venerdì 16 ottobre 2026

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

RESTITUIRE A DIO CIÒ CHE È SUO

 
La prima lettura di questa domenica, presa dal libro del profeta Isaia, ci introduce con queste parole pronunciate da Dio: “Io sono il Signore, non ce n’è un altro Dio fuori di me”, poi poco più avanti: “Io sono il Signore, non ce n’è altro”. Fin dall’inizio abbiamo questa insistenza, quasi a dirci che Dio sa che nella nostra vita la tentazione maggiore nostra è quella di farci divinità alternative soprattutto che rispondono alle nostre esigenze, sia sul piano umano che sul piano spirituale. E la motivazione che diamo è ci da più soddisfazione! Un po’ come è successo al popolo di Israele all’uscita dall’Egitto: mentre Mosè era assente si fecero un vitello d’oro, un idolo che soddisfaceva la gente (cf. Es 32) tanto da poter facilmente “maneggiare” e usare come e quando volevano.
L’idolatria è il tema ripreso anche dal Vangelo vista in quel tributo che si doveva al divo Tiberio. La moneta riportava l'immagine da una parte di Tiberio Cesare, dall'altra di sua madre, lui è rappresentato come Giove, il Dio di questa terra, e la madre come Giunone che era la madre della pace. Nella moneta vi era quest’iscrizione: il divino Tiberio Cesare figlio del dio Augusto (Ottaviano) da una parte e pontefice massimo dall'altra. Questa moneta era riconosciuta impura e chi stava a toccarla o a fissarla era considerato un idolatra. A Gesù viene posta una domanda-tranello pieno di malizia, da parte dei farisei e degli erodiani, circa la liceità di pagare il tributo! Quasi a dirgli da quale parte stai? A prescindere la risposta che poteva dare, rischiava la morte.
I farisei e gli erodiani erano nemici fra loro, erano come quel titolo del film del 1983: “il diavolo e l’acqua santa”, chi collabora con i romani e chi li odia. Avendo però Gesù come nemico comune, si sono alleati per metterlo a morte. Quando un cuore non ha pace, quando ci sentiamo disturbati anche nel nostro modo di fare, noi scendiamo a patti anche con il diavolo per togliere di mezzo una persona.
Gesù però usa scaltrezza, furbizia e liberandosi dalla malvagità chiede una moneta. Loro che non potevano toccarla gliela porgono mostrandosi così intransigenti, ma nello stesso momento falsi. Atteggiamenti che si riscontrano anche in noi.
Gesù invece dice: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Una massima, che è una sentenza famosissima, la si cita spesso per mille cose. Ma nella lingua del Vangelo ci sta una sfumatura particolare: a posto del verbo dare vi è il verbo restituire. Quest’imperativo ci dice che nulla è nostro, bisogna restituire a Cesare e a Dio, alla società e agli altri, perché niente è davvero nostro.
Chissà se ci pensiamo che la nostra vita va restituita, se abbiamo un debito in sospeso: verso i genitori, parenti, amici, insegnanti, religiosi, vescovi, sacerdoti, diaconi, missionari, catechisti, laici impegnati, etc. Coloro che ci hanno dato qualcosa per crescere nella fedeltà ai valori, per crescere nella fede, nella società. Forse non ci pensiamo a tutto questo perché siamo tra quelli che pensano che tutto è dovuto e magari trattiamo ogni cosa con rabbia, con malignità, maldicenza, ipocrisia. Siamo chiamati invece a restituire i valori assunti: nella correzione, per il bene nostro e dell’altro, nel richiamo della coscienza e il dovere di giustizia.
Quante lotte che facciamo, non solo quelle politiche, ma anche quelle tra noi. Su quali valori si basano? I veri valori li abbiamo fatto diventare optional. Dimentichiamo sempre che ci sta l’altra faccia della medaglia: Dio. Sant’Agostino ci ricorda che “Se Cesare reclama la propria immagine impressa sulla moneta, non esigerà Dio dall’uomo l’immagine divina scolpita in lui?”. Oggi non guardiamo in faccia a nessuno. Ci “divertiamo”, in nome di chissà quale giustizia, a prendere in giro Dio attraverso i suoi ministri, attraverso i sacramenti. Pensiamo di seguire Gesù, di stare dalla parte della verità, ma anche qui siamo ipocriti: siamo dalla parte della menzogna. Eppure, tutti apparteniamo a Dio. Il Battesimo che abbiamo ricevuto ce lo ricorda. Un giorno la nostra vita ritornerà a Lui. “Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito” (Lc 23,46), disse Gesù sulla croce. Parole che preghiamo, ogni sera, a Compieta (per chi la recita).
Che cosa restituiamo a Dio? La Messa? Non credo proprio in quanto non corriamo in massa. Tanti di noi vanno a Messa cronometrati e in compagnia del cellulare per ogni evenienza; quindi, non vivono neanche l’invito del Signore al suo Banchetto ma la propria stessa immagine.
La consegna-restituzione di cui si parla è la propria vita, in quanto dono di Dio. Per restituirla dobbiamo coltivare la vita interiore, accudire la propria anima facendola fiorire in Lui e non tenerla “chiusa in un cassetto”. Paolo scrivendo ai cristiani di Roma dice che la nostra vita, sia nel suo corso terreno che quello dopo la morte appartiene a Dio (Rm 14,7-9). Ma chissà se la sentiamo questa appartenenza!
Guardiamoci dentro, nel nostro profondo, cercando di far cadere quella maschera che opacizza la nostra anima rendendola infelice. Lasciamo che Dio sia Dio nella nostra vita, cediamo le armi delle nostre inutili battaglie senza nessun trionfo. Impariamo a donare la propria vita per il bene comune guardando quella Croce “definitivo trionfo dell'amore di Dio su tutti i mali del mondo” (Benedetto XVI).
Impariamo ad amare, sapendoci figli amati.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!






