giovedì 25 giugno 2026

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

NULLA ANTEPORRE ALL'AMORE DI CRISTO



Il Vangelo di questa domenica, XIII del Tempo Ordinario, ci fa riflettere ancora sul discorso missionario e viene a noi per purificare il tipo di discepolato che viviamo. La Parola di Dio che ascoltiamo continua a scuotere le nostre coscienze, perché il cristianesimo non è tranquillità, non è una salvaguardia dai traumi della vita ma è azione feconda.
Il messaggio evangelico di questa domenica è sconvolgente. Rileggendolo possiamo sintetizzare tutto in quell’espressione che si ripete più volte: “perdere la vita”. Non parla di possedere la vita o di vivere una vita agiata, una vita soft come se tutto fosse incenso che sale a Dio. Il Vangelo è sempre destabilizzante. È inutile che cerchiamo scorciatoie che rattoppano dei finti buchi. Prima poi dobbiamo sbatterci il muso. Per questo è importante un cambiamento profondo in noi perché è in gioco la vita eterna. Quel “perdere la vita” non deve spaventarci in quanto la nostra è una vita limitata e transeunte. C’è sempre bisogno di ricordarci che siamo fatti a immagine della Santissima Trinità. Siamo fatti per il Cielo.
Abbiamo da poco celebrato la festa di San Giovanni Battista di cui Leonardo da Vinci, in una sua opera, lo ricordava col dito rivolto verso l’alto. Una indicazione per ricordarci che non siamo fatti per la terra, ma per il Cielo. Gesù non vuole migliorare la nostra vita biologica ma la nostra vita divina. Il suo messaggio non è una intimidazione a lasciare gli affetti ma una apertura alla verità, a riconoscere ciò che non porta vita e lasciarlo andare. Ecco l’esigenza radicale con le sue priorità imposte da Gesù nel discorso odierno. “Nulla anteporre all’amore di Cristo”, direbbe san Benedetto. Non è una pretesa ma una indicazione che ci permette di vivere meglio la nostra vita cristiana, la nostra vita spirituale. Ecco perché questa esigenza affonda anche nelle relazioni. Del resto, cosa recita il comandamento dell’amore? «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22,37-39). Quindi prima Dio e poi il prossimo.
Ecco allora il nostro punto di partenza: andare al cuore di Dio per poter amare gli altri.
A questo punto facciamo risuonare in noi l’invito non tanto semplice da accogliere: “perdere la propria vita per ritrovarla”. Questa è una espressione che ci richiama al dono della vita e non a possederla.
Gesù ci dice che siamo chiamati a “generare vita” nelle sue molteplici dimensioni: familiare, comunitaria, sociale e spirituale. Generare vita significa amore capace del dono di sé. Diversamente sarà una vita egoistica, marcia in sé stessa lasciando la società nella crudeltà, nella ferocia, nella menzogna, nelle guerre e genocidi, in una continua oppressione, per non dimenticare arsenali di ordigni nucleari pronti per annientare intere popolazioni, le continue violenze di ogni natura lungo le strade, nelle famiglie, nei luoghi di istituzione: un male che continua a sfigurare il volto dell’umanità.
Forse non va di moda il donare sé stessi per amore, ma è arrivato il momento di avere quel coraggio di dare la propria vita, perderla per ritrovarla. Ma quale futuro vogliamo dare alla nostra società se non siamo fedeli alla nostra vocazione? Il messaggio di Gesù è così lampante: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,38-39). Prendere la propria croce… non confondiamo questo aspetto con il dolore e la sofferenza o una colpa da dare a Dio. Niente di tutto questo. La croce è qualcosa che vale più della stessa vita. C’è una canzone di Renato Zero che dice che questo tipo di amore non è comprensibile alla ragione. Ora, questa incomprensione ci dice che non siamo liberi, perché l’amore non è possessione, il vero amore è libero, è responsabile, è capace di donare sé stesso e non dobbiamo inventarcelo perché è dentro di noi. L’abbiamo fin dal Battesimo se non ancor prima.
Amore… questa è la croce vera che dobbiamo prendere, una croce che va portata fino in fondo, anche in mezzo alle incomprensioni, ai dubbi, alle persecuzioni. Solo guardando la Croce di Gesù possiamo scoprire la nostra croce che non è altro che restare fedeli all'annuncio del Regno, al progetto d’amore del Padre, una modalità “nuova” per intendere i rapporti con gli altri. Un modo per perdersi e ritrovarsi. Gesù ci vuole uomini e donne coraggiosi, innamorati della vita per poter vivere concretamente del suo amore in ogni istante della vita, perché in quella potenza divina d’amore proveremo gioia vera.
Si tratta di vivere da profeti, da portatori della Parola di Dio nel nostro quotidiano, portatori di Gesù stesso, ponendo fiducia nello Spirito Santo che ricorda e rende fecondo, soffia dove vuole, senza che noi sappiamo da dove viene né dove va (cf. Gv 3,8).  
Durante la Celebrazione Eucaristica, nelle nostre preghiere, chiediamo al Signore che ci insegni a vivere di questa logica evangelica, per essere riflesso del suo amore nella quotidianità.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!







