giovedì 5 novembre 2026

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

VITA CRISTIANA: TRA SCEGLIERE E LASCIARE


Siamo giunti alle ultime domeniche dell’anno liturgico, e la Liturgia ci presenta alcune parabole, che non sono proprio tali ma delle “scene di giudizio”, come le chiamano gli esperti in Sacra Scrittura. Queste scene contengono una riflessione seria sul senso della vita e sull’incontro finale con il Signore, come ci ha ricordato san Paolo nella seconda Lettura.
L’evangelista Matteo ci presenta quest’incontro come una festa tipica di un matrimonio; una festa che è piena di attesa per poter incontrare lo Sposo. Questa attesa è la parabola della vita, una vita che si presenta come uno sposalizio, si presenta come desiderio per andare incontro allo Sposo e la prima lettura ci ha detto che la Sapienza va incontro a coloro che la desiderano, che la cercano, che coltivano questa ricerca, questo andare.
Tra coloro che attendono e vanno incontro allo Sposo, ci dice Matteo, ci sono dieci vergini, di cui «cinque stolte e cinque sagge». Questo numero indica una totalità, indica il popolo di Israele e rappresentano un popolo diviso tra chi accoglie e chi rifiuta e uccide.
Oggi il numero 10 non è rilegato al semplice popolo di Israele ma a tutto il popolo di Dio. Infatti, è nella comunità cristiana che noi troviamo la saggezza evangelica e purtroppo, troviamo anche la stoltezza della mondanità. La nostra vita, infatti, è divisa tra stoltezza e saggezza.
La stoltezza è simbolo di quei cristiani a rischio, di coloro che sono capaci solo di dire: «Signore, Signore!» (Mt 7,21) ma non fanno la volontà del Padre. Puntano la vita su ciò che è cadùco, trascurano i valori autentici, dimenticano l’unica cosa necessaria: la Parola di Dio, quella parte migliore che Maria scelse stando ai piedi del Signore divenendo così discepola (Lc 10,38-42).
La saggezza invece è simbolo di quei cristiani vigilanti che non si lasciano sedurre dalle vanità e rimangono concentrati su ciò che è importante nella vita, pronti ad affrontare ogni evenienza.
Matteo ci dice che lo Sposo attarda a venire e le dieci vergini che aspettano per la festa ad un certo punto si addormentano. Al grido dell’arrivo dello Sposo tutti e dieci vanno verso di lui con le loro lampade ad olio.
Nella Bibbia l'olio, oltre ad essere un prodotto alimentare, è segno di preziosità e prosperità. È sinonimo di forza e di potenza, è simbolo dell'amore, della carità di Dio, della Parola di Dio.
Ora tutti andiamo incontro allo Sposo ma bisogna vedere come andiamo. Anche perché dietro una apparente uguaglianza si nasconde una frattura. Questa frattura (stoltezza e saggezza) non è generata al grido dell’arrivo dello Sposo, all’improvviso: il problema nasce a monte. Matteo sottolinea la differenza che hanno le cinque sagge a differenza delle stolte: non solo prendono la loro lampada ad olio ma anche una scorta in piccoli vasi.
Le stolte cercano le scorciatoie per raggiungere l’obiettivo: «Dateci del vostro olio che le nostre lampade si spengono», ma le sagge non gliene danno. “Hanno mancato di carità”, diremmo noi, ma non è così. Le stolte non hanno capito l’importanza nella loro vita di quell’olio. Non hanno capito quanto sia importante una esperienza interiore, di fede, di maturità umana e spirituale e in più non hanno capito che non è merce di scambio. Le stolte nella loro vita hanno mancato di responsabilità, non hanno nutrito la loro fede, non sono state così disponibili nel seguire Cristo Gesù. Sono rimaste in superficie e non in profondità, nell’intimo: hanno continuato a vivere il non senso. La lampada che tengono in mano le rappresenta così: prive di tutto.
Questo è il bilancio di una vita trasgressiva e forse ci piace così. Quando però ci voltiamo verso Dio, faremo fatica perché alla nostra vita manca qualcosa, manca quell’olio necessario per continuare una relazione d’amore con Dio. E non è una questione da risolvere all’ultimo momento come fecero le stolte, si rischia una porta sbattuta in faccia. L’appuntamento con Dio è imprevedibile e la scena del giudizio sarà in base alle nostre scelte: sulla nostra libertà di scelta Dio non interviene.
Ecco allora un amaro bilancio e delle parole che magari non ci si aspettavano: «non vi conosco». Queste parole “severe” non sono un dispetto di Dio ma semplicemente che la vita è fatta di occasioni che si possono accogliere o respingere. Dio continua a bussare alla porta del nostro cuore e ci dice: «Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica è simile ad un uomo stolto» (Mt 7,26). Non possiamo ridurre, allora, la nostra fede a una blanda cultura che non porta da nessuna parte. La nostra vita cristiana non è culturale ma deve essere profetica, di discepolato che mi permette di tenere la lampada e l’olio «in piccoli vasi» nel buio di questo mondo, perché possa sempre più risplendere dell’amore di Dio. Diversamente sarà un continuo dormire nella lunga attesa, nella lunga notte della vita e di lasciar affievolire la lampada della nostra fede e della nostra speranza. Per questo Gesù ci desta dal nostro torpore e ci esorta con questo imperativo: «vegliate!». È un imperativo pieno di grande virtù. Sembra che Gesù ci stia facendo questa domanda: “hai voglia di tenere accesa la lampada?”. Cioè “hai voglia di nutrirti della mia Parola, farla scendere dalla superficie al cuore? Praticarla nella vita? Se lo farai sarai «come colui che ha costruito la sua casa sulla roccia» (Mt 7,24), e «sarà gioia piena» (Sal 15,11), perché con me nasce sempre la gioia, la gioia della vita nuova, anticipo d'eternità”.

Buona domenica nel Signore a tutti voi!