giovedì 8 aprile 2010

Venerdì fra l'Ottava di Pasqua

Un caro saluto a te che leggi quanto scrivo!


La liturgia continua a presentarci le apparizioni di Gesù dopo la sua resurrezione. Cristo si manifesta ai discepoli per la terza volta, ma loro ancora non lo riconoscono (vedi Gv 21,1-14).
Il Signore si rivela loro presso il mare di Tiberiade svelando con gradualità il suo mistero e la loro vocazione. Erano tornati alle occupazioni abituali, alla pesca, dopo aver sperimentato di poter essere pescatori di uomini (Lc 5,10-11).
Gesù gli va incontro ricreando la stessa situazione del giorno in cui ha chiamato Pietro, Giacomo e Giovanni. Gesù fa rivivere loro la stessa scena, ma non lo riconoscono neppure quando chiede loro di gettare le reti dall'altra parte.
Cosa succede? Sembra di rivivere la scena di chi, come il figliol prodigo parte per un paese lontano dimenticando in quel momento i bei momenti, la stessa vita trascorsa con il Padre. Cosa manca per gettare la rete? E' notte, quindi è buio ma non solo fuori, ma anche dentro. Tanto è vero che non si prende nulla!
Manca l'amore. Manca quella memoria di Colui che è stato tutto nella vita di questi uomini.
L'evangelista però non da tutto per perduto. C'è l'insistenza di Gesù ed è l'alba.
L' "alba" in cui agisce Gesù è l'opposto della notte e delle tenebre in cui hanno agito i discepoli. Nel linguaggio biblico, è il momento dell'intervento straordinario di Dio (cfr. Es 24,24); essa coincide con la risurrezione di Cristo e con la sua presenza nella comunità ecclesiale.
Giovanni, "l'amore", ha colto questa "Alba", lo riconosce e Pietro si tuffa in acqua, cingendosi i fianchi per andare incontro al Signore: è l'uomo della risposta immediata.
La risposta immediata ha i suoi frutti: centocinquantatrè grossi pesci. Dietro a questo numero c'è qualcosa di misterioso.
Nella profezia sul tempio escatologico Ezechiele aveva contemplato sul lato destro del tempio acque pescose e sulle rive di En-Eglaim una distesa di reti (cfr. Ez 47,1.8-10); forse nell’annotazione sui 153 pesci vi è un rimando a questo brano, perché il calcolo numerico delle lettere ebraiche che compongono il toponimo En-Eglaim, la cosiddetta ghematria, dà come risultato proprio 153. Saremmo così condotti alla visione della chiesa come tempio escatologico, della comunità cristiana come luogo della missione universale e della presenza di Dio manifestata dal Risorto. In ogni caso, quella che qui viene evocata è l’universalità della missione della chiesa e l’universalità della raccolta degli uomini intorno al Risorto e alla sua comunità. "Così la pesca apostolica degli uomini è definita universale e misteriosa, nessun popolo ne è escluso (cfr At 2,9-11) e tutti si raccolgono nell'unica rete della Chiesa universale, che può accogliere tutti senza lacerarsi. Ma gli apostoli come pescatori di uomini possono compiere con successo questo lavoro soltanto su comando di Gesù" (Strathmann).
La pesca è seguita da un banchetto in cui il Cristo risorto dà da mangiare ai discepoli, cioé continua a donarsi(cfr Lc 24,30.41-43; At 1,4).
Solo nell'ascolto della parola del Signore e nell'incontro eucaristico con il Risorto la Chiesa rende fruttuoso ogni suo impegno. Sempre e dovunque vale il detto di Gesù: "Senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,5).
Forse, ancora oggi, siamo come i discepoli che non pescano nulla nel buio della notte. Chiediamo al Signore la grazia della sua presenza nella nostra vita. Invochiamola così: Donami, Signore, lo sguardo limpido e acuto di Giovanni, per riconoscerti prontamente nei tuoi silenziosi passaggi, e lo slancio di Pietro per accogliere senza esitazioni i tuoi appelli.

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