FIDATI DEL RISORTO E VIVI CON GIOIA IL TUO BATTESIMO
Siamo alla seconda domenica di Pasqua, cioè siamo
nello stesso giorno di Pasqua, perché anche se il calendario appeso alla parete
ci dice diversamente, per noi che celebriamo questo mistero è l’identico giorno
che stiamo vivendo e per tutte le domeniche di Pasqua sarà così e questo perché
Pasqua non è un evento del passato ma del presente, perché Pasqua è ora, oggi!
Anche questa domenica il Vangelo ci trova paurosi, serrati in casa, tra le nostre cose. Anche nel Vangelo è la stessa cosa. I discepoli vivono uno stato d’animo particolare: credevano e non credevano. Convivevano tra la fede e il dubbio, la certezza e la paura, il timore e la gioia. Un po’ come noi. Questo ci dice che la fede, nel nostro cuore, non è mai allo stato puro. Chissà quante cose vorremmo fare, ma poi ci assale l’incertezza, il dubbio, la paura. Tutto questo è simboleggiato dalle “porte chiuse”. E mentre viviamo di questa chiusura «venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”».
Anche questa domenica il Vangelo ci trova paurosi, serrati in casa, tra le nostre cose. Anche nel Vangelo è la stessa cosa. I discepoli vivono uno stato d’animo particolare: credevano e non credevano. Convivevano tra la fede e il dubbio, la certezza e la paura, il timore e la gioia. Un po’ come noi. Questo ci dice che la fede, nel nostro cuore, non è mai allo stato puro. Chissà quante cose vorremmo fare, ma poi ci assale l’incertezza, il dubbio, la paura. Tutto questo è simboleggiato dalle “porte chiuse”. E mentre viviamo di questa chiusura «venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”».
Gesù irrompe nella nostra vita
paurosa, piena di incertezza, di dubbio. Una vita da mille scrupoli, chiusa
dentro una tomba. Egli viene e ci dona il suo shalom senza rinfacciarci nulla.
L’unica cosa che dice è «Pace a voi!» e questo semplice saluto ha trasformato la
paura dei discepoli in gioia. Poi Gesù mostra i segni della passione per
ricordarci che Croce e Gloria sono un unico mistero, che i due aspetti non si
possono separare. Ma non è facile capire, non è facile entrare in questo
mistero e, nonostante tutto, Gesù si fida di loro e dice: «come il Padre ha
mandato me, anch’io mando voi!».
Gesù ancora oggi si fida di ciascuno di noi. Lui sa che ci sta tanta gente migliore, eppure sceglie noi che brancoliamo nel buio, che oscilliamo tra il fervore e il dubbio, tra l’impegno e la pigrizia e ci affida una missione.
Questa domenica di Pasqua il Signore risorto vuole ricordarci che non possiamo vivere una fede per conto proprio, vuole ricordarci che la fede non è un fatto privato. Noi siamo “mandati”, siamo stati resi testimoni della Pasqua di Gesù. Non possiamo delegare questa responsabilità, chiudendoci in una religiosità privata. Per questo ci fa il dono dello Spirito Santo.
Questo dono l’abbiamo ricevuto nel giorno del battesimo, confermato nel giorno della cresima. L’abilitazione l’abbiamo, la grazia del Signore l’abbiamo. Forse siamo rimasti testardi in noi stessi, indecisi.
Nel Vangelo non tutti ricevono questo dono, qualcuno manca, manca Tommaso. Lo sappiamo: alle volte si manca fisicamente ma spesso, pur essendo fisicamente presenti, non è presente lo spirito.
Tommaso era fisicamente assente e che dopo riceve la notizia da parte dei suoi compagni: «abbiamo visto il Signore!». Purtroppo, trovano resistenza in lui, mancanza di fede accompagnata da una forte presunzione: “voglio vedere, voglio toccare”. Quanto ci somiglia questo discepolo, soprattutto per tutte quelle volte che Dio non risponde alle nostre esigenze e lì, subito a dire “Dio non c’è” oppure “ma Dio esiste?”.
Gesù prende in parola la presunzione di Tommaso. Si presenta nuovamente in quella Pasqua settimanale e l’Evangelista sottolinea ancora una volta che "le porte sono chiuse" e questo per dirci quanto è difficile passare da una fede incerta, dubbiosa ad una fede convinta. E non possiamo dire che oggi le porte sono aperte perché di chiusure ne abbiamo tante, fino a rinchiudere la nostra fede dentro la polvere di un registro parrocchiale.
Dinanzi a questo nostro atteggiamento Gesù prende una posizione dura: «metti qua il tuo dito» quasi a dire: “smettila con la tua ipocrisia, fidati. I tuoi compagni te l’hanno testimoniato”.
