GETTATI AL COLLO DEL FRATELLO
Continuiamo il nostro percorso di fede. Siamo alla IV tappa liturgica del tempo di Quaresima e la liturgia ci fa sostare alla mensa della Parola e del Pane rallegrandoci, perché si avvicina il gran giorno della Risurrezione.
Durante il corso della settimana, siamo stati accompagnati a seguire il Signore Gesù in alcuni momenti particolari della nostra esistenza e resistenza umana.
Il tema che attraversa tutta la liturgia festiva è quello della gioia di Dio e il "La" iniziale ce lo fornisce l'antifona d'ingresso alla Messa: «Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione. (cfr. Is 66,10-11)».
In queste parole ritroviamo quell'anticipo della gioia e dell'esultanza pasquale, che scaturisce nella condivisione della gioia del Padre misericordioso che accoglie e fa’ festa per il figlio prodigo.
In questa domenica, in cui ci mostriamo come gli scribi e i farisei che stanno a mormorare, Gesù ci racconta la parabola del padre misericordioso ove troveremo le conclusioni per la nostra vita.
Luca ci presenta un padre con due figli e ci dice di non fermare la nostra attenzione solo sul figlio giovane, conosciuto fin dai tempi del catechismo come “il figlio prodigo”. Questi è colui che va lontano dalla casa del padre sperperando sé stesso, vivendo da dissoluto, vivendo nel peccato ma trova la strada del ritorno. Dall’altra parte guardiamo anche il figlio maggiore, colui che ci appare sempre corretto e quindi in grado di recriminare contro suo padre un trattamento squilibrato ed estremamente indulgente verso il fratello ribelle.
Davanti abbiamo un brano che ci descrive chi è Dio ma nello stesso tempo, descrive nei due figli ciascuno di noi, anche se vogliamo stare alla larga da questa descrizione, lontano dall'amore del Padre, ognuno a modo proprio: chi per altre strade e chi, pur restando in casa, sentendosi con la coscienza a posto.
C'è in tutto questo travaglio una grande pazienza che è quella di Dio Padre. In fin dei conti la Quaresima mostra questa finalità della pazienza di Dio, a cui possiamo dargli anche un nome concreto: conversione, ritorno, perdono cioè tutte quelle espressioni della magnanimità di Dio e della sua forza sanatrice.
Guardandoci attorno ognuno si è costruito un proprio Dio e magari lo ha incorniciato. Eppure, Luca ce lo descrive nel suo sguardo di padre che guarda ancora il figlio mentre è ancora «lontano», e in questo atteggiamento d’amore, l’Evangelista ci fa cogliere che non conosciamo ancora Dio. Egli è Colui che continua a farsi compagno nel nostro esodo, che ci ama, ciò che il figlio non riesce a capire.
Al centro del racconto anzitutto ci sta il Padre, poi ci sta anche il figlio giovane e il figlio maggiore, perché la gioia di Dio è condivisa con tutti senza discriminazione e tutti sono chiamati a riconoscersi figli e figli amati.
Luca ci invita al discernimento, a capire chi è veramente il figlio prodigo: il giovane o il maggiore? Ognuno può cercare la risposta. Per trovarla occorre rientrare in sé stessi, nelle profondità del proprio essere, del proprio cuore.
La parabola narra ancora una scena che appare come una storia diversa: quella del figlio maggiore. Questa scena, difficilmente la meditiamo o la mettiamo in risalto: chissà perché? Forse perché anche noi siamo tra coloro che reagiscono come il figlio maggiore e quindi ci sentiamo con la coscienza a posto? Forse perché siamo tra coloro che pensano che al giovane gli bastava lavorare, guadagnare e divertirsi (un po' come succede ancora oggi)? Eppure, nonostante la risposta che possiamo dare, questo figlio non accetta il modo del Padre di confrontarsi col figlio giovane - a cui gli ha restituito la dignità - e nei suoi confronti risulterebbe ingiusto.
Anche qui ritroviamo il nostro comportamento, non possiamo negarlo. Questa è la nostra stessa tentazione, lo stesso nostro modo di pensare e di vedere Dio. Infatti, noi pensiamo che la giustizia è pagare per i nostri errori.
Gesù invece capovolgendo la situazione, il nostro modo di pensare, ci da’ un indizio: Dio, il Padre, ama noi, la persona e non i nostri sbagli, i nostri peccati. Ci educa ad accettare che Dio è misericordia. Chi pensa di essere nel giusto, un giorno può trovarsi come questo figlio maggiore e si scontrerà con la misericordia del Padre. Questa scoperta, invece, è una gioia immensa per il peccatore e una sconfitta mortale per il giusto.
La conversione consiste nel rivolgersi al Padre che è tutto rivolto a noi e nel fare esperienza del suo amore per tutti i suoi figli. Per questo il giusto, chi si ritiene con la coscienza a posto, deve accettare un Dio che ama i peccatori.
Tutti siamo chiamati a rivedere il nostro essere figli, a realizzare l’esperienza dell’amore misericordioso del Padre, perché anche noi possiamo essere come Lui.
L'invito per tutti è questo: ama come Dio ti ama, convertiti al fratello, “gettati al suo collo”, ridonagli dignità e sarà gioia piena!
