono finalizzati alla vita eterna.
Nel nostro linguaggio abusiamo di una espressione soprattutto quando accadono certe cose: “è il destino”. Per il cristiano il destino esiste ma non è un incidente, una malattia o chissà quale disgrazia. Il destino è la vita eterna e durante la Messa lo professiamo: “credo nella vita eterna”. Il nostro destino è essere santi perché questo è il nostro DNA: la santità. Non pensare a questo destino significa rifiutare il grande desiderio che Dio ha per noi.
Come possiamo incamminarci verso la santità? Il Signore ci ha consegnato tre sentieri di grazia per raggiungerla. Il primo grande sentiero è la Parola di Dio. Un sentiero che spesso non pratichiamo e quando lo facciamo usiamo la fretta, contiamo i minuti in quanto piace ascoltare altro tipo di parole, piace rispondere al cellulare, piace uno spettacolo, piace tutto quello che non dà senso al nostro vivere, che non dà senso al nostro DNA. Eppure, tante volte ripetiamo pregando: «lampada ai miei passi è la tua Parola Signore» (Sal 118,105). Ma ci crediamo veramente che la Parola è lampada al nostro cammino oppure lo diciamo perché si deve dire? Recentemente abbiamo ascoltato il Vangelo della donna ricurva su stessa ma guarita, raddrizzata dalla Parola del Signore (cf. Lc 10,13-17). Questo perché la Parola di Dio è la spina dorsale che non ci fa strisciare pancia a terra, è una lampada che illumina il nostro cammino, e tanto altro ancora.
L’altro sentiero sono i sacramenti che oggi non viviamo come si dovrebbero vivere. C’è molta superficialità e anche qui non diamo il giusto tempo, non ci crediamo. Lo si vede da come si partecipa all’Eucarestia, al modo in cui si chiedono i Battesimi, i Matrimoni, da come si chiede e si vive il sacramento della Riconciliazione. Oggi non siamo capaci di sugellare quello che riceviamo, figuriamoci il viverlo!
I nostri santi che tanto decantiamo come si decanta il vino, ci hanno descritto l’importanza della vita sacramentale. Seguiamo i loro insegnamenti o ci piace solo farli ballare in processione?
Se noi non diamo spazio al Signore perché Lui lavori dentro di noi con la sua Parola e i sacramenti, come diventeremo santi? Come possiamo accogliere una pagina evangelica come quella delle beatitudini? che, come diceva sant’Agostino, è il riassunto del Vangelo. Ricordiamoci sempre l’invito caloroso che fece san Giovanni Paolo II all’inizio del suo ministero petrino, il 22 ottobre 1978: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!... permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna”.
Buona domenica e buona santità a tutti voi!
immagine: vibocarm

