giovedì 19 febbraio 2026

I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

LE TENTAZIONI NEL DESERTO DELLA NOSTRA VITA


Mercoledì, con il rito dell’imposizione delle ceneri, abbiamo iniziato l’itinerario quaresimale, un cammino di conversione e di riconciliazione. Queste parole le riprendiamo questa prima domenica di quaresima con la preghiera di Colletta: “O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”.
Chissà quante volte l’abbiamo sentita questa parola: “conversione”. Tante e tante volte, quindi troppe, rischiando così di non dare il giusto peso nonostante che possiamo esserne consapevoli del bisogno di conversione. Ma domandiamoci: desideriamo veramente convertirci? E da cosa dobbiamo convertirci? Quando sentiamo la parola conversione, non è qualcosa di superficiale da vivere, da fare ma una decisione ferma, solida che ci conduce nel profondo delle nostre abitudini, nello stile del nostro vivere quotidiano, nel segreto del nostro cuore in modo che la nostra vita non segua la moda del tempo ma torni con tutto il cuore a vivere secondo Dio. Allora possiamo dire che la conversione è un grande atto di amore, perché ci lasciamo conquistare dall’amore di Dio per vivere secondo la sua Parola.
La liturgia della Parola di questa prima domenica si apre con il racconto del peccato originale che ci aiuta a capire il brano delle tentazioni dell’evangelista Matteo, in quanto tutto parte da quel peccato.
Nel Vangelo siamo immersi subito nel deserto insieme a Gesù spinti dallo Spirito. Tutti in qualche modo ci ritroviamo in questo luogo di silenzio e di prova. Quindi non un semplice deserto privo di tutto ma quel deserto di ogni istante della vita in cui siamo chiamati a fare verità su noi stessi, lontani dal frastuono che spesso ci confonde e ci porta altrove.
Nel deserto emergono le nostre fragilità, i nostri limiti in quanto il deserto è il nostro essere, il nostro cuore e nel deserto possiamo fare un incontro autentico con Dio. Ma per poterlo fare, urge anzitutto di liberare quel silenzio che soffochiamo e iniziare a imparare a fidarci, a riconoscere che «non viviamo di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore».
Matteo ci presenta tre tentazioni che subisce Gesù: il pane, il potere, la gloria. Queste tentazioni provano e non solo, mettono nella condizione di scegliere che tipo di Messia diventare, che tipo di uomo si vuole essere nella vita. Questo attraversa Gesù nella sua vita e lo attraversiamo anche noi, in particolare nelle relazioni. Infatti, in questa prima tentazione possiamo vedere il rapporto con se stessi e con le cose. La domanda è questa: cosa scelgo le pietre o il pane?
Il pane lo sappiamo tutti quanto sia necessario alla nostra vita, lo sa anche Gesù ma non per questo lo ha cercato a suo vantaggio si è fatto, invece, pane per ciascuno di noi. Per questo risponde: «Non di solo pane vivrà l’uomo». C’è un di più di un pane che sostiene la vita, c’è il pane della vita quello che viene dalla bocca di Dio che è il suo soffio vitale, che è il suo amore, che è la vita eterna. Diversamente, soddisfacendo solamente ai bisogni materiali, dimenticheremo la fame di senso.
La seconda tentazione: il rapporto con Dio, una continua lotta alla fede magari cercando un Dio che risolva i nostri problemi e quindi che sia a nostro servizio a schiocco di dita. Oppure alla ricerca di chissà quale miracolo, in quanto amanti dei miracoli. Proprio qui la seduzione del diavolo: aiutarci ad ottenere quel miracolo e noi come tanti stupidi ci caschiamo perché siamo anche amanti delle scorciatoie, anche se sono presi dalla Bibbia. Ma Gesù smonta questa mentalità e dice: “non tentare Dio secondo i tuoi interessi!”.
Ed eccoci alla terza tentazione: l’idolatria e la brama del potere, del successo. Il diavolo invita Gesù a seguire la sua logica, la sua politica. Perché creare relazioni con gli altri quando invece puoi dominarli? Perché costruire una civiltà dell’amore quando per strada o in famiglia sei libero di uccidere chi ti sta davanti? Perché non risolvi i problemi con l’inganno, con la forza e non con la croce e con l’amore? Vuoi che gli altri ti seguano, vuoi diventare un influencer? Assicura agli altri pane e miracoli, risolvi i problemi del momento e vedrai che sarai ammirato da loro e così li terrai in pugno. Però Gesù, il Messia, non è quello che va cercando. Egli vuole figli liberi e amanti della vita a servizio di tutti e senza nessun dominio, perché il dominio è idolatria.
Gesù, di esempio per tutti noi, risponde citando la Sacra Scrittura che è la vera forza, «luce nel cammino», non sentiamola come un peso, ma un dono, un’occasione per liberarci da ciò che ci appesantisce e per tornare all’essenziale e in questo tempo forte lo possiamo fare, così come suggerisce la Parola di Dio, attraverso il digiuno, la preghiera e la carità che non sono gesti vuoti, ma strumenti concreti per riorientare il cuore e fare gesti concreti di amore.
Il Vangelo termina dicendo che gli «angeli si avvicinarono e lo servivano». Avvicinarsi e servire, sono gli atteggiamenti degli angeli. E di angeli che fanno uso di questi verbi ne abbiamo nella vita, magari non li conosciamo, ma questo è un altro discorso.
Questa è la conversione che abbiamo pregato in questa domenica: possa essere quel trampolino di lancio che ci renda capaci di avvicinarci e servire qualcuno nel loro deserto, regalando un po’ di tempo e un po’ di cuore, rendendo l’altro protagonista della vita, allora vedremo fiorire il deserto e sarà Pasqua di Risurrezione!

