giovedì 16 aprile 2026

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

LA PASQUA CONTINUA A SCONVOLGERE



La Pasqua è un evento in movimento, è l’inizio di un cammino, come il cammino dei due discepoli di Emmaus, presentatoci in questa terza domenica di Pasqua. Il cammino di questi due discepoli possiamo paragonarlo al nostro, in quanto anche noi siamo lungo la via, la via della nostra Emmaus giornaliera. Però il brano evangelico ci lascia al medesimo giorno di Pasqua, «la sera di quello stesso giorno», come dice San Luca, introducendo il racconto evangelico.
La Pasqua continua a sconvolgere. Ha fatto perdere quelle speranze riposte in Gesù: tutto sembra finito in una croce e in una tomba vuota annunciata prima dalle donne e poi da alcuni discepoli. Tutto rende i discepoli tristi, sfiduciati e li mette in discussione perché un bel sogno è svanito. Chissà se in questa Pasqua anche i nostri sogni sono svaniti, oppure li abbiamo “gettati” in Gesù risorto?
Sognare è bello, importante. Diversamente rimarremo paralizzati, non capiremo la vita e la passione per essa.
Il sogno ti spinge sempre oltre le stelle indicandoti anche un cammino, non solo per te ma anche per l’umanità intera.
Questo è il contesto anestetizzato dei due viandanti di Emmaus ma anche il nostro, per tutte quelle volte che siamo spenti nella vita.
Lungo questo percorso, Gesù si avvicina, ma quei suoi discepoli non lo riconoscono. Chissà perché non lo riconoscono? Sono stati con lui. Hanno ascoltato le sue parole, visto le sue gesta, hanno pregato con lui e con lui hanno spezzato il pane. Possiamo dire che lo conoscevano o forse erano come quei cristiani che si dicono tali e poi è solo una etichetta? Il fatto sta che «i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo». Perché?
Perché non ci sta una maturazione della fede. Perché si aveva un Gesù “do ut des”. Atteggiamenti che arrivano ai nostri giorni e che raccontiamo al primo sconosciuto, così come fecero i discepoli di Emmaus con lo sconosciuto che si è aggregato al loro cammino, che poi era Gesù: «noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele, ma sono passati tre giorni» da quando sono accaduti questi fatti, e tutti i nostri sogni sono svaniti con Lui.
Quando si è chiusi in se stessi non si vede altro: si assapora una tristezza senza la capacità di alzare lo sguardo, senza la capacità di guardare in volto lo sconosciuto.
C'è da chiedersi allora se dopo l'evento Pasqua siamo fermi ai piedi della croce, davanti alla tomba, oppure anche noi siamo risorti? I discepoli di Emmaus sono fermi al dolore e allo sconforto. E noi?
Trovare risposta non è semplice se non ci lasciamo guidare dalla Parola di Dio. Gesù stesso, il grande ermeneuta della Parola di Dio, si fa viandante in questo buio della nostra vita perché non vuole lasciarci soli, vuole che la nostra vita sia trasformata dalla luce Pasquale. E non solo. Vuole che ci nutriamo della Parola per poter rivivere quella luce Pasquale, non solo nella nostra vita ma anche nella vita degli altri. Qui la pazienza di Gesù a leggere e spiegare ancora una volta le Scritture. Chissà quante volte le avevano lette! Certamente in modo superficiale, senza metterci il cuore. Un po’ come accade anche a noi: tante sono le volte che leggiamo la Sacra Scrittura ma tante sono le volte che non la capiamo, oppure la leggiamo con quella sicurezza in quanto conosciamo a memoria il contenuto, ma non ci dice nulla perché non ci lasciamo interpellare da questa Parola di vita.
Gesù invece, pazientemente, rilegge lungo la strada ancora una volta le Scritture e i discepoli cominciano a capire, ma non è sufficiente per riconoscerlo. Bisogna aspettare l’ospitalità. Se non si lascia entrare Gesù nella nostra casa, nella nostra vita, nella nostra quotidianità rimarrà sempre la fatica di riconoscerlo. Anche se ogni giorno andiamo a Messa (o solo la domenica) ma se Lui non è vita della nostra vita, rimane sempre la fatica del riconoscerlo.
Occorre rivivere pienamente l’Eucarestia, quel spezzare il pane perché possano cadere le cataratte. Bisogna vivere l'Eucarestia per ritrovare la vista perduta.
L’Evangelista sottolinea il particolare di Gesù che sparisce dalla loro vista. Peccato direbbe qualcuno, era l’occasione per parlargli faccia a faccia e invece no. I discepoli avevano occasione di parlargli nel momento che Lui parlava di sé: «non ci ardeva il cuore mentre conversava con noi?» e invece lo riconoscono solo nello spezzare il pane. Questo particolare ci dice che il riconoscere Gesù non è per fermarsi a chiacchierare ma per testimoniarlo, per portare a tutti la lieta notizia così come hanno fatto i discepoli di Emmaus.
Che questa domenica non sia la solita domenica abitudinaria: veniamo in chiesa, anche sfiduciati, stanchi, per diversi motivi magari arriviamo un po’ più tardi, arriviamo senza una grande convinzione, proprio come i due discepoli di Emmaus, senza crederci troppo. Però in chiesa accade qualcosa: ci viene annunciata la Parola di Dio, ci sta una omelia e la preghiera universale per poi passare alla mensa eucaristica dove si ripete il gesto di Gesù e alla fine un mandato. 
Anche noi, come i due discepoli di Emmaus, portiamo ogni volta, ogni domenica, all’altare le nostre miserie, le nostre incertezze, i nostri dubbi, i nostri insuccessi, ma dopo aver mangiato questo pane spezzato, dovremmo uscire gioiosi dentro per essere annunciatori della nuova vita in Cristo. Mettiamocela tutta perché Gesù è risorto e vale la pena impegnarci per fare con Lui un mondo nuovo, pieno d’amore!

Buona domenica nel Signore a tutti voi!