domenica 9 agosto 2009

10 AGOSTO: SAN LORENZO

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Celebriamo oggi la festa di San Lorenzo, diacono e martire. Una festa a cui leghiamo tanti desideri, ma dovrebbe essere piuttosto la festa dei cristiani perchè come san Lorenzo donino la loro vita con gioia.
Il vangelo odierno sembra che caschi proprio a pennello con la festa odierna che celebriamo. Essa contiene brevemente modalità con cui la missione di Gesù e dei suoi discepoli «produce molto frutto» (vedi Gv 12,24-26).
Gesù, nell'imminenza della sua passione, parla della propria morte usando il paragone di un chicco che si trasforma in una spiga. Cosa significa questo? Perché riguarda non soltanto la morte di Gesù, ma anche la nostra morte, quella dei nostri cari: in ogni individuo c’è una ricchezza di vita, ci sono delle potenzialità, delle energie, che nel breve arco dell'esistenza non riescono a emergere. Ebbene, il momento della morte non è un momento di distruzione, ma c’è questa esplosione di vita. Il chicco di grano si sviluppa... si trasforma... diventa una spiga.
Gesù, voleva donare tutta la sua vita sino alla fine, sino all’ultima ora, all’ultimo istante. Non andava in cerca della morte, anzi non voleva affatto morire: "Cristo, nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà" (Eb 5,7). Tuttavia - ed è qui il grande mistero della Croce - l’obbedienza al Vangelo e l’amore per gli uomini sono stati per Gesù più preziosi della sua stessa vita, tanto da rendersi disponibile a compiere fino in fondo la volontà del Padre. E questa è la volontà di Dio: dare la vita eterna a noi che l’abbiamo perduta.
Al centro del nostro brano troviamo le parole di Gesù che indicano la via per portare frutto: "Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna". Non è che sia una frase da accettare totalmente, non è facile da capire e questo perché totalmente estranea al comune sentire. Tutti amiamo conservare la vita, custodirla, preservarla, risparmiarla dalla fatica e dalla generosità; e nessuno è portato ad "odiarla", come sembra invece suggerire il testo evangelico. Basti pensare alle cure che tutti abbiamo per il nostro corpo e alle sofisticate attenzioni che gli riserviamo.
La realizzazione dell’uomo non dipende dall’esaudire le proprie necessità, i propri bisogni, ma al contrario, dall’interesse verso i bisogni e le necessità degli altri. Quindi chi vive per sé, avvisa Gesù, è destinato a perdersi. Mentre chi vive per gli altri – odiare la propria vita significa preferire la propria vita all’interesse degli altri – la conserverà per la vita eterna: in pratica la realizzano pienamente.
Gesù conclude dicendoci che “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore”. Ritorna ancora per noi il mistero della croce. Se uno lo vuole servire deve stare lì dove lui sta, cioè il momento della croce. Seguire Gesù, servire Gesù significa andare incontro al disonore, ma nel disonore della croce ci sarà l’onore del Padre, perché la croce in mano a Gesù, si converte da patibolo a un trofeo d’amore.

2 commenti:

Sebastiano Landro ha detto...

Non vi può essere Cristianesimo senza croce. Il cristiano è chiamato a portare la propria croce e a servire il prossimo, proprio come faceva Gesù.

fra Vincenzo ha detto...

Certo! e per di più ricordo che la Croce ha due posti: davanti, al centro ci sta sempre Lui: Gesù. ma dietro è il nostro posto.