Buona domenica nel Signore a tutti voi!









giovedì 5 febbraio 2026

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

ESSERE IL SAPORE E LA LUCE DI DIO!


Domenica scorsa abbiamo iniziato ad ascoltare la via alla felicità e alla santità: abbiamo ascoltato le beatitudini. Questa domenica, rimanendo in tema, Gesù ci presenta due immagini molto precise e molto ricche di significato: il sale e la luce, immagini anticipate nella prima lettura, dal profeta Isaia. Gesù in un modo molto semplice ci dice: “Voi siete il sale della terra”, poi aggiunge: “Voi siete la luce del mondo”. Due immagini che dicono come attuare nel quotidiano le beatitudini. Due immagini che dicono come essere discepoli del Signore. Due immagini che dicono il nostro DNA: sale e luce. Cerchiamo di capire, anzitutto: che cosa vuol dire che noi siamo il sale della terra?
Nell’Antico Testamento il sale per le sue proprietà di conservazione era simbolo dei valori duraturi di un contratto: un’alleanza di sale (Nm 18,19; 2Cr 13,5). Senza dimenticare che anticamente, non avendo gli strumenti di oggi, si faceva uso del sale per conservare gli alimenti.
Essere sale, vuol dire dare sapore ma anche preservare ciò che nella nostra vita vale e deve perdurare e soprattutto il sale è risposta a coloro che corrompono la vita, che seguono una moda sbagliata o malata, che non ha sapore. Sì, malata, perché sale e luce è sinonimo di sanità. E quante malattie oggi ci portiamo dietro e non solo fisiche ma anche spirituali.
Il cristiano che prende coscienza di appartenere al Corpo di Cristo deve manifestare questo sapore di Dio nel mondo, in una storia continuamente ferita dall’odio, dalla prepotenza, dall’arroganza, dalla violenza, dalla guerra, dalle calamità, dalla sofferenza.
Gesù ci dice anche che siamo luce. Ed è vero se siamo battezzati siamo stati resi luce. Questo significa far ritorno a quel giorno di grazia, in cui la luce di Cristo, ha preso possesso di noi, dei nostri cuori rendendoci luminosi; illuminati dal Signore e, dunque, capaci di fare luce dentro e fuori di noi.
Ecco il Vangelo che arriva, questa domenica, alla nostra vita: essere sale e luce ogni giorno. In altre parole, Gesù ci sta dicendo quanto siamo importanti per il mondo, per la storia. Non possiamo essere egoisti o giocare a “scarica barile”. Il cristianesimo non è e non sarà mai un fatto privato chiuso nel sacrario della propria coscienza.
Essere cristiani è assumersi una responsabilità di fronte al mondo, di fronte alla storia, a cominciare dal nostro paese, dalla nostra città, dal luogo dove noi consumiamo la nostra vicenda quotidiana, la parentela, il lavoro, la scuola, lo sport, lo svago. Per questo Gesù oggi ci ripete che siamo il sale di questo mondo, lo dobbiamo rendere saporito, bello, gustoso, dobbiamo far sì che non si sciupi, che non si rovini la bellezza e la dignità della vita. Non possiamo cadere nel devozionismo pensando che quella sia la nostra vera identità cristiana. Non possiamo cadere in un devozionismo che ci rende individualisti pensando solo ai fatti nostri. È vero che la nostra storia, la nostra vita è distorta, contraddittoria ma noi non siamo chiamati a lamentarci e a fuggire ma a dare sapore, a illuminare la vita. Ricordiamo quel cartello che papa Francesco mise fuori dal suo studio con la scritta “vietato lamentarsi”, un monito dello psicologo Salvo Noè che fece breccia al cuore del Pontefice ma dovrebbe fare breccia al cuore di tutti, in particolare in coloro che vivono la sindrome del vittimismo. Nel nostro buio, accendiamo la luce magari arriveremo alla soluzione prima e forse meglio.
Gesù oggi ci dice che ci sta un oltre e che la forza dello Spirito Santo, che è già in noi, ci insegna a guardare, con occhi diversi, la nostra quotidianità.
Ebbene, in concreto cosa possiamo fare? Ripigliamo tra le mani la liturgia della Parola di questa domenica, in particolare la prima lettura del profeta Isaia che subito risponde alla domanda: «Spezza il tuo pane con l’affamato, introduci in casa i miseri, vesti chi è nudo, allora la tua luce brillerà». Il profeta parla della luce della carità e dell’amore, e non si tratta di allungare uno spicciolo al mendicante o regalargli un chilo di pane, parla di saper amare la bellezza della vita e educare a viverla. Oggi stiamo vedendo la dignità della vita che per una semplice lite si uccide, si usa violenza, oppure si va a cercare la dignità nel fondo di una bottiglia di alcool o nella droga. Cosa stiamo realmente costruendo? Cosa stiamo dando ai nostri figli, al nostro mondo? Questo non è spezzare il pane con l’affamato. Questo non è celebrare l’Eucarestia. Tutti necessitiamo di cambiare stile di vita tutti i giorni e non nelle occasioni ma al contrario: lo stile di vita deve essere l’occasione perché io sia sale e luce, pane spezzato senza sprecare il bene che sta nel profondo del cuore. E infine e non da meno, rivolgiamo sempre al Signore. Se Lui parla così di noi è perché semplicemente possiamo essere sale della terra, luce del mondo, nella misura in cui Egli è con noi, è in noi.
Impariamo a sentirci anzitutto amati da Lui, a sentirlo dentro di noi perché cresca la nostra comunione con Lui, cresca la familiarità e l’intimità con Lui. Solo rendendo vera e profonda la nostra amicizia con Gesù possiamo costruire una società vera nelle quali saper condividere ciò che è buono e bello, possiamo essere il sapore e la luce di Dio.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!