INVITO ALLA CONVERSIONE
La Liturgia di questa domenica ci pone una serie di domande cui non possiamo esimerci dal rispondere: desideriamo dal profondo del cuore la conversione?
Dietro a questa domanda si cela l'interrogativo di sempre, che assilla il pensare umano e che è alla base di tutto: “perché il male?”. Oppure, come riscontriamo nel vangelo: «che colpa avevano quei diciotto uccisi dalla caduta della torre di Siloe?». Spesso e volentieri a questa e altra domanda ne associamo ancora un'altra, quasi come uno scarica barile: “dove Dio?”.
Gesù smonta una mentalità di ieri che troviamo attuale anche ai nostri giorni: pensare ad eventuali disgrazie nella nostra vita la cui causa è Dio. È facile dare la colpa a Dio. Sopratutto quando il dolore ci assale e cerchiamo risposta e non ne troviamo, neanche sfogliando le pagine della Bibbia.
Ebbene, qui subito, non avendo risposta, puntiamo il dito. Del resto, è facile trovare nella vita un capro espiatorio per ogni cosa. Ebbene, la stoltezza umana, l'irresponsabilità della persona, ancora una volta, viene evidenziata perché si prenda coscienza.
Ogni cosa, sì, ci parla di Dio. Ma ogni cosa è oggetto e soggetto di una revisione di vita e di conversione. Se no staremo sempre a dare colpa a Dio.
In sintesi, il problema non sta in dove è Dio? Il problema sta in dove è l'uomo?
L’uomo per natura sua è amore e chi non ama non è un uomo, è uno schiavo dei suoi istinti. C'è da chiedersi: siamo coscienti che abbiamo bisogno di un risveglio e di assumere delle responsabilità?
La parabola del fico infruttuoso vuole essere ulteriore risposta al nostro modo di pensare, vuole essere una chance per un nuovo cambiamento, per non essere sterile. Allora questa potrebbe essere una nuova visione: sono tre anni che tengo a disposizione questo terreno e tutto ciò che è necessario perché produca dei frutti, e così permettermi di realizzare la mia vita, di non essere sterile. Da questa visione nasce la domanda: e io in questi “tre anni”, in questo tempo che il Signore mi ha donato, che cosa ho fatto, come ho vissuto?
Con questa domanda, quale è l'intento dell'evangelista Luca?
Nel vangelo, l'evangelista Luca non è anzitutto interessato al contenuto della conversione (quali cose cambiare); preferisce renderci consapevoli che il giudizio di Dio è incombente e generale. I piccoli aggiustamenti non valgono più: occorre un ripensamento globale, un cambiamento che vada alla radice, una vera e propria conversione. Convertirsi vuol dire cambiare direzione (“shub” in ebraico indica proprio “un cambio radicale di rotta”). Molti dei nostri comportamenti ci portano a morire dentro, alla superficialità ad allontanarci sempre di più dal nostro cuore e da noi stessi. Il fatto è che non ce ne accorgiamo. Quando poi succede e tutto sembra ritorcersi contro di noi diciamo: “Ma com'è stato possibile? Ma perché mi è successo questo?”.
Ci succede per un motivo ben preciso, è che io e tu non l'abbiamo visto o non l'abbiamo voluto vedere. Finché siamo in tempo, convertiamoci, svegliamoci, accorgiamoci, perché verrà un giorno in cui sarà troppo tardi.
Di fronte alla parola di Gesù l’atteggiamento da assumere è sempre quello: la conversione. I fatti più tragici (esecuzioni politiche da parte di Pilato o morti bianche in città, la guerra che viviamo ai nostri giorni) non debbono indurre ad un giudizio sugli altri, ma sempre e solo alla conversione: «Se non vi convertite rimarrete nella morte» (3.5).
È questo il tempo della conversione! Dio ha lasciato passare “tre anni”, cioè una vita, nella speranza di avere la conversione dell’uomo (il fico infruttuoso). Dio, ora, concede un nuovo tempo di grazia, un anno di misericordia (cfr. Lc 4,17-21). Egli dona sempre una nuova possibilità di salvezza per l’uomo.
La predicazione del Vangelo è la nuova e ultima via offerta all’uomo per convertirsi a Gesù e portare frutto, non tanto per sé ma per gli altri. «Se no, lo taglierai» (v. 9).
La conversione presentata da Luca in questa parabola è una chiamata a crescere nella linea del progetto di Dio, secondo il pensiero di San Paolo: «So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,13-14).
La Quaresima che stiamo vivendo non è altro che un esempio e modo propizio per fermarsi e fare una revisione della nostra vita.
Ciò significa sostare più a lungo per un esame di coscienza, di leggere la nostra vita alla luce della Parola di Dio, di fermarci di più alla Sua presenza. Significa accostarci più frequentemente al sacramento della riconciliazione.
Anche oggi l'azione di Dio è misericordiosa perché ci da più spazio, più tempo per lavorare al nostro albero. Ci vuole pazienza e tempo. Il racconto del fico senza frutti ci invita a coglierne il senso e a dare i frutti sorpassando i fatti della vita, valorizzandola, vivendola in pienezza, con amore!
Dissodiamo allora il nostro terreno, il terreno del nostro cuore, perché dia dei buoni frutti, per la vita eterna.