venerdì 12 febbraio 2010

Sabato della V settimana del Tempo Ordinario

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il testo del vangelo di oggi riporta la seconda moltiplicazione dei pani. La prima la troviamo in 6,35-46.
Siamo ancora in territorio pagano e una grande folla si raduna intorno a Gesù. E' commovente l'attenzione con cui queste persone, pur non appartenendo alla religione ebraica, ascoltano le parole di Gesù. Egli stesso, certamente commosso per l'attenzione che pongono nell'ascoltarlo, prende l'iniziativa perché non tornino a casa senza mangiare. Ancora una volta si scontra con la "ragionevole" grettezza dei discepoli, i quali continuano a rispondergli che non è possibile sfamare tanta gente (vedi Mc 8,1-10).
Ancora una volta Gesù dona il pane e rinnova la sua misericordia. Non si stanca di noi, non si scoraggia per la nostra durezza di cuore. Insiste con il suo dono infinitamente. Tutta la storia è il tempo della pazienza di Dio. Ma il pane che il Signore ci dona prefigura inequivocabilmente un altro pane che verrà dato all'inizio dell'ultimo gesto che Gesù farà per i suoi discepoli.
Nel vangelo, Gesù prova tenerezza per la folla e vuole aiutarla, sfamarla, e chiede la collaborazione degli apostoli i quali, attoniti, invitano al sano realismo Gesù. Sembra rivedere noi in quest'invito. Chiediamo a Dio di fare qualcosa per le sofferenze del mondo e quando lui ci invita a darci da fare, lo invitiamo al sano realismo. Eppure Dio ha bisogno di noi, ha bisogno del nostro nulla per fare qualcosa. Quando gridiamo a Dio: "Cosa fai per questa situazione?", Dio ci risponde: "Tu, che cosa fai?".
Credere non significa delegare a Dio la risoluzione dei nostri problemi, ma imparare ad affrontarli in una prospettiva diversa: nell'ottica di Dio. In un legare l'umano con il divino.
Dio sente le nostre passioni, e ci dona la sua Passione. È qui, nella compassione umana-divina che troviamo il valore delle nostre celebrazioni eucaristiche che è l'incontro tra Dio e l'uomo; un incontro di amore, di salvezza e di redenzione. Poniamo sull'altare la nostra vita, "gioie, dolori, fatiche e speranze nel sacro calice noi deponiamo" così innalza la lode un vecchio canto offertoriale, perché il tutto possa essere benedetto da Gesù e inserito nel suo progetto di Amore.
Lasciamoci avvolgere da questo mistero d'amore per essere anche noi inseriti nel Suo mistero d'amore e preghiamo:
Mio Dio, tenerezza infinita che mi avvolgi in ogni istante, immergi sempre più la mia anima nell'oceano infinito del tuo amore. E fa' ch'io rimanga lì, lasciandomi amare come a te piace, senz'altro moto che quello di una riconoscenza senza limiti.

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