venerdì 12 settembre 2008

A QUALE ALBERO APPARTENGO?

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!

La Parola di Dio, nella celebrazione di san Giovanni Crisostomo, ci ammonisce per la maniera di vivere che abbiamo (vedi Lc 6,43-49). Infatti, abbiamo un invito alla concretezza. Una differenza sostanziale tra il parlare e l'agire, tra il credere di credere e la casa costruita sulla roccia; Gesù non ama gli atteggiamenti sterili. Non ama né i salamelecchi, non la pompa magna né la ritualità che non sia piena di desiderio e di verità e che non porti alla conversione della vita. Nei versetti precedenti a questo brano (38-42) erano state elencate le caratteristiche dei falsi cristiani: ciechi, pretenziosi, severi verso gli altri e benevoli verso di sé e, soprattutto, illusi di non aver bisogno di perdono. Nei vv. 43-45 di questo brano ci viene presentato il nostro problema più serio: siamo piante cattive che producono frutti cattivi. Per guarire da questo inconveniente esiste un solo rimedio: dobbiamo accettare l'innesto nell'unico albero buono che produce frutti buoni: l'albero della misericordia di Dio, l'albero della croce di Cristo. E' inutile sforzarsi di fare frutti buoni fino a quando restiamo alberi cattivi. E restiamo alberi cattivi fino a quando non ci decidiamo ad essere totalmente di Cristo. Una fede che – almeno un poco – non inquieta, non smuove, non mette in discussione la quotidianità è sospetta. L'albero della vita produce frutti di grazia e di misericordia, i frutti dello Spirito. "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22). Questa lista fornitaci dall'apostolo Paolo è sufficiente per capire se siamo cristiani buoni o cattivi. Guardiamo allora ai frutti, guardiamo alla concretezza delle nostre scelte. Una fede che resta chiusa in chiesa, che smette di esistere al lunedì mattina non cambierà mai né la nostra vita né la Storia. Arriva la domenica, nel pomeriggio inizieremo a celebrare la croce, poi lunedì inizierà la nostra Messa, ognuno nel proprio campo di lavoro. Preghiamo così: Noi ti amiamo Signore, converti la nostra quotidianità in gesti che siano frutto della tua presenza.

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