FAR EMERGERE LA PARTE BUONA
Continua il discorso di Gesù ai discepoli, a ciascuno di noi, illuminando la nostra vita, illuminando ciò che sono i nostri rapporti nella quotidianità. Già durante la settimana la Parola di Dio ci interrogava sul nostro modo di seguire Cristo Gesù, in particolare quando avanziamo pretese, gelosie, soprattutto per coloro che non fanno parte di una “cerchia”, o come diremmo oggi di un gruppo parrocchiale.
Il Vangelo di questa domenica ci interroga nuovamente sui nostri comportamenti, sulle nostre pretese, sulla pretesa di guidare gli altri e in particolare quando noi stessi viviamo male la nostra realtà: siamo ciechi su noi stessi e su quanto ci circonda e spesso pretendiamo di sapere, di esaminare le minuzie altrui, tralasciando il nostro vero problema.
Non possiamo sorvolare questa pagina, perché ci dimostreremo falsi verso noi stessi e verso gli altri rischiando di coltivare quella malattia diffusa in tutti (particolarmente presente in chi ritiene di non averla): il narcisismo dell’anima. Non possiamo vivere da discepoli, essere cristiani, secondo il nostro modo di pensare e di fare.
La Parola di Dio di questa domenica è uno specchio alla nostra anima, perché riflette quei modi comportamentali che assumiamo mettendoli in evidenza quando facciamo parte di un piccolo o grande gruppo mostrandoci padroni della verità, detentori del verbo, superiori agli altri, fino a cacciarli dal gruppo stesso.
Quanta cecità nella nostra vita! Per questo Gesù ci dice che siamo guide cieche, pieni di orgoglio e molto lontani dall’umiltà, dall’amore. Essere discepoli non significa spadroneggiare sugli altri decidendo la loro sorte, ma lasciarsi ammaestrare dal Maestro, da Gesù e non dal nostro modo di fare.
Essere discepoli di Gesù non è qualcosa da vivere occasionalmente ma tutta la vita e in tutti i contesti della quotidianità: nel seguirlo, nell’obbedirlo, nell’ascoltarlo, al fine di mettere in pratica ogni suo insegnamento che ci conduce alla vita. Diversamente nel nostro piccolo noi saremo quella piccola scintilla che provoca una guerra, che porta solo morte, distruzione, disperazione.
Così non può funzionare il discepolato cristiano. Solo una cosa funziona: la maschera, come quella della commedia greca, tipica dei drammi e delle commedie del teatro antico con le sue varie funzioni e rappresentazioni di personaggi o stati d’animo ogni volta diversi. In una sola parola funziona l’ipocrisia.
Gesù nel Vangelo odierno descrive il teatrante con questo aggettivo: “ipocrita”, una persona che pretende di essere quello che non è, che non agisce in armonia con ciò che dice e soprattutto non ascolta la Parola di Dio.
Dobbiamo dirlo chiaramente: viviamo un cattolicesimo convenzionale plasmato da forme sottili di spiritualità mascherata: quando la maschera è tolta mostreremo subito che non stiamo seguendo Gesù, che non adoriamo Dio ma il proprio io.
La prima lettura di questa liturgia domenicale ci invita a setacciare la nostra vita per togliere i rifiuti, un modo per conoscersi e far discernimento su noi stessi, che è quella che non ci fa scappare dalla realtà ma ci mette sempre a confronto, sempre in relazione con l’altro e forse di questo abbiamo paura, perché nella relazione vera emergono sempre i nostri difetti ma solo così possiamo arrivare alla verità, perché è la parte buona che rimane dal setaccio.
Superiamo allora quel cattolicesimo convenzionale che pur consente di praticare i riti sacri, le assemblee liturgiche, le feste religiose, le devozioni ma non converte mai i cuori delle persone all’amore, non fa incontrare Gesù nei sacramenti, non spinge le persone e le comunità alla pratica dell’amore, non movimenta in quella missionarietà interiore alla fede cristiana. Occorre mettere al centro della nostra vita Cristo, lasciare che sia Lui a dirci come comportarci. Occorre accogliere la Sapienza che viene dall'Alto, confrontarci con la “follia del Vangelo” per evitare di vivere nella favola di Esopo: “Ciascun uomo porta due bisacce, una davanti, l'altra dietro, e ciascuna delle due è piena di difetti, ma quella davanti è piena dei difetti altrui, quella dietro dei difetti dello stesso che la porta. E per questo gli uomini non vedono i difetti che vengono da loro stessi, mentre vedono assai perfettamente quelli altrui”. Questa è una favola che ci ricorda quanto è difficile ammettere che anche noi sbagliamo. Gesù ce lo ricorda con queste parole: «L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». Parole di alta sapienza per ricordarci che noi non pronunciamo parole ma siamo le parole che pronunciamo e che a volte, prima di puntare il dito, di dare un giudizio sugli altri, sarebbe meglio cercare di cambiare il mondo iniziando da noi stessi.
Mercoledì inizieremo la Quaresima, tempo favorevole per meditare anche su questo. Tempo favorevole per imparare ad affondare le nostre radici nella Parola di Dio, lasciandoci illuminare e scaldare il cuore per portare messaggi pieni di speranza, di amore che profumano di Cristo, perché sanno della Sapienza che viene da Dio, dal suo amore gratuito.
Buona domenica nel Signore a tutti voi!