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giovedì 8 ottobre 2026

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

IL BANCHETTO DI DIO


Anche questa domenica una parabola, solo che siamo passati dal tema della vigna a quello della festa delle nozze, e ancora una volta ritorna il dramma del rifiuto.
Ci troviamo sempre nel Tempio di Gerusalemme dove Gesù continua la sua disputa con i capi dei sacerdoti e i farisei cercando di far capire loro il senso del Regno dei cieli raccontando la parabola di “un re che fa un banchetto di nozze per suo figlio”.
La prima lettura presa dal Libro del profeta Isaia, ci introduce sul senso di questo banchetto che non è altro la comunione d’amore che si instaura tra Dio e noi.
A questo banchetto Dio, il Re di cui si parla, invita tutti. L’invito che leggiamo nella parabola è suddiviso in tre tempi: il primo riguarda la storia di Israele fino a Gesù; il secondo è quello degli apostoli dopo la morte di Gesù; il terzo invece è rivolto a tutti fino a riempire la sala: è l’invito della Chiesa, nella quale, come è scritto nel Vangelo, ci sono “cattivi e buoni”.
Purtroppo, è un banchetto in cui scende la tristezza perché nessuno si presenta. Strano questo. Mi viene in mente il ricordo dei banchetti nuziali a cui partecipavo da bambino: alle volte si univano anche i non invitati per gioire insieme agli sposi. Qui invece cosa succede? Un totale rifiuto. Anzi, al secondo invio oltre ad ignorare l’invito, i servi coloro che portavano l’invito, vengono insultati e uccisi.
Vi è qui un serio contrasto di valori. Si rifiuta Dio. Tra le vicende della vita non c’è posto per Dio, non c’è posto per il suo amore: è meglio andare al mare, a teatro che al banchetto che Dio ha preparato.
Per questo Gesù ci dice insistendo: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali”.
Quest’ultimo aspetto ci fa sempre discutere; è una storia di sempre e che si rinnova ai nostri giorni, in quanto non ci piace mescolarci. In quanto ci diamo sempre tante di quelle arie, sempre pronti a criticare. Ma quante volte abbiamo sentito che la salvezza che Dio offre appartiene a tutti? – Per chi celebra l’Eucarestia è abituato a sentirlo - Dio vuole fare festa con tutti, senza nessuna distinzione di popoli, razza, condizione sociale. Questa festa è gratuita perché è il banchetto delle nozze eterne. È quanto ogni domenica andiamo a celebrare. Ahimè! Per chi viene… Perché il rifiuto ci sta ancora oggi.
La parabola che racconta Gesù, infatti, non è un fatto esclusivamente del passato ma uno specchio del presente. Assistiamo allo svuotamento delle assemblee liturgiche. Oggi è questo il modo in cui uccidiamo i servi del Signore, magari troviamo pure la scusa che quel sacerdote non ci piace ma anche la lingua uccide e questo perché l’amore può scatenare anche il suo opposto: odio, violenza, omicidio.
Oggi ognuno di noi è rivolto sempre più nei suoi affari e non davanti a Gesù. Poi magari corriamo in massa alle conferenze religiose ma solo perché il relatore è un personaggio di spicco ma non corriamo per stare davanti a Gesù.
Sono tanti i modi in cui rifiutiamo la salvezza, la proposta d’amore di Dio per ciascuno di noi. Ma Lui non rinuncia, la grazia non la ritira, non si offende, non si spegne. Anche quando non la riconosciamo, continua a offrirsi. Ecco perché al banchetto ci sono sempre buoni e cattivi perché è un banchetto che può far breccia in tutti i cuori!
Attenzione! Sembra che il banchetto sia rimpiazzato da altre persone. No! L’invito è sempre quello e aperto a tutti. Sant’Agostino ricorda un particolare: «A nessuno viene proibito di avvicinarsi, ma l'importante è il modo di farlo» (Sermo 90,1). Per questo è importante che “Ciascuno esamini sé stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,28-29). La parabola, infatti, prosegue con una domanda particolare: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”.
Che cos’è questo abito nuziale? L’abito della domenica? L’abito di una festa? Quindi bello, elegante? Non stiamo parlando di fashion style. Non è questo lo stile che Dio guarda. Sì, è vero quando andiamo a una festa ci cambiamo d’abito per dare un tocco all’evento. Ma quando andiamo a celebrare l’Eucarestia, l’abito da cambiare è quello interiore. La domanda infatti è rivolta a tutti e in particolare a quanti di noi non si lasciano trasformare dalla grazia, dall’Eucarestia che celebriamo.
Tutti necessitiamo che il cuore si lasci contagiare dall’immensa generosità del Re che sempre ci invita, nonostante tutto. Però non possiamo e non dobbiamo pretendere di entrare al banchetto senza lasciarci toccare dalla grazia di Dio, non possiamo entrare mettendo in conto che usciremo con lo stesso cuore e la stessa testa con cui siamo entrati. Ciò significherebbe essere incapaci di conversione, incapaci di vivere degnamente l’Eucarestia. Occorre lasciarsi amare dal nostro grande Re, perché rivestirsi dell’abito nuziale è proprio un atto di coraggio perché ci fa uscire da nostro io, dalle nostre gabbie e abbracciare la grazia, abbracciare Cristo Gesù, meglio, rivestirsi di Cristo Gesù vivendo con Lui e per Lui il Vangelo dell’amore.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!