Tommaso non mette il dito nei segni della passione. Comprende benissimo che la fede si trasmette per testimonianza e non attraverso un vedere e un toccare, per questo esclama: «Mio Signore e mio Dio». E Gesù gli risponde: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Chissà a chi sono rivolte queste parole! Non certo a coloro che vanno sempre in cerca di segni, ma a coloro che si fidano ciecamente certamente sì. Occorre molta umiltà e coraggio per vivere e testimoniare la fede pasquale: una fede forte, intrepida, coraggiosa nell’annunciare Gesù risorto, per annunciare la misericordia del Signore e non per nulla questa è la domenica della Divina Misericordia: non per una devozione privata ma per il forte legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la Divina Misericordia. Il Vangelo odierno ce la consegna a ciascuno quando parla della remissione dei peccati. In questo momento non parliamo del ministero della Riconciliazione affidata ai presbiteri, ma a quella remissione dei peccati che appartiene a tutti i battezzati. Infatti, in quanto «acquistati da Dio» (1Cor 7,23), siamo chiamati tutti a esercitare il perdono tra noi. Siamo chiamati ad aiutare l’altro ad abbandonare la sua condizione di peccato e immetterlo nel mistero pasquale. Questa è la fede pasquale, da qui scaturisce la vita nuova, scaturisce l’amore. E questo mandato si rinnova a conclusione di ogni celebrazione Eucaristica: “andate, glorificate Dio con la vostra vita, siate amore, siate misericordiosi, cambiate il volto di questo mondo secondo Dio!”.
Gesù ancora oggi si fida di ciascuno di noi. Lui sa che ci sta tanta gente migliore, eppure sceglie noi che brancoliamo nel buio, che oscilliamo tra il fervore e il dubbio, tra l’impegno e la pigrizia e ci affida una missione.
Questa domenica di Pasqua il Signore risorto vuole ricordarci che non possiamo vivere una fede per conto proprio, vuole ricordarci che la fede non è un fatto privato. Noi siamo “mandati”, siamo stati resi testimoni della Pasqua di Gesù. Non possiamo delegare questa responsabilità, chiudendoci in una religiosità privata. Per questo ci fa il dono dello Spirito Santo.
Questo dono l’abbiamo ricevuto nel giorno del battesimo, confermato nel giorno della cresima. L’abilitazione l’abbiamo, la grazia del Signore l’abbiamo. Forse siamo rimasti testardi in noi stessi, indecisi.
Nel Vangelo non tutti ricevono questo dono, qualcuno manca, manca Tommaso. Lo sappiamo: alle volte si manca fisicamente ma spesso, pur essendo fisicamente presenti, non è presente lo spirito.
Tommaso era fisicamente assente e che dopo riceve la notizia da parte dei suoi compagni: «abbiamo visto il Signore!». Purtroppo, trovano resistenza in lui, mancanza di fede accompagnata da una forte presunzione: “voglio vedere, voglio toccare”. Quanto ci somiglia questo discepolo, soprattutto per tutte quelle volte che Dio non risponde alle nostre esigenze e lì, subito a dire “Dio non c’è” oppure “ma Dio esiste?”.
Gesù prende in parola la presunzione di Tommaso. Si presenta nuovamente in quella Pasqua settimanale e l’Evangelista sottolinea ancora una volta che "le porte sono chiuse" e questo per dirci quanto è difficile passare da una fede incerta, dubbiosa ad una fede convinta. E non possiamo dire che oggi le porte sono aperte perché di chiusure ne abbiamo tante, fino a rinchiudere la nostra fede dentro la polvere di un registro parrocchiale.
Dinanzi a questo nostro atteggiamento Gesù prende una posizione dura: «metti qua il tuo dito» quasi a dire: “smettila con la tua ipocrisia, fidati. I tuoi compagni te l’hanno testimoniato”.
Tommaso non mette il dito nei segni della passione. Comprende benissimo che la fede si trasmette per testimonianza e non attraverso un vedere e un toccare, per questo esclama: «Mio Signore e mio Dio». E Gesù gli risponde: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Chissà a chi sono rivolte queste parole! Non certo a coloro che vanno sempre in cerca di segni, ma a coloro che si fidano ciecamente certamente sì. Occorre molta umiltà e coraggio per vivere e testimoniare la fede pasquale: una fede forte, intrepida, coraggiosa nell’annunciare Gesù risorto, per annunciare la misericordia del Signore e non per nulla questa è la domenica della Divina Misericordia: non per una devozione privata ma per il forte legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la Divina Misericordia. Il Vangelo odierno ce la consegna a ciascuno quando parla della remissione dei peccati. In questo momento non parliamo del ministero della Riconciliazione affidata ai presbiteri, ma a quella remissione dei peccati che appartiene a tutti i battezzati. Infatti, in quanto «acquistati da Dio» (1Cor 7,23), siamo chiamati tutti a esercitare il perdono tra noi. Siamo chiamati ad aiutare l’altro ad abbandonare la sua condizione di peccato e immetterlo nel mistero pasquale. Questa è la fede pasquale, da qui scaturisce la vita nuova, scaturisce l’amore. E questo mandato si rinnova a conclusione di ogni celebrazione Eucaristica: “andate, glorificate Dio con la vostra vita, siate amore, siate misericordiosi, cambiate il volto di questo mondo secondo Dio!”.
Buona domenica nel Signore a tutti voi!

