L'UMILTÀ CHE CI AIUTA A GUSTARE DIO
Anche questa domenica la Parola del Signore ci disturba, ci inquieta perché ci pone il solito interrogativo di sempre per capire se è accettabile il modo di fare del padrone della vigna; i sindacati insorgerebbero e noi magari lì a fare corteo per strada e anche sui social, come abitualmente facciamo.
Nell’ascolto di questa Parola di vita domenicale, il nostro punto di partenza offertoci dalla liturgia è la prima lettura presa dal Profeta Isaia in cui ci viene ricordato: «i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie». Dovremmo ricordarcelo spesso questo versetto, senza cadere nella durezza di cuore, se ni incorreremo in una dose maggiore: «quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie».
Noi incorriamo sempre nel pericolo farisaico in quanto parliamo di Dio con le nostre categorie umane. È una malattia che colpisce tutti! Perché ci è più facile guardare con sospetto, giudicare, distinguere, etc. che amare.
Noi riconosciamo e lo professiamo che Dio si è fatto uomo, ma perché l’uomo sia a sua immagine e somiglianza e invece noi vogliamo a tutti i costi umanizzare tanto Dio, portarlo al nostro livello riducendo così il Vangelo a un libro di buone maniere. Siamo ancora nella linea orizzontale! Occorre sempre una continua conversione per essere nella linea verticale ed entrare nell’ottica del padrone della vigna, nell’ottica di Dio.
Proviamo ad entrare nel cuore della parabola che riassume la varietà dei modi e tempi della sequela. Il padrone della vigna chiama i primi all’inizio della giornata e con loro fa un patto successivamente mantenuto. Poi, durante le ore della giornata, si ripete la stessa scena fino a incontrare gente disoccupata e dice: «Perché state senza far niente? Andate a lavorare!».
Abbiamo un padrone che ci mostra lo stile di Dio: chiama a tutte le ore della vita: chiama dal più piccolo al più grande, anche coloro che hanno vissuto la loro vita lontano da lui: Dio chiama sempre perché tutto in Lui è provvidenza. Ma questa provvidenza non è capita ci dice Gesù. Infatti, i chiamati alla prime luci del giorno, nel momento in cui si vedono arrivare coloro dell’ultimo momento, con una certa insofferenza dicono: “e questi cosa vogliono? Son venuti a ‘spegnere le candele’?”.
Questi atteggiamenti mostrano quanto il profeta Isaia diceva sulla differenza dei pensieri di Dio dai nostri. Noi siamo tra coloro che amano il “do ut des”, lo facciamo con tutti figuriamoci se non farlo anche con Dio. Ci piace avere un rapporto con Dio di tipo commerciale. Ma non può esserci mai questo con Dio. Ecco perché siamo come i farisei, perché pensiamo che Dio deve agire come noi, secondo la nostra giustizia e non secondo la grazia. La giustizia ci è più facile capirla la grazia no. Tante sono quelle persone che vivono in una prospettiva completamente vuota di fede, poi all’ultima ora, la conversione chiedendo al sacerdote la grazia. E qui scatta l’invidia come se ci fossero dei diritti e ci ribelliamo con Dio per questo Lui ci risponde così: «sei tu invidioso perché io sono buono?».
Noi ogni domenica “saliamo al Tempio”, ma per cosa? C’è chi incontra, come il vecchio Simeone, la salvezza e la celebra e c’è chi ripete un semplice rito. Mentre tutti dobbiamo ancora imparare a riconoscere che tutto è dono, tutto è grazia. Niente ci siamo meritato, lo diciamo anche durante l’Eucarestia: “Signore, io non sono degno”. Forse sarebbe il caso di chiederci: ci crediamo veramente a queste parole oppure le diciamo perché sono scritte sul messale?
Tutto è un dono d’amore. La salvezza è un dono d’amore per tutti, senza nessuna distinzione. Di fronte all’amore, di fronte alla misericordia, alla grazia divina riversata nei nostri cuori, la conseguenza che s’impone è una sola: la gratuità del Padre.
Nessuno di noi può comperare la salvezza che il Padre ci offre. Ed è questo il Gesù che ci viene mostrato questa domenica: un Gesù dalle “maniche larghe”, un Gesù che porta l'amore salvifico del Padre, un Gesù che ha viscere di misericordia, che ha compassione per tutti.
Accogliere Gesù nella nostra vita significa aprire il cuore a tutti come fece Lui senza respingere nessuno, sempre pronti ad “aggiungere un posto a tavola” per dirla con le parole di un celebre musical.
In questa “vigna” c'è spazio per tutti, la conversione è per tutti, perché lo spazio della vigna siamo noi stessi e l’ultimo non è da scartare perché in quell’ultimo ci siamo noi, l’ultimo è il primo ad entrare nel Regno dei cieli. Il primo è sempre Gesù che sempre mostra la passione infinita di Dio nel cercarci continuamente. È inutile essere invidiosi, sentirsi primi, mettere al centro il proprio io, c'è la necessità di educarci a vedere l'altro in maniera diversa, assumendo il modo di vedere di Cristo Gesù, interiorizzando il suo sguardo che è sguardo di amore verso l'altro.
La chiave per capire questa parabola è l’umiltà, se vogliamo ricevere “la paga” della sua misericordia, della sua salvezza per trovare in Lui il senso ultimo e pieno della propria vita.
Sentiamoci amati da Dio, amiamoci e amiamo!
Buona domenica nel Signore a tutti voi!
immagine: https://www.sabinopaciolla.com/forse-saremo-noi-gli-operai-dellultima-ora-della-storia-non-lo-sappiamo/
