lunedì 5 novembre 2007

LA SEMPLICITA' DI CUORE

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

Nel Vangelo (vedi Lc 14,15-24) troviamo questa espressione: "Esci per le strade e lungo le siepi e spingi i poveri a entrare, perché la mia casa si riempia" (v. 23).
E' l'espressione conclusiva dela vangelo del convito, è l'espressione conclusiva di tutte quelle volte che il nostro cuore si inorgoglisce. Spesso diamo colpa a Dio, pensando che sia Lui il problema. Il problema non è Dio, amici, siamo noi. Dio non è, come quanti di noi pensano, come colui che fa il prezioso e si fa pregare per poterlo conoscere. Se la pensiamo così, siamo su pista sbagliata. Non è Dio l'assente, ma l'uomo. Quante volte durante la giornata ci diciamo o diciamo: "quante cose ho da sbrigare e il tempo vola"; "ho cose più serie a cui pensare" e altre espressioni simili. Il problema non è che Dio si trastulla tra le nuvole, ma che l'uomo è travolto dalle cose che ritiene fondamentali e che tali non sono. Il problema è che l'uomo, all'invito di Dio a partecipare la suo sogno, garbatamente risponde: "vorrei ma... me ne occuperò in vecchiaia!".
Gesù ci fa capire la nostra insipienza, la strettezza del nostro cuore che non è disponibile ai suoi doni. Quella del padrone nel Vangelo odierno non è esigenza vera e propria, ma generosità: egli vuoi colmarci dei doni della sua munificenza e noi preferiamo le nostre meschine cose.La "grande cena" è la cena della carità divina per chi ha il cuore largo, non per chi lo abbarbica ai beni della Terra con un amore possessivo, soffocante.
Quando capiremo che la felicità è ora, è qui e che non c'è affare o preoccupazione o affetto che mi possa allontanare dal bisogno sostanziale di essere felice nella mia vita e che questo bisogno solo Dio lo può colmare e che incontrare Dio non è una noiosa e doverosa faccenda ma una splendida e riuscita cena. Dio ci invita al banchetto della carità universale. È il banchetto che viviamo ad ogni Eucaristia, se vi partecipiamo con cuore aperto, preoccupato solo delle preoccupazioni divine e pronto a ricevere con gioia e riconoscenza i suoi doni. Assaporeremo lo stupore dell'essere chiamati pur essendo mendicanti! Allora sentiremo non come un dovere pesante, ma come una necessità di amore mettere al servizio degli altri le grazie diverse che abbiamo ricevuto, secondo quanto san Paolo esorta nella prima lettura (vedi Rm 12,5-16): "Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi l'insegnamento, all'insegnamento, chi l'esortazione, all'esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità, chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia" (vv. 6-8).

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