IL DESERTO: ESSENZIALE NELLA NOSTRA VITA
Con il rito delle imposizione delle ceneri, abbiamo dato inizio al Tempo di Quaresima che ci prepara a celebrare meglio la festa più grande di tutto l'anno liturgico: la Pasqua.
In questa prima domenica di quaresima, l'esperienza dominante che ci viene proposta è quella della prova e della lotta. E di prove e lotte in questi ultimi tempi, insieme alle guerre, ne abbiamo vissuto e ne stiamo vivendo. Abbiamo fatto la nostra quaresima che quasi quasi, in questo momento, non ne vogliamo più sentire. Siamo talmente nauseati che tutti siamo in cerca di serenità, di salute, di pace, di amore.
La quaresima, anche se la iniziamo all’insegna di un contesto desolante, che ci lascia sempre con lo sguardo in basso, è il tempo propizio per alzare lo sguardo verso l’Alto, lasciandosi guidare dallo Spirito Santo. È quanto Gesù fa nel Vangelo odierno.
Egli è guidato, spinto, dallo Spirito Santo nel deserto. Egli vive le tentazioni, vive il suo deserto, la sua quaresima, per quaranta giorni. Quaranta giorni è un numero che simbolicamente indica lo spazio di una vita. L’Evangelista qui non fa altro che sintetizzare una realtà che Gesù ha vissuto durante tutta la sua vita terrena.
Allora che cos’è questo deserto nella vita di Gesù, nella nostra vita?
Il deserto si presenta come un luogo privo di tutto. Nell’Antico Testamento il deserto è il luogo dove Dio parla al suo popolo Israele, dove quest’ultimo ascolta la parola di Dio, dove ha vissuto dell’Amore concreto e provvidente di Dio, dove si è riconosciuto popolo consacrato a Dio, dove Dio ha stretto un patto nuziale, irrevocabile: «Perciò, ecco, l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2, 16).
Il deserto è il luogo della tentazione e della prova, della nostra fragile fedeltà, luogo di mormorazione e di una fede vacillante o mancante; la stessa pandemia che dura da due anni, una guerra in atto è facile chiedersi: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?» (Es 17, 7).
Anche nel deserto della nostra esistenza, Dio è presente e noi siamo chiamati a rendere testimonianza di questa presenza di Dio, anzitutto con la preghiera, senza stancarci.
Il deserto, infatti, è anche uno spazio interiore, rimanda ad una relazione che si consuma nell’intimità di ciascuno di noi: è lo spazio in cui vige sole l'essenziale, siamo da soli con Dio, in cui il cuore è la sua dimora più profonda e la coscienza il suo sacrario: “Dio più intimo di me a me stesso”, diceva S. Agostino.
Siamo invitati ad entrare ed abitare il nostro deserto, cioè quello spazio interiore d’incontro con Dio poiché lì è data ad ogni credente la possibilità di prendere coscienza di sé, della propria verità creaturale e filiale: uomo, tu vivi solo per Dio e vivi solo perché immerso nella sua Vita! Tu vivi perché lui si ricorda di te.
Allora, come vivere il nostro deserto? Vivere il deserto significa vivere privi di sovrastrutture, privi del superfluo, privi della vanità. Significa vivere dell'essenziale!
Vivere l’essenziale è il deserto della nostra quotidianità. Esso non è quello che ci passa per la testa. Forse neanche ci rendiamo conto di cosa sia. Una canzone di Marco Mengoni ci dice che nella vita si “scambiano le offese con il bene”; “far la guerra e ambire poi alla pace” porta il mondo, la vita, a cadere a pezzi.
In questo tempo di guerra, tutti siamo a pezzi. Quante guerre nella nostra vita, anche nel piccolo quotidiano. La pace inizia da un cuore capace di amare e non con l’ipocrisia. Allora, l’essenziale, come diceva Antoine de Saint-Exupery: «è invisibile agli occhi ma si vede bene con il cuore».
Non occorre dimostrare agli altri qualcosa se nella vita perdiamo quella facoltà di percepire la bellezza della vita, se non siamo costruttori di pace, se non sappiamo donare amore.
Il deserto che ci viene proposto di fare, è un tempo per risollevarci dalle nostre macerie. Le tentazioni in questo caso sono un mezzo di maturazione, che ci aiutano a fare ordine nella nostra vita, a fare ordine per tutte quelle volte che siamo in guerra con noi stessi, per tutte quelle volte che abbiamo sete di potere (anche nel proprio piccolo), per tutte quelle volte che di ogni cosa ne facciamo un idolo, per tutte le nostre scelte, nei rapporti con gli altri.
La tentazione che Gesù affronta, infatti, non è altro che verso se stesso e verso gli altri.
Per vivere meglio la Quaresima, siamo chiamati a entrare nel nostro deserto e sperimentare, con l’aiuto dello Spirito, la forza che Egli stesso ci dona nel cibarci di Lui, nel cibarci della sua Parola.
Inoltre, siamo chiamati a mettere in atto le tre pratiche della pietà cristiana: il digiuno, la preghiera e le opere di misericordia.
Con queste tre pratiche siamo chiamati a purificarci dalle nostre falsità e vivere meglio l'incontro con Dio, magari componendo quei “nuovi spazi e desideri” di vita che appartengono a tutti e che ci permettono di vivere all'insegna dell'amore.
immagine: https://www.maranatha.it/Festiv2/quaresC/QuarC1Page.htm