giovedì 24 febbraio 2022

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

COLTIVARE TESORI DI SPERANZA PER UNA CIVILTÀ DELL'AMORE


Questa domenica il Signore ci indica la strada da percorrere per vivere con saggezza nella vita di ogni giorno. Egli si felicita con quanti hanno fatto propria la scelta di vivere le beatitudini, di ascoltare la Parola e metterla in pratica, di amare come il Padre ama, di amare sconfinando i propri orizzonti, di amare i propri nemici, di non cercare tornaconti.
Il messaggio del Signore Gesù riflette la vita delle prime comunità cristiane e che non è così lontana dalla vita delle odierne nostre comunità. È una realtà che viviamo tutt’oggi: la fatica di essere discepoli. Ancora oggi sentiamo parlare di crisi ecclesiale, di mancanza di fraternità, di una fede sempre provocata da quanti “detentori” della Perfezione o del Verbo, pretendono di essere guida nella comunità a modo loro, tralasciando la Sapienza.
Essere discepoli del Signore Gesù non ci deve far sentire padroni del mondo. Come del resto un servizio alla comunità non ci deve riempire di quell’orgoglio narcisistico ma deve essere sempre aperto all’altro. Anzi dobbiamo sempre confrontarci con esso, chiederci come ci rapportiamo con l’altro, con il mondo. È una domanda che ci permette di guardarci dentro e che può aiutarci a cambiare la nostra società iniziando da noi stessi.
La società si aspetta relazioni vere, positive, che costruiscono e non guerre che portano solo morte, distruzione, disperazione. Ecco perché Gesù ci descrive come “guide cieche” pieni di orgoglio e non di umiltà e amore.
La Sacra Scrittura quando parla di cecità non si riferisce a quella fisica ma a quella che distrugge l’anima. Ecco perché non è facile essere discepoli, fare un servizio alla comunità, occupare un ruolo come quello della guida di un popolo, di una nazione: non è facile per nessuno! Quanti grandi responsabilità si assumono nella società, sia civile che religiosa, ma spesso ci lasciamo trascinare da noi stessi nell'elevare parole buone o parole cattive, in base a chi abbiamo davanti. In tutti, infatti, c’è il principio del bene e del male. L’opera principale che l’uomo fa non sono le opere, sono le parole.
Tutti i nostri rapporti sono retti dalle parole. Le parole possono essere buone, possono essere cattive. È la tipica maschera della commedia greca, che nel vangelo Gesù la descrive in noi con l'aggettivo “ipocrita”, cioè “teatrante”, una persona che pretende di essere quello che non è, che non agisce in armonia con ciò che dice.
Gesù nel Vangelo denuncia l’ipocrita, anzi lo fa spesso quasi a denunciare contemporaneamente il gusto che proviamo ad essere ipocriti (cfr. per esempio: Mt 6,2, 5,16; 7,1-5; Lc 12,54-56).
Gesù ci dice che tutti siamo allo stesso livello, tutti siamo apprendisti di un mestiere dove non si diventa mai maestri, perché il maestro è solo Lui. Dobbiamo sempre mettere al centro della nostra vita Gesù. Dobbiamo seguire Lui e non noi stessi. A Pietro che si era ingalluzzito mostrando solo il suo pensiero, Gesù disse: «Vai dietro a me, Satana» (Mc 8,35). Occorre sempre ascolto in ogni cosa e con umiltà imparare ad agire come Lui stesso faceva.
Bisogna saper dimorare nella Verità per vivere come creatura di Dio, pieni della misericordia di Dio che sempre ripete: non giudicate, non condannate, perché il primo peccato è nella parola, sempre.
Gesù ci ha lasciato quell’insegnamento prima di ogni azione: la preghiera. Prima di agire, Gesù pregava, si confrontava col Padre.
A noi chiede la stessa cosa: confrontarci con Lui che è la Parola di Verità. Noi che ci definiamo cristiani, anzi vivere un cattolicesimo convenzionale, mettiamo al centro della nostra vita Cristo, lasciamo che sia Lui a dirci come comportarci, accogliamo la Sapienza che viene dall'Alto, confrontiamoci per evitare di vivere nella favola di Esopo: “Ciascun uomo porta due bisacce, una davanti, l'altra dietro, e ciascuna delle due è piena di difetti, ma quella davanti è piena dei difetti altrui, quella dietro dei difetti dello stesso che la porta. E per questo gli uomini non vedono i difetti che vengono da loro stessi, mentre vedono assai perfettamente quelli altrui”. Una favola che ci ricorda quanto è difficile ammettere che anche noi sbagliamo. A volte, prima di puntare il dito, di dare un giudizio sugli altri, sarebbe meglio cercare di migliorare noi stessi.
Impariamo a lasciarci illuminare dalla Luce per poter vedere meglio ed essere anche noi luce per gli altri. Il Maestro è solo Gesù noi abbiamo bisogno di essere istruiti da Lui, riconoscere la sua signoria su di noi e fidarci delle sue parole.
Impariamo ad essere alberi buoni che sanno dare buoni e belli frutti. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene. Anzi il primo tesoro è il nostro cuore stesso. Diceva Gandhi: «un uomo vale quanto vale il suo cuore».
Impariamo ad affondare le nostre radici nella Parola di Dio lasciandoci illuminare e scaldare il cuore per portare messaggi pieni di speranza, di amore perché sanno della Sapienza che viene da Dio, dal suo amore gratuito.
Allora, la nostra vita è viva se abbiamo coltivato tesori di speranza, passione per la vita, per il bene comune, per il sorriso che arricchisce chi lo riceve, per la buona politica, per una “casa comune” dove sia possibile vivere meglio per tutti la civiltà dell’amore.
 
Buona domenica nel Signore a tutti voi!
 
 
 



 
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