martedì 27 aprile 2010

Mercoledì della IV settimana di Pasqua

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


Il Vangelo di oggi (vedi Gv 12,44-50) ci presenta la parte finale del Libro dei Segni, in cui l'evangelista fa un bilancio. Molti credettero in Gesù ed ebbero il coraggio di manifestare la loro fede pubblicamente. Altri discepoli credettero, ma non ebbero il coraggio di manifestare pubblicamente la loro fede. Ebbero paura di essere espulsi dalla sinagoga. E molti non credettero: "Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui; perché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra parola? E il braccio del Signore a chi è stato rivelato? (Gv 12,37-38).
Nel brano abbiamo l'ultimo appello di Gesù, prima della passione, a credere in lui per avere la vita. Credere nel Figlio è la decisione che salva l'umanità dell'uomo, è aderire al Figlio, inviato dal Padre, per comunicare ai fratelli la sua stessa vita di figlio. Il credere è connesso alla luce e alla vita.
Gesù chiede, ancora una volta, che si creda in lui, perché questa fede è fede in colui che lo ha mandato, per strapparci alle tenebre. Egli è la luce venuta nel mondo. Ma la luce non serve solo per smascherare ciò che non va, come un fascio livido e impietoso che mette a nudo peccati e mancanze. Piuttosto è luce nella notte dello spirito, che riscalda, che indica un cammino, che fa vedere e incontrare gli altri , secondo la Parola del Signore: "non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo". Chi non crede, non accoglie la parola di vita, preferisce «le tenebre alla luce» (Gv 3,19) e va incontro alla condanna. Non è condannato da Dio, ma da se stesso, dalla sua chiusura alla parola di vita.
La vera condanna infatti non viene dalla Parola di Dio, ma dal non credere che essa possa divenire vita, possa generare azioni, sentimenti, modi di essere e di fare nuovi. E' una constatazione, non una minaccia: se non accogliamo e rendiamo viva la Parola di Dio, come potrà egli guidarci, sanarci, renderci felici? Saremmo irrevocabilmente condannati ad ascoltare solo noi stessi, condannati alla schiavitù dell'egocentrismo.
Il nostro credo quindi deve volgere a Gesù è credere al disegno del Padre in Lui e in noi. Chiediamo questo dono di grazia!

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