giovedì 18 giugno 2026

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

DALL'ORECCHIO ALLE TERRAZZE DELLA VITA


Anche questa domenica, la liturgia della Parola ci conduce a riflettere in una maniera coscienziosa sull'insegnamento di Gesù sulla missione della Chiesa. Fin dalla prima lettura abbiamo un monito per coloro che vivendo la missione cercano la popolarità, amano le prime file, gli applausi, i podi di prestigio, vivendo di cose effimere, amanti della vanagloria e non di Dio.
Il profeta Geremia ci dice l’importanza di avere il Signore al proprio fianco, in ogni istante, che sia Lui il filtro della nostra vita senza nessuna paura dell’altro. Per questo Gesù inizia il suo discorso dicendo: «Non abbiate paura degli uomini». Noi, invece, continuiamo a temere il giudizio dell’altro, come se dovessimo rendere conto agli uomini e non a Dio. È vero che ai nostri giorni la paura, a prescindere la categoria di persone che ne soffrono, aggredisce un po’ tutti e oltre a influenzare l’individuo, ha un impatto notevole anche a livello collettivo. Ma Gesù con il suo discorso indirizzato ai discepoli non vuole altro che infondere coraggio, garantire la sua presenza accanto, non perché “tutto filerà liscio come l’olio”, le difficoltà, le persecuzioni ci saranno ma se abbiamo paura il motivo è uno solo: la nostra fede è fiacca, debole, pigra, è una fede apparente! Certo la verità spaventa tutti ma il Vangelo è e sempre sarà scomodo per tutti, non solo per il mondo di fuori ma anche per il mondo che è dentro di noi. E questo non perché è violento, rivoluzionario, che sovverte ordini sociali, offende qualcuno, o chissà che cosa. No! Niente di tutto questo. Il problema è che la Verità dà fastidio, mette in luce le opere malvagie, fa venire fuori tutti i ladrocini, gli omicidi, non si allea con il potere ma è Libera, non si adegua alla mentalità corrente ma va contro corrente perché è dalla parte dei più deboli: la Verità solo a sentirla dà fastidio.
Chissà quante volte ce lo siamo detti che da battezzati non possiamo vivere voltandoci dall'altra parte o con una comoda vita da salotto avendo tra le mani libri di devozioni, immaginette, crocifissi alle pareti e presepi a Natale. Tutto questo può starci se vivessimo il Vangelo. Diversamente si è sterili, aridi e inutili.
Il Vangelo non ha scorciatoie, fin dall’inizio Gesù stesso ce l’ha detto: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20).
Il Signore ci chiama a conformare la nostra vita a Lui; a Lui che è perseguitato, rifiutato, abbandonato, ucciso dagli uomini. Non esiste cristianesimo all’insegna della tranquillità. Basta guardare cosa succede nel mondo per renderci conto (ricordiamo, ad esempio senza dimenticare tante altre, il Vescovo del Mozambico assassinato nella sua residenza episcopale il 6 giugno 2026). Chi inizia a seguire il Signore, deve mettere in conto difficoltà, tribolazioni, quelle cose che pesano ma che autenticano la fede e il nostro rapporto con Gesù, che autentica il Vangelo che sta incidendo sulla realtà, che sta scuotendo le coscienze mettendo in discussione le logiche del mondo. Gesù ci ricorda che il vero bene da custodire è la comunione eterna con Dio e perciò dobbiamo temere soltanto ciò che può allontanarci da Lui.
Attenzione allora a non cadere in quelle tentazioni che annacquano il Vangelo, come l’avidità di possesso, la gloria umana, la strumentalizzazione di Dio, la sfiducia o il sentirsi abbandonati da Dio, come lo sperimentò Gesù (cf. Mt 27,46).
Tutti possiamo vivere una aridità spirituale ma dobbiamo alzare lo sguardo verso l’Alto fiduciosi, sapendo che Lui si prenda sempre cura di noi, perché preziosi ai suoi occhi. E questo Gesù ce lo fa capire attraverso la natura: «neppure un passero cadrà a terra senza Dio». Dio è coinvolto in ogni situazione, siamo al rifugio nelle sue mani, mai ci abbandonerà. Nel Salmo 118 si legge: «Il Signore è con me, non avrò timore: che cosa potrà farmi l'uomo? Il Signore è il mio aiuto. È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell'uomo. È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti» (Sal 118,6-9). Quindi è importante mettersi sempre in ascolto della Parola, a tendere l’orecchio perché la Parola penetri in noi e vi metta delle salde radici, che diventi vita della propria vita, prima di essere annunciata. Poi portiamola nella vita. È importante fare questo passaggio “dall’orecchio alle terrazze”. 
La Parola di Dio deve essere annunciata nei vicoli della nostra vita (cf. Mt 22,9), con la certezza di avere Gesù al nostro fianco, sempre. Diversamente il messaggio evangelico sarà solo un insieme di valori etici che non conducono da nessuna parte.
Nella Evangelii Gaudium, Papa Francesco ha scritto per noi: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità» (n. 49). Il cristiano è chiamato a essere lievito nella massa (cf. Mt 13,33), sale della terra (Mt 5,13), luce nel mondo (Mt 5,14) nella “terrazza” della propria esistenza, della propria vita, della propria storia rendendo testimonianza di un amore assoluto di Dio. Questo richiede azione, coraggio, disponibilità a pagare di persona. Allora la domanda famosa da farci è questa: siamo disposti a lasciarci scomodare dal Vangelo? Perché è proprio lì, lasciandoci scomodare che si gioca la nostra vera gioia, che si diffonde il Vangelo continuando a fidarci del «non temere» che, ancora oggi, ci ripete Gesù.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!